L’INDIFFERENZA

Continua dal post precedente…

il mio racconto “Attacco alle centrali del lusso!

 

 

 

Quando sua madre uscì dalla camera, Katia inserì il cd nel lettore. Amava sentire quella canzone in francese. Non conosceva il francese, solo qualche parola, ma ne percepiva il significato: sì, la felicità, la gioia è una cosa seria. Ora, invece, aveva voglia di divertirsi. Le cose serie le avrebbe lasciate a tempi migliori, quando avrebbe avuto bisogno di qualcuno al proprio fianco. Avrebbe lasciato che lui le accarezzasse la soffice pelle, le imprigionasse i capelli tra le dita, le sussurrasse le più dolci parole d’amore. Ora il fremito le percorreva il corpo per il desiderio di azione, aveva i muscoli guizzanti e la mente sveglia. Prima che il sonnifero della quotidianità le distruggesse la fiamma che ardeva dentro di lei e che vibrava vibrava in un vortice di rabbia.

Un giorno Carmela – oh, sì, erano diventate proprio buone amiche – era arrivata a casa sua tutta contenta. Le aveva trovato un lavoretto come impiegata presso la sua stessa azienda. Il lavoro come impiegata le permetteva di fare il minimo sforzo per essere comunque attiva anche nel bilancio familiare, ma odiava la routine, le solite piccole cose, come il saluto all’usciere o il sorriso mattiniero dell’impiegato che segretamente la corteggiava di sguardi allusivi, il prendere il caffè alla solita ora o lo scambio di battute con le altre impiegate, il tipo che magari si fermava a parlare e se ne stava ore a farle i complimenti.

Guardava l’abitudine snodarsi come un lungo serpente. Non comprendeva quei luoghi comuni, quell’affaccendarsi incessantemente inutile. Giorni e giorni sempre uguali a perpetuare la noia. Come facevano gli altri a sopportare un lavoro, lo stesso, lo stesso lavoro per tanti anni, continuamente? Si immaginava vecchia, allo stesso tavolo da impiegata, invecchiata di venti, trenta anni e non si capacitava della fatica e dello sgomento che avrebbe provato la stessa persona, quando si sarebbe pian piano accorta che altre persone, più giovani, l’avrebbero sostituita. Le cominciava una paura folla e si controllava quelle poche rughe che iniziavano a comparirle intorno alla bocca; un’agitazione la spingeva ad andare al bagno e a guardarsi allo specchio. Lo specchio le rimandava l’immagine di una donna bella e forte, il naso all’insù, molto francese. Faceva le smorfie con la bocca; si trovava decisamente bella, si caricava come con una sniffata di roba; poteva ritornare a sedersi al suo tavolo e continuare a sorridere falsamente. Lei non avrebbe continuato a vivere in quel modo. Quel lavoro non sarebbe stato per sempre. Qualcosa sarebbe cambiato; doveva cambiare.

Contava i minuti, i secondi, i ticchettii e aspettava il segnale.

 

 

(continua)

 

 

 

ATTACCO ALLE CENTRALI DEL LUSSO!

 

Oggi sono 100 anni dalla morte di Cesare Lombroso.

cop_rivoluzionariinsottana.jpgDomani, 20 ottobre 2009, Massimo Pistis presenterà a Roma, nella libreria Il Filo in via Basento 52 alle ore 17.30 il suo libro “Rivoluzionari in sottana” (qui a fianco la scheda del libro).

Forse è un caso, ma anche Lombroso ha effettuato una ricerca sul perché i Preti si vestono da donna.

Qui un riferimento alla sottana ci sta benissimo…

 

 

 

 

 

Continuano invece le azioni di Katia contro quello che lei definisce le centrali del lusso.

Per chi è interessato a leggere il racconto precedente, CLICCARE QUI.

 

 

ATTACCO ALLE CENTRALI DEL LUSSO!


