SIRENE

 

sirena.jpgSIRENE

 

Desiderio

la mia vita,

quando piccola donna

ergevo il mio sguardo

tra le stelle

e sugli scogli

le onde si infrangevano,

fragili lacrime

di spiriti marini.

E mi tuffavo per cercare sogni

e risalivo

per giocare con me stessa

e il mare.

Ora tra le stelle

ho visto te

e tra le onde

getterò il mio spirito,

di piccola donna,

per rincorrere

quel che ancora

mi appare nulla.

 

 

L’uomo camminava lentamente sulla sabbia. Lo muoveva il vento e come un albero si piegava di lato, ma sembrava forte e procedeva anche se strascicando un po’ le gambe incerte. Il mare d’inverno si traduceva in una bellezza pericolosa di forza e di schiuma che si apriva rumorosa nell’arrivo alla risacca. Si voltò verso il mare e lo vide immenso; una lacrima gli cadde sul viso: per quanto tempo ancora avrebbe goduto di quest’aria fredda e potente, di tutta questa maestosità in cui era nulla e più nulla del nulla? Natura contro natura, voglia di vivere ancora nonostante la carne fiacca e molle. Lui era vivo! Voglio questa vita con tutto me stesso! Non occorreva gridarlo, sapeva che c’era qualcuno in ascolto, che l’avrebbe udito anche attraverso le piccole particelle del suo corpo. Procedeva via via sempre più sicuro, finché arrivò alla diga, costituita da piccoli massi di pietra bianca, a fianco gli uni degli altri a formare scalini insicuri, resi scivolosi dall’acqua e dall’umidità invernale. Si appoggiò ad essi e pian piano salì, fino ad arrivare sulla passeggiata della diga. In lontananza riusciva a scorgere ancora il vecchio faro. Anche quest’anno non voleva mancare al consueto appuntamento con la sua sirena.

Rideva tra sé e sé, ancora dopo quarant’anni… Certo, quando diceva di andare in visita alla sirena del faro, gli amici e i parenti non ci facevano caso. Ormai sapevano di quell’appuntamento fisso, forse, quel che non sapevano è che in punta al faro non ci andava per ascoltare una sirena, ma per ascoltare la sua sirena. Una sirena vera, in squame ed ossa, con capelli lunghi e biondi, il seno bianco d’argento, sfacciato al cospetto dell’uomo. La sua sirena aveva capelli vivi, che profumavano di mare. Gli si attorcigliavano intorno come tanti tentacoli e lo attiravano a lei. Erano arrivati un giorno al punto di baciarsi e poi un giorno sullo scoglio l’aveva amata con tutta la sua passione di uomo. La sua sirena aveva una voce dolcissima, che lo carezzava e gli dava forza e consigli, come se conoscesse le sue angosce e paure. Lei sapeva districarle con le mani affusolate e i pensieri, tutto gli diventava chiaro nella mente. La fortuna nella vita era anche merito suo.

“Nonno, sei sicuro che viene la tua sirena?”

“Sì, Angeluccio, la vedrai sullo scoglio, bella, con i capelli lunghissimi e biondi”, si rivolse il vecchio al ragazzetto tronfio e saltellante sulle sue gambe agili e snelle. Si era dimenticato del nipote che lo seguiva, tanta era la voglia di rivederla, la sua bellissima chimera.

Aveva deciso di portarlo con sé, il nipote. Non poteva andarsene da questa vita senza sapere che qualcuno continuasse a custodire il segreto e a perpetuarlo nell’eternità. Angelo era un tipo sveglio, avrebbe capito e poi i suoi racconti, di viaggi sulle onde schiumose del mare, di visite sognanti negli abissi, di corpi marini fluorescenti e code e amore a profusione e sogni, sogni da annegarci dentro come in calici di vino spumeggiante l’avevano accompagnato durante tutta la sua infanzia.

Angelo seguiva trepidante il nonno. Sapeva che quel giorno non avrebbe visto nulla, ma avrebbe fatto contento il nonno, avrebbe gridato “L’ho vista, la sirena, l’ho vista!” anche se non ci fosse stato nulla, magari solo un gabbiano posato sul pelo dell’acqua. Ma il nonno era una persona eccezionale, e avrebbe reso eccezionale per lui quel giorno. Il faro era lontano, entrambi camminavano vicini per proteggersi ed avanzare. Poi arrivarono e lì il mare era tutto davanti a loro, potente e generoso. Angelo guardò il nonno. I suoi occhi acquosi da inquieti si erano trasformati in grandi occhi pieni di gioia. Guardò il mare ma non vedeva nulla. Riguardò il nonno.

