LETTERA D’ALTRI TEMPI

 

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La lettera di Anna

 

 

Caro Giovanni,

è finita. Tra me e Alberto è finita.

Lo sai come adesso mi posso sentire; non è stato facile per me prendere questa decisione, ma ho dovuto.

Questi ultimi mesi sono stati difficili e non ti ho più scritto, anche se ho continuato a leggere e ricevere settimanalmente le tue lettere.

Per me quello che scrivevi è stato particolarmente importante: sapere che tu mi eri vicino, anche se distante, ha significato avere la consapevolezza di essere amata e di non essere sola.

La morte di Alice mi ha precipitato in un baratro senza fine e la forza di risollevarmi l’ho trovata anche grazie al tuo aiuto.

Alice…, non pensavo fosse così importante per me. Certo, era mia figlia, ma, inconsapevole, l’avevo messa al mondo e per questo l’ho voluta crescere senza ascoltare nessuno, convinta che una buona madre deve essere felice e per questa mia felicità l’ho dimenticata.

Devo ringraziare mia madre se mia figlia, in questi brevi anni, ha potuto conoscere un po’ di vita familiare tranquilla.

Alberto, lo sai com’è fatto, non l’ha mai voluta vedere.

Certo, regali continui, ma non ci sa fare con i bambini, dice che gli fanno paura.

Non è venuto nemmeno al suo funerale.

Quel giorno, davanti alla piccola bara, volevo piangere ma ero senza lacrime: per lei non sono riuscita a fare neanche questa misera cosa.

Nell’ultimo mese non si è fatto sentire e vedere anche se gli amici mi raccontavano che Alberto conduceva la vita di sempre.

E’ rimasto con sua moglie ed io mi sono convinta che stavo inseguendo un inutile sogno d’amore insieme a lui.

Mi ha sempre preferito lei, sostenendo che era la più fragile, la più insicura. Probabilmente ha ragione, ma sbagliava quando pensava che, per il solo fatto di avere un figlio, io fossi al riparo da qualsiasi solitudine. Con Alice credeva di avermi fatto il regalo più grande,

ma Alice non era un suo regalo: lei era nata da sola e da sola se n’era andata, come a testimoniare la nostra inadeguatezza per lei, figlia del mondo più che nostra.

Giovanni, ora ho bisogno di te.

Ho cercato di allontanare il dolore continuando a lavorare, sai come tengo al mio lavoro, ma ora mi è impossibile anche ogni piccolo gesto quotidiano. Ho bisogno anch’io che qualcuno mi faccia sentire al sicuro, al riparo dalla mia costruita indifferenza, che mi avvolga del suo calore, che mi accarezzi il viso quotidianamente, come tu facevi mentre io volgevo lo sguardo altrove.

Nell’ultima lettera mi hai scritto che ti mancavo e che volevi rimanere distante finche non fossi stata definitivamente libera.

Ora lo sono.

Alberto l’ho salutato ieri per sempre e credo di averlo umiliato così tanto che non oserà più tornare da me.

L’ho voluto ferire nella sua intimità, come aveva fatto con me.

Ma io gli avevo dato un’ultima possibilità, non d’amore, ma di riscatto, se solo avesse ammesso le sue responsabilità.

Lui invece, meschinamente, ha ascoltato solo il suo orgoglio maschile, calpestato perché, per una volta, sono stata io ad usarlo e a farlo scendere da quel piedistallo di disincanto che mi credeva sua merce.

Ha preferito andarsene senza alcun chiarimento.

Giovanni, ti amo e ti aspetto, ancora se vuoi,

Tua Anna

SE LE DONNE CREDESSERO IN SE STESSE

Mah, sinceramente io sono stufa di sentire parlare di autocoscienza, autocritica, perché tra noi donne non c’è aiuto reciproco, perché non va avanti il merito, perché non vengono considerate le competenze, ecc…: tutti concetti vuoti, tutte parole belle vuote come noccioline rinsecchite, che negli anni ‘70 avevano un senso, un significato, oggi no.

Ragazze, oggi siamo più scolarizzate degli uomini (vd. indagine ISTAT), persino le veline sono laureate. E manco stupide. Più autocoscienti di loro non ce ne sono.

Autocritica: tra noi donne ci sono emerite imbecilli, né meno né più rispetto agli uomini.

Il merito e le competenze: ci sono varie definizioni di merito e di competenze, tutte in discordanza tra di loro, come discordante è la realtà dai nostri sogni. Manuale di sociologia alla mano.

Vogliamo la concretezza e il virtuale ci aiuta molto. A ragionare, a creare rete.

Facciamo qualcosa di concreto come le donne degli anni ‘70.

Facciamo cadere sto governo COME DONNE.

Facciamolo cadere, solo noi donne, di destra e di sinistra, non importa il colore, perché il disprezzo che questo governo ha nei confronti di TUTTE le donne, è un disprezzo che ci mette tutte nella stessa condizione.

FACCIAMOLO CADERE, noi donne, solo noi donne! E se nn ne siamo capaci, beh…allora ben ci sta, significa che contiamo proprio poco e che per sedere in parlamento dovremo andare a letto…(ma non sapremo mai in quale letto)…

Se solo le donne credessero in se stesse!

 

PER UN BLOG DIFFERENZIATO

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Scusatemi,

sto provando la differenziata. Il post precedente è finito tra la plastica molle. Non so quale parte di questo blog finirà nel secco, tra la carta o  l’umido.

Ho avuto un po’ di resistenza nello schiacciare un commento, ma andrò a scusarmi col diretto interessato.

D’altra parte, che volete, pensate se ogni blogger, dopo un po’,  autodistruggesse le proprie produzioni?

Non ci sarebbe bisogno di censura, o di rettifica come si chiama in realtà.

E, d’altra parte, chi scrive cavolate (molte, come la sottoscritta) potrebbe sempre rimediare.

Un blog “carpe diem”, per essere sempre coerenti con se stessi.

IL CORPO e UNA NUOVA OLIMPIADE

Il corpo…uh, uh, quante definizioni ci sono sul corpo?

Basta prendere lo Zingarelli e ci si diverte (eh, sì, io più del web mi fido ancora dei vecchi vocabolari cicciuti).