Un nuovo obiettivo

 

Lombroso.JPGLombroso, consapevole di non poter accomunare il reo politico al delinquente nato, sostiene che il delinquente politico si differenzia dal delinquente nato e pur essendo tale dal punto di vista giuridico non lo è mai dal punto di vista morale e sociale. Distingue quindi la “rivoluzione”, intesa come un fatto fisiologico e intrinseco all’evoluzione storica, della “ribellione”, fenomeno patologico e pericoloso.”. 
(dal sito museo criminologico di Roma)

 

Katia si guardò allo specchio. L’immagine riflessa era quella di una ragazza diciassettenne, bionda, dai lineamenti gentili e raffinati, come una qualsiasi ragazzina che, indossando qualsiasi straccetto, poteva risultare attraente e seducente secondo i canoni della moda attuale. Se però qualcuno l’avesse osservata attentamente avrebbe potuto scorgere negli occhi grigi – qualcuno li avrebbero definiti occhi di ghiaccio – una determinazione tale da spaventare chiunque.

Si gettò noncurante sul letto, amava guardare quel grande sole giallo che illuminava la stanza e allora sorrideva da sola, ripensando al giorno che l’aveva portato a casa.

“Mamma, guarda cosa mi ha regalato Carmela…”, così lo aveva portato a casa da sua madre. Insieme avevano srotolato la tela sopra il tavolo del soggiorno.

Sua madre l’aveva guardato esclamando: “Non dirmi che ti vuoi mettere sta roba in camera tua!”

Lei aveva sorriso. “Mamma, si tratta di un De Chirico, Carmela potrebbe venire a casa nostra e se non lo vede appeso magari pensa che non mi sia piaciuto; mi dispiacerebbe farle un torto, sai con i pochi soldi che ha a disposizione, mi ha fatto un regalo…, sai bene cosa significa!”

“Va bene, però non dirmi che è un De Chirico questa roba qui”, acconsentì sua madre, “e mettilo in camera tua, che qui non sta bene con i nostri mobili”

Katia allora aveva appeso il suo De Chirico in camera. Morire d’amore per un sole giallo. Sarebbe morta soavemente di gioia, lì dov’era prima non era apprezzato abbastanza…e ricordava il furto alla Farnesina, avvenuto qualche mese prima.

Di certo il portavoce del vicepremier non aveva fatto alcuna menzione della ragazza che si era fatta accompagnare nel suo ufficio con intenzioni tutt’altro che di segretariato. Le indagini si erano insabbiate, e probabilmente stavano correndo sui binari della ricettazione e del commercio di arte, e non sarebbero mai arrivate all’appartamento di una ventiquattrenne squattrinata.

La mamma di Katia entrò in camera sua e osservò la figlia. “Sai” le disse, rivolta con lo sguardo a quello che lei considerava una miserevole copia, “comincia a piacermi questo quadro, anche se è una riproduzione. Quando entro qui dentro mi sembra di essere felice e non riesco a capire il motivo…”

“Sai mamma, credo che questo sole giallo rappresenti la vita, e il filo lo collega ad un altro sole, spento, tutto nero. Sono entrambi vivi, lo vedi, mamma, stanno vibrando entrambi. Forse la luce e l’ombra, entrambe hanno la stessa dimensione…Le forze della natura, il sole innanzitutto, che rappresenta la vita, vogliamo depredare anche questo, noi uomini avidi, ma la natura ha in serbo solo per noi la vita, anche quando mostra verso di noi il suo lato scuro”

La donna guardò la figlia. Quando anche sua figlia avrebbe mostrato il lato oscuro?

 

(continua)


 

 

 

LOMBROSO

Cesare LombrosoLombroso.JPG 

 

Due a uno:

una piange, l’altra ride

una ha paura, l’altra rivendica libertà

una sogna, l’altra grida: “Rivoluzione!”

una ti vorrebbe, l’altra vuole l’altro.

Due a zero:

una si spoglia

l’altra si riveste con la stessa fretta

che concede all’avvenire.

Due pari:

tu quale ami

e tu quale amerai?

