IL SINDACO, IL VENETO E IL VENTO DELLA LIBERTA’

Non posso crederci: si crea un autogoverno del popolo veneto; volete capirne le caratteristiche? Andate al sito del popolo veneto, dove troverete tutte le informazioni qualora vogliate essere riconosciuti come veneti doc. Dalla loro documentazione emerge che:

Possono diventare cittadini veneti: i nati da entrambi parlanti veneto oppure i discendenti fino alla seconda generazione (nipoti) di un parlante veneto nato in veneto oppure i residenti in territorio veneto (territorio della ex−Repubblica Serenissima) da almeno dieci (10) anni e che parli almeno un dialetto veneto oppure i nati in veneto parlanti veneto residenti da almeno 5 anni oppure attraverso l’accettazione del Governo della domanda per motivi speciali (rifugiati). 

 

Neanche nelle mie ipotesi fantasiose assurde (vd. mio racconto La Vecchia Europa) avrei potuto immaginare si potesse arrivare a tanto: per il momento si parla di folclore…a me non sembra, questi fanno sul serio, eccome! Come per le ronde padane, per le ronde nere e quant’altro di simile.

 

La Life lancia la “Polisia delle Venetie”:
«Sarà un corpo armato». È polemica

Pronti 100 uomini: «Come per gli agenti dello Stato non ci sarà bisogno del porto d’armi». Il Procuratore: «Spero scherzino» 

fonte: Il Gazzettino

La Life lancia la “Polisia delle Venetie”:
«Sarà un corpo armato». È polemica

Pronti 100 uomini: «Come per gli agenti dello Stato non ci sarà bisogno del porto d’armi». Il Procuratore: «Spero scherzino»

20090627_life01.jpgTREVISO (27 giugno) – Finisce all’esame della Procura di Treviso la prima uscita pubblica, con tanto di “polisia nationale delle Venetie”, dell’autogoverno del popolo veneto, il movimento venetista che giovedì scorso aveva cercato di opporsi, con una cinquantina di rappresentanti,

al pignoramento a Conegliano degli arredi della sede della Life, la rappresentanza degli imprenditori antifisco.

La Digos ha trasmesso un’informativa al procuratore capo Antonio Fojadelli sulla dimostrazione, alla quale avevano partecipato, tra gli altri, alcuni ex poliziotti e l’attuale capo dei vigili urbani di Cornuda, Paolo Gallina. Il giorno della manifestazione, Gallina risulta in ferie. PER LEGGERE TUTTO CLICCA QUI

 

Io inserisco un mio racconto, sulla libertà…

 

Giulia Penzo

Il sindaco

 

– Dammi i soldi!

Intimò l’uomo tarchiato col cappuccio nero all’impiegato dello sportello postale, puntandogli contro la pistola. Il paese era piccolo. Dentro l’ufficio postale non c’era nessuno, tranne i due impiegati. Forse uno di loro era il direttore. Anche i malviventi erano due. Uno stava controllando l’entrata e l’altro si faceva consegnare il malloppo. L’impiegato non se lo fece dire due volte. Aprì velocemente la cassa e consegnò i soldi.

– Anche l’altra.

Suggerì il bandito facendo segno verso la cassa dell’altro sportello.

– E non fare scherzi.

– Sì, sì.

Rispose impaurito l’impiegato, che si alzò per andare ad aprire l’altra cassa. Prelevò i soldi e li mise dentro il sacchetto che teneva in mano l’uomo col cappuccio e in quel momento gli arrivò veloce il calcio della pistola sulla tempia e poi non ricordò più nulla.

– Se non te ne stai zitto, a te un buco sulla fronte.

Disse il ladro rivolgendosi al probabile direttore, che se ne stava terrorizzato in un angolo.

Il direttore non fiatò e lasciò andare via i malviventi senza gridare. Poi, dopo cinque minuti di silenzio, corse fuori a guardare se i tipi se n’erano andati e ritornò dentro, a chiamare la polizia e l’ambulanza.

Fossanera non era un grande paese. Contava all’incirca 5000 abitanti. La rapina all’ufficio postale fu la notizia che permise di verificare con mano che la malvivenza era arrivata fin qui.

Fin qui arrivavano gli zingari, fin qui arrivavano i neri. Anzi, i neri prolificavano in questo paesetto e, senza di loro, la natalità annuale sarebbe arrivata prossima allo zero. Ad attirarli non era certamente il nome, né la benevolenza degli abitanti, ma la possibilità di trovare casa vicino ad una zona industriale che stava allargandosi a dismisura nel cuore della pianura padana, alla faccia di progetti locali “dal basso”, di salvaguardia del paesaggio e delle caratteristiche del territorio. Qui il territorio aveva solo una gran bella caratteristica, quella che i suoi abitanti non capivano niente di progetti locali “dal basso” e che in più c’era tanto tanto, ma tanto spazio. Campi innumerevoli spogli da spogliare e avvolti da una nebbiolina perenne che avrebbe tolto il buonumore anche ad uno psicotico nella sua fase maniacale.