“Angelo, …”

Angelo strabuzzò gli occhi, non gli pareva vero, ma quello che gli era davanti non era un miraggio. La schiuma cingeva il suo corpo e i capelli biondi risplendevano ai raggi del sole del mattino, la sirena sembrava emergere dal mare come se una forza sottostante la portasse in superficie. Se esiste la bellezza, questa è la bellezza, pensò Angelo, conoscendo per la prima volta quella creatura e visitando il contorno del viso, il profilo audace del corpo, la lunghezza delle gambe tutte ricoperte da piccole squame argentee.

Guardò il nonno e non ebbero bisogno di parole, lo abbracciò anche se il nonno era perso nella sua visione. Poi accadde qualcosa di strano.

Era una comunicazione a distanza, la loro. Li sentiva parlare, il nonno e la sirena, ma non emettevano suoni. Era come un dialogo fatto sottovoce e lui vi partecipava, ascoltando. Si raccontavano dell’anno trascorso, degli episodi importanti accaduti, dei desideri assopiti, delle mancanze ed era come lo scorrere di un filo, che lento si dipanava per poi riavvolgersi risolto. Arrivò il tramonto, i raggi del sole lasciavano spazio ai primi sonnolenti vuoti notturni e il silenzio acquietò gli animi. E come era arrivata, nello spazio di un batter di palpebre, così la sirena sparì, lasciando in Angelo la felicità.

E non servirono parole nemmeno quando, nonno e nipote, nella quiete notturna del mare, tornarono a casa.

Negli abissi marini intanto la dolce sirena intesseva i fili delle voluttuose alghe.

“Nonna, l’ho visto”

“Lo so, ho parlato con lui, mentre tu guardavi il giovane ragazzo”

“Nonna, perché non sei salita tu anche questa volta?”

“Volevo che mi ricordasse come la prima volta che ci siamo visti, … avevo la tua stessa bellezza”

“Ma, nonna, sei sempre bellissima … non c’è pari tra gli umani”

“Lo so, ma la bellezza di un sogno sta nella sua immutabilità…”, e mentre lo diceva la sirena pettinava i suoi bellissimi capelli argentei…

 

 

P.S. l’immagine è tratta dal web e non ha alcuna attinenza con il racconto.

CHI NON LAVORA?

Dopo i prelevamenti

Vladimir Vladimirovic Majakovskij (1930)

 

È risaputo:
tra me
e Dio
ci sono numerosissimi dissensi.
Io andavo mezzo nudo,
andavo scalzo,
e lui invece portava
una tonaca ingemmata.
Alla sua vista
mi riusciva appena
trattenere lo sdegno.
Fremevo.
Ora invece Dio è quello che deve essere.
Dio è diventato molto più alla mano.
Guarda da una cornice di legno.
La tonaca di tela.
Compagno Dio,
mettiamoci una pietra sopra!
Vedete,
perfino l’atteggiamento verso di voi è un po’ cambiato.
Vi chiamo “compagno”,
mentre prima
“signore”.
(Anche voi ora avete un compagno),
Se non altro,
adesso
avete un’aria un po’ più da cristiano.
Bene,
venite qualche volta a trovarmi.
Degnatevi di scendere
dalle vostre lontananze stellate.
Da noi l’industria è disorganizzata,
i trasporti anche.
E voi,
dicono,
vi occupavate di miracoli.
Prego,
scendete,
lavorate un po’ con noi.
E per non lasciare gli angeli con le mani in mano,
stampate
in mezzo alle stelle,
che si ficchi bene negli occhi e nelle orecchie:
chi non lavora non mangia.

 

CONTINUA DAL POST DEL 16/O1/2010 (PARTE FINALE DEL RACCONTO “L’EQUIVOCO”)

lavoro.jpg Ora i pacchetti se ne stavano tra le mani di Giuseppe, che in realtà non sapeva cosa fare. Mosso dall’impeto di seguire il suo istinto, si ritrovava in una città straniera, al freddo, con una moglie che se la stava spassando chissà dove col suo amante, con la rabbia che pian piano stava svaporando per lasciar spazio ad un crescente sentimento confuso.

Aspettare la moglie e vedere la sua faccia felice dissolversi davanti alla sua vista… sì, gli sarebbe piaciuto ma poi? Affrontare il poi non sarebbe stato meno difficile e doloroso. La piccolezza del tradimento gliel’aveva trasformata davanti agli occhi rendendola fragile e infima e, anche se innamorato ancora, non l’avrebbe trattenuta a sé, l’avrebbe lasciata libera di decidere. Tutti quegli anni di vita insieme non erano stati inutili ma per lui, davanti a quei binari di treni, provenienti da mille e mille stazioni diverse, era arrivato il momento di cambiare binario e di provare a vivere in maniera diversa l’esistente.

Si chiedeva della difficoltà del vivere, del fallimento, del motivo che l’aveva condotto al fallimento, avrebbe dovuto cambiare tutto, forse persino casa sua non sarebbe rimasta sua: accettare o lottare?