FINO ALLA FINE DEL MONDO

Si conclude così il mio racconto…

Per leggerlo tutto clicca qui

Inserisco una mia foto (so già che qualcuno sorriderà…)

 

libertà.jpg

 

 

continua dal post precedente

Quando arrivò sulla scalinata vicino a Giorgio era già tutta bagnata, ma si sentiva felice e non riusciva a capirne il motivo. Si abbracciarono, ridendo come due ragazzini al primo incontro amoroso. “Entriamo”, le disse Giorgio scostandole i capelli appiccicati al viso e spingendola dentro l’autogrill. Decisero di mangiare un panino caldo e andarono a sedersi ad un tavolino metallico vicino alla vetrata.

I fanali delle macchine e la pioggia disegnavano sulla grande vetrata segni lunari, che svanivano dentro le gocce di pioggia che si frantumavano sull’asfalto.

Sedettero uno difronte all’altro. Si guardarono con il desiderio della scoperta. Gli osservava il mento sfuggente, gli zigomi alti e il naso leggermente storto. Gli occhi erano di un verde, “Che colore strano negli occhi…”, gli diceva. E lui “Verdi, sono verdi cangianti…”

Sono belli, sembrano acqua di mare, quasi mi ci tuffo dentro”

Tuffati allora, ti prendo” le disse con fare sornione.

Sai, è una situazione imbarazzante, qualche ora fa mi hai visto completamente nuda fare l’amore con mio marito. Se qualcuno mi avesse raccontato una storia simile non ci avrei creduto”, Marina cercò di riportare il discorso su un piano meno seduttivo.

Ti dimentichi che l’avresti fatto anche con me, l’amore”, ora lui gli prendeva la mano, cercava il suo calore.

Lei ritrasse la mano, non per sfuggirgli, ma per parlare. Dovevano parlare ancora, lei ne sentiva il bisogno.

Sì, avevo il desiderio e l’avrei fatto”, le disse sfacciatamente.

Cosa ci ha fermato allora? Quando l’ho detto a tuo marito mi aspettavo da parte tua la verità, perché fingere con lui?”

Non ho finto, con mio marito esiste una buona intesa sessuale. Quando te ne sei andato ho avuto paura che tu avessi frainteso e che ti sentissi umiliato. Mentre facevo l’amore sentivo la tua presenza, e per un momento ho pensato che sarebbe stato bello che partecipassi anche tu. Luca in quel momento non voleva fare davvero l’amore, cercava solo di darmi piacere e di prenderselo, voleva farmi capire quanto mi desiderasse, che non avevo bisogno di altro, ma non c’era null’altro. La scoperta, il desiderio di incontrarsi, questo mancava e volevo raggiungerlo con te…”

L’ho capito, ho capito”, la rassicurò Giorgio “Questo mio viaggio è nato con la decisione di conoscere Giovanna ed ora non so cosa mi sia successo. Volevo andare da Giovanna ed invece eccomi qui, con te, dopo avere combinato un bel po’ di confusione anche con tuo marito e Giovanna in questo momento che vedo e sento sempre più lontana. Non so nemmeno se provo ancora il desiderio di incontrarla, mi sembra inutile e forse dannoso, vista la situazione che si è creata con te…Dovevo solo fare un viaggio e mi sto perdendo.”

Non ti stai perdendo, ci stiamo trovando. Sai, quando ho lasciato Luca e sono venuta a cercarti, sentivo forte i tuoi pensieri. Non capivo cosa mi dicevi. Vagavo con la macchina, e ti sentivo. Era qualcosa che mi spingeva a te. Più di qualche volta mi è successo di pensare forte ad una persona, e ne percepivo le sensazioni, era come se tutte le sue sensazioni si riversassero su di me. Tante volte non ho voluto coglierle, mi distraevo, cercavo di distogliere la mia attenzione da questo, ma oggi mi sono lasciata trasportare e sono arrivata fino a te.

Mi sono sentita infinita e sentivo di amarti.

