Nego, …alterum nego

Due vite diverse, molto simili: si incrociano, si confondono…

Il disegno

(Nego, …alterum nego)

Nego…

Ho paura.

L’altra donna, che stava con me in cella, ora la sento gridare: le ore del travaglio le sento nelle viscere, un male che ti rovescia l’intestino: vorrei già passate queste grida, queste ore interminabili.

Un breve colloquio al consultorio, mi avevano detto all’ospedale. Va bene, ormai ho già le idee chiare, pensavo. Ma, prima del ginecologo, dovevo parlare con qualcuno, per parlare di vita, ma un figlio rimane a me, solo a me per la vita, e le parole fuggono.

Mi sono presentata al consultorio: nella sala d’attesa c’era uno strano movimento e, quando sono entrata nella stanza del colloquio, mi hanno incappucciato. Lì per lì non ho capito. Ho pensato ad uno sbaglio, ma poi mi sono trovata rinchiusa in una cella.

Ho trascorso nove mesi in una prigione. Il bello di tutto questo è che ero all’ingrasso come un maiale. Certo, ho immaginato la mia ribellione: per un mese non ho mangiato, ma hanno insistito con la flebo, e allora ho preferito mangiare normalmente. Dovevo far nascere questo figlio, in qualsiasi modo.

Silenzio.

È finita la tortura: ad Alice, mia compagna di cella, è stato fatto il cesareo. – È nata una bambina. Mi dicono. Alice viene portata in cella ancora mezza addormentata. Si lamenta come un gattino affamato. Tra poco dovrei andare anch’io. Mi vengono a prendere. Aprono la cella e mi caricano su una sedia a rotelle: mi portano in sala travaglio, non voglio fare resistenza. È troppo il dolore che preme verso il basso. La sala ha due lettini sporchi: le lenzuola del lettino dove sono sdraiata puzzano di sudore e sangue.

La nostra cara mammina è pronta? Mi chiede il ginecologo, infilandomi la mano fin dentro l’utero, tanto che mi sembra lo voglia strappare. Un grido mi sfugge e mi arriva uno schiaffo e un dolore acuto e tutto sembra un soffio all’improvviso che mi avvolge e mi percuote, e la luce è intensa e ancora soffi, e soffi che arrivano come il vento della brezza marina.

Ancora silenzio.

Dove sono?

Anna!

– Amore, finalmente! Dove sei stato? Chiedo a mio marito, che se ne sta seduto vicino al mio letto, tenendomi per mano.

– Mammina!

È Nicola, il mio bimbo che mi chiama, la sua manina mi sfiora. Lo accarezzo: da troppo tempo mi manca. Ha appena tre anni e chissà quanto ha sofferto per la mia lontananza.

– Dove sono? Chiedo a mio marito.

Ho la voce flebile, faccio fatica a parlare e un dolore al ventre che me lo fa sentire inesistente e pulsante allo stesso tempo.

– È nata Alice. Ti piace, vero, questo nome? Era quello che desideravi se nasceva una femmina. È nata una femmina, sei stata brava.

– Ma che dici? Mi hanno imprigionata, sono stata via quasi nove mesi e non mi sai dire nient’altro che questo? Perché non mi hai cercato?

Non so come esprimere la sofferenza della mia solitudine a mio marito.

– Stai vaneggiando! Quali mesi? Dove saresti stata? Siamo sempre stati insieme! Siamo arrivati qua, in ospedale, ieri notte. Dai, sei stanca, riposati.

Comincio ad essere dubbiosa. Possibile che mi sia inventata tutto, che non riesca a ricordare più niente dal momento del parto? Avevo immaginato ogni cosa? Ero andata in consultorio per un colloquio, per un incontro con alcune persone prima di scegliere e decidere se tenere o no questo bambino. Non volevo quel figlio che era nato e come mai, invece, era nato?

Trauma da parto, baby blues, ecco! Devo far finta che non è successo niente, anzi, mi sono inventata tutto: Alice l’ho sempre desiderata.

– Dobbiamo andare. Nico, saluta la mamma, che ora deve riposare. Dice papà, strattonando Nicola e mi guarda come per rassicurarsi che tutto vada bene.

In effetti, sono stanca, e forse è meglio che riposi un po’.