Certamente non avrebbe lasciato che sua moglie se ne andasse così senza prima chiarire il motivo del suo abbandono e decise che l’avrebbe aspettata al rientro, a casa.

Sul tabellone della stazione vide che il suo treno sarebbe arrivato tra qualche minuto e allora corse in biglietteria e riuscì ad anticipare la partenza.

Salì sul treno e questa volta con un altro stato d’animo rispetto al viaggio d’andata. Prima era profondamente arrabbiato con il mondo, ora era arrabbiato con se stesso, per non aver capito gli eventi, per essersi lasciato andare al tran tran quotidiano senza passione, senza combattere ogni giorno per proclamare il suo amore, per gridare a tutti della sua esistenza, per dimostrare il suo valore anche nelle piccole cose che lui faceva per la moglie e i figli.

Questa volta sui sedili difronte si sedette una coppia di giovani ragazzi, di circa vent’anni, abbracciati in una complicità amichevole. Lo salutarono con simpatia e lui ricambiò con piacere. Questo piccolo gesto sembrò per un attimo riconciliarlo con il mondo e finalmente percepì il languore dello stomaco. Era già passata qualche ora dalla colazione della mattina e si ricordò del pacchetto che aveva riposto nelle tasche del giubbotto. Lo prese, insieme all’altro pacchetto inserito nell’altra tasca. I cioccolatini erano profumatissimi, sembravano quelli di un pasticciere, non confezionati in serie. Ne prese uno, aveva proprio fame. Il cioccolato si disciolse in bocca, e un pizzicorìo si diffuse sul palato, cioccolato al peperoncino pensò Giuseppe. Per cortesia li offrì ai ragazzi, specificando: “Sono cioccolatini al peperoncino…, pizzicano un po’…”.

Grazie”, i due ragazzi presero con curiosità i cioccolatini offerti.

Buoni!”, fecero eco i due, sorridendo per il gusto insolito e il piacere della sensazione sulla bocca.

Prese con curiosità anche l’altro pacchetto e tirò fuori il biglietto per leggerlo. Sorrise …, destino pazzo!, pensò, e guardò la coppia che gli stava seduta difronte. Erano due ragazzotti allegri, lui alto e moro dal sorriso facile, lei timida e con i capelli rossi… come la ragazza del treno precedente, pensò Giuseppe.

Dove state andando?”, chiese loro Giuseppe, stupendosi della sua voglia di parlare.

A Venezia, studiamo lì all’Università, stiamo tornando da una manifestazione contro il precariato…, ne ha sentito parlare?”

No, purtroppo non mi interesso molto di politica”, si scusò Giuseppe.

Tutto è politica; purtroppo questo governo sta tagliando il fondo per la ricerca all’Università. Sa, noi facciamo il dottorato ma qui non si può lavorare, tra qualche anno andremo all’estero altrimenti saremo eternamente precari…”, gli spiegò il ragazzo.

Sì, ma in fondo precari lo siamo un po’ tutti… in tutte le cose che facciamo”, ribatté Giuseppe.

Sa cosa significa precario? Deriva da precarium, da prex, da preghiera… Significa ottenuto con la preghiera. Noi non vogliamo ottenere nulla con la preghiera, quella la lasciamo ai professori di religione, noi vogliamo dedicarci alla nostra ricerca. Lo sappiamo che adesso siamo solo una spesa senza fondo, ma poi…, prima o poi i risultati si vedono e il nostro lavoro andrà a vantaggio di tutti”

Avete ragione, vi auguro davvero di trovare un buon lavoro”

Si stava avvicinando la sua fermata. Si ricordò del pacchetto ancora chiuso e allora vedendo quei due ragazzi così simpatici e allegri, decise di regalarlo a loro.

Tenete, ve lo regalo.”

I due ragazzi lo guardarono con diffidenza.

No, non preoccupatevi, è qualcosa che mi è arrivato così, un regalo diciamo, che io non merito. Forse voi due così innamorati, forse voi…beh, prendetelo…”, e consegnò il regalo alla ragazza dai capelli rossi.

Vabbé…, detta così…, va bene, grazie”, lei lo prese con fare ancora incerto.

Giuseppe si allontanò velocemente, sicuro che quel pacchetto era finito giustamente tra le mani di chi credeva nel futuro e nell’amore.

I due ragazzi si guardarono scoppiando a ridere. Che tipo strano quell’uomo, si dicevano tra loro.

Poi, troppo curiosi, tirarono fuori dal sacchetto il biglietto e lo lessero insieme.

C’era scritto:

Ci sono idee che non moriranno mai,

come il nostro amore

 

Aprirono il pacchetto e dentro c’era un piccolo libro: Il Manifesto del partito comunista.