Oh, non so se si possa chiamare amore, forse è anche qualcosa di più, ma io amo anche Luca e tu Giovanna ed è con loro che noi vogliamo vivere la nostra vita. Io volevo fare l’amore con te, non stare insieme a te. Volevo soddisfare un desiderio, di unirmi a te, perché so che con te c’è qualcosa di intimo, di intesa intima che va ben oltre l’atto fisico; l’atto sessuale aprirebbe un’altra parte di me, alla tua conoscenza, alla tua essenza. Non è solo la soddisfazione di una mera esigenza fisica, è qualcosa di più…, è un incontro.

È difficile farsi capire e spiegarti, la nostra sembra un’umanità lacerata, che lascia poco spazio alla fantasia, in un sistema di input/output, impatto/esito della stessa vita e per nascondere le sue lacerazioni tende a cellofanare tutto, come in quest’autogrill. Guarda, tutto è ricoperto da cellophane eppure si percepisce l’odore, l’unto permane sugli alimenti, tutto diventa merce scadente nonostante siano prodotti anche di buona qualità. Ma questo luogo di passaggio non ti permette di cogliere la loro bellezza, sono ammassati come prodotti di consumo, da guardare, da mangiare, da spremere, da buttare. Nel virtuale tutto allo stesso modo. La pellicola avvolge, non si coglie l’essenza, siamo tutti prodotti indistinti, finché non si entra nel dialogo, non si cerca qualcosa oltre la pellicola, la si toglie e si arriva all’incontro. Se lo desideriamo si arriva allo svelamento.”

Giorgio la guardava. Si alzò e la prese per mano “Andiamo”

Uscirono dall’autogrill correndo ed entrarono in macchina. Sapevano già cosa avevano voglia di fare. La pioggia forte toglieva ogni visibilità e nessuno nell’oscurità della notte avrebbe potuto vederli; abbassarono i sedili. Lui si adagiò sopra il corpo di Marina e si baciarono profondamente. Era tutto un fruscio di vestiti nello spazio ristretto della macchina; lei lo sentiva premere sull’inguine, strusciando con la cerniera dei jeans sul monte di Venere. Il calore si propagò velocemente al resto del corpo. Le mani di lui risalivano al seno e poi giù, fino ad incontrare i fianchi e addentrarsi a sentire la pelle più sottile, la meno esposta: abbassò la lampo, sfilandole parte dei pantaloni ancora bagnati. Lei fece altrettanto, godendo dei suoi muscoli in tensione. Raggiunsero entrambi velocemente l’amplesso: si incontrarono.

Quando si sciolsero dall’abbraccio, sapevano che ormai era cambiato qualcosa. Si sistemarono i vestiti in silenzio, per non turbare il momento di gioia.

Un fascio di luce li illuminò, i fanali di una macchina in arrivo. La macchina accostò lì vicino a loro.

Luca…” accennò con la voce Marina.

Luca scese dalla macchina e rimase immobile in attesa, in piedi davanti a loro, con la pioggia trasformata in piccole bollicine di acqua frizzante. Marina non si stupì della sua presenza, era naturale che lui l’avesse raggiunta, l’aveva fortemente pensato.

Marina si girò verso Giorgio, “Devo andare”

Sei libera di scegliere”, le rispose.

Sì, sono libera” gli disse sorridendo e, dandogli un leggero bacio sulla guancia, scese dalla macchina e di slancio si buttò nell’abbraccio di Luca.

 

 

FINE

 

PUR MANCANTE

 

continuo dal mio post precedente

Per chi vuole leggere tutto il racconto fino a questo punto CLICCARE QUI

 

La strada era dritta e la pioggia cominciava a battere forte lasciando a Marina poca visibilità nella guida. La macchina poi, una vecchia Rover, cominciava a dare piccoli segnali di cedimento dopo 15 anni di tenuta perfetta; era arrivato il momento di cambiare le sospensioni o di cambiare macchina.280px-Mappa_autostrada_A4_Italia_svg.png

Marina aveva paura a guidare di notte, soprattutto in autostrada, dove bisogna andare veloci e prestare attenzione ai camion che ti sfiorano sprezzanti e che ti creano un vuoto d’aria mentre l’acqua ti arriva di getto, senza possibilità di tregua per i tergicristalli. Di solito, nei viaggi lunghi, si faceva accompagnare da Luca e ora Giorgio non la poteva aiutare. Se ne stava abbandonato sul sedile, con il volto così pallido che Marina lo teneva sotto osservazione con la coda dell’occhio, attenta ai suoi movimenti.