Prima di andare, il mio bimbo, dagli occhi di zenzero, mi guarda e mi consegna un disegno. Che bello! Lui ama disegnare e lo immagino chino sul foglio, con la testolina di soffice peluria, intento a fare il disegno per la sua mamma.

– Ciao, mamma.

– Ciao, amore.

Se ne vanno tutti e due, papà e figlio. Ora riposerò un po’, finalmente. Avevo fatto davvero un orribile incubo.

Prendo il disegno di mio figlio e lo guardo per addormentarmi felice, ma quello che vedo è crudele: la mamma è disegnata sopra una pozza di sangue e dietro le nere sbarre di una cella.

 

alterum nego

Ho paura.

L’altra donna, che stava con me in cella, ora la sento gridare: le ore del travaglio le sento nelle viscere, un male che ti rovescia l’intestino; vorrei già passate queste grida, queste ore interminabili.

Un breve colloquio al consultorio, mi avevano detto all’ospedale. Va bene, ormai ho già le idee chiare, pensavo. Ma, prima del ginecologo, dovevo parlare con qualcuno: parlare di vita, ma un figlio rimane a me, solo a me per la vita, e le parole fuggono.

Mi sono presentata al consultorio: nella sala d’attesa c’era uno strano movimento, e quando sono entrata nella stanza del colloquio, mi hanno incappucciato. Lì per lì non ho capito. Ho pensato ad uno sbaglio, ma poi mi sono trovata rinchiusa in una cella.

Ho trascorso nove mesi in una prigione. Il bello di tutto questo è che ero all’ingrasso come un maiale. Certo, ho immaginato la mia ribellione: per un mese non ho mangiato, ma hanno insistito con la flebo, e allora ho preferito mangiare normalmente; dovevo far nascere questo figlio, in qualsiasi modo.

Silenzio.

È finita la tortura: ad Alice, mia compagna di cella, è stato fatto il cesareo. – È nata una bambina. Mi dicono. Alice viene portata in cella ancora mezza addormentata. Si lamenta come un gattino affamato. Tra poco dovrei andare anch’io. Mi vengono a prendere. Aprono la cella e mi caricano su una sedia a rotelle: mi portano in sala travaglio, non voglio fare resistenza. È troppo il dolore che preme verso il basso. La sala ha due lettini sporchi: le lenzuola del lettino dove sono sdraiata puzzano di sudore e sangue.

La nostra cara mammina è pronta? Mi chiede il ginecologo, infilandomi la mano fin dentro l’utero, tanto che mi sembra lo voglia strappare. Un grido mi sfugge e mi arriva uno schiaffo e un dolore acuto e tutto sembra un soffio all’improvviso che mi avvolge e mi percuote, e la luce è intensa e ancora soffi, e soffi che arrivano come il vento della brezza marina.

Ancora silenzio.

Dove sono?

Signora, come sta? Le portiamo la bambina? Dove sono i vestiti della bambina?

Faccio cenno di no, no, no, non voglio capire, non voglio farmi capire.

Sono mezza intontita.

Vicino a me l’interprete. Mi chiede dove sta mio marito. Le infermiere mi girano intorno o è il mio letto che gira intorno a loro.

Il numero, devo telefonare.

Chiedo il cellulare e faccio il numero: quello me lo ricordo bene.

– E’ pronto, venite a prenderlo.

Parlo nel mio dialetto e l’interprete non mi capisce e non sa riferire alle infermiere che lo guardano con aria interrogativa. Per mesi mi sono ripetuta quel numero tra le labbra ed anche i soldi, il numero dei soldi che tra poco dovrebbero arrivare.

– Arriva tra poco. Dico all’interprete.

Dopo mezz’ora lui arriva; è alto, biondo, anche lui con un accento strano che non riesco a decifrare. È un uomo bellissimo: questa bimba non avrebbe potuto avere di meglio.

Le infermiere portano al presunto padre la bambina e lui la prende teneramente tra le braccia.

– Dobbiamo partire, l’aereo parte tra due ore e dobbiamo sbrigarci. Il padre straniero si rivolge a noi con dolcezza.