Corpo liquido (d’estate lo sentiamo proprio), solido (acc! sempre a combattere con la bilancia!) e gassoso (passato a miglior vita)… Per non parlare di tutti i modi di dire: andar di c., spirito di c., aver c., il c. del discorso, il c. del reato, ecc… ecc…

Nello zingarelli manca “il corpo delle donne” (acc! che bello il documentario Il corpo delle donne, da guardare proprio). E credo sia un corpo particolare, un neologismo dotato di un’eccezionalità tutta propria, se lo vogliono imbalsamare dappertutto, schiaffandocelo in tutte le salse, e in tutti i modi che nemmeno lo Zingarelli riuscirebbe ad elencare. Essendo donna e guardando le pubblicità, mi stupisco anch’io delle possibilità metaforiche del mio corpo. Il mio corpo può rappresentare una salsa al ragù, un gelato, una macchina, una macchina del caffè, un aperitivo, un biscotto, una moto, una crema solare…e questo in maniera indistinta e indifferente. E come un corpo solido, ci vengono attribuiti vari lati: il lato A, il lato B, il lato C…tutto in senso lato, naturalmente…

Eh, sì, noi donne siamo un corpo eccezionale! Qualcuno parla anche di diavolo con sembianze molto carine…

E pensiamo quanto buffo e contradditorio è il mondo, quando una donna in sé eccezionale come la grande nuotatrice federica_pellegrini4.jpgFederica Pellegrini decide di esporre il proprio corpo in una rivista di moda (su Vanity Fair), e il parroco del suo paese natale, scandalizzato, la invita a scegliere tra il velinismo e la carriera di nuotatrice.

Federica Pellegrini non è una donna che mostra il suo corpo per avere vantaggi (economici o d’immagine: e qui mi pare il “velinismo”), lei è una donna che con la propria forza e i duri allenamenti ha dimostrato il proprio valore, un valore che emana anche nella bellezza del suo corpo (con una testa!) e che mostrandolo ci illumina sulla bellezza umana, della persona nella sua interezza.

Tempo fa avevo scritto un racconto proprio sullo sport. Lo inserisco ora, ripensando a quanto bello sia lo sport e a quale bellezza lo sport ci potrebbe condurre.

 

Giulia Penzo

Una nuova Olimpiade

Michele ogni sera si allenava. Certo che era stanco. Dopo otto ore in ufficio si sentiva le ossa rotte, si sentiva vecchio nonostante avesse solo 31 anni. Però era anche felice.

Rappresentare il suo Paese, proprio lui? Era stato bellissimo ricevere la notizia. lavoro-ufficio.jpgErano arrivati nell’ufficio dell’azienda dove lavorava di mattina presto: due uomini e due donne, elegantissimi nel loro vestito blu con lo stemma del Comitato per le Olimpiadi. Una delle due donne gli si era posta dinnanzi, parlandogli in modo solenne:  – È  lei il Sig. Michele Frantorio?

Michele aveva annuito silenziosamente con un cenno del capo.

–  Siamo i rappresentanti del Comitato Olimpico. Lei è stato selezionato ufficialmente come l’atleta che parteciperà alla gara dei 100 m. maschili, rappresentando l’Italia. Domani ci sarà la nomina ufficiale davanti al Presidente della Repubblica. Lei accetta?

Non ci credeva, non era possibile, proprio lui? Da quanto tempo non indossava le scarpe da ginnastica? Dai tempi del Liceo, pensava. Ma, ora, era lui a trovarsi davanti alla bellissima donna che le porgeva il papiro con la nomina e l’elenco, contenente i nomi di tutti i partecipanti alla selezioni, ossia tutti i maschi italiani dai 18 ai 31 anni. E lui c’era entrato per un pelo! Fra poco avrebbe compiuto i 31 anni. Il sorriso gli salì alle labbra e da esse uscì un flebile sì, chinando il capo e sognandosi sul podio con la medaglia d’oro sul petto e lo stadio osannante il suo nome. L’applauso di tutti i compagni di lavoro del suo ufficio lo riportarono alla realtà. Si erano alzati in piedi e gli tributavano onore, chi battendogli la mano sulle spalle, chi gridando il suo nome, chi dicendo: “Grazie per aver accettato, sei grande! Ora, sei tutti noi”.

***

Barbara, invece, si vide consegnare la notizia mentre stava preparando la colazione per i due figli. colazione%20L.jpgOgni mattina alzarsi era uno strazio. Metteva la sveglia un quarto d’ora prima delle 7.00 e se ne stava nel letto, tra le coperte, a gustare gli ultimi, e ormai unici, momenti di riposo assoluto della giornata. Pensava a qualcosa di bello e se lo ripassava nella mente per appropriarsene completamente. Sentiva già il mal di schiena che, neanche dopo una notte di sonno, le dava tregua. L’ora dell’alzata mattutina l’avrebbe ben volentieri cancellata dall’arco dell’intera giornata. Poi, allo scoccare dell’ultimo minuto, con rassegnazione, prima che suonasse, spegneva la sveglia e con un colpo di reni si dava la spinta e si alzava cercando di trovare in sé tutta l’energia per affrontare  la forza vitale dei suoi bambini.

 Cominciò a gridare: – Alzateviiiiiii!!! Con un gesto deciso rovesciò le coperte e sbucarono due teste bionde. – Mamma!, lasciaci dormire un altro po’!

Si fermò a guardare le faccine offuscate dal sonno. Com’erano belli! Un concentrato di vita, la mia vita, pensò Barbara. E ripensò a quando era lei a trastullarsi nel letto e suo madre arrivava con aria falsamente cattiva. Sorrise. Era bello non dimenticarsi di sé. Il campanello alla porta in quel momento suonò. Chi mai poteva essere a quell’ora? I due bambini si alzarono in allarme. Con un gesto li zittì e, quatta quatta, s’avvicinò alla porta del minuscolo appartamento in cui abitava. Dallo spioncino vide quattro strani individui, la presenza delle donne la rassicurò. 

        Chi è?

Domandò con una voce rauca, che le era uscita dalla bocca in un misto di paura e di curiosità.

         Siamo i rappresentanti del Comitato Olimpico. Lei è la Sig.ra Barbara Fossa ?

         Certo, sono io.

Aveva letto i giornali. Era probabile. Il Comitato Olimpico quel giorno avrebbe presentato agli atleti, selezionati nell’intero Paese, e le nomine ufficiali.

Aprì la porta, se lo sentiva nel cuore che poteva succedere, era vero.

Il Comitato rimase impassibile dinanzi alla giovane donna nella smilza camicia da notte rosa confetto, da cui spuntavano due chilometriche gambe da gatta. La donna che le consegnò il papiro pensò che la sorte talvolta poteva essere proprio strana, e qualche volta il destino funzionava meglio di uno scopritore di talenti. La donna ripeté con aria da cerimoniale:

         È lei la sig.ra Barbara Fossa ?

         Sì, sono io.

I bambini erano scesi dal letto e ora se ne stavano come guardie a fianco della madre, con negli occhi un po’ di batticuore, perché avevano capito il momento solenne.

