STAI

Perché quando amo, solo te amo.


 

 

Stai ora

perché facile la notte

che l’umore avvolge

nelle ampie spire

dei nostri corpi, facili.

Facile tenerti

quanto aperte e chiuse

in un girar di vortici

le vene gonfie

a risucchiare vita.

Facile tenerti

quanto la bocca a te

anela e singhiozza

all’aria il buio.

Facile in me tenerti,

è sempre comunque facile

perché quando amo

solo te amo.

 

BUON NATALE

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Nel piccolo albero,

si riflette sul candore

del lucido e trasparente balocco

il sorriso di un uomo

mentre una lacrima

si fa più amara

ripensando al passato.

Frammenti di carta nelle sue tasche,

oggetti che nascondono

un cuore bambino,

che ama giocare, sognare, amare.

Caro alberello,

l’uomo sorride e gli parla,

davanti a me

c’è ancora un regalo,

la gioia di andare avanti

e di vivere un altro Natale.

 

 

 

 

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Buon Natale

da Giulia

 

Oggi è Natale

io sono con voi

ed è questo che conta

 

 

 

 

 

 

Papà, tra poco è Natale!

 

pioggia_vetro.jpgDa un po’ di giorni si trovavano al freddo, Maurizio e suo padre. Gli aveva chiesto insistentemente il motivo dei termosifoni spenti in quei giorni di dicembre in cui, affacciandosi alla finestra, il vapore del proprio respiro sul vetro lasciava strane scie e impronte. Era arrivato al punto di desiderare che si facesse presto mattina per andare a scuola e godere insieme agli amici un po’ di tepore. Non aveva il coraggio di parlare con nessuno e si accontentava della felicità di stare insieme ai compagni di scuola. Aveva chiesto di essere spostato proprio nel banco vicino al termosifone, quello odiato da tutti perché ad una certa ora il calore era così insopportabile che chiunque si sarebbe infastidito. Maurizio no, si beatificava delle goccioline di sudore che gli scorrevano sulla schiena, immagazzinando tutto il calore che avrebbe poi irradiato per il resto della giornata.

Tutto era cominciato dopo quel maledetto giorno in cui aveva perso sua madre: se n’era andata via per sempre. L’aveva salutata una mattina, che doveva andare all’ospedale per una visita. Un bacio veloce sulla guancia, la mano fredda di sua madre: come poteva perdonarsi di non essere stato attento, di non averla abbracciata un’ultima volta stretto stretto… Anzi, con fastidio l’aveva scostata con la mano, quando aveva provato a raddrizzargli il ciuffo indomito davanti agli occhi. Una lacrima gli scivolò giù sul quaderno dove cercava un po’ di concentrazione per fare i compiti. La riviveva negli abbracci, nei dolci di cioccolato, nei caldi budini del pomeriggio e si arrabbiò perché non ricordava il colore degli occhi, ma lo sguardo intenso e il sorriso. Si alzò e andò a prendere la fotografia di sua madre, candida col velo sul capo e sorridente il giorno delle nozze con suo padre. Com’era bella! Gli occhi erano di color nocciola, come i suoi.

Sentì il morso della fame. Appoggiò con cura la foto e andò in cucina. Aprì il frigorifero ma come al solito non c’era nulla. Qualche bottiglia di latte, una confezione di uova. Se ci fosse stata la mamma!, pensò Maurizio. Ormai suo padre viveva nel suo mondo, non si curava di lui, non gli preparava neanche la cena e non gli faceva trovare nulla da mangiare. 4127868_50678bf6b9_m.jpgAndava a lavorare in fabbrica e tornava distrutto dalla fatica; quando arrivava si buttava nel letto e non si sarebbe alzato fino alla mattina seguente. Guardò l’orologio, erano appena le dieci della sera, ma non avrebbe sopportato oltre di restare senza mangiare. Aprì la dispensa: dentro c’era una scatola di passata di pomodoro e un po’ di pasta e decise di prepararsi la pastasciutta. Si era stupito della sua dote di imparare in cucina attraverso i ricordi della vita con sua madre. Mettere a bollire l’acqua nella pentola, un’impresa la prima volta che aveva provato; poi lei che metteva il sugo nel pentolino e lo versava dentro il pentolone con la pasta e mescolava mescolava…

Quando ebbe finito di mangiare si buttò così vestito nel letto e cominciò a pensare. Doveva far qualcosa per cambiare quella situazione. Forse se avesse trovato qualche lavoro, con suo padre avrebbe cominciato a parlare. Dal funerale avevano scambiato si e no qualche parola, era un rimprovero, gli pareva, come se suo padre lo accusasse: “Perché non sei morto tu, invece di tua madre?