– Direttore, ha notato qualche particolare strano?

 

Chiese il carabiniere della vicina caserma, che era venuto in sopralluogo all’ufficio postale, rivolgendosi al direttore dell’ufficio che se ne stava seduto, bianco da far paura.

– Sì, aveva un accento particolare, come…mmm…da straniero.

– Ha notato il colore della pelle?

– Sì, erano bianchi, giovani, bassi, ben piantati. Però sembravano, ecco, stranieri, anche dai lineamenti che s’intravedevano sotto il passamontagna.

– C’era qualche macchina ad aspettarli?

– No, nessuna, e poi c’era il mercato stamattina, si sono confusi tra la gente, ne sono sicuro.

Il carabiniere socchiuse gli occhi, come per vedere meglio i pensieri che si affollavano nella sua mente.

Il campo nomade! Ne era arrivato uno stamattina. Il sindaco aveva subito emanato l’ordinanza di sgombero immediato e i due carabinieri con i due vigili del paese erano andati con le buone maniere a presentarla ai nomadi. Forse una ripicca prima di andarsene. Chiamò la centrale e diede i dati relativi ai nomadi, che sicuramente avevano trovato un’area di sosta non molto lontano.

La rapina all’ufficio postale fu l’ultimo delitto, di una piccola serie d’episodi incresciosi che da qualche mese succedevano nel paese, piccole cose, certo, come quella della sparizione di tutti gli addobbi per la festa dei Santi Patroni; gli addobbi furono ritrovati nella piazzetta davanti ad un centro per disabili del paese. I disabili li riciclarono facendo creazioni artistiche, cosicché, alla fine, il fattaccio fu presto dimenticato, finché non accadde qualcosa di ben più grave.

A Fossanera sia i vigili sia i carabinieri facevano bene il loro lavoro. Tutte le sere, la macchina dei carabinieri passava per il paese per garantire un po’ di controllo e sicurezza su queste stradine nebbiose di campagna. La casa del sindaco si trovava in una di queste vie e qui la macchina passava un po’ più frequentemente. Il sindaco era un bell’uomo di 50 anni, non ancora sposato, ma si diceva se l’intendesse con l’impiegata all’ufficio anagrafe del comune. Tutti si chiedevano perché mai tentassero di nascondere quest’amore, già che in comune tutti n’erano a conoscenza. S’imputava che questo connubio non fosse trapelato per ragioni d’incompatibilità ambientale, nel senso che un amore nel posto di lavoro sembra un tradimento dei principi d’integrità e d’incorruttibilità che un lavoro di rappresentanza deve mantenere. Ma…, c’era anche chi spettegolava per un presunto interesse particolarmente puntiglioso del sindaco per le beghe sentimentali del paese, il cui passaggio obbligato era appunto l’ufficio anagrafe.

Il sindaco era un uomo abitudinario, e dopo il saluto ai carabinieri che quotidianamente accompagnavano il suo rientro, fu facile per i malviventi apprestarsi sotto la grande magnolia che ombreggiava la casa del sindaco e sorprenderlo, perché si sa quanto l’abitudine possa inficiare il controllo.

– Entra!

Gridò uno dei tre uomini che si erano materializzati alle spalle del sindaco mentre cercava di infilare le chiavi per entrare dentro casa.

Il sindaco si girò appena per vedere la pistola che gli stavano puntando alla schiena. Aprì il portone senza fiatare e con uno spintone ruzzolò dentro casa, come un sacco di patate, con la pancia rivolta a terra.

– Sta’ zitto, altrimenti ti faccio saltare le cervella!

Gli gridò contro uno di loro, mentre un altro con un grosso coltello da cucina si piazzava davanti alla porta, che avevano chiuso a chiave.

– Prendete tutti i soldi, ma andate via da casa, vi prego. Vi darò tutto.

Supplicò il sindaco.

La casa del sindaco era una bella villettina. Viveva insieme alla mamma novantenne che a quell’ora si trovava al centro diurno per anziani, dove se la spassava allegramente fino alle 19.00, ora in cui veniva riportata a casa dall’assistente sociale con la nuova tipo bianca appositamente comperata dal comune per il trasporto degli anziani. Perché era un paese piccolo, ma attento alle politiche sociali. Nel territorio, oltre al centro diurno per anziani, c’era un Centro educativo occupazionale diurno (quello che comunemente viene chiamato CEOD), gestito da un’Associazione sulla base di una convenzione con l’ULSS1, che occupava al suo interno una quindicina di ragazzi disabili; un Centro Occupazionale diurno gestito da una cooperativa sociale, dove i ragazzi con disabilità assemblavano le selle delle biciclette, prodotte da un’azienda del posto, ed un centro ironicamente chiamato “Villa serena”, una specie di residenza del tipo “dopodinoi”, sempre per ragazzi disabili in difficoltà perché adulti e senza genitori in grado di prendersene cura. In questo paese avevano molto a cuore il problema della disabilità.

