LE DONNE DISTESE SUL LETTINO

Antonella_Bottazzi_Back.jpgAl mio risveglio (23 marzo 2010) è una giornata uggiosa (e qui ci starebbe bene Battisti), ed invece dopo aver intonato da stamattina “Arrivederci amore ciao” della Caselli, ecco che mi appare un segnale.

Ok, sono una maniaca dei segnali, non della segnaletica stradale, intendiamoci.

Vi ricordate quest’estate quando il Papa si ruppe il polso? Beh, io ci vidi subito un segnale: la Chiesa perdeva il Suo polso. Spero naturalmente che la mia interpretazione si riveli sbagliata…

Ora, al mio rientro da una mattinata infame, ricevo la segnalazione su una cantautrice, Antonella Bottazzi, la prima cantautrice italiana, morta proprio il 23 marzo del 1997.

Vado ad ascoltare i suoi testi, la sua musica e tutto mi si schiarisce improvvisamente: l’ipocrisia deve allontanarsi, la sua musica e le sue parole mi spingono a questo. E da quel momento ho in mente questa sua bellissima canzone…

 

 

 

 

 

E lascio anche una mia poesia, sperando che la cantautrice non si arrabbi…

 

 

Le donne distese sul lettino


La donna distesa sul lettino gridò “ah”

La donna distesa sul lettino gridò “ah”

Entra in me il miracolo della vita, pensò una.

Entra in me il miracolo della vita?, pensò l’altra.

Partorirai con dolore:

con giustizia aveva sentenziato.

Presupponeva, ne erano sicure,

che almeno la parte precedente

fosse senza dolore,

forse meglio, forse con piacere,

più o meno intenso,

ma senz’altro poco doloroso.

Le donne distese sul lettino

cominciarono a pensare

che c’era qualcosa di sbagliato.

Non provavano sensazioni piacevoli

tra le loro gambe aperte,

l’una all’amorevole vista del ginecologo,

l’altra all’amorevole vista.

Tutto quel maneggiare

certamente non corrispondeva

al poetico concepimento

del loro primo figlio o figlia.

Ah, che miracolo la vita!

Nove mesi dentro:

una pancia vale l’altra,

per l’embrioncino ribelle.

Che miracolo la vita!

Due embrioncini,

e sono già

e sono già donne

o uomini provetti?

 




 

1° APPELLO IN RETE PER L’ABOLIZIONE DEL TERMINE “CASALINGA”

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1° APPELLO IN RETE PER L’ABOLIZIONE DEL TERMINE “CASALINGA”

 

Ebbene sì, ci casco anch’io nella RETE DELLE RETI, la rete che allarga le maglie delle relazioni: l’APPELLO IN RETE.

Devo ammetterlo, banalizzando la mia azione e la mia capacità di analisi critica: ho firmato gli appelli più originali, compreso l’appello per la difesa della zucca doc. E devo pur dire che la zucca mi piace, in tutte le sue varianti, compresa quella “fritta, con lo zucchero”.

Indi, possedendo questo mio piccolo spazio di libertà individuale, dove le mie assurdità possono rintronare fin nella eco profonda del mio stomaco, mi sembra giusto trovare la possibilità di una discussione su alcuni termini che per via delle trasformazioni sociali non hanno e non trovano più ragione di esistere e che danneggiano le donne, nella loro immagine e naturalmente nella quotidianità.
Parlo del famigerato termine “casalinga”.

 

Dallo Zingarelli:

casalinga s.f. (m. -o raro o scherz.) Donna di casa, che si occupa solo delle faccende domestiche e familiari.

Casalinga“- è un termine assolutamente sessista che non viene declinato al maschile (al maschile viene utilizzato in maniera scherzosa, quasi un vezzeggiativo).

Chi è la casalinga: colei che cura la casa?

Non esiste un ruolo, una funzione collegata a questo termine, e talvolta viene usato in modo spregiativo: ricordate la famosa “casalinga di Voghera”?