Il ginecologo spiega, per quanto è possibile a gesti e con quello scarso miscuglio d’inglese e francese che conosce, che potrei avere problemi e mi consiglia di rimanere in ospedale ancora per qualche giorno, ma io preferisco firmare la liberatoria e l’uomo straniero m’incoraggia e mi sostiene. Si fa garante lui con il medico e al medico sembra proprio una bella persona di cui fidarsi. Me ne vado aggrappandomi a quell’uomo che non conosco e che tiene nelle braccia mia figlia.

Saliamo nel taxi.

Poche parole, solo uno scambio.

Fermata.

Scendo dalla macchina. Il taxi si allontana da me con mia figlia e l’uomo straniero.

Respiro profondamente per assaporare la libertà, l’utero pulsa quanto il mio cuore, ma quello che vedo davanti a me è crudele. Sul cartellone pubblicitario, attaccato al muro di fronte, campeggia una grande scritta:

Giù le mani dalla famiglia”.

 

di Giulia Penzo

MENS SANA IN CORPORE SANO

Oggi si parlava di diete, di regole; il sole taglia in due ed io a sciogliermi… 

La palestra

(mens sana in corpore sano)

 

La palestra era un locale pressoché quattro per quattro, con stipati dentro una miriade di attrezzi. Il gestore era un uomo piccolo e tozzo, che indossava una larga felpa e sulla testa rasata un cappellino che gli nascondeva una profonda cicatrice. Di mattina, nella palestra si ritrovavano a fare ginnastica donne delle più svariate età, dalla casalinga quarantenne che desiderava ancora mantenere la giovinezza e la forma fisica, alla ragazzina tisica diciottenne che aspirava al modello della modella perfetta. Il sogno della bellezza a portata di mano, sotto casa e con il minimo sforzo. Il piacere disintegrato dello sport in pillole, segmentato in esercizi con i pesi, con gli addominali, con la cyclette.

La palestra rappresentava lo spazio di libero movimento in cui ognuna diventava un muscolo flessibile, gambe spalancate di piacevole divertimento, il cui sudore diventava simbolo del lavoro su di sé, braccia toniche di morbida sinuosità, glutei sodi che riproducevano orgasmi di godimento interiore nell’andare su e giù nello step. Su e giù, su e giù, un andamento cosmico simile ad un amplesso amoroso: chi entrava nella palestra ne usciva rinato nel corpo e nello spirito, un karma interiore amplificato dalla stanza quattro per quattro. Quando Anna entrò, capì subito che si sarebbe trovata bene. Le donne presenti in palestra la salutarono con accoglienza. Anna era una donna di trent’anni e dopo la gravidanza aveva deciso di frequentare la palestra: dieci chili di grasso soffice da sciogliere.

Il maestro le mostrò la serie combinata degli esercizi: cyclette, sollevamento pesi con le braccia, torsioni, addominali, ginnastica a corpo libero e infine, dopo un’oretta, ben venti minuti di sana corsa sul tappeto rotante.

Un’ora per sé, un’ora totale di relax.

Anna, il primo giorno di palestra, tornò a casa distrutta, con i muscoli indolenziti ma con una voglia pazzesca di far sesso. Quando arrivò suo marito, piroettò piacevolmente davanti a lui per mostrargli il risultato di quel giorno di lavoro: – Guarda che glutei! Si vede, eh? Altro che diete ed in più ci sono persone simpatiche, normali, come me, e non malate di narcisismo come pensavo.

Arturo l’attirò dolcemente a sé; Anna con la sua dolcezza racchiudeva l’universo femminile e lui poteva giustamente approfittarne.

Nei giorni seguenti in palestra le ore passavano veloci e quell’ora iniziale, che Anna dapprima aveva dedicato alla ginnastica, adesso cominciava a dilatarsi fino a ricoprire ormai tutta la mattina. Ad Anna si erano sviluppati gli addominali e la dolcezza dei glutei iniziava a lasciar spazio a muscoli duramente scolpiti, qualcosa di sodo e di liscio simile alle palle di biliardo. Arrivava a casa stanca, ma fiera si ammirava allo specchio e rivedeva l’immagine di una donna diversa: aveva perso le rotondità acquistate durante la gravidanza ed era diventata quasi spigolosa.

Il marito osservava Anna di sera: le occhiaie sul viso di sua moglie lasciavano trasparire qualcosa che la tormentava ma il suo corpo gli piaceva così magro e ossuto, sembrava un elastico tirato alla massima estensione, e lui di notte poteva godere della sua intima forza, anche se fare all’amore ormai era diventato quasi una prestazione più che un momento di passione.