– Al, prenditi cura dello stronzo. Disse uno dei banditi al terzo uomo, che se ne stava ad osservare in maniera a dir poco malevola il bel sindaco sdraiato per terra.

– Con piacere.

 Si accovacciò sopra la schiena del sindaco e, tirandolo per i capelli, sollevò la sua testa sino ad arrivare con la bocca all’orecchio del poveretto.

– Non voglio sentire un lamento, altrimenti ti spacco la testa, giuro su dio, testa di cazzo!

Gli sibilò, e con le mani attorno alla cinta gli slacciò e tirò giù i pantaloni.

L’altro si era accovacciato davanti con il coltello bene in vista e il sindaco non poteva muoversi.

– Fagli vedere cosa sai fare. Disse ridacchiando al complice, che già stava godendo sopra il pover’uomo.

Quello che accadde dopo, purtroppo il sindaco non fu in grado di raccontare. Si seppe solo che venne trovato mezzo nudo, in uno stato semincosciente dalla mamma e dall’addetta all’assistenza, che gli prestò i primi soccorsi. Il Sindaco si trasferì, dopo la breve permanenza all’ospedale, in un’altra città e di lui non si ebbe più notizie. L’impiegata dell’ufficio anagrafe, alle elezioni successive, diventò sindaco, non si sa per le sue capacità o in onore dell’ex primo cittadino; fu comunque una sorpresa che il nuovo sindaco se la cavasse meglio del precedente. Certo è che al suo insediamento volle una giunta tutta al femminile. Nonostante questo cambiamento, i fattacci di malvivenza, piccole cose, continuarono, finché non successe una cosa strana.

Tutto era pronto per la gran festa annuale del CEOD, dove i disabili presentavano i lavoretti svolti durante l’anno scolastico. Erano una quindicina di ragazzi, con disabilità varie, dalla sindrome di Down a ritardi mentali gravi, e qualche ragazzo psicotico. C’erano due educatrici e due addetti all’assistenza. Dentro si svolgevano vari laboratori, di ceramica, di cucina, di falegnameria e i lavori erano semplici, la natura degli ospiti lo richiedeva. La soddisfazione della mostra annuale era soprattutto per gli operatori del centro che avevano l’occasione per aprirsi alla comunità, per parlare d’integrazione. Era da una ventina di giorni che le educatrici erano in fermento.

Il banchetto e lo striscione di benvenuto erano in bella vista nell’atrio e accanto in un’altra tavolata, le famose torte dei genitori troneggiavano, in bella vista.

Le educatrici erano arrivate presto la mattina per gli ultimi ritocchi alla mostra.

– E’ perfetto. 

Disse Orietta, l’educatrice, rivolgendosi all’altra che stava attaccando l’ultimo manifesto con le foto dei ragazzi mentre lavoravano, nelle loro espressioni più riuscite.

– Già. I ragazzi, a che ora arrivano?

– Mah, dovrebbero essere già qua.

I ragazzi, infatti, venivano, di solito, prelevati la mattina presto dal pulmino messo a disposizione dal Comune e poi portati fino al centro per rimanervi tutta la giornata fino alle cinque della sera e riportati poi a casa.

Arrivò il pulmino. Elena, l’addetta all’assistenza che li avrebbe dovuti accompagnare, scese dal pulmino sconvolta e gridando.

– Non ci sono. Non ci sono, nessuno! Nessuno!

– Ma cosa dici? Calmati, spiega quello che è successo.

– La polizia e i carabinieri stanno indagando. Sono partiti tutti, tutti!

Rispose Elena, mentre l’autista del pulmino, altrettanto sconvolto, scendeva anche lui per confermare l’accaduto.

– Stamattina abbiamo fatto il nostro giro delle fermate e ci sembrava strano che proprio oggi i ragazzi mancassero. Così ho pensato di telefonare alle famiglie, forse si erano messe d’accordo in altro modo. Ma nessuno rispondeva e allora abbiamo deciso di andare a casa di Mario. Lo sapete anche voi che ha la mamma vecchia e che non l’avrebbe potuto accompagnare da sola. Quando siamo arrivati, abbiamo provato a suonare ma non rispondeva nessuno. La porta era aperta e siamo entrati piano piano.

Qui Elena si interruppe per piangere. Così continuò l’autista a parlare.

– Dentro era tutto buio, quando all’improvviso dalla cucina abbiamo sentito un lamento e lì abbiamo trovato la mamma di Mario.