Ci sono termini che offendono intimamente noi donne; abbiamo cambiato nome agli “spazzini”, trasformandoli in “operatori ecologici” e continuamo invece ad utilizzare una terminologia che ci offende?

Non esiste una funzione correlata alla casalinga: svolge un lavoro? Se svolgesse un lavoro dovrebbe essere retribuita e avere un contratto.

Quale scrittrice/scrittore o poeta vorrebbe essere chiamata casalinga? Eppure per scrivere se ne sta parecchio tempo a casa… 🙂

 

Allora mi appello al mondo civile: aboliamo il termine “casalinga”!

 

 

Continua il mio Viaggio in Inghilterra:

 

UN VIAGGIO IN INGHILTERRA

Continua dal post precendente

Qui tutto il racconto fino a questo punto… senza girovagar per post…


“Basta! Smettila, è tutto a posto…”, e la prese tra le braccia, senza nessuna voglia se non quella di tenerla stretta e di calmarla, come si fa con i bambini e la riportò seduta trattenendola a sé.

Alessia dapprima sentiva affiorare la rabbia e si divincolava dalla stretta, ma non ci riusciva e alla fine si lasciò andare all’abbraccio.

“Scusami”, le sussurrò piano, “Puoi spiegarmi cosa ti succede?”

Ormai calma, si vergognò della debolezza; lo allontanò.

“Vado, lasciami stare, scusami ma non sto bene”, e si sciolse dolcemente dalla stretta.

“Ti accompagno, non puoi andare così”, le disse deciso.

“No, non preoccuparti, avevo solo frainteso”

“Frainteso? Mi assali in quel modo, non capisci nemmeno quello che stai facendo e parli di fraintendimento? Tu hai bisogno di aiuto, di qualcuno con cui parlare… non stai bene…”

“Tutto a posto, è colpa mia, ho capito male, ti chiedo ancora scusa e … adesso, lasciami stare”, lui cercava di trattenerla per la mano, ma ormai si era alzata e la lasciò andare; velocemente Alessia raggiunse il gruppo delle amiche ancora in mezzo alla pista da ballo.

Neal la seguì con lo sguardo. Forse era vero, forse era ossessionato da quella ragazza e lei aveva capito qualcosa di diverso, però mai gli era mai capitato che una donna lo trattasse in quel modo, come se facesse schifo e paura. Doveva lasciarla perdere e doveva preparare la tesi, il suo Professore lo stava seguendo e lo stava spronando a non mollare e a lavorare per la presentazione alla Commissione in dicembre. Aveva solo due mesi per il lavoro di rifinitura. Già era metà agosto e per ottobre la tesi doveva essere consegnata, ma non poteva slittare alla sessione successiva se non voleva perdere quel posto per il dottorato e lavoricchiare come assistente del suo professore.

Alessia continuò a ballare fin quasi alla mattina, poi insieme alle altre compagne andò a dormire cercando di dimenticare l’episodio con Neal.

Il giorno seguente sembrò che la sera prima non fosse successo niente.

La giornata passò tranquilla. Le ragazze decisero di frequentare il corso di tiro con l’arco. L’insegnante era un ragazzotto dai capelli rossi, allampanato e simpaticissimo. Riuscì, tra le risate, a farsi capire con i gesti, poi venne in suo aiuto anche l’insegnante d’inglese del loro gruppo.

Eddy, il maestro di tiro con l’arco spiegò brevemente come dovevano impugnare l’arco: la tensione della corda era importante, la posizione dell’indice sopra la cocca e il medio e l’anulare sotto la cocca e poi la trazione della corda fino a raggiungere con il dito indice l’angolo della bocca. Gli occhi puntati verso il bersaglio, la posizione dei piedi paralleli al bersaglio. Ed ecco scoccare la freccia.

Alessia sentì prima il rumore e poi la cordata sul braccio. Il dolore fu lancinante. E provò piacere. Continuarono ad esercitarsi per quasi tutto il pomeriggio. Ad ogni cordata sentiva fluire il sangue su tutto il corpo, ed era una sferzata che la risvegliava e la faceva sentire viva, nonostante il dolore fosse acuto e pulsante.