Dovresti smettere. Sei ormai perfetta, che bisogno hai di andare ancora in palestra? Le disse una volta, dopo aver fatto l’amore. Anna si tirò su dal letto come offesa: – Sei uno stupido! Non vedi quanto lavoro c’è ancora da fare? Non voglio mica diventare vecchia prima del tempo!

Le donne sono proprio delle maniache…, pensava Arturo.

Ma per Anna la palestra era diventata davvero un’ossessione; ormai andava in palestra più di qualche volta al giorno: lasciava il bambino da sua madre e poi andava lì, dove trovava anche altre donne con le quali poteva parlare. Le mancava il lavoro e al rientro avrebbe sicuramente avuto un sacco di problemi con i colleghi perché, a causa della sua assenza per maternità, dovevano svolgere anche parte dei suoi compiti e allora preferiva non pensare a quel momento.

Dopo la nascita e le convenute congratulazioni non aveva ricevuto nemmeno una telefonata da qualche sua collega. Certo, nessuna recriminazione: tutte erano impegnate tra lavoro, problemi familiari, alcune con i bambini ancora piccoli da accudire oppure assediate dall’assistenza agli anziani genitori. Si era sentita quasi colpevole durante la gravidanza e il permanere a casa durante l’astensione facoltativa.

Conciliazione di vita, conciliazione dei tempi di vita: pensava al prossimo suo destino di corsa perenne, uguale a tutte le altre donne, sempre pronte a correre, contente magari perché con la fermata del tram disposta proprio davanti al nido, con le educatrici che ti aspettano, appena in tempo per smontare dal turno del pomeriggio per andare a riprendere il bambino, e fuggire con la bolletta del gas pronta in tasca da pagare e l’ufficio postale che è comunque pieno ma che le sta aspettando perché così vuole la conciliazione dei tempi di vita delle donne mentre arrivano con il pupo in braccio che piange perché lo si è appena prelevato come un pacco dall’asilo.

Tutto perfettamente a posto per una donna perfetta.

Vorrei riconciliarmi con me stessa, pensava Anna.

Anna si sentiva persa in quel vortice di doveri: dover essere una buona madre, una buona moglie, una donna conciliante, con i tempi di vita che si incastravano come in un puzzle.

A lei bastava solo essere una mamma, non voleva il rispetto di alcun tempo di vita. La sua vita non erano pezzi da far combaciare.

Coccolava con amore, gli faceva succhiare dolcemente il latte dal suo seno e lo guardava con affetto, quel piccolo essere che sembrava chiedere tutto al mondo.

Questo non era qualcosa di già conciliante? Con il mondo intero, pensava.

E aveva bisogno di qualcosa per sé.

Di giorno, il bambino. Di notte, il marito.

Le mani di suo marito cercavano il suo corpo:- Dove sei, dove sei amore?

Ma era lei che non lo incontrava.

Lo sentiva come un estraneo entrare dentro di sé: – Voglio un aiuto, sto gridando, perché non mi senti? Gli gridava, ma lui sembrava non accorgersene. Anche nell’orgasmo si distanziava come in un esercizio ginnico. Lui allora le accarezzava i capelli: – Sei bellissima. Hai un corpo bellissimo.

E poi lui si rigirava nel letto.

 

 

Quel giorno Anna, quando arrivò in palestra, l’osservò attentamente per la prima volta. Le stanze erano sì piene di attrezzi ginnici, ma c’erano anche stanze chiuse, sembravano uffici. Le stanze piene di bianco, il bianco…, nel vortice degli occhi tutto le girava. Si catapultò veloce fuori dalla porta, si fermò sulla soglia, appena in tempo per osservare la targa vicino alla porta d’ingresso, appena in tempo per leggervi la sigla CSM, prima che due mani forti la tirassero di nuovo dentro i locali.

Il marito si soffermò un attimo e abbassò gli occhi prima di entrare nel Centro di Salute Mentale. Suonò il campanello e un infermiere gli venne ad aprire il portone.

Da lontano, nel lungo corridoio, la intravide subito.

Anna, madida di sudore, con i capelli gocciolanti, era seduta sulla fredda sedia di alluminio, in una posa innaturale del corpo. – Anna…- la chiamò.