Sentì aprire la porta, suo padre era rientrato. Si alzò per andargli incontro e salutarlo: “Papà, se vuoi c’è ancora un po’ di pastasciutta sulla pentola, te la scaldo un po’?”

Giuseppe sospirò e guardò suo figlio con aria dolce: “Sì, certo, ho proprio fame, bravo Maurizio”

Maurizio volò in cucina e cominciò a scaldare la spaghettata, ringraziando il cielo di aver sbagliato la dose della pasta e di averla lasciata nella pentola.

Preparò velocemente la tavola e vide suo padre arrivare e sedersi, proprio come un tempo.

Prendi, papà”, gli porse il piatto e si sedette insieme a lui.

Giuseppe cominciò a mangiare avidamente: “Buona, davvero”, gli sorrise.

Maurizio sentì dentro di sé una felicità immensa e si fece coraggio.

Papà, tra poco è Natale”, disse, abbassando gli occhi.

Non lo vide arrivare. Il ceffone gli si stampò in pieno viso.

Sei uno stupido! Hai il coraggio di pensare al Natale quando tua madre è morta da un mese?”

Ma papà,…domani…”, gli fece eco Maurizio, piangendo sommessamente per il dolore fisico e al cuore.

Vattene…, vai via, vattene, non hai rispetto”, suo padre gli intimò quasi sibilando, alzandosi in piedi.

Maurizio si alzò, indietreggiando fino alla porta e poi oltre, fino in camera sua. Si sentiva come svuotato e si buttò sul letto. Pianse da solo così tanto che al mattino si ritrovò con gli occhi gonfi e con difficoltà si alzò per andare a scuola; doveva andarci, per salutare gli amici e scambiare gli auguri di Natale e del nuovo anno in arrivo. Aveva sentito suo padre uscire la mattina presto, avrebbe voluto scusarsi e dirgli quanto era stato egoista, ma non aveva trovato la forza.

Si vestì svogliatamente e andò a scuola; la mattina trascorse veloce festeggiando con panettoni, bibite e i professori che pregustavano l’aria felice delle feste. All’una si ritrovò in piazza, preso da un’incredibile solitudine. 99.jpgSi mise a bighellonare per le strade, illuminate a festa, il rosso e l’oro che brillavano nelle case e nei monumenti, i negozi pieni di cose belle. “Mamma, perché?”, si chiedeva e quasi cresceva in lui un sentimento di accusa contro la madre che li aveva lasciati soli, anzi da solo.

A casa, intanto, Giuseppe si era fermato a contemplare il lavoro, ma iniziava a preoccuparsi, si stava facendo tardi. Guardò l’orologio: erano le otto della sera e Maurizio non era ancora arrivato. Ancora qualche minuto e poi sarebbe uscito per andare in cerca. Maledizione, perché l’ho trattato in quel modo? Se fosse successo qualcosa anche a Maurizio non se lo sarebbe mai perdonato… Dio, pensò, aiutami tu…

In quel momento, nel turbinio dei pensieri, sentì che qualcuno apriva la porta. Tirò un sospiro di sollievo e continuò il lavoro.

Maurizio entrò nella grande casa, lo avvolse qualcosa ancora di tiepido, ma era un calore familiare. Un rumore proveniva dal salotto, ma non osò fiatare. Fece per andare diritto in camera ma passando per il salotto quello che vide lo fece restare senza parole.

221810.jpgSuo padre era chino sotto il loro piccolo alberello, quello che addobbavano ogni anno con gli stessi balocchi da quando era nato e stava preparando il tradizionale presepe.

Maurizio si fece coraggio e si chinò accanto al padre.