Al termine, stanchissime andarono a cena nel capannone del campus, dove si mangiava tutti insieme; a rotazione, i vari gruppi dovevano sparecchiare e pulire per tutti.

Quella sera toccava proprio al gruppo degli italiani. Si divertirono tantissimo a pulire la cucina e a cantare a squarciagola, ma alla fine erano stanchissimi e a mezzanotte anzichè andare a ballare decisero di andarsene in camera a mangiare i salami che dall’Italia cominciavano ad arrivare dai parenti timorosi che i loro figli soffrissero la fame: anche in quella occasione si dimostravano i soliti italiani che si distinguono in tutto il mondo, incapaci di adeguarsi alla cucina straniera. I sapori italiani sono tutti sapori da condividere in compagnia; ridevano come pazze con i salami appesi in camera, sembravano emigranti del sud negli anni ’50 a Milano.

Prima di andare a letto andarono in lavanderia a portare la roba sporca a lavare. Alessia si attardò e fu l’ultima ad uscire per portare i pantaloni ad asciugare.

Si trovava sola in lavanderia quando entrò Neal, anche lui con un paio di pantaloni in mano.

“Alessia, cosa fai qui?”

“Potrei dire di te la stessa cosa”, rispose Alessia sorridendo.

“No, guarda, non avevo alcuna intenzione di …”, e fece per uscire.

“Pensi sia piccola per certe cose?”, lo sfidò Alessia, con lo sguardo malizioso.

“Piccola per cosa?”, sorvolò Neal imbarazzato, mentre lei lo raggiungeva, come se dovesse chiarire qualcosa di sospeso.

“Credi abbia paura di te?”, continuò a sfidarlo.

“Non voglio pensarlo”

“L’ho già fatto se ti interessa”, e gli andò vicino.

“Cosa hai già fatto?”

Devo stare lontano da questa pazza…, pensò dentro di sé.

Lei gli andò incontro, mentre Neal si appoggiava alla porta.

È una ragazzina strafottente sicura di sé, ecco cos’è. Sa di essere bella.

E Alessia sapeva, sapeva invece di andare su un terreno pericoloso, voleva capire se era lei la causa di tutto. Stava sbagliando? Aveva sbagliato? Era colpa sua? Non lo sapeva, non lo capiva.

Fosse stato possibile tornare indietro nel tempo, avrebbe agito diversamente.

Così vicina, gli apparve indifesa e fragile, una bambina. Voleva baciarla, provò un desiderio infinito di baciarla.

Invece la prese per il braccio.

“Ah…, mi fai male”, Alessia si ritrasse dolorante, con la mano sul braccio per proteggerlo.

L’aveva appena sfiorata.

“Fammi vedere, che hai?”, le prese il polso e sollevò la manica della maglietta.

Aveva i lividi blu sul braccio gonfio.

“Che hai fatto?”, le chiese spaventato. “Con l’arco, oggi pomeriggio”, e srotolò la manica della maglietta, vergognandosi di essere stata scoperta, come una bimbetta.

“Andiamo in infermeria, ti accompagno, non puoi stare così…, ti farà male”

“No, non è niente”, rispose mentendo.

“Su, andiamo”, le disse in tono perentorio.

Si lasciò accompagnare fino all’infermeria, in uno stabile poco lontano dalla loro casa.

Restarono in silenzio, poi entrarono nella piccola stanza e lui parlò con il medico; lei gli mostrò il braccio. Si misero a ridere di lei, così le sembrò, e si sentì sprofondare mentre il medico le spalmava una pomata e le fasciava il braccio con cura. Poi diede delle pillole a Neal e li salutò, dandole una pacca sulle spalle e scompigliandole i capelli come fosse una bambina.

Uscirono dall’ambulatorio che Alessia era demoralizzata anche se l’aria della notte e la presenza di Neal accanto la facevano stare bene.

