DOMANDE PRIMAVERILI

 

 

chioggia 1.jpgDov’è la mia femminilità?

Certamente non nelle scarpe dal tacco infinito.

Nemmeno quando mi metto sulle labbra il rossetto più rosso.

Né quando allungo le ciglia col rimmel o quando indosso un abito scollato.

Oh, sì! Il gioco seduttivo è perfetto… Ma la mia femminilità sono sicura che non sia in questo, perché rimango donna anche senza tutti questi oggetti.

Apro la finestra e guardo questo bellissimo cielo, la laguna che si estende, calma, oltre l’orizzonte e non so nemmeno se questo mio sguardo sia femminile. Mi accorgo che molti poeti e scrittori hanno guardato con lo stesso sentimento.

Non penso nemmeno sia quella dolcezza a caratterizzare la mia femminilità, molti dicono sia questione di sfumature, ma le sfumature non hanno colore, sbiadiscono a poco a poco.

Guardo il mio corpo e dico che in quello siamo profondamente diverse…

La maternità ci contraddistingue, ci rende uniche, grandiose nell’atto creativo eppure non c’è nulla di più negativo per una donna di una maternità o di una mancata maternità.

Se abbiamo un figlio, tutto ci cade addosso: perdiamo credibilità, al lavoro siamo un peso, costiamo di più alle aziende, i sensi di colpa ci attanagliano, ci trasformiamo in eterne mamme. Se non abbiamo un figlio ci accusano di essere isteriche, cominciano i sensi di colpa, nasce un sentimento di inadeguatezza e di mancanza per arrivare all’annientamento della femminilità.

Eppure noi donne non siamo solo madri, non siamo solo non-madri.

Non saprei definire la mia femminilità, ma sfido chiunque a definire la femminilità e qualunque uomo a definirmi la sua mascolinità.

 

 

 

Un viaggio in Inghilterra

 

 

1° principio della Relazione di aiuto

Chi aiuta non può approfittare del bisogno di aiuto dell’altro (da Andrea Canevaro)

 

 

 

Qui il racconto fino a questo post.

continua dal post precedente

Cristina, piccola donna teutonica, un metro e sessanta di determinazione: laurea in scienze dell’educazione a 21 anni, assistente tutto fare del Preside di facoltà, si barcamenava tra tutoraggi impossibili di corsisti fuoricorso, gestire l’agenda del Preside, presenziare alle sue mancanze.

Neal riconosceva la sua efficienza, ma non sopportava la programmazione continua in tutti gli aspetti della vita. Come se non esistesse il caso, la sorte, la fatalità, l’eventualità e il caos, caos irrimediabile in cui sentiva che ora stava cadendo. Quel suo caschetto perfetto, quel seno perfetto e piccolo, quelle forme così perfette cominciavano ad irritarlo. Sembrava una segretaria perfetta anche nell’amore: compito per casa svolto a regola d’arte. Si mise a sorridere guardandola come se fosse stata la prima volta che la vedeva.

“Che hai? Hai una faccia strana”, gli chiedeva ed era logico che nulla sfuggiva al suo sguardo indagatore.

“Nulla, sono un po’ stanco e domani vorrei concludere il programma e dare le ultime indicazioni agli studenti, … ci vediamo dopo se vuoi”, cercò di sorvolare.

“Vengo anch’io, ti aspetto se vuoi”, gli disse per fermarlo.

“No, meglio di no, ti farei sprecare tempo per niente”, tentò di rassicurarla. Il tempo, per lei era la cosa più preziosa da non perdere. “Ci vediamo stasera, dopo passo da te …”

“Va bene”, Cristina acconsentì delusa. Come al solito Neal si sarebbe dimenticato di passare da lei.

Però lo stimava, lo apprezzava. Se qualcuno le chiedeva se lo amasse, avrebbe risposto decisa di sì, ma per lei rappresentava una dei tanti piccoli tasselli che componevano il suo progetto. La passione la metteva ogni giorno nel suo lavoro, per quello si ammazzava letteralmente: il sogno di diventare docente universitaria doveva diventare realtà ad ogni costo.

“Aspetta…”, la richiamò indietro Neal.

“Cosa c’è?”, si aspettava almeno un suo bacio…

“Tu saresti in grado di rintracciare qualche studente? Potresti entrare nel database dell’Università?”, le chiese Neal.

“Certo, perché questa domanda?”, le chiese delusa, nemmeno un bacio.

“C’è uno studente del mio corso che dovrei rintracciare per un lavoro di tesi, … adesso è ancora presto, vedremo…”, rispose Neal rassicurato.

E la salutò con un bacio leggero sulla guancia, come una semplice amica. Cristina l’osservò salire le scale, concentrato nei suoi pensieri.

Con tutto quel tempo a disposizione forse poteva sistemare quelle slides per la presentazione del professore del giorno dopo e riordinare la posta: Cristina era un’anima positiva per natura.

 

***

 

Alessia rientrò a casa dopo aver salutato Roberto che l’aveva accompagnata fin sotto casa.

“Amore, quando riuscirò a superare l’esame di stato, entrerò di diritto nello studio di mio padre e ci sposeremo”, Roberto la lasciò andare con queste parole, come ogni volta, credendo di farla felice.