Il pallore spettrale la rendeva bella e spaventosa allo stesso tempo, mentre aritmicamente si dondolava.

Anna ripercorreva nella mente l’esercizio ginnico: un salto nel buio, un corridoio lungonero, un salto verso la luce, sudore, sudore, annientamento.

Non sarebbe più, mai più – aveva deciso- tornata indietro.

 

di Giulia Penzo

IL MONDO VIRTUALE

  

Il mondo virtuale

il-mondo-virtuale.jpgViviamo in un’epoca nella quale costruiamo mondi virtuali per fuggire dalle attività quotidiane, ma, in realtà, non riusciamo a fuggire da noi stessi. Solo una connessione più profonda tra gli esseri umani, ci condurrà alla vera libertà.
Negli ultimi venti anni si sono scoperte numerose tecniche che fanno uso avanzato del mezzo virtuale: memorizziamo fotografie e condividiamo in rete filmati che abbiamo prodotto noi stessi. Siamo arrivati al punto in cui possiamo mostrare simultaneamente uno stesso filmato o una fotografia alla zia Rosa che vive a Los Angeles e a nostra nonna che si trova a Città del Messico. Anche il campo della medicina contribuisce a questo e, in qualunque ospedale, possiamo vedere immagini degli organi dei nostri corpi, per mezzo di attrezzature mediche avanzate. Per riassumere, possiamo trovare molti esempi nelle nostre vite, di situazioni nelle quali apparentemente “ci disconnettiamo” dalla materia.

La fuga nel mondo virtuale

Un secondo motivo per cercare rifugio in altre dimensioni è implicito al fatto che la nostra vita (quella non virtuale) è diventata difficile, e ci pesa molto. L’umanità è immersa in una grave crisi in tutti i campi della vita: divorzi, droghe, disperazione, depressione, crisi nell’educazione, la disintegrazione del nucleo famigliare, la minaccia per l’ambiente, abissi tra classi sociali e la perdita generale della rotta. Questa situazione deprimente ed impegnativa ci provoca una sensazione di soffocamento e la persona sente che deve scappare in un’altra dimensione, rifugiarsi in un luogo, dove può disconnettersi da tutti i problemi che non sa come affrontare. Per questo motivo si costruisce degli ambiti nei quali può trovare rifugio. In questi luoghi scappa per trovare pace, soddisfazione ed emozione.

La lotta per la vera libertà

Dal punto di vista kabbalistico, questi fenomeni e processi esprimono una necessità impressa in noi di capire chi siamo. Cerchiamo un significato, e quando non lo troviamo nella nostra vita comune e nel nostro mondo, proviamo a farlo in mondi immaginari. Da un lato, il corso della nostra vita è tracciato in modo tale, che noi non scegliamo con che carattere nascere o dove ricevere l’educazione, così arriviamo all’età adulta già formati dalla società come un dolce infornato nel forno della vita. Qualcuno ci ha inculcato una visione del mondo, ha configurato la nostra maniera di pensare e ha impiantato in noi dei valori che, non necessariamente, desideriamo avere. Davvero siamo padroni di noi stessi? La Kabbalah ci spiega di no.
Dall’ altro lato,
l’ego che va crescendo in ognuno di noi, ci spinge a cercare la vera libertà. Non accettiamo di vivere in una maniera in cui un altro detti le regole. Anche se nelle generazioni passate ci siamo rassegnati a questo, nella nostra generazione, non è più così. È per questo che proviamo a lottare per la vera libertà, e quando non troviamo il cammino per ottenerla, scappiamo in un mondo nel quale dettiamo noi stessi le regole. Però la Natura ci ha collocato in questo mondo e ha messo a nostra disposizione le migliori condizioni di sviluppo, affinché ascendiamo al mondo spirituale, solo che questo obbiettivo generalmente ci viene nascosto. Quando lo comprendiamo, diventerà esplicito che le proprietà individuali, l’educazione che abbiamo ricevuto e le esperienze che abbiamo passato sono state ottime per la preparazione nella vita.