“Non stavamo ridendo di te. E’ che capita sempre che qualcuno si faccia male se non utilizza le protezioni per tirare con l’arco…”, la rassicurò come se capisse i pensieri che le passavano per la testa.

L’accompagnò fino alla stanza.

“Tieni, prendi questa con un po’ d’acqua se il braccio ti fa tanto male…” e le consegnò una delle pillole che il medico gli aveva dato.

“Grazie, ti volevo ringraziare…”

“Va’ a dormire adesso…, e non combinare altri guai”, e si mise a ridere con complicità.

Alessia lo guardò e lo vide per la prima volta, così con gli occhi sorridenti e i capelli ricci che gli arrivavano sulle spalle. Capelli ricci, pensò, il solito gesto che scompiglia l’impossibile

“Ciao, a domani”, gli sorrise ed entrò per la prima volta felice in camera, dove le altre ragazze già dormivano profondamente…

(CONTINUA)

 

UN VIAGGIO IN INGHILTERRA: Alessia versus Katja?

1411288721.jpgRiporto questa bella trasmissione sul linguaggio di genere, tratta dalla Radio Svizzera Italiana.  Per riflettere: usiamo sindaco o sindaca, portiere o portiera? 🙂

Silvano Cattin direttore di Radio Clodia per una volta mi perdonerà…

Trasmissione Linguaggio di genere

 

A proposito, sto partecipando ad un gioco sul sito http://storie.perfiducia.com/

Ho creato un’eroina (eroe “al femminile” suona molto strano…), Katja…

Chi desidera può diventare mio sostenitore (più sostenitori si hanno più si ha possibilità di vincere),

registrandosi nel sito e diventando sostenitore di Katja

Forse qualcun’altro vorrà diventare a sua volta autore di un eroe…

 

Intanto continua il mio Viaggio in Inghilterra:

 

UN VIAGGIO IN INGHILTERRA

Continua dal post precendente

Qui tutto il racconto fino a questo punto… senza girovagar per post…

 

L’aveva presa tra le braccia e lei si era improvvisamente spaventata, ma non gli era sembrato un semplice spavento, era proprio paura quello che le aveva visto sugli occhi. Per un attimo aveva pensato che avesse quasi sentito dolore. Cacciò via quel pensiero dalla testa…

Da Londra la compagnia si diresse verso l’Università di Southampton, presso uno degli innumerevoli campus dove avrebbero trovato alloggio in una delle piccole casette che ospitavano compagnie di studenti provenienti da ogni parte del mondo. Tutti giovani, sembravano formare una città del futuro, immersa nel verde e attraversata dal fiume, dove le canoe viaggiavano sulle acque tranquille.

In Italia si sognavano spazi così immensi per l’università, ristrette nelle stanze di pur prestigiosi palazzi cittadini.

Il gruppo degli italiani trovò alloggio in una bella casetta di una decina di stanze dislocate su due piani. Alessia si ritrovò in camera con altre tre ragazze. Subito si trovò bene con loro, erano tutte simpatiche. Nello stesso piano si trovava anche la lavanderia e questo subito si dimostrò utile, perché la roba da lavare in quei giorni si era accumulata e desiderava cambiarsi e sistemarsi un po’. Però decisero di approfittare della bella giornata e insieme andarono ad esplorare i dintorni della casa. Stanchissime del viaggio si sdraiarono sul bellissimo prato vicino alla casa.

“Alessia, ma per caso piace anche a te Neal?”, chiese Sara ad Alessia.

Sara era una ragazzotta mora, dallo sguardo indagatore, frequentava il liceo scientifico, un piccolo mostro in matematica, da quel che si diceva in giro.

“No, assolutamente, proprio non ho testa in questo momento per pensare a qualcuno; già ho le idee poco chiare…, sto cercando di uscire da una storia con un ragazzo più grande conosciuto quest’estate… E tu?”, rispose, dimostrando curiosità nei suoi confronti.