Entrò in autostrada e si immise nell’A4. Dopo un’ora e mezza di guida incessante in silenzio, decise di fermarsi al primo autogrill per accertarsi delle condizioni di Giorgio e per rilassare un po’ i muscoli in tensione.

Si fermò sullo spiazzo del parcheggio davanti la scalinata dell’Autogrill. Pioveva forte, e Marina cercò di calcolare mentalmente la distanza tra la macchina e la porta dell’entrata. Forse, correndo, non si sarebbero bagnati molto.

Giorgio”, Marina provò a chiamarlo, accarezzandolo dolcemente per svegliarlo, “dai, Giorgio, svegliati…”

Giorgio aprì gli occhi e si portò istintivamente una mano al viso. Dalle fessure, tra le dita, vide Marina e le sorrise, “Ciao”, cercò di riassestare veloce i vestiti, “scusami, non sono stato granché di compagnia”

Come stai? Se vuoi scendiamo e ci prendiamo qualcosa da bere, adesso avrai anche fame, immagino. Vuoi che mi avvicini di più con la macchina all’entrata?”

Ma no, non fare la mammina adesso! Guarda, sto bene, avevo solo bisogno di una dormita”, e dicendo così, alzò il bavero della giacca, aprì la portiera della macchina e scese velocemente sotto la pioggia battente. In quattro balzi fu sulla scalinata. Da lì le fece cenno di raggiungerlo, in maniera scanzonata.

Così, quella figura, le fece tenerezza. Lo trovò, per un istante, bello. I capelli radi e sottili, di quell’uomo; com’è bambino, pensò. L’immagine forte e virile del marito ritornò come vivificata e la confrontò con quella sbiadita dell’uomo sconosciuto che aveva di fronte. Solamente quando parlava con lui, le emozioni sembravano riaffiorare intense. Com’è strano l’amore! Ami qualcuno, che può essere facilmente sostituito in qualsiasi momento; qualcuno che non è indispensabile. Crei nel tempo un legame doppio, triplo, quando si hanno figli, parenti che si amano altrettanto. Sarebbe stato bello perdere tutti i legami…, vedere cosa c’è oltre. Quando aveva iniziato a lavorare, ogni giorno con la macchina percorreva un tratto di strada molto pericoloso, perché era una strada che costeggiava il fiume e dall’altro lato il terrapieno. La strada si snodava in curve pericolose, che si addentravano dentro la campagna. La pianura padana era un’immagine d’amore della natura, soprattutto quando dalla nebbia scorgeva il fiume e poi un raggio di sole illuminava il fogliame rado e verdastro. Niente a che vedere con il verde dei pittori, che utilizzano quel verde umbro, intenso e pastoso. Il verde della pianura era di un verde che consola, un verde schiumoso di animali da cortile, un verde così misterioso da non poter essere copiato nell’arte, nemmeno dalla fotografia. Quando sentiva la bellezza della natura, quando sentiva che le arrivava quella sensazione così intensa di far parte di qualcosa di grande e di intensamente unico e irripetibile, proprio allora pensava alla morte, alla crudeltà inflitta nel dover lasciare quella bellezza e pensava a come sarebbe stato. Sarebbe bastata una piccola negligenza, lasciare per un attimo il volante, volare nel fiume e capire allora cosa voleva dire “lasciare”. Proprio un giorno le era capitato qualcosa di simile; una moto le aveva tagliato la strada e aveva sterzato bruscamente, cadendo nel terrapieno; la macchina si era distrutta, ma lei, per fortuna, non si era fatta niente. Aveva preso solo un grande spavento.