 

FINE

 

P. S. Sì, ero indecisa sul regalo da lasciare ai ragazzi…, ma non me ne vogliate… Non c’è nulla di più attuale del libro che ho lasciato tra le loro mani…

EPPURE IL MONDO SI DIPANA…

 

carovana_mondo.jpgMi accorgo di allungare a dismisura il racconto e taglio molto: ad es. c’era tutta una parte molto intima che accade a Silvia, ma che al fine dello svolgimento della storia non comporta cambiamenti. E’ come se il mondo si dipanasse senza tener conto dei suoi protagonisti. E’ quanto succede a Rosarno o in queste ore ad Haiti, ma non solo, anche nella casa del nostro vicino: che ne sappiamo noi della vita di questi uomini e donne? Di loro a nessuno importa, come non ci importa della storia di Silvia. Ma noi sappiamo che la loro vita ha un senso nel senso che il mondo  dipana…

 

CONTINUA DAL POST DEL O9/O1/2010

Mentre stava percorrendo la strada verso casa, si ricordava quel breve tratto percorso quel giorno insieme all’amica, la felicità di sentirsi finalmente libera, libera di fare quello che voleva. Era come camminare leggera senza oppressioni o sensi di colpa. Poi, man mano si avvicinava al negozio, cominciava a sentire una lieve titubanza, tanto che all’ingresso, fu l’amica a spingerla ad entrare.

Il tabaccaio le accolse con un grande sorriso. Sembrava un ometto insignificante dietro il grande bancone.

“Margherita, sei venuta oggi con l’amichetta? Volete … ?”, porgeva un po’ di caramelle con la mano, facendo cenno di prenderle.

Guardava come si comportava Margherita, che non pareva più la stessa bambina, era come diventata più grande. Quel tipo, nonostante il sorriso e le caramelle non sembrava proprio una persona rassicurante: in testa portava una specie di parrucchino che lo rendeva ancora più assurdo e ridicolo. Insieme a Margherita si avvicinò al bancone per prendere dalle mani le caramelle e il tabaccaio approfittò per bloccarle la mano.

“Tu a lei non la tocchi, è ancora piccola, hai capito?”, gli sputò quasi addosso Margherita.

“Come ti chiami?”, il tabaccaio continuava ad ignorare Margherita.

“Silvia”, gli rispose indecisa.

“Vediamo la mano, Silvietta bella. Capelli rossi…, sei una bimba cattivella, Silvietta cara! Devo insegnarti io ad essere buona…”

Margherita schiaffeggiò la mano del tabaccaio che cercava di trattenere con forza la mano di Silvia, impietrita dalla paura; capiva che stava succedendo qualcosa di grave, ma non aveva la forza di reagire, come se le gambe le impedissero di scappare. Poi il tabaccaio verso l’amica fece un gesto improvviso.

“Andiamo, allora”, si diresse verso una porta dietro il bancone.

“Tu stai a guardia”, intimò Margherita a Silvia.

Il tabaccaio e Margherita entrarono insieme dentro la stanza e chiusero la porta. Silvia non sapeva che fare, si guardò in giro per scegliere qualche oggetto da portar via e si fissò su una piccola bambolina, Skipper, la sorellina di Barbie, bambola insignificante, ma che comunque risultava personaggio essenziale quando si trattava di intrecciare le storie delle bambole con le amiche; poi si stufò di aspettare ma non voleva lasciare l’amica da sola. Andò verso la porta e l’aprì.

Margherita era in piedi. Le mutandine abbassate. E il tabaccaio se ne stava accucciato sulle ginocchia; non capiva cosa stesse frugando con le mani sotto la gonna dell’amica.

Margherita si girò verso Silvia e impallidì.

“Aspetta…”

“Sei una bugiarda!”, le gridò Silvia e diede uno spintone al tabaccaio che stramazzò seduto al suolo. Scappò via di corsa, fuori dal negozio, fuori all’aria pulita.

Si mise a correre come una pazza, nel breve tratto fino a casa sua.

Ora i fiocchi di neve cadevano di traverso con forza e si pentì di non aver portato con sé la lunga sciarpa di lana viola.

Si ritrovò nell’androne del condominio. Non voleva salire, sua madre avrebbe capito che c’era qualcosa che non andava; forse doveva dirle quello che era accaduto ma si vergognava troppo della propria ingenuità. Cercò di sorridere, fu come indossare una maschera, per cancellare le lacrime.

Non lo disse a nessuno.

Quella volta era entrata a casa e si era rintanata in camera sua. Nessuno comunque si accorgeva mai della sua presenza, tutti presi a controllare i movimenti del fratello. Sedette, stremata dalla corsa, sul pavimento della camera e solamente lì si guardò tra le mani e si accorse di aver rubato, di aver portato con sé nella fuga anche la piccola sorella di Barbie: lanciò rabbiosamente la bambolina sul muro.

Ora, dopo tanti anni, per la prima volta rientrava in quella casa senza portare niente con sé… Dal giorno di quell’episodio, sempre le capitava di portare via qualcosa in qualsiasi luogo andasse: dai negozi, dalle case degli amici.

