MATERNITÀ UNIVERSALE

430504_SZD4FU467SJIZGMD8LRBKGAVNRKJLN_la-maternita_H143524_L.jpgMi piace molto l’idea di una maternità universale.

E che ci sia la possibilità di un’indennità di maternità universale.

Fare figli non è un privilegio: è la grandiosità della natura che si rinnova nella sua umana universalità, in cui tutti siamo immersi e di cui noi donne siamo messaggere (e qui, Limi, davvero siamo ‘audaci’).

 

 

Continua il mio Un viaggio in Inghilterra

Alessia si è fidata, ancora una volta e ancora una volta è capitata dentro un bel guaio. Qualcuno potrebbe dire che è sfortunata, secondo me è un po’ sprovveduta…

Mi sa che la ragazza deve cambiare…

 

 

 

UN VIAGGIO IN INGHILTERRA

 

Continua dal post precedente,

 

Si precipitò verso il bancone a chiamare il ragazzotto che le aveva accompagnate.

Chiama un’ambulanza, sta male!”, gli gridò in faccia. Quello se ne stava indeciso, passò un secondo interminabile, poi vide il volto sconvolto di Alessia che lo implorava. Prese il telefono per chiamare il pronto soccorso, ma continuava a rimanere imbambolato; Alessia gli strappò il telefono dalle mani: “Venite, presto, c’è una ragazza svenuta… , sì… ha preso un colpo… forse nella testa… La via?… sì…via dei Glicini numero…”.

Gli rivolse uno sguardo implorante.

… ventiquattro”, le suggerì il ragazzo, visibilmente scosso.

Dopo qualche minuto d’interminabile attesa arrivò l’ambulanza.

Deborah se ne stava ancora distesa, esanime. Pochi attimi per controllare le pupille e il battito e per valutarne la gravità…

***

 

Arrivò a casa distrutta e così stanca che dovette sedersi per riprendere coscienza di quanto le era successo. La polizia le aveva fatto un piccolo interrogatorio mentre se ne stava nella sala d’attesa in ospedale, ad aspettare una risposta da parte dei medici sulle condizioni dell’amica.

Poi i medici l’avevano rassicurata: si trattava solo di un piccolo ematoma che avevano asportato per evitare complicazioni, ma si sarebbe ripresa e stava bene. Si trovava in terapia intensiva e comunque in quel momento non sarebbe servito a nulla rimanere in ospedale.

Carlo, che si era precipitato da lei non appena era stato informato di quello che era successo, la accompagnò a casa. Non ebbe il coraggio di dire una parola.

“Scusami per Jack…, l’avevo richiamato per alcuni clienti fastidiosi qui al locale, … non avrei mai immaginato, non era mai capitato…” , si scusò, mentendo perché altre volte nelle feste si era rivelato necessario l’intervento del buttafuori.

Quella mattina entrambi dovevano presentarsi al commissariato per rilasciare alcune dichiarazioni in merito all’accaduto.

“Voi alla festa ci siete andate in maniera autonoma, io non c’entro niente, … d’accordo Alessia? Ho un locale, non mi posso permettere di rovinare tutta la mia attività, ci sono tutte le tue compagne che lavorano, hanno famiglia…, hai capito?”, le disse in maniera autoritaria.

“Va bene” annuì, senza fare resistenza, non aveva voglia di discutere.

“Ti passo a prendere tra due ore”.

Aveva perso anche la cognizione del tempo. Erano le sette della mattina, non aveva chiuso occhio dalla notte precedente e aveva addosso ancora quell’abbigliamento da puttana. Un’infermiera le aveva prestato una magliettona bianca, ma gli stivali stringati all’altezza delle cosce non lasciavano dubbi su quello che aveva fatto in quel locale. Le sembrava di essere guardata con disprezzo da tutti, dai medici, dalle infermiere, dalle persone che transitavano nella sala d’aspetto.

Stronzi!, – avrebbe gridato – Siete voi che ci volete così!

Pensò a Neal. Accantonò il pensiero. Le passavano per la mente le immagini di quegli uomini inebetiti…, non si sarebbe fidata mai più di nessuno. Gli uomini erano stupidi e violenti, incapaci di amare, anche Neal, come tutti gli altri.

Si fece una doccia rilassante e poi si preparò una tazza di tè caldo con biscotti. Quando arrivò Carlo lo fece aspettare in strada.

Al commissariato si separarono; raccontò la versione dei fatti così com’erano accaduti, omettendo dell’invito di Carlo; disse che Deborah l’aveva contattata per sostituire l’amica ammalata e poi dichiarò precisamente cosa era successo.

Il commissario le chiese: “È caduta da sola la sua amica, … è inciampata?”

“No, ha ricevuto un pugno in pieno viso, non direi che è ‘inciampata’”

“Sì, ma è stata lei a lanciarsi addosso al ragazzo”, continuò insistente, “ha perso l’equilibrio”

“No, è venuta verso di me per aiutarmi, quel tipo era ubriaco e stava cercando di abbracciarmi!”, ripetè arrabbiata.