Di notte, ripensando a quell’episodio, le era venuto il sospetto di aver sterzato apposta e che il desiderio di “lasciare” si fosse presentato poco prima della sterzata improvvisa. Era stata forse una premonizione? O un desiderio?

libro-cellulare-sms-compagni-di-viaggio.pngIn quel momento sentì il bip del cellulare che aveva dimenticato sul sedile posteriore. Le era arrivato un sms. Era Luca che le scriveva: Ti amo. Ho preso la macchina e ti raggiungo a Milano.

Luca in quel momento non sapeva quello che stava facendo. Gli era sembrato di essersi comportato da vigliacco, lasciare Marina andare via così, con quello sconosciuto. Aveva preso la sua macchina e aveva deciso di raggiungerla. Non sapeva nemmeno dove, ma da qualche parte l’avrebbe trovata.

Marina mise il cellulare dentro la borsa e scese velocemente dalla macchina.

L’aria era fredda e la pioggia cadeva giù che sembrava la fine del mondo; per un attimo respirò anche l’acqua e si ritrovò improvvisamente bambina.

(CONTINUA)

*le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto

PUR MANCANTE

libro-cellulare-sms-compagni-di-viaggio.png

 

Pur mancante

mi manchi.

Nelle tristi risate lontane

di telefonate stanche

sento il bip rassicurante.

Di notte

accesa la spia rossa

mi s’incupisce il volto

e nei lenti riflessi

scorgo l’ora desiderata

dell’adomani.

Ti sento

quando in ogni momento

mi ripeto:

senza te,

pur mancante,

sono mancante.

SULLA STRADA

Continuo…

              SULLA STRADA 

La strada si snoda in curve pericolose,

un grigio asfalto sfumato,

un tutto di terra e cielo indiviso,

mentre alle prime ore del pomeriggio

la soffice nebbia svapora.

La pianura padana è un’immagine d’amore della natura,

quando tra la nebbia fa capolino il fiume

sporco di fango e di barche fantasma,

e poi un raggio di sole bambino

illumina il fogliame rado e verdastro.

Non è il verde dei pittori,

che amano un verde umbro pastoso:

il verde della pianura è di un verde che consola,

un verde schiumoso di animali da cortile,

che odi lontani in qualche sabbiosa rincorsa,

un verde così misterioso e scuro

che ti fa sentire l’assurdo della natura,

una lama spietata di sensazione lucida

di esser parte di qualcosa

(scherzosamente unica e irripetibile?)

Quanta crudeltà

lasciare questi luoghi,

senza più abitare questa immensa casa,

dolce pianura mia,

mia dolce, dolce pianura.

 

SEGUI DAL POST PRECEDENTE…

Girovagava senza meta. E poi, dal portico sbucò all’aria di una vasta piazza, Prato della Valle.

Lì il brusio degli immigrati rendeva la piazza simile ad un grande bazar. Dalla Piazza alzò gli occhi finalmente al cielo e tra le luci quasi notturne poté ammirare in lontananza la Basilica del Santo.

Giorgio ne fu consciamente come attratto. Non posso fermare il mio cammino, devo andare perché c’è qualcuno che mi chiama, diceva tra sé. Non pensava ad un’esperienza mistica, perché Giorgio rifuggiva da qualsiasi situazione che non fosse connotata da concretezza, ma il richiamo lo sentiva così forte che le gambe procedevano da sole e, come sospinte dalla forza del mare, un’onda le percorreva. I brividi di freddo si alternavano al sudore ed ogni pensiero sull’episodio vissuto qualche ora prima era scomparso per lasciare il posto a quell’invito.

Si ritrovò nella piazzetta antistante la Basilica dalla grande facciata in stile romanico, quella dove si erge la statua del Gattamelata. Non posso seguirti, il tuo bastone chissà ora chi sta chiamando e incitando al sangue, gli disse Giorgio, sedendo sul muretto vicino.

Un barbone dagli occhi lucidi lo guardò: “Vedo dietro di te la mano di Dio”. Giorgio gli sorrise e gli tese quei pochi spiccioli dalla tasca: “Tieni”, gli sorrise, “ancora un altro bicchiere e ne vedrai anche gli occhi”.