Con Margherita non parlò mai di quel furto anche se l’amica non tornò più a casa sua per fare le lezioni insieme. E lei l’aveva come rimosso, fino a quel giorno…

Era arrivata alla stazione, dopo un’insoddisfacente colloquio di lavoro,  in uno stato d’animo di tristezza e poi …, poi li aveva visti.

Li aveva visti così felici quei due, nella sala d’aspetto, mentre se ne stavano abbracciati, l’uno perso nell’altra. Lei era il ritratto della felicità, quella donna sconosciuta dai capelli biondi e il cappottino di pelle nera, e quell’uomo che se la teneva stretta come se fosse stata l’ultima occasione di incontro. La donna stringeva con amore quei pacchetti, e per un attimo la invidiò. Avrebbe voluto essere al suo posto, avere un uomo che la stringesse a sé con la stessa dolcezza e passione. Poi la donna aveva appoggiato quei pacchetti sulla panchina e lei d’istinto e senza pensarci, approfittando della distrazione dei due, li aveva presi e si era allontanata velocemente salendo sul primo vagone del treno.

Durante il viaggio, i sensi di colpa la facevano star male e aveva preso dalla borsa il biglietto per leggerlo. Aveva capito che non poteva appropriarsene, l’amore non si ruba, così aveva lasciato consapevolmente quei pacchetti sul sedile del treno: dovevano tornare al proprietario legittimo e sentiva che sarebbe successo così…

(continua… verso l’ultima parte)

*le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza col racconto

UNA BAMBINA CATTIVA

Quando si diventa una bambina cattiva?

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CONTINUA DAL POST DEL 6 GENNAIO 2010

Mentre Giuseppe era impegnato alla ricerca di una panchina, assurdo nella sua pretesa di riposo dopo tre ore di treno, la giovane donna dai capelli rossi camminava a passi veloci e si allontanava dalla stazione per uscire all’aria fredda di Milano. Fiocchi di neve si appoggiavano sul suo corto cappotto nero, da cui spuntavano due aggraziate gambe velate da calze viola. Cercò dentro la borsa un paio di guanti, anch’essi di un viola acceso. Una giovane donna dai capelli rossi e dalle calze e guanti viola: chiunque l’avesse vista in quel momento, in mezzo alla dolce tormenta di neve, avrebbe giurato di essere dinnanzi ad un personaggio da fumetto, una di quelle figurine smilze che camminano veloci e magari si insinuano in qualche vicolo, per nascondersi e fuggire da qualcosa. Ed era proprio così perché Silvia fuggiva, fuggiva per non essere riconosciuta, fuggiva dal mondo intero. Che cosa l’era successo anche quella volta? Perché si era comportata in quel modo? Se lo chiedeva, adirata con se stessa, e nella crisi isterica si mordeva la mano, protetta dal guanto. Guardandola, qualcuno avrebbe detto che si stava riscaldando, alitandosi nelle mani. In effetti cercava una sensazione, una reazione corporea. Essere una primitiva, l’avrebbe ora desiderato e avrebbe voluto gridare come un’ossessa, rotolarsi lì sulla strada, senza dover dare spiegazioni o essere trattata come una pazza da rinchiudere in qualche stanza psichiatrica.

Certo, le era già capitato di rubare. Anzi, aveva cominciato con un’amichetta durante gli anni delle Elementari. La sua amica l’aveva iniziata: a nove anni era già una ladra esperta.

Si trovavano abitualmente come due brave bimbe per fare i compiti.

Un giorno, dopo le lezioni, in un momento di gioco, nella sua cameretta l’amica per scherzo le mostrò il seno, un seno enorme per essere quello di una bambina. Neanche mia mamma, pensava Silvia con incredulità, ha un seno così grande. Già il fatto che l’amica fosse priva di qualsiasi forma di pudore, la infastidiva e l’attraeva allo stesso tempo. E poi Silvia era piatta, un lieve accenno di seno, forse, sintomo della pubertà in arrivo. Non aveva nulla da mostrarle in cambio. Margherita, così si chiamava, la stuzzicò: “Sai che se mostro queste al tipo del tabacchino qui in fondo al viale, vicino a casa nostra, lui mi da tutto? Posso scegliere tutto quello che voglio, sai? Un giorno mi son portata via tutte le pentoline della cucina per le bambole”

“Non ti credo”, le rispose stizzosamente, ma senza tanta convinzione, perché conosceva quel luogo in cui la mamma qualche volta entrava per comprare le sigarette o il sale. Era un tabacchino, mezza cartoleria, anche rivendita di giocattoli per bambini.

“Te lo posso mostrare anche adesso, ci andiamo, dai, e faccio prendere qualcosa anche a te, vuoi?”, alzò il viso mingherlino e strafottente da saputella e gli piazzò davanti due grandi occhi azzurri interrogatori.