         Siamo i rappresentanti del Comitato Olimpico. Lei è stata selezionata ufficialmente come l’atleta che parteciperà alle Olimpiadi nella gara di salto in alto femminile, quale rappresentante dell’Italia. Domani ci sarà la nomina ufficiale davanti al Presidente della Repubblica. Lei accetta?

Dicendo questo, le consegnava il papiro contenente tutti i nomi dei partecipanti alla selezione, tutte le donne italiane dai 18 ai 31 anni.

         Sì! Gridò Barbara.

         Mamma!

Barbara abbracciò i suoi figli, piangendo e gridando “sì” per la gioia e si accasciò ai piedi del comitato. Aveva 25 anni e la voglia di volare. Sentì il sangue fluire sulle gambe, tutta quella forza le era stata data per questo; aveva sempre saputo, come in una preveggenza, che lei era nata solo per volare tra le pagine della storia. Avrebbe dimostrato al mondo quello che può fare una mamma, una donna, e ogni sua fibra gemeva vibrando di un suono che come melodia riempiva l’aria d’intorno.

***

483fde49bd29a_normal.jpgMario entrò nell’aula. L’aula era stracolma. Era da un pezzo che non sopportava l’aria viziata. Le stanzone vecchie dell’università ormai da tempo avevano cominciato a dare i primi segnali di decadimento. Maledetti tagli! Avrebbe volentieri tagliato lo stipendio al ministro, altroché. Appoggiò il borsone con gli appunti sul tavolo. Subito, una ragazzina carina dai capelli rossi gli si era avvicinata chiedendo delle puntualizzazioni sulla lezione precedente. Si arrabbiò tantissimo. Impugnò il microfono.

        Ragazzi, non venite qua per niente  a chiedere stupidate.

La ragazza dai capelli rossi acquistò un bel colorito rossastro anche nel viso.

Il Professore la guardava.

         Se qualcuno ha bisogno di chiarimenti faccia pure le domande durante la lezione, ed io cercherò di rispondere nel modo più esaustivo possibile. Dovete imparare a fare le domande davanti a tutti, perché solo in questa maniera possiamo confrontarci e scambiare critiche e arricchirci a vicenda.

Mario sapeva che erano discorsi inutili. I ragazzi innumerevoli rimanevano per due ore sempre zitti e lui poteva sparare anche cazzate che loro non avrebbero osato fiatare. Sorrideva, pensando a come la ramanzina appena fatta sortisse paradossalmente ancora più silenzio e timore reverenziale. Certe volte arrivava a dubitare della sua stessa presenza. Si metteva seduto dietro il PC: ormai utilizzava power point per fare lezione. Lo schermo gigante ipnotizzava lo sguardo e lui cliccava piacevolmente , clic clic clic.

Fu durante un clic, che entrarono o, perlomeno, cercarono di entrare, scavalcando gli studenti seduti per terra, i quattro elegantissimi membri del Comitato.

Mario li guardò con aria interrogativa.

La donna cominciò.

         È  lei il sig. Mario Malfatto?

         Sì, certo, ma ora sto facendo lezione, abbia la cortesia di aspettarmi fuori dell’aula.

La donna continuò senza alcun imbarazzo e timore.

         Siamo i rappresentanti del Comitato Olimpico. Lei è stato selezionato ufficialmente come l’atleta che parteciperà alle Olimpiadi nella gara di salto in lungo maschile, quale rappresentante dell’Italia. Lei accetta?

E così dicendo consegnò al Professore, incredulo, il papiro contenente tutti i nomi dei partecipanti alla selezione, con il suo nome segnato in rosso.

Il Professore guardò i ragazzi ammutoliti che lo fissavano in silenzio, come nell’attesa della liberazione di qualcosa. Tutti questi anni di studio, pensò Mario. Sarebbe diventato famoso, semplicemente per un misero salto. La gamba gli doleva, peraltro, e sicuramente non avrebbe fatto bella figura. Lui già rappresentava l’Italia, era conosciuto in tutti gli ambienti accademici, non aveva bisogno di null’altro. Prese il papiro, slegò il fiocco del nastro rosso, e accanto al suo nome sottolineato vide due piccoli spazi, su cui spiccavano in stampatello verde ACCETTA – RIFIUTA. Lui fece una croce su RIFIUTA e appose la sua firma accanto. Riconsegnò il papiro slegato alla donna, non prima di aver sbirciato il nome che seguiva il suo, un certo Modesto, Modesto Paolo seguiva il suo nome e avrebbe preso il suo posto.

Si sentì generoso. Guardò l’aula. Il gruppetto del Comitato se n’andò, a lui sembrava mestamente, e, piano, ad uno ad uno, come spinti da un silenzio troppo grande da sopportare, uscirono tutti i ragazzi, senza dire una parola, ma con negli occhi un dolore indicibile. Mario rimase solo nell’aula.

Cliccò l’invio.

I quattro membri del comitato uscirono dall’aula, impassibili, e s’avviarono verso l’elegante macchina nera d’ordinanza che li stava aspettando davanti al vecchio portone del palazzo, sede della facoltà di Scienze della Formazione dell’Università. I quattro furono inghiottiti, come in un buco nero.

***

Paolo s’era alzato presto quella mattina, come il solito d’altra parte. tramonto.jpgDa due giorni si dava da fare nell’impresa edile dove suo padre lavorava da quasi 20 anni. Lui già, attraverso il padre, odiava quel lavoro e si domandava per quale motivo avesse accettato. Il ragazzotto si guardò le mani, che cominciavano a tagliarsi per via della calce.

Quel giorno era accaduto un altro infortunio. Un ragazzo, senza imbracatura né protezioni era caduto dall’impalcatura. Anche quel ragazzo era in prova, nonostante fossero ormai passati sei mesi.  Si arrabbiava per questo mondo ingiusto, ma non riusciva a trovare soluzioni. Non poteva ribellarsi, era come una bestia ferita in gabbia. Un solo lamento e sarebbe stata uccisa.

Grrr…grrr…, i denti facevano male. Un giorno o l’altro avrebbe azzannato qualcuno.

Addentò il panino. All’ora di pranzo gli operai se ne stavano al sole, tra i calcinacci, a gustare la tranquillità della giornata e guardavano in silenzio i buchi, le buche, la sabbia, i rimorchi, le ruspe, la malta molle, i tubi che come opere d’arte incompiute se ne stavano immobili a reclamare per il loro abbandono.

Tra la polvere, che sembrava la nebbia di un palco di cantanti rock, emerse il gruppetto del Comitato Olimpico. Sembrava che già lo conoscessero perché si diressero senza esitazioni verso Paolo.