Lei annuì e lo baciò, per accontentarlo. Quella mattina, le luci dell’alba già cominciavano a rischiarare la giornata: lo guardò con attenzione, forse l’amava davvero. Si stava sbagliando? Roberto era un bravo ragazzo, un uomo che le sarebbe stato sempre accanto, che l’avrebbe protetta da tutto e da tutti. Certo, quel suo fare da padrone la irritava ma tutti quegli anni insieme, a discutere e a litigare su quel primo episodio di violenza, avevano mitigato il rancore per lasciare spazio ad una condivisione di emozioni, di amicizie, di obiettivi. Quella sua abnegazione, quel modo di restarle vicina nonostante le sue scelte non sempre in accordo. Come poteva non amarlo? E poi, forse era lei che aveva sbagliato tutto.

Provò a baciarlo con maggiore passione. Il suo corpo rispondeva al desiderio, proprio con lui … Non riusciva a capire.

“Ti amo”, le disse, travolto anche lui da quel sentimento incerto che traspariva dal suo bacio, come se fosse prossimo ad una vittoria.

Si staccò per istinto di conservazione.

“Vado…, stamattina ho lezione e non devo mancare…”, le disse per scusarsi.

Scese in fretta dalla macchina, provando dopo tanto tempo un po’ di felicità: cosa le stava succedendo? Vedeva tutto chiaro davanti a sé: Roberto non la spaventava più, era diventato parte importante di lei. Perché combattere contro di lui e contro se stessa, quando tutto ora le appariva semplice…

(CONTINUA)

 

 

 

 

 

 

 

 

DIETRO UNA GRANDE DONNA C’È SEMPRE UNA GRANDE MAMMA

DIETRO UNA GRANDE DONNA C’E’ SEMPRE UNA GRANDE MAMMA?

 

ab6295cucciolo-di-mamma-posters.jpgSì, me lo sono chiesta ieri mentre ero ad un convegno sull’imprenditoria femminile.

Cosa c’entrano le mamme?

Sul palco, un’imprenditrice nata per caso, nel senso che il marito amava progettare oggetti particolari: il marito ha creato l’idea e si è lanciato nella progettazione e lei gestiva la parte amministrativa dell’azienda.

Un’altra aveva ereditato l’azienda dal padre.

Un’altra con il marito aveva iniziato la gestione di una cooperativa sociale che poi si era allargata, diventando poi vicepresidente di una grande associazione a livello nazionale.

Un’altra, era stata assunta dal marito, proprietario dell’azienda, e poi ne era diventata la moglie; la gestione pian piano era passata nelle sue mani.

Grande elogio di mariti, padri.

 

 

E le madri?

 

Sono scomparse.

Le mamme sono emerite comparse.

Ma quando si tratta di badare ai figli, ai nipotini…, compaiono meravigliosamente en passant come piccole maestrine, come baby sitter nostrane, come educatrici ruspanti…

Insomma, mi sono chiesta se un po’ di merito ce l’avevano anche le loro mamme…

e parto già da una mia considerazione personale:

DIETRO UNA GRANDE DONNA C’È SEMPRE UNA GRANDE MAMMA

 

 

 

 

 

 

Un viaggio in Inghilterra

 

Continua il mio racconto.

 

Non si riesce mai a capire il limite…

 

“… il “Ruolo del Salvatore” si caratterizza per una apparente, esagerata generosità; per un aiuto “fuori misura” che, proprio perché tale, risulta ingannevole. Sembra infatti un gesto eroico, straordinario, ma ad un esame più approfondito – sia per quanto riguarda le sue motivazioni, sia per quanto riguarda i suoi esiti – si rivela invece di segno nettamente contrario…” (da Andrea Canevaro)

 

 

 

Qui il racconto fino a questo post.

continua dal post precedente

 

Ma le giornate erano ancora più dure quando la sera doveva affrontare Roberto, che l’aspettava e voleva riaccompagnarla a casa.

Si fermava proprio davanti l’uscita del locale con la sua macchinona ad aspettarla per tutta la serata.

Le sue compagne l’ammiravano, credendo ne fosse lusingata ed invece doveva salire in macchina se non voleva che Roberto cominciasse ad urlare o a tempestarla di telefonate; si faceva accompagnare, ma non gli dava niente in cambio.

La tormentava, ma sapeva tenergli testa e lo rassicurava.

“Stasera qualcuno ci ha provato?”, le chiese Roberto anche quella sera, con quel tono che non le piaceva, da padrone.

“No, lo sai che Carlo li sistema se si azzardano a toccarci”. Si riferiva a Carlo, il gestore del locale, che veramente ci teneva che tutto fosse in regola. Se poi qualche ragazza ci stava, quello era un affare che non lo riguardava. Per lo meno con lei non aveva fatto nessuna allusione a tentativi di prostituzione, però sapeva che altre ragazze si fermavano dopo la serata con alcuni uomini. E la cocaina girava tranquillamente nel locale.

“Non voglio che fai questo lavoro. Se mio padre lo venisse a sapere…”, insisteva Roberto con aria rammaricata..

“Smetterò quando mi assumeranno al nido, lo sai che non voglio pesare sulla mia famiglia”

“Non capisco questa tua testardaggine, ti potrei aiutare anch’io”, le diceva dolcemente. Faceva praticantato nello studio del padre, i soldi per lui erano un’appendice naturale.

I tuoi cazzuti soldi …

“Sì, lo so, ma non voglio”, e sperava che quel discorso morisse.

Credeva di riuscire a domarlo, di gestirlo e non capiva di esserne la vittima.