– E cosa vi ha detto?

Chiese con impazienza Orietta, pensando alla mostra. La mostra! Tra un po’ sarebbero arrivati, il Sindaco e il Direttore dei Servizi Sociali, e loro cosa avrebbero detto? Spiacenti, non ci sono i ragazzi?

– Veramente non poteva dire nulla, perché era legata e imbavagliata.

– Imbavagliata? Ma cosa è successo? E Mario?

– Mario è scappato.

– Scappato? Ma-rio? Sei sicuro?

– Sì, sono scappati tutti. 

– Scappati tutti? Ma a chi ti riferisci?

– A tutti i ragazzi del centro. Sono scappati. Fabio si è finto un operatore e se ne sono

andati.

– Sì, ho capito, ma non saranno tanto lontani…, i genitori …

– No no, hanno preso l’aereo.

– Ma ma…, l’aereo, dai, non scherzate!

– Non scherziamo e, da quel che ho capito, parlando con la polizia si sono presi i passaporti di una comitiva di disabili americani e adesso sono lì.

– Lì dove?

– In America!

Orietta si accasciò per terra. Il sindaco quando arrivò, trovò tutti che piangevano. A nulla servì ricordare che era anche per merito loro se i disabili avevano acquisito queste capacità d’autonomia, d’indipendenza.

– Ma quale indipendenza! Sboffonchiò Orietta tra le lacrime.- Sono dei criminali! Ecco, li dovrebbero rinchiudere tutti! Pazzi criminali!

Il sindaco, ex impiegata d’anagrafe, li conosceva tutti i ragazzi. Guardò le foto dove erano ritratti mentre lavoravano. Pensò alle famiglie, tutta gente che si era data da fare per creare questi centri, per i propri ragazzi. Guardò i lavoretti fatti, quanta fatica per loro, e anche gioia nello stare insieme, ma anche solitudine e isolamento. Guardò il salone del centro. Guardò gli operatori, soli e desolati. Avrebbe voluto dire loro che il sindaco precedente aveva dato già l’autorizzazione per un altro ceod. Ma pensò che invece avrebbe ritirato l’autorizzazione e, al suo posto, avrebbe creato un bellissimo centro culturale e laboratori, in cui tutti avrebbero avuto l’accesso, sarebbe stato bello anche per i giovani del paesetto avere laboratori, vita culturale, tutti insieme, con operatori preparati; sarebbe stato un arricchimento anche per i ragazzi disabili.

E così sorrise mentre li immaginava in volo, in un viaggio verso l’ignoto, verso l’altro, verso altre persone, a visitare un mondo nuovo, ad assaporare la grandezza della libertà.

Anche a Fossanera tornò la tranquillità.

Dei ragazzi non si seppe più nulla. Fu scoperto per caso che a fare la rapina alle poste erano stati alcuni dei ragazzi disabili fuggiti. A casa di uno di loro si trovò la pistola e che mancava, nella serie dei video, raccolta dal padre, quella che davano in omaggio settimanalmente col quotidiano, proprio un film:

Papillon. 

Nessuno però si accorse che, dalla videoteca, mancava anche una brutta serie di film porno.

 

1 In Veneto AULSS è Azienda Unità locale sociosanitaria; corrisponde alla ASL delle altre regioni.

LE FOTO INSERITE NEL RACCONTO SONO STATE PRELEVATE DAL WEB E NON HANNO ALCUNA ATTINENZA CON IL RACCONTO STESSO.

BUON FUNERALE, PROFESSORE!

Scuola, Gelmini: “Penso a un bonus per chi studia alle private”

Così parla la nostra Ministra Maria Stella Gelmini a proposito della difficoltà di scegliere liberamente se andare in una scuola pubblica o privata. La difficoltà ce l’ha solo chi può scegliere soltanto di fare la scuola pubblica e non viceversa! Qui si ribalta la logica naturale del diritto. Mi viene il dubbio che dinnanzi alla disfatta della vita morale del premier, non si offra un bonus in cambio di…cosa?

A questo punto potrei dire che vogliono fare il funerale alla nostra scuola pubblica…

Vabbè, inserisco questo mio racconto che intanto augura Buon funerale ad un professore…

Giulia Penzo

Buon funerale, Professore!

 

Quella mattina, entrando in classe, avevo salutato frettolosamente i miei studenti.

Alcuni già col loro sorriso cominciavano a irritarmi, soprattutto se ripensavo che, proprio per essere a scuola quella mattina, avevo lasciato mio figlio all’asilo in maniera sbrigativa, con un bacetto sulla guancia e un abbraccio altrettanto fugace.

Poche parole di consolazione per quel pianto a dirotto che ogni giorno non mi lasciava tregua e le mani dell’educatrice che me lo sottraevano con un approccio che mi pareva più materno del mio.