Papà…”

Scusa Maurizio per ieri sera”, Giuseppe non aveva il coraggio di guardare il figlio negli occhi.

Non preoccuparti, capisco papà, ti ho capito”

Sì, lo so che sei un ragazzo in gamba”, gli disse Giuseppe, mentre sistemava la mangiatoia dove la statuina del Bambin Gesù sarebbe apparsa alla mezzanotte.

presepePERFETTO.jpgEcco, guarda, ho finito”, e Giuseppe cinse con un braccio il figlio.

Maurizio guardò bene il presepe.

Papà, manca…manca la statuina della Madonnina…”

No, Maurizio, non manca. Credo che stanotte scenderà anche lei. Sì, sono sicuro che stanotte la mamma scenderà insieme al Bambin Gesù…”

E padre e figlio si abbracciarono stretti stretti.

Sì”, ripeteva Giuseppe, “tra poco è Natale”

 

 

Papà, tra poco è Natale!

 

Papà, tra poco è Natale!

 

pioggia_vetro.jpgDa un po’ di giorni si trovavano al freddo, Maurizio e suo padre. Gli aveva chiesto insistentemente il motivo dei termosifoni spenti in quei giorni di dicembre in cui, affacciandosi alla finestra, il vapore del proprio respiro sul vetro lasciava strane scie e impronte. Era arrivato al punto di desiderare che si facesse presto mattina per andare a scuola e godere insieme agli amici un po’ di tepore. Non aveva il coraggio di parlare con nessuno e si accontentava della felicità di stare insieme ai compagni di scuola. Aveva chiesto di essere spostato proprio nel banco vicino al termosifone, quello odiato da tutti perché ad una certa ora il calore era così insopportabile che chiunque si sarebbe infastidito. Maurizio no, si beatificava delle goccioline di sudore che gli scorrevano sulla schiena, immagazzinando tutto il calore che avrebbe poi irradiato per il resto della giornata.

Tutto era cominciato dopo quel maledetto giorno in cui aveva perso sua madre: se n’era andata via per sempre. L’aveva salutata una mattina, che doveva andare all’ospedale per una visita. Un bacio veloce sulla guancia, la mano fredda di sua madre: come poteva perdonarsi di non essere stato attento, di non averla abbracciata un’ultima volta stretto stretto… Anzi, con fastidio l’aveva scostata con la mano, quando aveva provato a raddrizzargli il ciuffo indomito davanti agli occhi. Una lacrima gli scivolò giù sul quaderno dove cercava un po’ di concentrazione per fare i compiti. La riviveva negli abbracci, nei dolci di cioccolato, nei caldi budini del pomeriggio e si arrabbiò perché non ricordava il colore degli occhi, ma lo sguardo intenso e il sorriso. Si alzò e andò a prendere la fotografia di sua madre, candida col velo sul capo e sorridente il giorno delle nozze con suo padre. Com’era bella! Gli occhi erano di color nocciola, come i suoi.

Sentì il morso della fame. Appoggiò con cura la foto e andò in cucina. Aprì il frigorifero ma come al solito non c’era nulla. Qualche bottiglia di latte, una confezione di uova. Se ci fosse stata la mamma!, pensò Maurizio. Ormai suo padre viveva nel suo mondo, non si curava di lui, non gli preparava neanche la cena e non gli faceva trovare nulla da mangiare. 4127868_50678bf6b9_m.jpgAndava a lavorare in fabbrica e tornava distrutto dalla fatica; quando arrivava si buttava nel letto e non si sarebbe alzato fino alla mattina seguente. Guardò l’orologio, erano appena le dieci della sera, ma non avrebbe sopportato oltre di restare senza mangiare. Aprì la dispensa: dentro c’era una scatola di passata di pomodoro e un po’ di pasta e decise di prepararsi la pastasciutta. Si era stupito della sua dote di imparare in cucina attraverso i ricordi della vita con sua madre. Mettere a bollire l’acqua nella pentola, un’impresa la prima volta che aveva provato; poi lei che metteva il sugo nel pentolino e lo versava dentro il pentolone con la pasta e mescolava mescolava…

Quando ebbe finito di mangiare si buttò così vestito nel letto e cominciò a pensare. Doveva far qualcosa per cambiare quella situazione. Forse se avesse trovato qualche lavoro, con suo padre avrebbe cominciato a parlare. Dal funerale avevano scambiato si e no qualche parola, era un rimprovero, gli pareva, come se suo padre lo accusasse: “Perché non sei morto tu, invece di tua madre?