Roberto l’accompagnò a casa. Ormai si era investito nella parte di fidanzato e al di là del bacio non tentava nessun approccio, come se la dovesse mantenere illibata. A lei era indifferente, accettava i suoi baci come una pena da pagare, come via per l’assoluzione, come mezzo d’inganno.

I fari della macchina nel buio della notte disegnavano strani paesaggi di fantasmi e di paure irrisolte.

Quella sera però era davvero stanca. Si ricordò di Neal, chissà cosa stava facendo in quel momento…

***

Neal si svegliò. Si alzò per guardare in giro.

“Alessia…”, provò a chiamarla, ma sapeva già che non c’era.

Diede un rapido sguardo in salotto e poi entrò in bagno. Sentì l’odore acre del vomito.

Si ributtò nel letto. Maledizione! Perché se n’era andata?

E ripensava alla dolcezza dei baci, degli abbracci prolungati.

Guardò l’orologio, erano le cinque e mezza del pomeriggio. Ormai non riusciva a combinare più niente. Si fece una doccia veloce e uscì, diretto all’Università.

Voleva passare nel suo ufficio, doveva ancora preparare la lezione per il giorno seguente. Era l’ultima lezione prima della pausa estiva e poi sarebbe iniziata la lunga serie di conferenze in giro per l’Italia e in Inghilterra.

Era soprappensiero sulle scale della facoltà, quando incrociò una personcina.

“Neal, finalmente!”, le gridò la ragazza dal caschetto nero che si trovò davanti.

“Ah, sei tu …”, le rispose Neal, come se fosse una cosa scontata da ritrovare.

“Finalmente! Sono appena passata per il tuo ufficio e non rispondevi al cellulare, dove ti eri cacciato?”, lo guardò con attenzione.

“Sono passato un attimo a casa e poi mi sono ricordato che dovevo ancora finire di preparare una lezione…”, cercò di sfuggire lo sguardo di Cristina…

 

(CONTINUA)

 

 

 

*la foto è tratta dal web e non ha alcuna attinenza con il racconto e il contenuto del post.

 

UNA NOTTE AGITATA

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SABATO 17 – ore 14,30
Appuntamento in piazza Navona ROMA

Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.

Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi EMERGENCY ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.

 

Entra nel sito di Emergency

 


 

 

 

 

 

Di notte mi sveglia

un tormento.

Raccolgo

d’illusioni carezze inutili

le tue, da caderci dentro.

Godo percorrerle

e mento,

ah, se mento!

Di giorno mi stringo

veloci parole

che non tagliano

nemmeno l’aria

di questo succo di vita.

E’ una notte agitata la mia,

mi distoglie dallo sguardo

dritto l’orizzonte.

Venisse la notte

anche di giorno,

saprei di che vivere!

 

 

Una ragazza apparentemente fragile, un uomo apparentemente forte.

Tutto potrebbe comunque rovesciarsi. Continua così il mio UN VIAGGIO IN INGHILTERRA.

Qui il racconto intero fino a questo post…, se avete voglia di leggerlo…

 

Continua dal post precedente

 

Guardò l’orologio. Erano le cinque del pomeriggio. Faceva in tempo ad andare a casa a lavarsi e a sistemarsi un po’ per il lavoro in bar. Cominciava a pesarle quel lavoro degradante che le toglieva ogni dignità ma che garantiva la possibilità di mantenersi negli studi senza pesare sul bilancio famigliare.

Certo, sua madre sarebbe stata felice di contribuire, ma voleva essere indipendente, non sottostare a nessuno, era riuscita a resistere durante gli anni del liceo e quello le era bastato.

Brava ragazza, brava ragazza: per i suoi genitori era importante che fosse una brava ragazza. I sentimenti potevano essere calpestati, doveva essere una brava ragazza comunque, a qualsiasi prezzo, anche quello del silenzio, come era accaduto con Roberto. Si era confidata con sua madre, pensando di trovare conforto, ed invece credevano a lui: Roberto era un bravo ragazzo che non avrebbe mai approfittato di lei se glielo avesse fatto capire diversamente.

Roberto era entrato a casa sua con la faccia di un borghese pieno di soldi e i suoi lo avevano accolto quasi come un figlio. Sentiva che era sbagliato tutto questo, ma non sapeva come uscirne.

Era stato come entrare in una spirale in cui non riusciva a trovare l’uscita.

Allontanò il pensiero di Roberto, non voleva ricordarlo ancora, lo stomaco le faceva troppo male, era un’ossessione continua che non le dava pace. E il cuore. Spaccato, trasformato in un vaso di terracotta.

Entrò a casa, finalmente.

Era un piccolo appartamento con due camere da letto, un soggiorno, una cucina e un grande bagno, per fortuna. Lo condividiva con altre tre ragazze, tutte studentesse all’università e nella stessa facoltà.

“Dove sei stata? Non ti abbiamo più visto a lezione, abbiamo pensato che ti fossi fermata con quel tipo…”, le chiese Francesca con apprensione.

“Era un vecchio amico, ha insistito e siamo andati in giro per Padova; ci siamo fermati a mangiare qualcosa insieme”, entrò in camera e prese l’accappatoio per farsi la doccia.

“Sono stanchissima, faccio una doccia e dormo un’oretta prima di andare al bar”, Alessia cercò di chiudere il discorso.