Sì, Silvia lo voleva. In famiglia era considerata una brava bambina, ma non voleva essere una brava bambina, non voleva fare tutto quello che le si chiedeva, non voleva comprendere. Non riusciva a capire come sua mamma dedicasse tutto il tempo al fratello e lei bastava che crescesse e che crescesse senza problemi. Bastava che andasse bene a scuola, anche se in quello Silvia non aveva mai avuto alcuna difficoltà. Era un fantasma, a casa sua. Un piccolo fantasma sempre accondiscendente.

Ma lei era cattiva, sì, voleva essere cattiva, come suo fratello che sbatteva contro il muro tutto quello che gli capitava sotto le mani e che gridava e che emetteva grugniti e i suoi genitori sempre pronti a giustificarlo, a rassicurarlo, ad abbracciarlo, perché aveva bisogno di tanto amore: così avevano detto i medici.

“Andiamo!”, le rispose sicura.

Avrebbe dimostrato di che pasta era fatta: lei era veramente una bambina cattiva.

 

(CONTINUA)

 

*LE IMMAGINI SONO TRATTE DAL WEB E NON HANNO ALCUNA ATTINENZA COL RACCONTO

Mai accettare caramelle dagli sconosciuti. Solo dalla Befana!

Mi sento un po’ Befana, quella un po’ strega e fata, che gira con la scopa per le campagne romane e italiane.

Giuro che, da piccolina, io la Befana l’ho vista, col naso lungo. La sua ombra alle spalle del mio letto. Insomma, io l’ho vista davvero, anche se riderete… io lo dico lo stesso, non è stata fantasia. Se non mi credete, sbagliate di grosso. A me la Befana porta sempre qualcosa di buono…

Nel racconto che segue, la donna nel treno fa uno strano dono: che sia la Befana?

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continua da post del 31 2009/1 2010…

Era lì abbandonato sul sedile. Non si accorgeva della giovane donna seduta davanti a lui. Teneva tra le mani un pacchetto trasparente di cioccolatini e un sacchetto bianco.

Giuseppe tirò un sospiro di sollievo quando il treno partì. Sua moglie aveva preso posto sicuramente da qualche parte insieme a quell’altro. Si addormentò, dentro il vagone faceva un freddo terribile e si tenne il giubbotto addosso. Forse il freddo proveniva da se stesso, gli sembrava di non avere sensazioni, di non riuscire a elaborare un pensiero, di essere completamente vuoto. Il controllore lo svegliò da quel torpore. Fu in quel momento che si accorse della donna. Indossava un paio di occhiali da sole, piuttosto insolito in quel periodo. Quando il controllore le chiese il biglietto, aprì con nervosismo la borsa per frugare all’interno. Tirò fuori un biglietto stropicciato e lo porse con aria impacciata. L’osservò con curiosità, mentre rimetteva il biglietto dentro la borsa e riprendeva con cura il pacchetto di cioccolatini e il sacchetto bianco, che aveva riposto momentaneamente sul sedile accanto. Se li rimise con dolcezza sulle gambe, tenendoli entrambi come si fa con un cucciolo. La donna, avrà avuto all’incirca trent’anni, i capelli rossicci lunghi fino alle spalle, senz’altro un rossa naturale, pensò Giuseppe, notando le piccole lentiggini sul naso e la pelle bianca, che aveva visto arrossire all’improvviso dinnanzi alla banale richiesta del controllore. Sembrava sulle spine, in tensione da tanto rigidamente si appoggiava allo schienale con la schiena ritta e per un attimo pensò di essere un fantasma, perché per quella donna lui sembrava inesistente, non un cenno o uno scambio di parole. Si pentì di essersi seduto in maniera sgarbata, senza un saluto alla persona che gli sedeva difronte. Ma la fretta e la voglia di sparire lo avevano indotto a comportarsi in quel modo maleducato. Poi la donna fece un gesto insolito. Prese la borsa e dall’interno tirò fuori un biglietto bianco, di quelli augurali con la piccola busta. Estrasse il biglietto dall’interno, lo lesse, o almeno così parve a Giuseppe, e poi lo inserì anziché di nuovo dentro la borsa, all’interno della borsetta di plastica bianca. Poi la donna riprese la sua rigidità, senza lasciar trasparire emozioni particolari.