Iniziò a parlare la donna:

         È lei il Sig. Modesto Paolo?

         Sì.

Rispose Paolo col panino a mezz’aria.

         Siamo i rappresentanti del Comitato Olimpico. Lei è stato selezionato ufficialmente come l’atleta che parteciperà alle Olimpiadi nella gara di salto in lungo maschile, quale rappresentante dell’Italia. Domani ci sarà la nomina davanti al Presidente della Repubblica. Lei accetta?

Paolo si guardò in giro con la bocca piena e la testa che gli girava, forse il sole, troppo sole, pensò. Poi guardò la donna, lo stemma del comitato sulla sua giacca, quello stemma che innumerevoli volte aveva visto nella gazzetta sportiva che prendeva giornalmente. A lui piaceva tanto lo sport! Faceva parte anche della squadra del suo paese, poca roba, ma gli consentiva di tenersi in forma.

Guardò i suoi compagni. Che diamine! Quanto ci metteva a rispondere? Guardò la sabbia vicino all’impalcatura ancora sporca di sangue, rossa come il nastro che legava il papiro. Avrebbe dimostrato la potenza delle sue gambe, la freschezza giovane del suo cervello, come una belva in gabbia avrebbe spiccato un balzo…

         Grrrr, ssssiiiii. E mostrò la grinta dei suoi fieri occhi verdi.

         Evviva!

Gridarono in coro gli operai intorno. Lo issarono sulle loro mani forti e cominciarono a portare il corpo del giovane in giro per il cantiere, sollevandolo in aria ad ogni evviva.

 

Quando il Comitato terminò era quasi notte inoltrata. La luna illuminava tutto intorno d’argento. I quattro vestiti di blu si fermarono: ormai avevano consegnato le nomine a tutti gli atleti delle 23 discipline olimpiche. Il giorno successivo tutti insieme gli atleti sarebbero stati accolti al Quirinale, per la cerimonia solenne di nomina ufficiale come atleti selezionati per le prossime Olimpiadi. I quattro si abbracciarono e piansero. Le lacrime scendevano silenziose  e i sospiri e i singhiozzi facevano sussultare i petti. Sapevano che quello era stato un gran giorno, destinato ad essere ricordato negli annali olimpici. Non avrebbero mai pensato che un giorno simile sarebbe arrivato dopo tutto quello che era successo.

 

 

***

 

Tutto era accaduto così due anni prima, all’improvviso, almeno sembrava. In realtà, da un po’ di tempo succedevano cose strane. All’inizio nessuno ci aveva fatto caso. Le morti sembravano naturali: c’era chi moriva nel proprio letto, chi nel divano, chi in cucina. E ognuno ci restava secco in maniera differente. Non c’era niente di anormale. Niente di anomalo. Tutto scorreva tranquillo come l’acqua dai rubinetti. Ma arrivarono le Olimpiadi e la cosa acquistò un significato nuovo quando, proprio durante le gare, gli atleti cominciarono a scoppiare come palloncini in acqua; i muscoli guizzanti si gonfiavano inaspettatamente per poi risucchiarsi e l’atleta sembrava come dovesse implodere e, difatti, all’improvviso, durante la gara di nuoto, l’atleta si fermava, strabuzzava gli occhi e scivolava lentamente sott’acqua, come se qualcuno gli avesse risucchiato la vita. Nella gara di salto in alto, il saltatore prendeva lo slancio, il passo, un due tre e quando nel piegarsi faceva quel movimento secco e dolce del ruotarsi e piegarsi, tipico della fosbury, ecco che si sentiva un rumore strano come di ossa rotte, e l’atleta se ne ricadeva nel materassino piegato in una posizione innaturale, con la schiena come spezzata in due e le gambe e le braccia flosce come quelle di un manichino vecchio. Tutto però sembrò davvero innaturale quando ben cinque giocatori di calcio, di due squadre diverse, nella stessa partita, crollarono a terra quasi contemporaneamente. In un primo momento era sembrata una rissa: l’arbitro aveva fischiato un fallo, per simulazione. In effetti, il giocatore era caduto da solo, non era stato nemmeno sfiorato, ma il giocatore da terra non si voleva rialzare. Tutti gli furono intorno appena in tempo per vedere gli occhi roteare in maniera un po’ strana, troppo veloce, e la lingua venire fuori con uno scatto dalla bocca. Al che, tutti indietreggiarono per lasciare spazio al medico che correva in soccorso. Ci fu un gran da fare perché anche altri quattro giocatori caddero similmente e anche a loro successe la stessa cosa strana, strabuzzamento di occhi, roteazione e scatto in avanti della lingua. Intanto dagli spalti veniva giù di tutto, bottigliette, scarpe, qualche motorino e la polizia ebbe un bel da fare per contenere lo stadio  e far defluire il pubblico fuori dagli spalti senza che ci fossero incidenti. Naturalmente, il pubblico dello stadio, seppur si trattava di calcio olimpico, non è lo stesso che va a vedere le gare di nuoto. Il dispiegamento delle forze di polizia durante le partite di calcio, anche a livello nazionale, era una spesa continua e ormai incessante, che nessun paese riusciva più a sostenere, né per il numero delle vittime né per le risorse economiche, denaro pubblico, speso iniquamente. Il pubblico anche in quell’occasione si arrabbiò tantissimo, chi andava alla partita di calcio in effetti andava incazzato ancor prima che iniziasse. Da un po’ di tempo ormai si parlava della guerra come una partita di calcio e non viceversa.

            Il Comitato Olimpico si riunì quella sera stessa.

Dov’era andato a finire il benedetto spirito olimpico? images.jpgGli atleti avevano abusato delle sostanze che alteravano le loro prestazioni facendosi ingannare nel nome degli sponsor, della pubblicità, dei soldi. Avevano venduto come prostituti i loro corpi e le loro anime. Non c’era nessun eroismo nei loro gesti atletici ma solo l’ingordigia della presunzione di voler tutto e subito, con violenza contro se stessi e contro gli altri, ingannando meschinamente solo i bambini ormai, gli unici che credevano ancora alle prodezze da supereroi. I tre membri del CIO, del Comitato Olimpico Internazionale, avevano convocato la riunione per quella sera. Era arrivato il momento giusto per presentare il loro progetto al Comitato Nazionale, quel progetto che sarebbe partito a livello internazionale per rilanciare una nuova mondiale idea sportiva.