Non sarei mai stata una buona madre. Forse, nemmeno una brava professoressa.

«Ragazzi, aprite il libro a pagina 113, trovate San Francesco d’Assisi; cominciamo la lezione sulla letteratura religiosa» attaccai senza tanti preamboli.

«Scusi prof, oggi non doveva interrogare?» mi si rivolge con aria investigativa Chiara, la ragazza del primo banco.

Guardo Chiara, due grandi occhi aperti verso il mondo, che aspettano da me qualcosa – che cosa vuoi da me, Chiara? – penso tra me e me.

«No ragazzi, mi sono accorta che sono un po’ indietro col programma e, mi dispiace, non darò nessun’altra possibilità di rimediare ai voti che già sono stati espressi in questi mesi. Ormai il quadrimestre è finito e se qualcuno voleva uscire interrogato, doveva farlo prima»

Chiara mi guarda con occhi delusi e meno interrogativi, ma non voglio ingraziarmi la simpatia di nessuno, tanto meno dei miei studenti.

Una cappa di silenzio rende glaciale il clima dell’aula.

Sono sempre andata avanti con le mie forze e questo è senz’altro qualcosa che mi dà una soddisfazione particolare, perché odio i raccomandati, i figli di papà che credono di vivere da parassiti grazie ai loro vantaggi ereditari. I ragazzi devono sapere che la scuola è impegno continuo ed io che sono una professoressa glielo devo insegnare: un giorno mi ringrazieranno per questo.

Continuo la lezione, che scivola quieta lungo le due ore successive.

La grazia e la poesia del Cantico di frate sole ci aiutano. Il fuoco è bello e robustoso e forte e i ragazzi ne sono estasiati come tutti noi fin da piccoli, che ci immaginiamo questo turbinio di sole stelle e luna simile al quadro di Van Gogh, di quell’azzurro cielo e giallo profano che circonda i nostri pensieri umani. La divinità è nell’arte, nella capacità umana di trasformare l’essenza del creato in qualcosa da condividere tra noi, esseri viventi tutti.

La campanella ci riporta alla realtà della nostra aula.

«A domani, ragazzi » saluto io, prendendo di corsa la borsa con tutte le mie carte.

«Arrivederci professoressa!» mi salutano in coro.

Corro veloce a prendermi il cappotto, scambio qualche parola con gli altri miei amici insegnanti. Ormai conosciamo le nostre abitudini e i nostri affanni. Tra noi qualche punzecchiatura, ma solo per incitarci a vicenda a non mollare nei momenti di difficoltà.

«Andrea ha pianto anche oggi, vero?» mi chiede Anna, una professoressa che insegna matematica da trent’anni e che ormai sa scrutare le mie occhiaie da notti insonni.

«Sì, purtroppo» le rispondo, «oggi ho anche una giornataccia, perché c’è il collegio docenti e devo mandare la mia mamma a prendere Andrea. Mi sembra davvero di approfittare di lei» concludo abbattuta. Mia mamma non è vecchia, ma mi dispiace addossarle questo impegno.

«Ma va là, sai che la tua mamma lo fa con amore» mi risponde Anna, nel tentativo di consolarmi.

«Sì, hai ragione» le rispondo per rassicurarla. In effetti, lei ha parole buone per tutte, ma è tra le poche che avrebbe davvero bisogno di essere rincuorata. Per via di sua madre, con un tumore da dieci anni e lei che se la cura in casa nonostante debba badare anche a tre figli e al lavoro da insegnante.

Le do un bacetto veloce sulla guancia: «Ciao, ci vediamo oggi pomeriggio »

La mattina è bella, piena di sole. Corro veloce al supermercato per prendere due cose per pranzo e per cena: mozzarelle sono il mio piatto forte.

Lungo i portici che si snodano attraverso la mia città, vedo un gruppetto di persone ferme a guardare le epigrafi.

Di solito non mi soffermo, ma il gruppetto di persone è troppo folto e forse il morto è qualche ragazzo giovane.

Guardo anch’io e resto sorpresa. E’ il mio Professore, il mio vecchio, già allora vecchio, professore di italiano e latino.

Sì, è proprio lui, il professore che amava Dante e che non amava me, di sicuro. Certo non mi apprezzava come studentessa. Da lui non avevo mai preso un voto superiore al sei, eppure scrivevo con passione e il mio sogno era quello di diventare giornalista. Alla maturità mi aveva presentato con una misera sufficienza, ma il mio orgoglio si rallegrò quando all’esame di maturità il mio compito di italiano risultò il migliore di tutto il Liceo e finalmente conquistai il desiderato “otto”.