“Sì, ti conviene, altrimenti sembrerai una morta che balla…”, le sorrise Francesca, “Ti ricordo che il professore oggi ha preparato una lista. Bisogna firmare la presenza e chi frequenta farà l’esame a parte in maniera agevolata, quindi ti conviene non mancare alla lezione di domani”

“Accidenti! La mia solita fortuna…”

Fece una veloce doccia e poi, anziché dormire, decise di ricopiare gli appunti del corso di Psichiatria, non voleva rischiare di perdere il suo ultimo esame.

Gli appunti parlavano di coscienza come consapevolezza attuale che abbiamo del mondo esterno e di noi stessi: in quale stadio si trovava? In uno stato di torpore o sdoppiamento della personalità? Aveva le funzioni psichiche rallentate. E tra poco avrebbe avvertito allucinazioni o illusioni? Avrebbe desiderato che il professore le sperimentasse quella sera con lei per avere un chiarimento, per capire…

Alle dieci entrò in bar. Lo chiamava bar, ma era piuttosto un night club.

Si vestì in camerino. Si truccò insieme alle altre ragazze. La matita nera negli occhi, si riduceva ogni sera ad una maschera. Con quegli abiti anche un attacapanni sarebbe diventato sexy. E poi uscì sulla piccola pedana. I pali della lap dance erano solo un appiglio, e tutto il resto lo faceva lei, muovendosi al ritmo della musica. Gli sguardi degli uomini le erano indifferenti come le mani che cercavano di toccare il suo corpo, trattenute dai buttafuori presenti in sala per calmare i bollenti spiriti di alcuni clienti che credevano di andare a puttane.

Tirò avanti a ballare fino alle quattro della notte, fermandosi qualche minuto a bere al tavolo con qualche amico o qualche cliente desideroso di conoscerla. Non rifiutava, non si rendeva conto del pericolo, era dentro un’allucinazione in cui la protagonista era un’altra… o dentro l’illusione di essere un’altra.

Alle cinque del mattino era a casa, accompagnata da qualcuna delle sue compagne; le giornate erano dure quando la lezione si svolgeva alle nove del mattino così dormiva solo due ore e arrivava mezza assonnata, oppure nei giorni del tirocinio in cui doveva lavorare anche il pomeriggio presso l’asilo nido. I bambini erano dolcissimi, ma arrivava a sera che voleva dormire per riposare un po’ ed invece doveva ritornare al locale. Ma le giornate erano ancora più dure quando la sera doveva affrontare Roberto, che l’aspettava e voleva riaccompagnarla a casa.

(CONTINUA)

 

RITORNO A CASA


Il rumore di te stesso

rincorre un silenzio senza fine.

Aperte le porte

si liberano i messaggi

di un cuore muto

senza dolci speranze.

Ricerchi te stesso?

Disteso sopra il letto

ti leggi dentro

quello che ormai

credevi realtà.

Ma può essere reale

ciò che è solo il prodotto

di una tua falsa modestia

sulla tua intelligenza?

 

 

 

 

 

Continua il mio Viaggio in Inghilterra. Qui il racconto fino a questo post, per chi non desidera girovagar per post.

Sono trascorsi 5 anni dall’ultimo incontro tra Neal e Alessia…

 

UN VIAGGIO IN INGHILTERRA

 

CONTINUA DAL POST PRECEDENTE

 

Ritorno a casa

(2010)

 

 

“Alessia!”, Neal guardò la bionda ragazza slanciata che le era passata accanto.

Il suo sorriso…, felice.

“Alessia!”, la richiamò più forte, mentre la ragazza non lo aveva riconosciuto e proseguiva parlando con le altre ragazze del gruppo.

Alessia si voltò e lo guardò con attenzione. Gli occhi, stupendi occhi da amare, – pensò Neal – si aprirono con stupore.

“Neal?”, rispose quasi non credendo all’immagine davanti. “Sei proprio tu?”

Neal sorrise timidamente.

Si staccò dal gruppetto e gli andò incontro, gettandosi d’impeto ad abbracciarlo. Una felicità improvvisa lo colse, come se non avesse aspettato altro nella vita. Cinque anni erano passati da quei giorni tumultuosi e affannati a Southampton.

Rimase impacciato, immobile per l’emozione.

“Cosa ci fai qui? Non dirmi che sei ancora studente…” e gli lanciò un sorrisetto ironico. Aveva notato la giacca di velluto e la camicia a quadri stropicciata, fin troppo elegante per i gusti sportivi di Neal. E’ sempre lo stesso, pensò, il tempo si è fermato.

“No, insegno qui in Facoltà…”, le disse quasi vergognandosene.

“Allora ci vedremo ancora!”, lanciò un’occhiata alle amiche che l’aspettavano impazienti, “Ora ho lezione, devo andare, è stato bellissimo”, e fece per andarsene, in maniera troppo affrettata, parve a Neal.

“Dammi un indirizzo, il tuo telefono, come faccio a rintracciarti?”, cercava di trattenerla ma lei già si era allontanata, raggiungendo velocemente il gruppetto delle altre ragazze.

“Ti trovo io!”, gli gridò quasi, e la vide sparire dentro i corridoi del palazzo dell’Università.

“Chi era?”, chiese una delle ragazze ad Alessia.

“Nessuno, un vecchio amico…”, le rispose, “Vado un attimo in bagno, entrate pure, vi raggiungo tra poco in aula” e prese la direzione verso i bagni.