Cominciò la donna:    Colleghi, siamo qui riuniti in un momento di grande tristezza per noi che amiamo lo sport, per noi che lo percepiamo come lo spirito che c’innalza verso le vette proibite della conoscenza e dell’amicizia tra tutti gli uomini, la cui trasparenza e bellezza si rivela nella potenza del gesto sportivo, unica sintesi tra pensiero e atto, volontà e passione, generosità e individualità, solidarietà e vitalità. Fece una pausa, come cercando di raccogliere le energie.

Si guardarono negli occhi e poi lei continuò:

  Oggi abbiamo visto come lo stesso gesto sportivo sia ormai degenerato in razzismo e violenza e la dimensione economica dello sport abbia alienato la dimensione popolare, sociale, educativa e culturale, dimenticando come questo sia parte integrante dei nostri principi. Dobbiamo farci forza e pensare al futuro, considerando questi fatti come monito affinché non accada mai più, pena la scomparsa nostra, come comitato e come uomini innanzitutto. Nella sala, attorno al grande tavolo, cadde il silenzio più assoluto.

GeneDoping.jpgCosì, mestamente, la donna riprese a parlare:

         Lo sapete anche voi che uno dei nostri compiti è quello di prevenire affinché gli atleti non facciano uso di sostanze che alterano la loro prestazione. Nonostante il Ministero della Salute abbia disciplinato la tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping e abbia avuto la brillante idea che nel foglio illustrativo dei medicinali venga riportata, tra le “Avvertenze speciali”, la frase: “Per chi svolge attività sportiva: l’uso del farmaco senza necessità terapeutica costituisce doping: può determinare effetti dopanti e causare anche per dosi terapeutiche positività ai test anti-doping”, gli atleti, in maniera sconsiderevole e irresponsabile ne hanno lo stesso approfittato.    Forse hanno bisogno di un paio d’occhiali. Dobbiamo intensificare le visite oculistiche… Provò a spezzare il ghiaccio con questa battuta, uno dei presenti. Ma l’occhiataccia che ricevette da tutti gli altri non gli fece terminare la frase e abbassò con vergogna gli occhi.

La donna riprese a parlare:  Parlo a nome del CIO. Abbiamo elaborato un progetto che ora vi presenterò nei punti salienti. Ci sarà la votazione finale sul progetto. Se il progetto verrà accettato a maggioranza, da questa sera stessa, la squadra nazionale olimpica verrà sciolta e dalle prossime olimpiadi tutto si svolgerà secondo il programma prestabilito. Se il progetto non viene accettato, e spero che ciò non accada, l’Italia non potrà partecipare con nessun atleta alle prossime Olimpiadi. Naturalmente in questo stesso momento a diverse latitudini, dalla Francia all’Argentina, dall’Africa alla Russia, dall’Inghilterra all’America, in tutti i paesi del mondo, i membri del CIO stanno presentando lo stesso progetto ai vari comitati olimpici nazionali. Ci fu la votazione. L’Italia entrò a far parte del nuovo programma olimpico.

 

***

 Quattro anni dopo, la sera della finale di salto in alto fu la più entusiasmante. Barbara, rappresentante dell’Italia, era rimasta in gara con altre sette concorrenti. Lo stadio olimpico era illuminato a giorno, ricoperto da cristalli che nascondevano il cielo, riflettendo la luce delle stelle della notte. Era pieno di gente di tutti i paesi del mondo. Ogni concorrente non era un atleta professionista. Si trattava di gente comune che veniva scelta casualmente mediante una selezione effettuata da un elaboratore elettronico all’interno della popolazione di ogni paese, naturalmente rispettando la fascia d’età compresa tra i 18 e i 31 anni. Ora, in tutti i paesi del mondo, nelle scuole si faceva sport, non come materia ma come momento di vita insieme, per scoprire qualcosa che in ogni uomo e donna si esprime come desiderio di superare se stesso, in una lotta con la divinità. Ad ogni persona poteva succedere di essere scelta e tutti non volevano deludere i propri compagni e il proprio paese. Poi, per due anni, chi accettava la nomina casuale, si allenava. Si intrecciavano così storie diverse, il gruppo degli atleti si riuniva spesso per gli allenamenti, e nascevano amicizie, incontri, anche amori, ma soprattutto nasceva uno spirito di fratellanza. Non si parlava di record, ma della capacità che ognuno aveva di esprimere qualcosa di sé che senza questa  esperienza non avrebbe mai conosciuto.

Anche Barbara, la donna dalle gambe di gatta, scoprì la sua forza. Quel colpo di reni che la mattina l’aiutava ad alzarsi, ora lo sfruttava per andare oltre il limite dell’asticella. L’ultimo salto il suo, quello che sarebbe stato per la vittoria, per la medaglia d’oro. Quando saltò, i cristalli appesi tintinnarono al boato del pubblico che in piedi la acclamò e la melodia si disperse nel vento, lasciando le sue tracce trasparenti nel cuore del mondo.

ROMPERE IL SILENZIO

Sicilia, La lettera, 1953 Sicilia_La_lettera.jpg

Pubblico con piacere questa lettera della  Società Italiana delle Storiche, che invita alla riflessione e ad una partecipazione vasta ad un impegno di tutte le donne per rompere il silenzio  e denunciare il degrado della politica.

Con preghiera di diffusione:

fonte: www.societadellestoriche.it

 

Società Italiana delle Storiche

ROMPERE IL SILENZIO: UNA SCELTA DI FORZA

 

Rompere il silenzio sulla deriva ogni giorno più allarmante che sembra caratterizzare in Italia il rapporto donne e politica/donne in politica è divenuto urgente. Così come è urgente denunciare l’impoverimento e la strumentalizzazione dei linguaggi della politica e il degrado delle sue pratiche, per non soggiacere inerti alla trivialità di cui è permeata gran parte della scena pubblica, così intrisa di una “idea di donna” che era lecito sperare superata da tempo.

 

La Società Italiana delle Storiche lancia un appello a tutte le donne e gli uomini di questo paese che avvertono la necessità di un immediato ritorno alla responsabilità della politica, per denunciare la quotidiana offesa alla dignità delle donne e alla loro presenza pubblica. Questa ha rappresentato e rappresenta infatti una delle più significative battaglie del mondo contemporaneo e la condizione perché le donne possano affermare una nuova visione della politica, frutto degli spazi che esse si sono faticosamente conquistate nella vita economica, sociale e culturale.

 

Giorno dopo giorno, l’immagine che ci viene rinviata dai media è invece essenzialmente quella di giovani donne disposte a tutto pur di calcare, in alternativa ai palcoscenici dei teatri di posa, le aule di consigli e parlamenti; di donne dal bel corpo pronte ad offrirlo ad affaristi e uomini politici di successo pur di garantirsi vantaggi diretti e indiretti: un incarico istituzionale, un ruolo di spicco in una società mista, un finanziamento in bilancio, un comma di legge utile. Il silenzio di ministre della Repubblica che tacciono su tutto questo è assordante.