“Mah…, mi sembrano tutti scemi i ragazzi della nostra età: credono che infilarti la lingua in gola e piazzarti la mano sul culo sia il massimo; e poi non hanno un minimo di intelligenza per guardarti e capire che non vuoi parlare solo di calcio, di amici, e di cavolate varie.”

“Con il mio ragazzo sto bene, ed ha la mia età…”, si intromise Fabiola nel discorso delle due compagne.

“Da quanto tempo state insieme?”, le chiese Sara.

“Da un anno ormai, lui sta frequentando l’istituto tecnico…”

“Ma non è impegnativo? Non hai voglia di fare altre esperienze?”

“No, assolutamente, mi trovo benissimo con lui, abbiamo gli stessi interessi, a me piace cantare e lui suona la chitarra, abbiamo un gruppo musicale…”

“Che bello! Allora canti?”

“Sì, abbiamo un gruppo e andiamo nei vari centri sociali a cantare. Ci divertiamo un sacco, conosciamo tanta gente e poi si parla non solo di musica ma anche di politica, mica tutti i ragazzi sono uguali!”

“Già… , non tutti…”, rispose amaramente Alessia e si distese nell’erba.

Le immagini di Roberto le si accavallarono nella mente insieme all’erba, il profumo della notte, le stelle, tutto in un vortice e le sue mani, che la stringevano, stringevano sempre più forte. Sentì il respiro farsi affannoso e credette di soffocare, si tirò subito in piedi, madida di sudore.

“Ti senti bene?”, la guardavano preoccupate, le altre ragazze.

“No, non è niente…, ho solo un po’ di sete, non sono abituata a stare al sole…, vado un attimo in camera”, si scusò con le amiche.

Ad Alessia girava tutto, aveva davvero bisogno di tornarsene a casa, non in camera, voleva essere a casa sua, a curarsi, a leccarsi le ferite come una gattina. Raggiunse velocemente la camera e si richiuse dentro: dentro aveva una rabbia che voleva esplodere, esplodere. Prese una maglietta, se la mise tra i denti e cominciò a mordere forte, finché non trovò più la forza e si buttò sfinita sul letto.

Non capiva quanto tempo avesse dormito. Si svegliò quando in camera la raggiunsero anche le altre ragazze.

“Sembri scolvolta, stai male? Sei pallidissima”, le si avvicinarono al letto, dove se ne stava ancora distesa. “Poco fa ci hanno spiegato il regolamento e stasera abbiamo la discoteca, su una piazzola qui vicino all’aria aperta. Perché non sei venuta a mangiare? Vedessi che schifo di roba…”

“Ero troppo stanca, ma adesso mi preparo subito, ho voglia davvero di ballare”, le amiche la misero subito di buon umore. Trovò un vestito, e sciolse i capelli sulle spalle: si guardò allo specchio e si odiò profondamente. Si cambiò e si mise un paio di jeans e una semplice t-shirt.

“Stavi benissimo…, così magra, bionda…, vorrei essere io come te”, le disse Sara, che cercava di strizzarsi dentro un paio di pantaloni neri.

Scesero insieme; nell’aria aleggiava la musica e si sentirono trasportare leggere nella candida atmosfera della sera. La piazzola era piena di gente e si buttarono dentro per ballare, scatenandosi come pazze. Si piazzò vicino a loro un gruppetto di ragazzi francesi e anche Neal si avvicinò a loro, finché il dj non mise un lento e Neal le fu subito accanto. L’aveva osservata mentre ballava, la vedeva muoversi e pensava di non avere mai visto nulla di più bello. Angelica, forse.

“Ti va?”, e già la cingeva con le mani sui fianchi.

Alessia non rispose, si lasciò trasportare e non sapeva cosa stava accadendo, quando sentì la sua testa chinarsi sulla spalla e cercare il collo per assaporarne il profumo. Durò un attimo, perché come la musica cessò, si ritrovarono staccati, allontanati tra gli spintoni della gente che ritornava a ballare. Neal la prese per mano e la condusse fuori dalla mischia.