Sentì aprire la porta, suo padre era rientrato. Si alzò per andargli incontro e salutarlo: “Papà, se vuoi c’è ancora un po’ di pastasciutta sulla pentola, te la scaldo un po’?”

Giuseppe sospirò e guardò suo figlio con aria dolce: “Sì, certo, ho proprio fame, bravo Maurizio”

Maurizio volò in cucina e cominciò a scaldare la spaghettata, ringraziando il cielo di aver sbagliato la dose della pasta e di averla lasciata nella pentola.

Preparò velocemente la tavola e vide suo padre arrivare e sedersi, proprio come un tempo.

Prendi, papà”, gli porse il piatto e si sedette insieme a lui.

Giuseppe cominciò a mangiare avidamente: “Buona, davvero”, gli sorrise.

Maurizio sentì dentro di sé una felicità immensa e si fece coraggio.

Papà, tra poco è Natale”, disse, abbassando gli occhi.

Non lo vide arrivare. Il ceffone gli si stampò in pieno viso.

Sei uno stupido! Hai il coraggio di pensare al Natale quando tua madre è morta da un mese?”

Ma papà,…domani…”, gli fece eco Maurizio, piangendo sommessamente per il dolore fisico e al cuore.

Vattene…, vai via, vattene, non hai rispetto”, suo padre gli intimò quasi sibilando, alzandosi in piedi.

Maurizio si alzò, indietreggiando fino alla porta e poi oltre, fino in camera sua. Si sentiva come svuotato e si buttò sul letto. Pianse da solo così tanto che al mattino si ritrovò con gli occhi gonfi e con difficoltà si alzò per andare a scuola; doveva andarci, per salutare gli amici e scambiare gli auguri di Natale e del nuovo anno in arrivo. Aveva sentito suo padre uscire la mattina presto, avrebbe voluto scusarsi e dirgli quanto era stato egoista, ma non aveva trovato la forza.

Si vestì svogliatamente e andò a scuola; la mattina trascorse veloce festeggiando con panettoni, bibite e i professori che pregustavano l’aria felice delle feste. All’una si ritrovò in piazza, preso da un’incredibile solitudine. 99.jpgSi mise a bighellonare per le strade, illuminate a festa, il rosso e l’oro che brillavano nelle case e nei monumenti, i negozi pieni di cose belle. “Mamma, perché?”, si chiedeva e quasi cresceva in lui un sentimento di accusa contro la madre che li aveva lasciati soli, anzi da solo.

A casa, intanto, Giuseppe si era fermato a contemplare il lavoro, ma iniziava a preoccuparsi, si stava facendo tardi. Guardò l’orologio: erano le otto della sera e Maurizio non era ancora arrivato. Ancora qualche minuto e poi sarebbe uscito per andare in cerca. Maledizione, perché l’ho trattato in quel modo? Se fosse successo qualcosa anche a Maurizio non se lo sarebbe mai perdonato… Dio, pensò, aiutami tu…

In quel momento, nel turbinio dei pensieri, sentì che qualcuno apriva la porta. Tirò un sospiro di sollievo e continuò il lavoro.

Maurizio entrò nella grande casa, lo avvolse qualcosa ancora di tiepido, ma era un calore familiare. Un rumore proveniva dal salotto, ma non osò fiatare. Fece per andare diritto in camera ma passando per il salotto quello che vide lo fece restare senza parole.

221810.jpgSuo padre era chino sotto il loro piccolo alberello, quello che addobbavano ogni anno con gli stessi balocchi da quando era nato e stava preparando il tradizionale presepe.

Maurizio si fece coraggio e si chinò accanto al padre.

Papà…”

Scusa Maurizio per ieri sera”, Giuseppe non aveva il coraggio di guardare il figlio negli occhi.