Le stanze erano vecchie e puzzavano.

Sentiva fluire dentro di sé tutte le emozioni che credeva ormai di aver dimenticato. Che cazzo ci faceva là Neal?

Andò al lavandino e si buttò un po’ di acqua fredda sul viso. Forse non si sarebbero più incontrati, che probabilità c’era che tra loro ci sarebbe stato qualche altro incontro? Sentì fluire il sangue caldo giù dal naso, prese un fazzoletto per tamponare il flusso e si appoggiò alla porta per prendere respiro.

Uscì dal bagno per tornare a lezione. Era troppo importante seguire quel corso e alla lezione di quel professore ci teneva veramente, le mancava solo un esame e poi avrebbe dato la tesi.

Diventare educatrice, non sapeva se quella era veramente la sua strada, ci avrebbe comunque provato, con i bambini ci sapeva fare.

Uscì e se lo ritrovò di nuovo. Era seduto per terra, davanti alla porta dei bagni, la valigetta da professore accanto, sembrava uno studente fuori corso.

“Credevi che ti avrei lasciato andare via così? Senza scambiarci una parola? Alessia, sono passati cinque anni…”, sembrava deluso.

Si sedette accanto a lui. Era come essere sul prato in Inghilterra.

“Vedi, sono destinato a curare le tue ferite”, e le tolse il fazzoletto sporco di sangue dal naso per passargliene uno pulito, sorridendo perché davvero lo pensava.

Alessia prese il fazzoletto, però il sangue si era fermato. “Ormai non serve più…”, gli rispose con ironia.

“Vieni…, andiamo fuori, ormai ho perso la lezione, andiamo a bere qualcosa al bar”, si tirò su e gli porse le mani per trascinarlo. Neal si alzò in piedi e se la ritrovò davanti, ora donna. Riemerse tutto il suo desiderio, nonostante il tempo trascorso, e cinse con le mani i fianchi e la tirò a sé per baciarla. Il sapore della sua bocca era un misto di sangue. Alessia si lasciò baciare, percependo lo stesso desiderio, come se fosse rimasto qualcosa di incompiuto da completare.

Si staccarono dal bacio come vecchi amanti, noncuranti degli altri.

Uscirono dalla sede della Facoltà di Scienze della Formazione, Palazzo del Capitanio, passando attraverso l’arco della Torre dell’Orologio nella Piazza dei Signori. Quel passaggio per Alessia rappresentava l’uscita da un giardino fatato, ombreggiato dagli alberi, alla vita frenetica della città. Pochi metri per determinare il mondo.

Più volte si era fermata ad osservare il grande orologio che campeggiava nella torre.

“Di che segno sei?”, chiese Alessia a Neal.

“Capricorno, … perché questa domanda?”

“Beh, manca il segno della bilancia sull’orologio…”, e gli indicò il grande orologio sulla torre, “L’hanno fatto apposta, manca la giustizia a questo mondo…”, rispose seccamente Alessia.

Neal si fermò. “Non puoi essere così. Perché vuoi rovinare tutto? Anche adesso, a distanza di anni mi fai paura quando fai queste affermazioni, siamo qui insieme e tutto è bello e tu … Il pittore di quell’orologio l’avrà fatto con altra intenzione…”

Alessia scoppiò a ridere, perché Neal se l’era presa così, per una battuta infelice.

L’aria era fresca e frizzante. Le strade padovane erano un via vai di gente tra le bancarelle del mercato sulla piazza.

Neal la guardò. Sì, era cambiata, non solo perché si era fatta donna, dalle forme dolcissime, ma nello sguardo, consapevole di sé, sicura.

“Cosa stai seguendo? All’Università cosa frequenti?”, le chiese.

“Scienze dell’educazione. Sto facendo tirocinio in un asilo nido privato, mi piace, è un bel lavoro e mi hanno già detto che mi assumeranno dopo la laurea…, in settembre dovrei presentare la tesi”

“Così lavori e studi… , sei brava”, la incoraggiava a parlare.

“La sera lavoro in un bar del centro, altrimenti non riuscirei a pagarmi la stanza in affitto con le altre ragazze. Siamo in quattro che ci dividiamo l’appartamento, per restare a Padova è la soluzione migliore…, e tu? Da Oxford a Padova, come mai?”

“Dopo la tesi sono stato assistente del mio Professore ad Oxford e poi mi è stato offerto una cattedra di letteratura inglese qui a Padova, insegno a Lettere ma il mio sogno rimane Venezia”

Camminarono tranquilli per le vie porticate di Padova, scambiandosi sorrisi.

“Andiamo a casa mia?”, le disse così a bruciapelo, “Vieni, così ti mostro dove abito e mangiamo qualcosa, dovrei avere qualcosa in frigorifero”

Si incamminarono verso Prato della Valle. Neal abitava su un piccolo condominio tranquillo.

Casa sua era composta da un soggiorno-cucina e una luminosissima camera da letto.

“Sono tutti professori che abitano questi appartamentini, li usano come secondo appartamento. Praticamente non ci abita nessuno…”

“E tu chi ci porti?”, Alessia prese la foto appoggiata sul tavolino del soggiorno e guardò il bel sorriso della ragazza ritratta, “E’ la tua ragazza?”

“Sì, lavora all’Università…”

“Adesso dov’è?”, ripose la foto con delicatezza.