Il danno era comunque fatto e uscii dal liceo con un misero 50/60. L’iscrizione all’unico corso per giornalisti indetto a quel tempo dal Corriere della Sera purtroppo risultò aperto solo ai sessantini e la mia delusione e le maledizioni contro quel professore che mi aveva presentato con un immeritato voto alla commissione d’esame si trasformarono in un rancore che sembrava assopito e che invece riaffiorò quando lo vidi lì, ritratto su quel foglio bianco e le parole nere che annunciavano il suo funerale. Avrei preso un’altra strada…, forse.

Il funerale era quello stesso pomeriggio, un’ora prima del collegio docenti e volevo parteciparvi, per rivedere tutti i miei compagni e fare una specie di rimpatriata anche se in un contesto infelice. Quel pomeriggio salii la scalinata di quella chiesa e quello che vidi, quando entrai, mi lasciò impietrita. La chiesa era quasi vuota, tranne le prime panche occupate dei parenti. Non c’erano i miei ex compagni di scuola. Non ero riuscita ad avvertire nessuno, ma non c’era proprio nessuno, neanche gli studenti che mi dicevano allora di ammirare il professore, e non c’erano nemmeno quei professori della scuola con i quali il Professore aveva trascorso tante ore di didattica insieme. Dov’erano tutti quanti? Possibile che nessuno, tranne me, sapesse del funerale e non si fosse sentito in dovere di dare l’ultimo saluto a quel vecchio professore col quale avevamo condiviso una parte importante della nostra vita?

Il prete terminò la funzione ed io lo salutai a mio modo, sentendo che quel rancore nei suoi confronti, in fondo, si era del tutto assopito: «Addio professore, per l’ultima volta. Non sei stato granché come professore, ma sei comunque parte di me e, come vedi, ti sono riconoscente per quegli anni. Buon funerale, Professore!»

La mattina successiva lasciai Andrea all’asilo, e lui stranamente non si mise a piangere. Pensai che, come tutti i bambini, avrebbe pian piano acquisito un po’ di sicurezza in se stesso e un po’ di fiducia nei confronti di quell’estranea, l’educatrice, a cui lo lasciavo per quasi un’intera giornata.

Così forse anche i miei studenti?

Entrai in classe felice e guardai Chiara e finalmente mi parve di comprendere i suoi occhi: «Oggi, ragazzi, interrogo chi lo desidera e domani, chi vorrà, potrà avere altre possibilità; forse ieri sono stata troppo dura con voi. Ma prima vi voglio chiedere una cosa:… verrete al mio funerale? »

I ragazzi mi guardavano sorpresi e preoccupati.

«No, niente di grave» li rassicurai, «mi riferisco a qualcosa che potrebbe succedere fra molti, molti anni, naturalmente…, o forse mai, considerando la mia immortalità…» e mi misi a sorridere.

«Sì, professoressa, verremo tutti al suo funerale» risposero in coro divertiti.

Avrei offerto a loro e a me stessa una possibilità, quella di vivere insieme felici questi anni meravigliosi di vita e, chissà, in futuro qualcuno di loro avrebbe detto (ne sono sicura):

«Buon funerale, professoressa! »

4 uomini vestiti da donna

E’ un racconto che odio, questo racconto che si intitola 4 uomini vestiti da donna e che vi inserico qui di seguito completo (l’avevo tagliato, ma soffrivo a leggerlo incompleto), non so come sia nato da una mia idea bizzarra, e come in questo momento in cui rimpiango il mio sandalo roccobarocco (l’altezza del tacco era questa, ma molto molto diverso dall’immagine che inserisco)andato disperso nel piazzale antistante ad una pizzeria, mi venga in mente di pubblicare in questo mio blog assurdo, che tra un po’ chiuderò perché ormai ha perso ogni significato.

Non vi racconterò come ho perso il sandalo, questo lo lascio alla vostra fantasia…

 

Giulia Penzo

4 uomini vestiti da donna

 

4 uomini vestiti da donna ballavano attorno ad una tavola. Brindavano, gridavano come ossessi e saltavano impazziti. Gridavano forte:

Ce l’abbiamo fatta!

Evviva!!!

Si, sì, sììììììììì.

Si abbracciavano e ridevano, si guardavano negli occhi e piangevano. A guardarli sembravano proprio matti.

No, no, noooo…- esclamò improvvisamente uno di loro, diventando paonazzo per lo sforzo e battendo, ad ogni no, il bicchiere pieno di vino sul tavolo.

No, non ci avrei mai creduto, questo è troppo, troppo anche per me!

E dicendo queste parole, assunse il colore del vino che teneva in mano. Cercò di portare l’altra mano alla gola come per tentare di aprirsi la bocca e respirare meglio. Gli occhi strabuzzavano e gli altri, quando s’accorsero che l’amico non scherzava, rimasero immobili a guardarsi, come fosse impossibile che dovesse schiattare proprio ora che avevano raggiunto il loro scopo, in quel momento di felicità assoluta.