Si sentiva stupido ad osservarla e allora chiuse gli occhi e così, senza accorgersene, si addormentò fino a Milano. Quando arrivò alla Stazione centrale tutti ormai erano in piedi e stavano scendendo dal treno. Notò subito che la donna che gli era seduta davanti non c’era più, ma che era rimasto sul sedile il pacchetto dei cioccolatini e il sacchetto. Si tirò velocemente in piedi, forse la donna si era dimenticata dei pacchetti? Forse se ne stava ancora lì nel vagone, magari si era allontanata un attimo per andare al bagno. Guardò la gente continuare a scendere dal treno, vide dal finestrino passargli davanti sua moglie e l’altro uomo che velocemente si incamminavano verso l’uscita della stazione. Abbassò istintivamente la testa per evitare di essere riconosciuto. Della donna dei pacchetti, invece, nessuna traccia. Aspettò che tutti uscissero dal vagone, attese qualche altro minuto per assicurarsi che la donna non tornasse. Poi decise d’istinto, prese i due sacchetti e velocemente si diresse verso il bagno del treno. Bussò alla porta e provò ad entrare, il bagno era vuoto. Si diresse verso il bagno nella parte opposta, ma anche lì trovò la porta aperta e dentro non c’era nessuno. Gli passò davanti il controllore e per un attimo pensò di consegnare tutto, poi – non seppe spiegarsi il motivo – scese dal treno con i pacchetti in mano. Si ritrovò nella grande stazione di Milano, dove andare? Cosa fare? Si sentì spaesato e senza meta in quell’andirivieni continuo di persone e di merci. La stazione era bellissima, con le sue grandi volte e i binari paralleli. Amava quella stazione, era un po’ come sentirsi a casa. Andò alla ricerca di una panchina, ma non riuscì a trovare nulla per sedersi. Com’è possibile? Una stazione senza panchine era un’assurdità…

(continua)

 

 

Cabbalà rivelata

 

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Ciao a tutti,

vi informo che dal 19 al 24 gennaio 2010 il Kabbalista Rav Dott. Michael Laitman Phd sarà in italia per la presentazione del primo libro in italiano “Cabbalà rivelata” edito Apogeo.

L’arrivo del Dott. Laitman darà inizio ad un book tour che lo vedrà partecipare a conferenze universitarie, interviste e programmi tv fino a concludersi con un congresso mondiale di Kabbalah a Roma con la partecipazione di oltre 400 studenti da tutto il mondo.

Questo è il link del congresso   http://www.kabbalah.info/it/italian-congress/

A questo link http://www.kabbalah.info/it/italian-congress/index.htm è possibile registrarsi per il congresso mondiale di Kabbalah “Connettersi alla Nuova Generazione” – Roma 22-24 Gennaio 2010.

Dal Dipartimento P.R. e Marketing
Bnei Baruch Italia
tel +0039-3477799429
e-mail kabbalah.press@gmail.com
www.kabbalah.info/it
www.kab.info
www.kab.tv/ita
www.laitman.it


UN FELICE 2010 A TUTTI!

Lascio un pezzo di un mio racconto, che devo ancora ultimare e ancora in bozza, perciò lo lascio come augurio a me stessa…di terminarlo nel 2010…

Purtroppo avevo racconti più felici, ma la chiavetta con tutti i testi mi ha abbandonato, anzi se qualcuno conosce qualche programmino per recuperare i dati…beh…grazie 🙂

Un felice 2010 a tutti!

da Giulia

 

 

L’equivoco

 La stazione era fredda, e d’altra parte una giornata invernale come quella fin dal mattino non prometteva niente di buono. Il cappottino di pelle nera di Anna non serviva granché in quelle occasioni, ma lei non possedeva nulla di decente che fosse pesante e caldo; a casa teneva un misero giubbotto che aveva comprato al mercato. Un tre quarti che avrebbe reso goffa chiunque.

“Sono bella, che importa!” si ripeteva innalzando il suo livello di autostima. Si era preparata con cura, pettinando i lunghi capelli lisci, indossando un lupetto nero e un paio di jeans attillati. Purtroppo non era riuscita a trovare niente di meglio di un paio di stivali neri, vecchiotti ma comodi, adatti a camminare per lunghi tragitti. E poi aveva curato con attenzione il suo abbigliamento intimo, nella scelta di un completino semplice, non da puttana, ma da donna consapevole della propria sensualità.

Quando si erano dati l’appuntamento, lei e Roberto, avevano pensato a Milano. Una città distante per entrambi, soprattutto distante dalla sua casa, dalla sua famiglia, da suo marito soprattutto, anche dai suoi figli distante.