Non preoccuparti, capisco papà, ti ho capito”

Sì, lo so che sei un ragazzo in gamba”, gli disse Giuseppe, mentre sistemava la mangiatoia dove la statuina del Bambin Gesù sarebbe apparsa alla mezzanotte.

presepePERFETTO.jpgEcco, guarda, ho finito”, e Giuseppe cinse con un braccio il figlio.

Maurizio guardò bene il presepe.

Papà, manca…manca la statuina della Madonnina…”

No, Maurizio, non manca. Credo che stanotte scenderà anche lei. Sì, sono sicuro che stanotte la mamma scenderà insieme al Bambin Gesù…”

E padre e figlio si abbracciarono stretti stretti.

Sì”, ripeteva Giuseppe, “tra poco è Natale”

QUANTO

 

Venezia_Ponte_dei_Sospiri.jpgQuanto

 

Quanto mi desideri ora

fingo di non capire

se passeggiando

lungo i canali mi rivolgi

sguardi continui

di voluttà evanescente,

di umidità penetrante

che di baci salmastri

mi bagna la nuca.

Quanto non sono insensibile

te lo dimostro ora

mentre mi sporgo

dalla bianca balaustra

a sentire l’odore della laguna.

Legno conficcato nell’acqua:

un atto d’amore si erode

mentre dall’alto del ponte

tutto semplicemente scorre.

Trecce

bimba trecce 5102-L.jpgLe tue orme

potessi percorrere,

anche con passo stanco,

perché vai lontano,

fratello.

Ti sembro diversa:

– dov’è la bimba con le trecce?

Fragile incoerenza,

quando le parole non servono

basta uno sguardo

da sopra o sotto il tavolo

– è l’altezza che ci inganna

per ritrovarsi bambini

quando tu, impavido acrobata,

sopra la fune

volteggiavi felice

come fanno ora

i miei figli

nel grande circo

immaginario (della vita)

 

 

Siddu valissi a pena di campari…

Ringrazio per la collaborazione Roberto, Nicoletta e in particolar modo un grazie di cuore a Giusi Manfrè che ha contribuito alla traduzione delle frasi in siciliano.

 

 

Elio e le Storie Tese: Parco Sempione : BUON COMPLEANNO 🙂

 

 

Siddu valissi a pena di campari…

Mario cominciò a riporre tutte le sue cose sul borsone, con lentezza, per assaporare quegli ultimi momenti nella sua casa. Cominciava dai ricordi più importanti, l’orologio del padre che apparteneva al nonno, la fotografia della madre, lì immortalata con le mani sui fianchi, i capelli cotonati secondo la moda dell’epoca e probabilmente già con lui dentro la pancia.
“Forsi ‘nta sta fotografia ci si puru tu”, le aveva detto sua madre, orgogliosa della sua bellezza, riguardando ogni volta la foto con nostalgia ma senza rimpianti.

In quella foto, il ricordo di una fuitina d’amore insieme a suo padre. Sua madre…, chissà cosa avrebbe detto di questa situazione assurda. E poi prese la pistola, una 38 e la ripose sotto la fodera della valigia.

La prima volta che uccise: l’orgoglio di essere un uomo, di essere parte di qualcosa, di essere forte, di avere il potere nelle mani, un potere immenso di decidere della vita altrui. Una vita che valeva quanto un’altra: non ricordava nemmeno il momento in cui si era accorto che vivere era inutile. Aut aut, senza possibilità di ritorno.

Si guardò le mani e si sfilò dall’anulare la fede. Ricordava il matrimonio religioso con lei, vestita di mille veli bianchi e sotto l’immenso turbinio di passione, una bolla di confetti da assaporare, carne di mandorla. Lei, ora in cucina con le melanzane a friggere per l’ultima parmigiana nella sua casa. Lei, una piccola palla soda di carne da addentare. Gli si rizzarono i sensi e la voglia di portarla nel letto.

Andò in cucina e le appoggiò con forza le mani sulle natiche, sollevandole come se fossero di polpa consistente. “Mmmuhh…”, gli uscì uno strano mugugno. “Mi siddia… staju cucennu ”, lei sorrise, porgendogli il collo di delicata pelle d’alabastro, continuando a friggere allegramente le dolci fettine di melanzana, che nell’olio sfrigolavano, saturando l’aria di goloso profumo. Le mani di Mario risalivano dalla sottana fino al seno corpulento di lei, che godevano del pressante massaggio.