Il barbone si allontanò felice, rivelando un sorriso sdentato. Non fece neanche in tempo a seguirlo con lo sguardo che una macchina gli si avvicinò. Nel buio, i fari lo illuminavano e non riusciva a scorgere chi la stesse guidando, quando il finestrino dal lato opposto al guidatore si abbassò: “Dai, sali”.

Giorgio non fece domande, si avvicinò alla macchina, aprì la portiera e vi salì sopra. La macchina sgommò sull’asfalto. Rimasero in silenzio, Marina guardava diritta la strada e così anche Giorgio.

Ho girato per tutta Padova”, la donna ruppe il silenzio “ma sapevo che ti potevo trovare solo qui. Ormai hai perso il treno, ti accompagno io a Milano”

Giorgio si abbandonò sul sedile della macchina, senza rispondere a Marina. Sentiva che stava per perdere le forze, la camminata senza meta lo aveva svuotato e abbandonarsi a quella donna era l’ancora della sua salvezza; aveva la sensazione di aver perso la sua meta, Giovanna.

Giovanna, dove sei?

Esisteva da qualche parte, qualsiasi parte, qualcuno, qualcuno, qualcuno con, con, con, con cui esistere, esistere, esistere?

Grosse nuvole nere, più nere della notte si profilavano all’orizzonte e scendevano minacciose sulla strada che si snodava davanti a loro. Marina si voltò verso di lui e vide il nulla. Un’ombra discese sui suoi occhi: nello stesso giorno aveva trovato l’amore e nello stesso giorno sapeva di averlo perso per sempre. Lo accarezzò dolcemente, grazie a lui aveva acquistato la consapevolezza della propria forza.

Aveva lasciato Luca ancora nudo, disteso sul pavimento. Mentre faceva l’amore con Luca sentiva una nota dissonante, qualcosa che non gli faceva provare un piacere totale. Il piacere meccanico dell’unione con Luca si riduceva a sensazioni corporee, e una volta sedato l’orgasmo, gli rimaneva il desiderio di qualcos’altro da raggiungere. Luca aveva cercato di esprimere il suo possesso e questo l’aveva umiliata. “Luca, devo andare”, gli smosse dal seno il braccio, inarcando la schiena e svincolandosi.

Luca la guardò: “Perdonami, ti amo”

Lo so, ma adesso lasciami andare”, la mano di Luca le tratteneva con forza il braccio, “Lasciami”, lo affrontò con sicurezza, “o non tornerò”

Ho capito, perdonami, sei libera”, Luca supplicò Marina.

Non ho bisogno che tu mi lasci libera, io sono libera”, replicò Marina.

Luca lasciò la stretta, aveva capito che Marina sarebbe andata via comunque, ma non sapeva se Marina sarebbe ancora tornata da lui. E tutto il potere che aveva dimostrato prima, prendendola quasi con rabbia, gli parve improvvisamente inutile.

(CONTINUA)

SULLA STRADA

 

po.jpg

SULLA STRADA

 

La strada si snoda in curve pericolose,

un grigio asfalto sfumato,

un tutto di terra e cielo indiviso,

mentre alle prime ore del pomeriggio

la soffice nebbia svapora.

La pianura padana è un’immagine d’amore della natura,

quando tra la nebbia fa capolino il fiume

sporco di fango e di barche fantasma,

e poi un raggio di sole bambino

illumina il fogliame rado e verdastro.

Non è il verde dei pittori,

che amano un verde umbro pastoso:

il verde della pianura è di un verde che consola,

un verde schiumoso di animali da cortile,

che odi lontani in qualche sabbiosa rincorsa,

un verde così misterioso e scuro

che ti fa sentire l’assurdo della natura,

una lama spietata di sensazione lucida

di esser parte di qualcosa

(scherzosamente unica e irripetibile?)

Quanta crudeltà

lasciare questi luoghi,

senza più abitare questa immensa casa,

dolce pianura mia,

mia dolce, dolce pianura.