Si era innamorata di Roberto, lo aveva conosciuto casualmente nella sede del partito che frequentava saltuariamente, e subito con lui aveva scoperto una serie di affinità, l’amore per la discussione politica, per i libri e poi la sua dolcezza, il suo accompagnare i gesti con lo sguardo, mai una parola brutta, un atteggiamento aggressivo. Lei si era come abituata a questo. Piano, si stava allontanando dalla vita familiare che cominciava a diventare fredda, che non l’appagava, che comunque voleva riempire con una passione, anche adolescenziale. Riprendere il gioco dell’amore, ributtarsi a capofitto e scivolarci dentro per farsi avvolgere: come lo desiderava! Certe volte si pensava sciocca, diceva a se stessa: “Sei stupida, hai una bella famiglia, i figli che ti riempiono la vita, cosa vuoi di più?” “Voglio vivere, sì voglio vivere”, si rispondeva e annegava il desiderio nei libri d’amore, godendo di abbracci immaginari, di parole sussurrate, di carezze intimamente avventurose. Cominciava ad osservare il marito con attenzione: come mai non lo amava più? Si era esaurito un amore, lo guardava e coglieva una condivisione come tra vecchi amici, ma nulla di più. Si era assopito il desiderio. Roberto le scriveva piccole frasi d’amore, la incitava a riprendere gli studi, ad impegnarsi nell’attività politica e lei si sentiva più sicura di se stessa; con quell’amore addosso, era come indossare un vestito seducente.

Ma il gioco con il marito si stava facendo via via più pericoloso. Il marito la osservava nella sua trasformazione, coglieva in lei atteggiamenti femminili diversi. Sapeva che l’attrazione sessuale si esauriva nell’atto amoroso che consumavano come se fosse quotidiano bisogno fisico. La stava perdendo eppure non voleva fare di più di quello che era. Ad ogni modo, come avrebbe potuto lei trovare qualcuno che l’amasse più di lui? Ogni donna che incontrava la rapportava alla moglie e nel confronto risultava insignificante. Erano insieme da più di vent’anni, non avrebbe sopportato di perderla.

“Dove vai?”, le chiese quel giorno Giuseppe, con noncuranza.

“Dobbiamo andare a Milano per una riunione di partito; vado insieme al nostro segretario e poi dovremmo riportare quello che si è deciso in sede per decidere della linea di accordi da adottare alle prossime elezioni…”, Anna gli rispose, facendo finta di niente.

“Devi andare proprio tu? Ti rimborsano almeno il viaggio?”, insistette Giuseppe.

“Sì, non posso fare a meno, lo sai che mi vogliono candidare e puntano molto su di me; non ho ancora dato la mia disponibilità, però mi piace capire come funzionano questi accordi, non vorrei trovarmi in ingranaggi in cui non saprei come muovermi”

“Farà freddo a Milano, oggi la temperatura si è abbassata molto”, le disse Giuseppe dall’altra stanza, guardando fuori dalla finestra il tempo minaccioso e le nuvole nere che sembravano cariche di soffice neve desiderosa di dimostrare la propria avvenenza.

Fa freddo, puttana, dove vuoi andare con quello stronzo!, pensava Giuseppe, desiderando che morisse ora, in quel momento, mentre sapeva che stava dicendogli una schifosa bugia. Te la faccio vedere, mi tratti come uno scemo ma ti dimostro io chi è lo scemo…, pensava.

“Ciao, vado”, gli si parò davanti. “Mi dispiace per oggi, ma non tornerò tanto tardi. Allora ti arrangi tu con i bambini? Dentro il frigo ho preparato il sugo, prepari una pastasciutta e poi un po’ d’affettato, per una volta non moriranno anche se non mangiano tanto…”, e gli diede un bacetto sulla guancia. “E vai via così, con tutto questo profumo e mi baci come se fossi tuo figlio?” le disse con fare irritato.

Anna tornò indietro, cogliendo il rancore e sentendosi colpevole, avvicinandolo per dargli un bacio sulla bocca. Lui si scostò: “Vai, vai…mi arrangio io…”

Riprovò a baciarlo, ma si scostò ancora e allora Anna che non lo voleva pregare, se ne andò di corsa.

Avrebbe fatto tardi.

Giuseppe, dopo che Anna uscì, telefonò a sua madre: “Mamma, per piacere vai tu oggi pomeriggio a prendere a scuola i bambini. Io e Anna dobbiamo andare a fare un po’ di compere in giro per Natale”.

S’infilò il primo giubbotto che trovò e uscì, all’inseguimento di sua moglie. Sapeva comunque dove sarebbe andata: alla Stazione per prendere il treno per Milano. Le aveva trovato il biglietto, la sera prima, rovistando dentro la sua borsa e così aveva deciso di seguirli, i due piccioncini.

Sua moglie ci sarebbe andata con la corriera, e lui avrebbe guadagnato un po’ di tempo, andando con la macchina fino alla stazione. Trovò posto in un parcheggio vicino e di corsa acquistò un biglietto andata e ritorno per Milano. Il treno era in partenza e salì sul posto assegnato, sperando di non capitare nello stesso vagone di sua moglie. E poi li vide. I due piccioncini. Se la spassavano alla grande, gli stronzi.

Erano lì abbracciati, come se non si vedessero da anni.

Giuseppe ebbe una fitta al cuore: forse morirò o forse li uccido.

Era lì abbandonato sul sedile. Non si accorgeva…

(CONTINUA NEL…2010)