Accorsero subito a sostenerlo.

Mario!!- gridarono in coro.

Le loro mani riuscirono a tenerlo prima che cadesse e se fosse caduto sarebbe stato tragico perché Mario era di una grassezza impressionante, grasso al punto che si era fatto creare apposta delle sedie su misura, con la sua firma, naturalmente, e queste sedie ora troneggiavano attorno al grande tavolo. In quelle sedie qualsiasi uomo e donna di stazza normale si sarebbe sentito fuori posto, perché così alte e larghe che, sedendoti, le gambe ti stavano sollevate da terra come un bambino sul seggiolone.

I tre uomini guardavano preoccupati l’amico, che ora sembrava tornare di un colorito più naturale.

Ci hai fatto prendere uno spavento!- disse uno di loro.

Macché, mi era andato di traverso un salatino!– sboffonchiava Mario. – Puah!! Che schifo, stavo per soffocare!

Sei peggio di quell’ubriacone in tv! – rispose uno degli amici, indicando alla televisione il presidente di un qualche paese che sembrava sorretto dal piedistallo dove parlava.

Siete cretini. E volete che me ne vada proprio adesso che mi posso gustare tutto quello che voglio? – e con l’occhio indicò un cameriere, che se ne stava sensualmente appoggiato allo stipite della porta, quasi completamente nudo, se non avesse avuto addosso uno slip leopardato di dimensioni microscopiche, che presentava due buchi inanellati, uno sul sedere e uno davanti, da cui sporgeva il pene dell’uomo di dimensioni macroscopiche.

– Pronto per l’uso – sussurrò, facendo l’occhiolino agli amici.

Gli altri scoppiarono a ridere.

Ormai si erano messi seduti attorno alla tavola. Erano sudaticci e accaldati. Prima, mentre correvano, si erano tolti i vestiti un poco alla volta e, adesso, se ne stavano stravaccati in reggiseno e mutande e, da un punto di vista puramente estetico, non era proprio un bello spettacolo.

Giorgio, – disse Mario, con cattiveria, – ma quando ti è venuta quella pancetta e quella brutta pelle grinzosa?

Giorgio era un uomo sulla cinquantina. Nonostante le rughe, i muscoli flaccidi, lui diceva che le donne andavano pazze per lui. Che cretine! – pensava- noi facciamo di tutto per farle sembrare stupide e vecchie e loro ti osannano.

Non riusciva proprio a capirle. Erano proprio senza dignità, le donne.

Quanti anni sono che andiamo avanti con questa storia?- domandò Giorgio agli altri, sorvolando sulla domanda.

Ormai sono vent’anni. Vent’anni che prendiamo in giro tutte. Donne di qualsiasi tipo, strato sociale, di diversa età, di livello culturale diverso. L’avevamo detto. Sono tutte sceme. Dalla prima all’ultima! – rispose Giacomo, con una smorfia di disgusto.

Giacomo indossava una splendida sottoveste di seta nera, che bene si accostava al colore dei suoi capelli grigi, che scivolavano delicatamente sulle spalle. La gentilezza dei gesti male si accostava però al suo sguardo intrinsecamente carico di disprezzo, per tutto. Non si capiva com’era riuscito ad entrare nel gruppo. Non era amico di nessuno in particolare e più di qualche volta gli altri avevano paura della sua freddezza, anche nei loro confronti, ma era geniale. Le sue collezioni erano geniali, pura e semplice fantasia.

Alberto guardava l’amico sorridendo, ma cominciava a provare fastidio.

In fondo lui era un artista, si sentiva artista e quell’idea malsana iniziata per gioco, adesso cominciava ad infastidirlo. Gli precludeva la possibilità di pensare ad altro, alla sua libertà. Odiava quel giorno in cui, seduti proprio a quello stesso tavolo, avevano nominato quel progetto che avrebbe avuto un successo strepitoso.

Quel giorno, quasi vent’anni fa ormai, dopo una sfilata comune, in cui tutti e quattro avevano ricevuto l’acclamazione del pubblico, si erano ritrovati a casa di Mario a parlare d’arte, di bellezza, di denaro, di uomini e donne. Erano quattro stilisti famosi, ricchi, intelligenti.

Era stato Alberto, pur senza volerlo, a suggerire l’idea. A quel tempo era magro e bello, abbronzato e adorava il glamour alla katharine hepburn .

Quella sera di vent’anni prima successe così che, dopo il brindisi, Mario iniziò a parlare…

 

Quella sera di vent’anni prima successe così che, dopo il brindisi, Mario iniziò a parlare… 

Sono stanco, stanco. Vogliono sempre cose diverse, vogliono sembrare belle, bellissime, e vogliono ostentare, ostentare senza apparire di ostentare. Quasi quasi ritorno a fare l’architetto. Hanno vitini da balene e vogliono apparire sirene!