Scimunitu, cunnautra anticchia vennu tutti, e’ l’urtima manciata chi facemu ‘nzemmula ca to’ fammigghia ca’ ‘nta nostra casa! ”

Sta’ cosa cunta chiossa’! Iddi hannu aspittari….amuni’ allistemuni, fazzu tutti i cosi jo’” e già si insinuava in morbidi posti segreti.

Il suono di un campanello lo risvegliò dal movimento ritmico che tentava di imporre alla sua donna.
Si riassestarono velocemente i vestiti, lei guardandolo di traverso, come a precisare il ti l’avia rittu; lui guardandola col sorriso di intesa del pero’ ti fici addivertiri .

I parenti cominciarono ad arrivare a frotte. La famiglia si riunì per l’ultima volta insieme, tutti nella grande casa a mangiare, mangiare e mangiare come nella grande tradizione della famiglia.
Un anno prima era arrivata la notizia dal Parlamento: ormai era deciso.

Il Paese doveva sparire. Anzi non doveva sparire il paese, dovevano sparire gli abitanti. Andarsene, letteralmente. Prendere valigie e quant’altro e andarsene. Un anno di tempo per lasciare il posto ad altri abitanti e trovare casa in un’altra città, ogni famiglia una città diversa. E d’altra parte la lotta alla mafia doveva pur trovare strategie e azioni diverse: un piccolo paese siciliano di undicimila abitanti non poteva continuare ad essere il covo dei più importanti capi mafia. Eliminare il tessuto intrecciato delle famiglie e lasciare spazio ad altre famiglie, quelle di poveretti provenienti da parti del mondo desolate, che cercavano una terra da amare e in cui essere accolti. Il ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo non aveva ottenuto alcun frutto; la sentenza finale rimase quella che per gli abitanti di quel paese l’unica soluzione era andarsene.

La lotta alla mafia era un progetto internazionale che si doveva perseguire con ogni mezzo.

Quando la famiglia finì di mangiare, le donne pulirono la casa. In loro c’era la tristezza per l’abbandono del proprio, per un incontro col destino, una vita forse diversa in una grande città siciliana o in una città del nord e le amicizie lasciate. Che fine avrebbero fatto? Riconoscevano in quella scelta non solo un’imposizione ma una via di fuga anche per loro. Un rientro ad una normalità; speravano davvero nell’intreccio spezzato della rete di omicidi e di violenza e di droga.
Alla casa di Mario suonò, per la seconda volta quel giorno, il campanello.
Sulla soglia apparve una piccola famiglia. Madre, padre e due piccoli bimbi. La donna indossava una veste multicolore, che rilasciava allegria e aveva due grandi occhi liquidi neri. Attaccati alla veste i due piccoli mocciosi.

La donna del sud abbracciò l’altra donna, perché la gente del sud ha in sé l’amore per l’altro e l’ospitalità e lo stesso vale per l’altra donna, che di sé sa donare solo un abbraccio del sole della sua terra. Anche a lei un incontro col destino e tutta quella bellezza donata sembra un abbaglio dopo quel mese d’inferno al centro di permanenza temporanea. Una casa donata, una terra lasciata.

Si salutano così tutti, finché nella bella casa siciliana resta solo una famiglia, un’altra incredibile famiglia e per entrambe la speranza, l’inizio di una nuova vita.

Mario uscì all’aria fresca della sua terra. Il sole sferzò i suoi occhi: non meritava tanto, lui aveva ucciso così tante persone inutilmente e senza che ci fosse per lui altro significato che l’esecuzione di un ordine. Lui avrebbe meritato la morte ma non sapeva per quale motivo a lui fosse stata concessa un’altra opportunità. Andarsene e andarsene libero. Guardò la piccola palla di carne di sua moglie e i suoi parenti, girò lo sguardo con le lacrime agli occhi verso quella che era stata la sua casa, riguardò avanti, cingendo con un braccio la sua compagna.

La vita era davanti.

Siddu valissi a pena di campari… – pensò Mario – senza rimpiangere la pistola che aveva lasciato sotto il materasso.