“Ti devo parlare…”

Si misero seduti su una panchina del parco, la musica in lontananza faceva da sottofondo.

“Scusa per l’altro giorno, mi spiace averti trattato così…”

Alessia era incerta su come rispondergli, poi lui continuava ad avvicinarsi.

“Non ti va di parlare con me? Sei strana, anche le tue amiche mi hanno detto che sei stata male oggi pomeriggio…” Poi, fece per accarezzarla. “Sei bellissima, lo sai?”

Alessia lo allontanò con le mani, presa dal panico.

“Cosa vuoi anche tu da me?”

“Niente, cos’hai capito?”

“Niente? Mi fai schifo…”

“Scusa, non volevo…”

“Mi fai schifo!”, adesso Alessia si era messa in piedi e quasi gridava.

“Perdonami, non avevo capito…”

“No, adesso te lo faccio capire io…” e cominciava a picchiarlo con la mano, cercando di schiaffeggiarlo. Lui si ritraeva, mentre Alessia era in piena crisi isterica, finché lui non la prese per i polsi.

“Basta! Smettila, è tutto a posto…”

(CONTINUA)

 

UN VIAGGIO IN INGHILTERRA: interpretazione autentica del post

8 MARZO 2010

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GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA

 

INTERPRETAZIONE AUTENTICA DEL POST

 

 

La legge 400 dell’88 regola la decretazione d’urgenza. L’articolo 15, al comma 2, fa divieto di usare il decreto “in materia elettorale”



 

 

 

UN VIAGGIO IN INGHILTERRA

CONTINUA dal post precedente

Neal andò a sedersi proprio accanto ad Alessia, osservata con invidia dalle altre ragazze.

Alessia avrebbe ceduto ben volentieri il suo posto, perché si sentiva in imbarazzo.

“Lo sai che hai un bellissimo sorriso?”, le disse con fare sornione.

Alessia alzò le spalle e volse lo sguardo verso il finestrino, cercando di ignorarlo. Lui però insisteva: “Come ti chiami?”

“Alessia…”, e non lo guardò nemmeno in faccia.

“Ok, ok… non ti disturbo…”, la rassicurò, e rimase tuttavia seduto mentre lei ostinatamente guardava il paesaggio.

Arrivarono a Parigi di sera. Durante il viaggio Neal si assentò spesso per andare a parlare con gli altri ragazzi e fare amicizia. Lei si ostinava ad isolarsi. L’autobus si fermò proprio sotto la torre Eiffel: Alessia aveva la tentazione di fuggire per addentrarsi in quella città, che anche così, nelle poche immagini che riusciva a catturare, le sembrò solare e piena di creatività.

La mattina si fermarono a pranzare in una casa agricola, in uno dei tanti paesetti francesi e poi arrivarono a Le Havre per attraversare finalmente la Manica. Pioveva a dirotto e per arrivare alla nave dovevano percorrere un tratto a piedi. Alessia, noncurante, scese di corsa senza coprirsi, ma Neal la raggiunse e cercò di proteggerla dalla pioggia con una parte del suo key way; lei si fermò e gli lanciò uno sguardo irato, scostando il giubbotto con la mano e lo lasciò impalato sotto la pioggia, come se le avesse fatto una scortesia. Salì velocemente la scaletta della nave e corse in bagno. Voleva stare sola, che cosa voleva quello da lei?

Dopo un po’ decise di uscire, la nave cominciava a puzzare di vomito per via del mare in tempesta. Aveva bisogno di una boccata d’aria, il mare faceva ondeggiare la nave e, nonostante il divieto da parte degli accompagnatori, Alessia provò ad uscire. Si ritrovò così fuori, in balia delle onde altissime e del vento, cercò di aggrapparsi alla ringhiera ma non ci riusciva; pensò per un momento che il mare l’avrebbe portata via e nessuno si sarebbe accorto della sua scomparsa, stava per perdere l’equilibrio quando si sentì prendere da due braccia forti.