Ci pagano profumatamente – rispose Alberto, – e ci amano!

Sì, hai ragione. Ma non vedi come siamo costretti a vestirci? Noi? Hai mai provato a indossare uno di quei vestiti che noi creiamo per loro? Quando mettiamo i loro vestiti sembriamo puttane sfatte!, riprese Mario che si immaginava fasciato in qualche abito da lui ideato, invidiava le donne, che si potevano vestire liberamente. Mario, lo sapevano anche gli altri, aveva una propensione amorosa per gli uomini e la sua vita intima era un disastro.

E vestiamole da puttane, allora! Facciamo tutte insieme un bel bordello e noi con loro! – suggerì ironicamente Alberto.

Da puttane…? mmmmhhhh, mica male l’idea!- Mario si era alzato in piedi come preso da un’incontenibile voglia.

Sì, sì, sìììì, è un’idea meravigliosa, meravigliosa!

Mario si precipitò a prendere una delle sue ultime creazioni, che se ne stavano appese malinconiche nel salone.

Portò agli amici un bellissimo abito in raso di seta azzurra, semplice ma d’effetto, con un piccolo strascico.

Che me ne faccio di questo?

Gli altri lo guardarono incuriositi. Che fosse impazzito?

Se io lo indosso sembro una troia. Se “lei” lo indossa sembra una dea.

E allora? – chiesero gli altri in coro.

Allora? Non capite? Allora, faccio sembrare troia anche lei!

Prese una forbice e tagliò un buco all’altezza del seno e aggiunse spacchi laterali.

Al posto dei buchi ci potete mettere quel che vi pare – consigliò seriamente Mario. E ci aggiunse ridacchiando un altro buco all’altezza dell’inguine.

Facciamo collezioni tutte uguali? Tutte bucate? – rispose sorridendo Alberto, credendo di essere ironico.

No, cretini, ognuno si ingegna come può, è l’obiettivo finale a rimanere unico. Distruggere, distruggere l’immagine della donna. Inventatevi la donna dandy, la donna barbie, la donna che cazzo volete voi, qualunque sia, distruggiamo l’immagine della donna e facciamola diventare un’i-ne-qui-vo-ca-bi-le donna battona!!!- lo disse come spinto da un’ispirazione incontrollabile e con una veemenza che spaventò.

Gli altri si guardarono negli occhi e rimasero un attimo in silenzio a riflettere.

Siamo famosi – cominciò a parlare, con aria questa volta seria, Giacomo.

 

Ormai abbiamo il nostro giro d’affari. Sappiamo come muovere i capitali e le tendenze. L’arte o è rivoluzionaria o non è niente, diceva un vecchio filosofo. Il capitale ci ha richiesto la donna manager e noi gliel’abbiamo fatta. Il vestito della liberazione: tailleur, pantaloni, scarpe comode. L’abbiamo avuta noi nella testa prima ancora che occupasse un tavolino come portinaia.

 

Sì. Hai ragione, – rispose Alberto – ma abbiamo creato anche il suo opposto. La donna ideale. Bellissima, elegante, intelligente. La donna che non ha potere ma che ha il potere su chi lo detiene.

Già. E’ questo che ci rovina. Siamo artisti, abbiamo bisogno della nostra libertà.- Mario batté i pugni sul tavolo.

E’ l’iconoclasta colui che lascia i quadri più duraturi nei rari casi in cui non nasce con le mani vuote” – esclamò seriamente Giorgio, che fin allora se ne era rimasto zitto ad osservare cupo gli altri. – Ehm, lo diceva Boris Pasternak! – si premurò di specificare quando gli altri lo guardarono con aria interrogativa.

Non facciamo gli intellettuali. Quello che pretendo io è bassezza allo stato puro; Giorgio, qui non si tratta di un gioco d’artisti. E’ la conquista della libertà, della nostra libertà. Facciamole diventare tutte prostitute. Dalla vendita del corpo alla vendita delle proprie idee, non c’è alcuna differenza, nessun salto. Dalla prima all’ultima, si venderanno e dinnanzi agli altri sembreranno “alla moda”, “secondo la morale”. Alla donna non rimarrà granché, credetemi! – questa volta, Mario era davvero serio.

Fu così che suggellarrono il patto, tutti quattro d’accordo e ben presto a loro se ne aggiunsero altri: fecero scuola e crearono scuole.

Il messaggio che portavano con sé era davvero chiaro, così chiaro che anche altri ne approffittarono, anche le altre, prima di tutto.

Erano arrivati all’obiettivo finale. Scopo raggiunto.

La festa iniziò quando la prima pornostar si sedette in parlamento. Il completino che indossava era un vero schianto.