“All’Università…, credo”

“E se ti trovasse con me, cosa penserebbe?”, gli diede le spalle.

“Non me ne importa, ora”, e le andò vicino, “Aspettavo solo te”

La prese per i fianchi e la girò verso di sé.

“Avevo voglia di rivederti…”, cercò di baciarla, le scostò i capelli dal collo.

Aveva aspettato, ripercorso nei suoi desideri quel momento in cui l’avrebbe rivista, perché sapeva che l’avrebbe rivista. Era venuto in Italia anche per lei. Il lavoro era stata una scusa, una causa giusta.

Alessia si abbandonò ai baci. Si ritrovarono nel letto come se fosse naturale, come se non ci fosse null’altro intorno che il fluire di uno stesso desiderio, appagati da carezze e da soffi di amore. Si addormentarono abbracciati nel calore dei loro corpi.

Alessia si svegliò per prima. Realizzò di essere ancora nel letto con Neal. Fuori la luce si stava scaldando dei colori dell’imbrunire, e poi sentì che le stava capitando ancora. Piano si svincolò dall’abbraccio di Neal, cercando di non svegliarlo. Si alzò dal letto e si diresse verso il bagno, fece appena in tempo ad entrare che cominciò a vomitare nella tazza del water. Non aveva mangiato nulla ma lo stomaco si stava ribellando comunque. Le capitava sempre così. Anche con altri uomini. Possibile … anche con Neal? Lo aveva desiderato veramente, non riusciva a capire come mai il suo corpo si stesse ribellando. E sapeva cosa sarebbe successo dopo: le avrebbe fatto schifo, non avrebbe più sopportato che la toccasse.

Quanti litigi aveva dovuto affrontare per questo suo comportamento? Aveva cercato di analizzarsi ma non riusciva a gestire il corpo, nonostante la sua razionalità sapesse benissimo ricondurre all’episodio che lo aveva scatenato.

Era meglio andarsene, non sopportava di affrontare un’altra storia di spiegazioni insopportabili…

Si rivestì in fretta, recuperando i vestiti sparsi nel letto, e uscì di corsa dall’appartamento prima che Neal si svegliasse.

(CONTINUA)

 

Poeticamente Pasqua

colomba.gifLa poesia può salvare il mondo?

Spesso l’ho chiesto ai poeti che ho abitato…

Lascio qui queste mie riflessioni e l’augurio per la pace e la bellezza di una Pasqua poetica.

 

giulia

 

 

«Pieno di merito e tuttavia poeticamente abita

l’uomo su questa terra»

(Hölderlin)

 

    “Per gli antichi Greci, la scoperta della bellezza coincise con l’intuizione dell’universo. Ai loro occhi il mondo si mostrò nel fulgore di un kosmos, cioè di un “ordine bello”: un sistema coerente di parti finalisticamente articolate e tali da suscitare un sentimento di ammirazione e , insieme, di emulazione. “1

    Proprio su questo sentimento di emulazione nasce la poesia. In quanto imitazione la poesia ha un proprio fondamento naturale: «due cause appaiono in generale aver dato vita all’arte poetica, entrambe naturali: da una parte il fatto che l’imitare è connaturato agli uomini fin dalla puerizia (e in ciò l’uomo si differenzia dagli altri animali, nell’essere il più portato ad imitare e nel procurarsi per mezzo delle imitazioni le nozioni fondamentali), dall’altra il fatto che tutti traggono piacere dalle imitazioni» 2

    Anche il conoscere della poesia, secondo Aristotele, non è qualcosa di marginale: «la poesia è cosa di maggior fondamento teorico e più importante della storia; perché la poesia dice piuttosto gli universali, la storia i particolari.

    E’ universale il fatto che ad una certa persona di una certa qualità capiti di dire o fare cose di una certa qualità secondo verisimiglianza o necessità».3

    Si è analizzato molto questo brano perché con questo Aristotele rende chiaro entro quale campo includere la poesia, ossia il verosimile viene inquadrato nella più estesa teoria dell’universale, propria dell’esercizio cognitivo.

    Per questo Aristotele può dire che la poesia è più filosofica della storia; più della storia (che Aristotele concepiva molto più “cronicistica” di noi) essa ci fa conoscere, in vicende tipiche, le leggi di funzionamento del mondo umano, sotto una luce di universalità che l’avvicina alla filosofia.

     

    Perché partire da Aristotele per parlare di poesia? Perché le questioni che egli pone sulla Poetica sono ancora attuali, ossia sono ancora le tematiche aperte su cui si discute quando si parla di poesia.

    “Il primo punto è quello che potremmo definire della laicità della poesia. Aristotele,…, si adopera a sciogliere gli antichi legami tra poesia e religione. Tutta la tradizione culturale successiva accetta come ovvia questa impostazione: la poesia, più in generale oggi diremmo l’arte, non ha ai nostri occhi nulla a che fare né con attività culturali né con attività di magia. Se c’è seduzione, è solo del sentimento. Una tale convinzione condiziona a priori la stessa definizione di attività e di linguaggio poetico, la loro collocazione nel quadro delle pratiche sociali.”4

    Seconda questione : Aristotele ci presenta la poesia come qualcosa di utile svago, la poesia appartiene al tempo libero, ad un tempo non alienato, anche naturalmente per chi se ne occupa come lavoro. E’ il tempo che resta all’individuo per sé , ma più che tempo libero , è per Aristotele il tempo dei liberi; il poeta deve essere libero nella sua attività poetica anche quando questa le è stata commissionata. Il poeta, infatti, deve dimostrarsi libero, capace di destreggiarsi anche con le regole della composizione.