Windows per la spiritualità

L’ansia per un mondo magico, nel quale poterci “costruire” come abbiamo sempre desiderato, è radicata nel più profondo della nostra interiorità ed esprime una crescente necessità che abbiamo di conoscere una realtà diversa, piena e libera. Per molti anni questo impulso è stato latente dentro di noi, ma oggi si va incrementando, diventando una vera richiesta per scoprire la spiritualità. Secondo la Kabbalah, questa attrazione verso la spiritualità indica che l’umanità è già preparata per entrare nella prossima tappa dello sviluppo: il riconoscimento del mondo spirituale. Nel processo di preparazione verso il prossimo livello di sviluppo, la realtà virtuale gioca un ruolo importante. Ci prepara al distaccamento dalla materia, alla disconnessione dalla nostra identità corporea e dalle limitazioni del tempo e dello spazio. La differenza è che, al contrario del mondo immaginario, virtuale, la scoperta del mondo spirituale non costituisce una fuga dalla realtà, ma un’esperienza reale, vera e tangibile. È così che la prossima generazione dei giochi virtuali è già con noi. Lo start-up che ha stabilito il Patriarca Abramo 5000 anni fa ci aspetta per essere scoperto. Quando ascendiamo, ci viene promessa una ricchezza di colori brillanti nella più alta risoluzione e soprattutto, molta luce. Tutto ciò che si richiede è di scrivere la direzione corretta sul navigatore.

Articolo di Bnei Baruch – Italia

 

 

 

Festa della mamma

Oggi volevo ironizzare sulla Festa della Mamma, allora ho detto alla mia mamma: ” Mamma, sai che nel centro di Mantova c’è una PASSEGGIATA RESISTENTE DI DONNE , per raccontare l’ipocrisia della Festa della Mamma?”

 

Mia madre mi ha guardato, da sotto gli occhiali, lei che è molto più intelligente e critica di me, per niente retorica e poco moralista:

” ma quale ipocrisia c’è nella Festa della Mamma?”. Me ne sono rimasta zitta, io con le mie teorie disfattiste dei luoghi comuni.

Hai ragione, mamma, non c’è nessuna ipocrisia:

 

SOLO UNA FIGLIA RICONOSCE LA MADRE

NO, NON C’E’ NESSUNA IPOCRISIA NELLA FESTA DELLA MAMMA

IL CORPO DELLE DONNE

 

Inserisco il link del film-documentario di

Lorella Zanardo

 

Il corpo delle donne

(durata 25 minuti).

header.gif

 

 

fonte: Il corpo delle donne

IL CORPO DELLE DONNE è il titolo del nostro documentario di 25′ sull’uso del corpo della donna in tv. Siamo partiti da un’urgenza. La constatazione che le donne, le donne vere, stiano scomparendo dalla tv e che siano state sostituite da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante. La perdita ci è parsa enorme: la cancellazione dell’identità delle donne sta avvenendo sotto lo sguardo di tutti ma senza che vi sia un’adeguata reazione, nemmeno da parte delle donne medesime. Da qui si è fatta strada l’idea di selezionare le immagini televisive che avessero in comune l’utilizzo manipolatorio del corpo delle donne per raccontare quanto sta avvenendo non solo a chi non guarda mai la tv ma specialmente a chi la guarda ma “non vede”. L’obbiettivo è interrogarci e interrogare sulle ragioni di questa cancellazione, un vero ” pogrom” di cui siamo tutti spettatori silenziosi. Il lavoro ha poi dato particolare risalto alla cancellazione dei volti adulti in tv, al ricorso alla chirurgia estetica per cancellare qualsiasi segno di passaggio del tempo e alle conseguenze sociali di questa rimozione.

Sulla pena di morte

* foto da Wikipedia

Delara.jpgUna ragazza di 23 anni è morta in Iran. Muore in Iran Delara Darabi, la pittrice condannata a morte per un omicidio commesso a 17 anni.

Muore così. Si muore così. E’ una legge secondo la legge degli uomini di un paese.

La condanna a morte: più volte ne abbiamo discusso anche nel nostro paese.

Non avrei la forza di uccidere, anche se difronte a certe malvagità e atrocità, come nel caso di sevizie ai bambini, non vedrei altra pena se non quella di morte. L’istinto mi porterebbe all’odio di chi si macchia di una simile infamia e alla negazione della sua stessa vita. 

Se pensassi ad una giustizia divina, opterei per una pena rieducativa.

Se pensassi che non esiste Dio, opterei per una pena umana di condanna.

Se pensassi che l’uomo è Dio, opterei per la condanna a morte.