 

Siamo ben coscienti che quell’immagine ritrae solo una scheggia della realtà, anche se ha dalla sua la forza di corpi che occupano ossessivamente le pagine dei periodici di successo e gli schermi delle trasmissioni più seguite. Ma è una raffigurazione che non rende giustizia alle migliaia di donne che si dedicano alla politica con passione e autorevolezza.

Denunciamo quindi il degrado dei metodi della politica, in particolare dei meccanismi di selezione della classe dirigente. Tuttavia non ci nascondiamo che nel costruire e alimentare questo stato di cose molte donne sono soggetti attivi e propulsivi, partecipi della stessa cultura di cui quel degrado è frutto ed espressione e dunque complici della costruzione di stereotipi pronti a ritorcersi contro tutte le donne che credono nella politica come luogo di progettazione e mutamento reale.

 

Di qui la necessità di dire con forza:

– che è urgente porre mano a una vera e propria rifondazione democratica della cultura politica italiana;

– che il tema della parità e dignità delle donne non può non costituirne un tratto fondamentale;

– che di tale processo vogliamo e dobbiamo essere protagoniste non estemporanee.

 

Siamo infatti donne coscienti della nostra forza, dei nostri diritti e delle nostre responsabilità civili e intellettuali consapevoli delle competenze e delle esperienze che possiamo mettere in campo.

 

Abbiamo bisogno di interlocutori – e molte in questi giorni sono state le testimonianze del disagio di essere costrette/i a vivere questo clima politico – ma vogliamo anche essere interlocutrici attive. Il nostro, infatti, non è solo un segnale di allarme; è un invito a progettare e promuovere incontri e iniziative a breve e medio termine con altre associazioni. È altresì un impegno a ripensare parole e linguaggi, ruoli e identità, strumenti e progetti che permettano di lasciarsi alle spalle la tristezza morale e politica di questo presente, fuori da ogni incongruo ottimismo, ma anche da ogni tendenza a chiudersi nell’orizzonte dello sdegno impotente e della resistenza individuale fine a se stessa.

 

Per sottoscrivere questo appello, potete scrivere a: direttivo@societadellestoriche.it

DENTRO

Oh, sì, si stava bene in sciopero! Mi sa che sciopero ancora, tanto fa caldo e i soldi, anche se si lavora, sono pochi. Alcuni si portano le donnine a palazzo, e noi poveri umani manco abbiamo il palazzo!! Intanto teniamo blog, un po’ come tenere famiglia. Famiglia? Ah, la famiglia…quale famiglia? Certo che chi ce la propone come modello non è proprio un modello. E riferisca, riferisca, ché vogliamo capire il modello di famiglia che s’intende, visto che ci vuole rifilare proprio quel modello.

Certe volte, rileggendomi, mi trovo un po’ stizzosetta, e anche antipatica…Tenterò di addolcirmi un po’ e ci provo con un pizzico d’amore, anche se le poesie d’amore, si sa, per principio, sono innocue…

john_william_waterhouse_055_eco_e_narciso_1903.jpg

 

Eco

Dentro,

dentro addento

l’umida tua lingua

bagnata,

dentro.

Agitata l’acqua

torbida del tempo,

batto i piedi,

incauta,

e di te mi pervade

il richiamo,

di te l’immenso desiderio

e delle tue mani,

e dei tuoi baci,

e di te e di te,

dimentica di me

in un sol momento.

Le ciocche bagnate

risollevo con le dita

per guardare te, uomo,

che ti insinui dentro

come un lungo fiume

di vita,  lento,

dentro.

(di Giulia Penzo)

 

 

 

SE IL MIO UOMO CONOSCESSE ROLAND BARTHES

Può l’amore salvare il mondo? Naturalmente no, perché anche gli strnz si innamorano, però il cambiamento è sempre un atto d’amore…

Inserisco il primo atto di un mio racconto che parla d’amore e di cambiamento:

 

Giulia Penzo

 

Se il mio uomo conoscesse Roland Barthes

Se il mio uomo 

conoscesse Roland Barthes

basterebbe un abbraccio

per sentirmi

libera.

  

Se il mio uomo

conoscesse Roland Barthes

basterebbe uno sguardo

a colmare

il desiderio.

 

 

Se il mio uomo

conoscesse Roland Barthes

basterebbe un bacio

per slegarmi

dal dubbio.

 

 

Se il mio uomo

conoscesse Roland Barthes

basterebbe il vento

per raggirare

l’attesa.

 

 

Se il mio uomo

conoscesse Roland Barthes

basterebbe una parola

per capire

tutto.

 

 

Se il mio uomo

mi conoscesse.

 

 

 

  Giovanna si sentiva completamente svuotata e si buttò sul letto per assaporare quei pochi attimi di libertà prima di iniziare nuovamente il tram tram quotidiano di annientamento. Sua sorella Giulia era arrivata anche quella sera con il figlio di due anni a casa dei genitori e il piccolo Andrea già bussava alla porta della sua cameretta con le piccole manine paffute. ac0d52e0ef692f3e08242639778eefce.jpgSuo nipote era un piccolo gnomo pensante, e non voleva fargli del male. Si tirò su dal letto a malincuore ma lo sguardo d’amore di Andrea le bastò per ricompensarla della fatica; lo issò tra le braccia per guardarlo alla sua stessa altezza. “Ana…, buba…”. Andrea le mostrava un piccolo graffio sull’occhio. Odiava sua sorella che faceva soffrire inutilmente quel bambino. Cominciò a baciarlo tutto fino a fargli il solletico e lui si dimenava allegro sul letto, dove insieme vi si erano tuffati, mentre Giovanna gli faceva le facce strane e sbaciucchiava con amore il piccolo corpicino che fremeva dal piacere. Un giorno anche Giovanna sapeva che avrebbe avuto un figlio. Lo voleva con tutte le sue forze, perché un figlio ti consolida nella tua esistenza, è il ponte verso l’infinito, la consapevolezza di esistere per sempre e che rimarrà per sempre qualcosa di te. Ma non avrebbe chiesto nulla ai suoi figli, li avrebbe lasciati liberi. Strinse forte i pugni, e le unghie si conficcavano sulla carne, con dolore. Giovanna amava il dolore.