    Terza questione: l’unità discreta e autonoma dell’opera di poesia, tracciando una delle caratteristiche più importanti dell’opera poetica, l’atemporalità.

    Per Aristotele, infatti, la poesia, in quanto mimesis praxeos, rispecchiamento di un’azione reale o possibile, assolve ad un’importante funzione conoscitiva. Poiché sa registrare non solo ciò che accade ma anche ciò che potrebbe accadere (secondo le regole della verosimiglianza o della necessità causale), la poesia riesce più filosofica della storia: essa ci rivela gli “universalia in re” e, organizzando il tumulto dell’esperienza e della passioni entro un coerente kosmos formale (o, nella dizione aristotelica, entro una coerente systesis, una “coesistenza”), rende significativi e comprensibili gli eventi spesso caotici e contradditori della vita reale.

    Per questa via, il legame ( platonico) tra l’apparenza e l’inganno, ci si ripresenta non più nei termini di un’apparenza ingannevole, bensì nei termini di un inganno apparente, di un inganno cioè che cessa di essere tale, proprio perché nell’allestimento del testo si mostra, ovverosia appare nella flagranza strutturale e ornamentale di un kosmos artistico.

    Se, dal punto di vista della loro storicità extraletteraria, gli eventi sono sempre imprevedibili e acosmici, dal punto di vista del testo che li comunica essi devono affidarsi ad un ordine formale. Esiste infatti, per così dire, “lealtà” della forma nella quale l’illusione del divenire, l’incertezza dell’evento, l’inganno dell’apparenza svaniscono e s’arrestano nell’assetto finale del testo e della sue figure verbali.

    In un senso, non molto dissimile, l’autore del trattato Sul Sublime vedrà, negli esiti più alti della prosa d’arte una taxis ataktos, un ordine disordinato, un ordine che riespone, senza cancellarlo, l’incontenibile disordine delle passioni.

    Nell’atmosfera del pathos il poeta fa: non nel senso di creare (tipico dei romantici) ma nel senso di vedere cose nuove che l’intelligenza non riesce a vedere.

     

    1 GIOVANNI LOMBARDO, L’estetica antica, il Mulino, Bologna 2002

    2 Aristotele, Poetica, 48b 4-9.

    3 ibidem

    4 Cfr. Introduzione di DIEGO LANZA, Poetica, Milano 1997, Rizzoli Libri.

     

    PICCOLE SODDISFAZIONI

    Stanotte potrei scrivere di piccole soddisfazioni: nella vita trovi sempre qualcosa di bello che ti arriva così, quando meno te l’aspetti.

    Se poi questa sorpresa ti arriva da una delle città che ami, allora valgono doppio… direi un buon 51,13%

    Continuo anche il mio VIAGGIO IN INGHILTERRA. In effetti Alessia torna a casa e poi… uno sbalzo temporale…

    Inserisco il racconto intero sempre fino al punto d’arrivo.

     

     

     

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    I LOVE VENEZIA!!

     

     

     

     

     

     

    Continua il mio Viaggio in Inghilterra:

     

    UN VIAGGIO IN INGHILTERRA

     

    CONTINUA DAL POST PRECEDENTE

    Alessia lo guardò e lo vide per la prima volta, così con gli occhi sorridenti e i capelli ricci che gli arrivavano sulle spalle. Capelli neri, pensò, il solito gesto che scompiglia l’impossibile

    “Ciao, a domani”, gli sorrise ed entrò per la prima volta felice in camera, dove le altre ragazze già dormivano profondamente.

    Quando entrò Sara aprì gli occhi per accertarsi del suo arrivo.

    “Dove sei stata?”, le chiese.

    “In infermeria, mi faceva male il braccio dopo le cordate di oggi pomeriggio”

    “Ti fa male anche adesso?”

    “No, un medico mi ha fasciato il braccio”

    “Ah, vabbé, se ti fa male chiamami, buonanotte allora…”, e si riaddormentò.

    Alessia ripensava alla serata, finalmente aveva trovato qualcuno che la capiva.

    La mattina apparve subito diversa, si svegliò piena di felicità.

    Le ragazze andarono al capannone per la colazione e lì c’era già Neal che le aspettava.

    “Venite a sedervi qua”, le chiamò.

    “Stamattina vi accompagno in canoa!”, disse loro con entusiasmo, “Andiamo con un gruppo di ragazzi francesi”

    Le sue amiche erano tutte contente. I francesi erano simpaticissimi e una gita sul fiume era un’esperienza da non perdere. Lì tutto era gratuito, non si spiegavano la bellezza di poter fare sport senza pagare, come invece succedeva in Italia,

    Dopo la colazione andarono a cambiarsi e a infilarsi il costume. Era facile scivolare con la canoa sul fiume, anche se non mancò qualche simpatico rovesciamento, perché tutti comunque indossavano il salvagente di sicurezza. Arrivarono alla meta dopo una mezzoretta di percorso, scesero dalla canoa e andarono sul prato ad asciugarsi.

    I francesi si aggregarono agli italiani. Mentre se ne stavano sdraiate sotto il sole, un gruppetto di ragazzi le assalì, butandosi in maniera travolgente sopra di loro. Non c’era nessuna intenzione violenta, solo un tentativo di approccio amichevole.