Alessia ebbe paura, si voltò per scoprire chi fosse e si trovò di fronte ancora lui, Neal.

Allora si indispettì e cercò di liberarsi.

“Cosa avevi intenzione di fare qui da sola?”, le chiese preoccupato.

“E tu, passi il tuo tempo a seguirmi? Non hai abbastanza da fare con tutto il resto del gruppo?”

“Starei tranquillo solo se tu ti comportassi normalmente…”

“Normalmente io? Ma guardati, sei tu che sei anormale! Lasciami, altrimenti mi metto a gridare…Hai capito che non voglio essere controllata, seguita o toccata da te, in nessun modo!”, Alessia si divincolò e rimettendosi in equilibrio si diresse verso la porta per rientrare nella nave.

Rientrò dentro che era tutta bagnata, e le compagne la guardavano, mentre alle sue spalle la seguiva il volto adirato di Neal. Cercò una sedia, ma non fece neanche in tempo a sedersi che Neal le si fece davanti e le fece cenno di seguirlo. Si misero in disparte, il ragazzo sembrava terreo dalla rabbia: “Vuoi rovinarci le vacanze? Non vedi come ti stai comportando? Forse non avevi voglia di partire con noi ma ora sei qua e ti devi divertire, anzi… devi lasciare che gli altri si divertano! Metti in pericolo la tua vita, fai la musona e adesso fingi di non esserci! Capisci quello che ti dico?” poi, vedendo che Alessia rimaneva inerte, sfiancato dall’incomprensione, se ne andò.

Alessia rimase sola, non riusciva a capire nulla, poi sentì una fitta al cuore che la riportò alla realtà.

Cercò di scuotersi e con lo sguardo trovò la compagnia delle ragazze che in gruppo parlavano tra di loro. Il cellulare vibrava, Roberto le mandava il solito sms giornaliero.

Doveva essere forte, lei non voleva mollare; doveva credere in se stessa. Ritornò nel gruppo dei compagni di viaggio, cercando di essere sorridente e allegra. Scesero dalla nave e salirono su un nuovo pullman che li portò a Londra. Lì ci sarebbero rimasti due giorni: Neal la conosceva bene, li portava nei posti della vera città, quella fatta dalle vie buie e strette, dei barboni, delle fish and chips nei cartocci unti. Le sfuggiva il Big Ben, per fermarsi a guardare il Tamigi, e a parlare con Neal che, fatta eccezione un lieve accento inglese, parlava benissimo in italiano e le raccontava la città.

“Come mai lo parli così bene?”, gli chiesero un giorno i ragazzi.

“Mi piace, amo l’Italia ed un giorno verrò lì a vivere”, rispondeva lui modestamente. E si dimenticava di rivelare a tutti che frequentava Oxford, che era il miglior studente di Oxford e che stava tornando nella sua Università per conseguire una laurea in paleografia con il massimo dei voti. In Italia era arrivato alla Normale di Pisa proprio per un lavoro di studio sul libro italiano del quattrocento e per queste sue ricerche aveva ottenuto un riconoscimento dal Presidente della Repubblica. Tutto questo si nascondeva nella spontaneità dei gesti, nell’allegria che sapeva infondere agli altri. Alessia si limitava ad osservarlo da lontano, come si fa con un piccolo insetto fastidioso. E anche lui la seguiva a distanza, gustandola nei pochi sorrisi regalati, cogliendola nei gesti di timidezza. Sentiva emergere un sentimento di protezione nei suoi confronti, e non sapeva capirne il motivo…

Quella ragazza lo incuriosiva ed era per lui la prima volta, perché fino a quel momento aveva vissuto la spensieratezza del sesso con le coetanee, ma niente di serio, la sua testa riusciva a viaggiare solo dinnanzi alla bellezza del canto dell’Orlando furioso, si perdeva nei racconti delle immagini del Dorè…

(CONTINUA)