Andrea era stanco e Giovanna lo raccolse accanto a sé, finché il sonno calò sui grandi occhi del bimbo. Giovanna volentieri sarebbe rimasta con il nipote a dormire, ma aveva ancora da scrivere la programmazione dell’anno scolastico. Lavorava come educatrice di asilo nido e doveva scrivere insieme alla collega il programma didattico per l’intero anno. E poi c’era Giorgio. Un appuntamento fisso ormai ogni sera. Aveva conosciuto Giorgio attraverso il blog: qualche frase di conoscenza, il passaggio su facebook, e il colloquio infinito su chat.

In poche parole aveva detto a lui di tutto: avevano flirtato ingenuamente, raccontando in maniera spudorata il proprio corpo e i propri desideri.

Lui voleva incontrarla.

Ma lei come avrebbe potuto?

Era un inganno vivente la sua esistenza.

Anzi si era impadronita di un’altra esistenza: “Amore, se tu potessi capire!”

Accese il pc ed entrò subito in chat; lui l’aspettava.

G ciao, come va?

G è successo ancora.

G ti ha picchiato?

G no, ma sono a casa di mia madre, me ne sono andata di casa con Andrea.

G e adesso, come stai? Dove sei?

G sono ritornata di nuovo a casa mia. E’ lui che adesso è uscito.

G amore, ti voglio vedere, ti devo incontrare…se posso aiutarti in qualche modo così mi è impossibile.

G non puoi aiutarmi, lo sai…

G va bene, ma ti voglio incontrare lo stesso, lo sai che così non possiamo continuare.

Giovanna troncò la chat. Chiuse di colpo. Non andava bene così? Perché farsi del male? Giorgio voleva incontrarla.

In quel momento entrò anche sua sorella: “Vado a casa, Mario mi viene a prendere”.

Sei sicura? Non sarebbe meglio per te fermarti qui?”, le disse Giovanna, preoccupata.

No, lo sai che dopo si incazzerebbe ancora di più”, le rispose sua sorella, che intanto sollevava dolcemente tra le sue braccia il bambino, che ignaro continuava a dormire.

Ma tu hai bisogno della tua libertà, non puoi continuare così…”, Giovanna aveva visto le occhiaie da notti insonni nel viso di sua sorella. Giulia era bellissima. violenza01G.jpgUna donna che poteva avere chiunque, al minimo gesto gli uomini le sarebbero caduti ai suoi piedi, e lei aveva scelto quello sbagliato, quello che la tradiva, quello che la picchiava se avesse osato ribellarsi, che la sviliva dinnanzi agli altri. Sua sorella li cercava proprio, quelli pazzi. Se ne andò, accompagnata dalla madre, fin giù sul portone. Giovanna si accostò alla finestra e vide la sorella salire veloce sulla macchina del cognato.

Lei si sentiva impotente. Ora sua madre sicuramente l’avrebbe cercata per rasserenarsi un po’.

Meno male che ci sei tu, con noi, altrimenti io e tuo padre non sapremo cosa fare” le avrebbe detto ancora una volta sua madre. E a lei chi pensava? Lei ad ascoltare, ad aiutare, a soffrire per gli altri, ma quando qualcuno l’avrebbe ascoltata?

Giovanna si guardò allo specchio. Sapeva di essere bella. La mano le scivolava veloce verso l’altezza del piccolo monte che delimitava la sua intimità, soffice come velluto. Si prese tra le mani le ciocche bionde dei capelli: voleva ora essere vista ora da lui, avrebbe voluto solo lui ora. Le arrivò un sms: buonanotte amore mio. Si buttò nel letto e finse che lui fosse lì.

 

Giorgio guardò l’orologio: era quasi la mezzanotte e G. non le aveva mandato nessun sms in risposta alla buonanotte. Quella donna lo faceva impazzire e lui non era mica un ragazzino, anzi era un uomo di 40 anni, separato e con figli. Un amico lo aveva fatto iscrivere a face book. “Conoscerai tante donne, dammi retta, altro che uscite a faticare, aspetta e vedrai…” gli aveva detto l’amico. Ed in effetti, dopo qualche battuta simpatica era facile passare ad un discorso più intimo e magari chiedere un appuntamento.

Ma con G. era stato lui a fare il primo passo: aveva visto la sua foto su Facebook. Erano tratti appena accennati, la foto era sbiadita, non si capiva nemmeno l’età, ma il mistero che ne emanava lo incuriosiva, e poi ne conosceva il blog. Anche lui ne aveva uno dove inseriva le sue poesie e le sue riflessioni sul mondo: una specie di diario che teneva costantemente aggiornato e con il quale aveva conosciuto molte persone, uomini e donne con cui intratteneva discorsi virtuali e da cui riceveva incoraggiamenti nei momenti bui e tristi della sua vita. Durante il periodo di separazione dalla moglie molti erano riusciti ad incoraggiarlo e a tirargli su il morale. Forse anche la sua dispersione nel blog, nel mondo virtuale, lo aveva allontanato dai problemi reali, non accorgendosi che la moglie pian piano se ne stava andando, via da lui. Vent’anni di vita insieme, dispersi in un vortice di impegni continui e di abitudini che ora pesavano alla moglie, che avrebbe voluto ancora passione, amore da parte sua. Era lui ad essere profondamente cambiato: dialogare con la moglie era qualcosa di scontato,come chiedere risposte alla propria coscienza. La conosceva così bene che non le poneva più domande e anche l’amore era scontato, nella sessualità quotidiana la ricercava come per soddisfare un qualcosa di naturale, vilmente erotico. Sua moglie meritava di più. Ma era lui che non gli poteva dare di più. I figli rinnovavano spasmodicamente la loro esistenza, ma acuivano nella loro richiesta giovanile la distanza dialettica tra di loro. La distanza allo specchio dei figli raddoppiava, si sdoppiava. E lui come un gatto randagio si rifugiava in un mondo virtuale, dove ancora aveva significato, dove la sua identità si confondeva ed emergeva nella sua essenza.

La moglie lo aveva compreso o, semplicemente, essendo una donna intelligente, lo aveva lasciato andare per prendersi anche lei le proprie emozioni e passioni. Era stata dura, comunque la separazione aveva portato a conflitti, con colpevolizzazioni reciproche di responsabilità nel fallimento della loro vita di coppia e per spartizioni materiali del patrimonio comune. Che tristezza! Vivere insieme, baciarsi, entrare ognuno dentro l’altro e poi, miseramente, incappare nell’inutilità della suddivisione economica di beni. Lui le avrebbe dato comunque tutto, ma lei lo rivendicava, e allora meschinamente, si impuntava anche lui su sciocchezze. Ora se ne stavano lontani, per evitare ulteriori sofferenze e litigi e vivevano ciascuno per conto proprio.