    Tutte si misero a ridere, fingendo di essere scandalizzate per le brutte maniere, ma contente per questo tentativo di contatto.

    Solo Alessia se ne stava ferma, impassibile. Uno di loro cercò di farle il solletico e invece di ridere, cominciò ad irrigidirsi. Sentiva di nuovo che stava crescendo in lei una rabbia improvvisa e non sapeva domarla.

    Neal la osservava da lontano e vide la sua reazione. Cercò di raggiungerla prima che succedesse quello che aveva sperimentato con il suo timido approccio ed evitare una situazione imbarazzante.

    “Vieni”, le disse, quando arrivò al gruppetto. Le diede la mano, che Alessia accettò e si allontanarono da tutti, che la guardarono andar via, sollevati dalla paura di essere stati fraintesi.

    “Ti stava capitando ancora…”

    “Non è vero…”

    “Ho visto la tua reazione, hai preso paura nonostante quel ragazzo volesse solo scherzare”

    “Non mi piace scherzare, tutto qua, lo hai capito anche tu”

    Rimasero in silenzio per tutto il tempo. Alessia stava bene, non si rendeva conto della bellezza dei luoghi intorno, si sentiva sicura con lui a fianco. Poi si sedettero vicino all’ombra di un albero.

    “Cos’è successo?”, Neil ruppe il silenzio.

    “A cosa ti riferisci?”

    “Non lo so, sei tu che dovresti parlare, non credi?”

    “Parlare non risolve nulla. Cosa dovrei dirti, che sono arrabbiata con me stessa? Per colpa mia sto vivendo questa situazione e devo uscirne da sola, come ci sono entrata…”

    Ripensava ai sorrisi sottintesi lanciati a Roberto quando si erano conosciuti, le frasi maliziose, il suo gioco seduttivo. Era stata lei a fargli credere quello che non era vero. Voleva essere grande, dimostrarsi grande per provare ad essere qualcosa di diverso da quello che era. Non si sarebbe comportato così se non gli avesse fatto capire che ci stava. Poi c’era un’altra parte di lei che le sussurrava di essere stata vittima di una violenza, che doveva prendere atto di essere stata violentata. Che avrebbe dovuto denunciare subito e confidarsi con i suoi. Ripensava alla parola vittima e cominciava a commiserarsi, allora si odiava e odiava tutto ciò che le stava intorno. Lei non voleva essere una vittima, non era una di quelle stupide che si cacciano nei guai.

    Si ricordava attimo per attimo. Le mani di lui che la spingevano a terra, faceva resistenza con tutto il corpo, ma era notevolmente più forte, una spinta a terra più violenta la lasciò senza fiato: la testa le girava, non pensava sarebbe arrivato fino a quel punto ed invece …, si era messa ad urlare di dolore.

    Poi, soddisfatto, le si era stravaccato addosso ed era rimasta immobile per paura che potesse tutto ricominciare. Come se non avesse urlato, come se lo avesse voluto: si erano rivestiti in silenzio, lui tutto premuroso, mentre Alessia aveva voglia solo di cancellare qualsiasi impronta, e l’aveva riaccompagnata a casa senza dire null’altro. A casa le arrivavano continui sms con frasi d’amore, le telefonava in continuazione; avrebbe voluto cancellarlo per sempre dalla sua vita. Non lo voleva più rivedere. La seguiva, si appostava sotto casa. Quel viaggio in Inghilterra si era rivelato da una parte anche un modo per sfuggirgli, ma prima o poi sarebbe arrivato il momento del confronto.

    A quel momento ora non voleva pensare.

    Neal l’abbracciò, senza dire nulla e non fece domande per paura di sbagliare.

    Alessia non aveva voglia di confidarsi, desiderava sistemare le cose prima con se stessa.

    Si riunirono al gruppo e ripresero le canoe per tornare agli alloggi.

    Neal entrò nella sua camera, nei sogni letterari sapeva distinguere le verità, nella realtà percepiva solo le finzioni. Guardò i suoi libri e decise che era arrivato il momento di fregarsene di tutto e di tutti, anche di Alessia. Chissà che razza di problemi aveva quella ragazzina! Magari una storia d’amore con qualche stupido ragazzo.

    Doveva pensare alla tesi e alla carriera.

    I giorni successivi passarono velocemente. Fu tutto un susseguirsi di visite alle città, alle abbazie, ai monumenti, Alessia e le altre ragazze si divertivano, non sapendo in quel momento, mentre lo vivevano, che un altro capitolo si stava chiudendo nella loro vita.

    Era l’estate del 2005.

     

    ***

     

    “Alessia!”, Neal guardò la bionda ragazza slanciata che le era passata accanto.

    Il suo sorriso…, felice.

    “Alessia!”, la richiamò più forte, mentre la ragazza non lo aveva riconosciuto e proseguiva parlando con le altre ragazze del gruppo.

    Alessia si voltò e lo guardò con attenzione. Gli occhi, stupendi occhi da amare, – pensò Neal – si aprirono con stupore.

    “Neal?”, rispose quasi non credendo all’immagine davanti. “Sei proprio tu?”

    (CONTINUA)

     

     

    *LA FOTO È TRATTA DAL WEB  E NON HA ALCUNA ATTINENZA CON IL RACCONTO.