In quel momento, tra i suoi pensieri, entrò Giovanna e come al solito la percepì fisicamente accanto a lui. Lei si posava sopra di lui, la sentiva muoversi leggera, una danza colorata.

calendario_fantasy_luglio_07_2009.jpgSi scosse da quel torpore, non la voleva così e cercò di distogliere il pensiero; il suo sguardo si posò distrattamente sul calendario. Mancava ancora qualche giorno e poi sarebbe andato in ferie. Guardò il pc e prese una decisione. Avrebbe iniziato il viaggio. Una tappa ogni giorno per conoscere i suoi compagni virtuali. E avrebbe conosciuto anche lei, Giovanna. Anzi, Giovanna ne sarebbe stata l’ultima tappa.

Prese questa decisione, si alzò, si sedette davanti al pc e cominciò a scrivere ai vari contatti del suo blog.

                                                                                                             continua

 

P.S. le foto sono liberamente tratte da internet e non hanno alcuna attinenza con il racconto

 

 

 

LA RADICE SPIRITUALE DEL TRADIMENTO

Ospito un articolo dell’Associazione Bnei Baruch, inviatomi il 1 luglio 2009, che continua il percorso iniziato qualche mese fa sul mondo virtuale e sulle relazioni:

 

 

La radice spirituale del tradimento

Il miscuglio fra le qualità femminili e quelle maschili presente al livello spirituale, induce l’inganno, il tradimento  e le deviazioni sessuali nel nostro mondo.

Certamente a nessuno piace essere tradito. Ci piacerebbe tanto spacciare questo sfortunato fenomeno per “un comportamento puramente animale”, ma dietro ad esso c’è una radice spirituale, dato che ogni fenomeno del nostro mondo deve esistere anche nel mondo spirituale. Qual è questa radice spirituale o la ragione dei nostri tradimenti? Nella Kabbalah è chiamata “la rottura dei vasi”.

Questo significa che una volta eravamo tutti uniti in un’anima comune, ma poi quest’unica anima si frantumò in molte parti. Questa “rottura dei vasi” ha fatto sì che tutte le parti cominciassero ad interagire l’una con l’altra e, come risultato, ciascun frammento ora contiene una parte femminile ed una maschile. Perciò, la parte maschile contiene quella femminile e viceversa. Possediamo persino gli ormoni l’uno dell’altra!

Questo miscuglio delle nostre qualità non è solo la causa dell’inganno e del tradimento, ma anche di tutte le deviazioni sessuali del nostro mondo, come l’omosessualità e la deviazione dell’identità sessuale. E questi fenomeni sono più evidenti oggi di quanto non lo fossero prima perché abbiamo raggiunto il “livello più basso” della capacità di percepire la “rottura dei vasi”.

La parti maschili e femminili non vedono esattamente come potrebbero interagire l’una con l’altra. Nello stato spirituale sono posizionate l’una contro l’altro, cioé l’uomo è opposto alla donna. Nel nostro stato, tuttavia, dopo che le anime si sono frantumate, sono discese ed hanno cominciato a mescolarsi l’una con l’altra, e ciascuna ha assunto le qualità che appartenevano alle altre. Questo è il motivo per cui noi desideriamo diversi tipi di piaceri da diverse fonti.

Tuttavia, se noi andiamo oltre a questa ricerca di diversi tipi di piacere ed aspiriamo al piacere spirituale, allora vedremo chi è il nostro vero partner nel cammino spirituale. Questo ci porta al famoso versetto “ L’uomo, la donna, e la Divina Presenza fra loro”. Se il più grande valore nella vita è la spiritualità allora lui (o lei) troveranno il giusto partner nella vita, l’“altra metà” che starà insieme con lui (o lei) nel cammino spirituale. Ed insieme, otterranno l’adesione con il Creatore.

Nella nostra realtà corrente questo potrebbe risuonare come utopistico, ed è difficile per noi vedere e capire come potrà realmente accadere. Ma se continuiamo ad avanzare verso la correzione e la spiritualità, lo capiremo sempre più e costruiremo un buon futuro pieno di fede e devozione.

da Dipartimento Donne Educazione Bnei Baruch Italia

http://www.kabbalah.info/it

HO CHIUSO GLI OCCHI

FONTE: LA REPUBBLICA

 Palazzo Madama approva il progetto del governo. Franceschini: “Un danno per il paese”
Il Vaticano: “Basta criminalizzare gli stranieri. Norma che porterà dolore”

Il pacchetto sicurezza diventa legge
Sì alle ronde, la clandestinità è reato

Berlusconi: “E’ un provvedimento da me fortemente voluto che garantisce i cittadini”

IL TESTO

ROMA – Si potranno organizzare le ronde; diventa reato l’immigrazione clandestina. Da oggi il ddl sicurezza è legge dello Stato. L’ok definitivo del Senato è giunto in tarda mattinata con il voto di fiducia: 157 favorevoli tra PdL, Lega Nord e MpA; 124 no; 3 astenuti. Plaude la maggioranza (“Una legge fatta per la serenità dei cittadini, da me fortemente voluta”, ha detto Silvio Berlusconi); forti le critiche sollevate dall’opposizione (“E’ un danno per il paese”, è stato il commento di Dario Franceschini, segretario Pd), e dal Vaticano: “Basta criminalizzare gli stranieri. E’ una norma che porterà dolore”.

Inasprite pene per gli immigrati. Dopo un lungo braccio di ferro con l’opposizione, la nuova legge impone un giro di vite sugli immigrati irregolari che da oggi rischieranno il processo. La permanenza nei Centri di identificazione temporanea per verificare
la provenienza dei migranti potrà toccare i 18 mesi (finora il limite era di 60 giorni). Una pena fino a tre anni di carcere è prevista per chi affitta case o locali ai clandestini. PER LEGGERE TUTTO CLICCA QUI


GIUDITTA, DI GUSTAV KLIMT

 

 

Ho chiuso gli occhi

 

Ho chiuso gli occhi.

In piedi, immobile,

con i capelli sciolti

osservavo come in sogno

il pugnale tra le mani.

Il corpo bellissimo dell’uomo, nel letto sfatto.

La mia mano tra i capelli, i suoi.

Un colpo netto non basta.

Due, è la sua testa nella mia mano.

Ho riaperto gli occhi.

Due occhi non bastano per guardare il mondo.

Così pensava una donna.

Non bastano due occhi

quando il mondo dimentica.

Mille pugnali

tra le mani

per cancellare sguardi

verso il mondo

pronti al potere, al dominio

in nome di un padre.

Due occhi non bastano per guardare il mondo:

così pensa una donna

quando guarda i suoi figli.

Il pugnale, allora,

dalle mani

cade.

  (di Giulia Penzo)