“Avevate bevuto anche voi…”

“No, non abbiamo bevuto nulla”

“Le analisi della sua amica parlano chiaro…, avevate assunto qualche sostanza?”

“No, io no… assolutamente niente”, si sentì tradita.

“La sua amica ha assunto della droga”, leggeva le analisi da un foglio, con gli occhi abbassati, senza tradire alcuna emozione e giudizio.

“Non lo sapevo, non me ne sono accorta…”

“Lo fa anche lei?”, le chiese, come se le avesse domandato il colore degli occhi.

“Io? No, si sbaglia… Non mi sono mai drogata in vita mia!” cominciò a gridare.

“Lo sa che adesso devo fare rapporto, abbiamo trovato della droga in quella casa e il proprietario non ne sa niente e accusa la sua amica di avercela portata… Lei dove lavora?”

“Io non ho fatto nulla, non li conoscevo, mi sono trovata lì per caso…”

Sentiva che tutto cominciava a crollarle addosso.

Uscì dal commissariato senza avere nessun punto fermo e si pentì di esserci andata da sola. Erano ormai le undici, si trovò a girare per la città senza meta, così decise di andare fino in facoltà per trovare almeno qualcuna delle sue amiche ma erano tutte impegnate a lezione e non voleva disturbarle.

Ripensava alle parole del commissario che la invitava ad un periodo di tranquillità lontano dai bambini del nido dove svolgeva il suo tirocinio. Non l’accusava di nulla, ma lei si era sentita colpevole.

Sorrise.

È strano come talvolta persone sconosciute leggano dentro di te meglio di chi ti è vicino, di chi ti genera, di chi ti genera due volte, quando magari s’impadronisce del tuo amore e della tua vita.2269464850_f9ce576c91.jpg

Si fermò vicino Prato della Valle. Lì, sul piccolo ponte, a veder scorrere il canale, forse qualche rigagnolo del fiume Brenta o del Bacchiglione…, non ne capiva granché di fiumi, l’acqua era un bene comune ed in fondo il nome era un attributo dato dagli uomini. Gli uomini deviavano i fiumi, li convogliavano, li nominavano. I fiumi pulsavano come vene, si ribellavano talvolta, ma poi, proprio come le vene del nostro corpo, si diramavano in mille rivoli a dissetare la terra.

“Ho sete…, ho sete…”, ricordava quelle tristi parole e tutta la terra e la sua anima bramava e in quelle parole rivedeva il desiderio di vita, ma non solo… il desiderio di qualcos’altro che non riusciva ancora a capire.

Doveva cambiare, che significato aveva prendere quella laurea? Non avrebbe mai lavorato come educatrice, la sua anima tragica mal si conciliava con la necessità di gioia e spensieratezza che avrebbe dovuto trasmettere a quei piccoli bimbi.

Ora aveva sete, e voleva qualcos’altro.

 

(CONTINUA)

 

P.S. qualsiasi fatto, evento narrato in questo racconto è opera di fantasia!

Le foto non hanno alcuna attinenza col racconto e sono tratte in maniera casuale dal web. (particolare de Le tre età della donna di Gustav Klimt)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MESSAGGERO AUDACE

tempo4jw4.jpgLe mie ciglia separano istanti,

ed ogni istante è per te che raccogli

baci come un soffio di vento.

Mi carezzi per scivolare via

e lanciarti nel vuoto: messaggero

audace d’eterno il tuo desiderio.

Vuoi tu un planare leggero?

C’è un caldo profondo, c’è qualcosa

del profondo, qui, presenza insonne.

Fermati! Il tempo si arrende all’unico

istante di un battito insieme:

è, davanti all’immenso, l’attesa.

 

LA BANDA BACIOTTI

LA BANDA BACIOTTI

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Faccio parte della Banda Baciotti.

Me ne sto, l’ammetto, rendendo conto:

dove vado lascio baciotti.

Ogni tanto mi scappa un abbraccio.

È una banda che non lascia tracce,

vive su facebook, il blog la nobilita.

 

 

 

 

Continuo il mio racconto.

 

UN VIAGGIO IN INGHILTERRA

 

 

 

Continua dal post precedente,

QUI tutto il racconto fino a questo punto:

 

 

Si sentiva su di giri: quella sarebbe stata l’ultima serata!

Guardò Deborah… Se fosse stata un uomo, così vestita, non avrebbe resistito e sarebbe caduta ai suoi piedi.

“Guido io”, le intimò, sorridendo, Deborah, “Seguimi in tutto quello che faccio…, fai finta di essere il palo della lap dance e io ti danzo attorno. Balliamo come al locale, io però mi arrangio col festeggiato”

In quel momento bussarono alla porta della camera.

“Siete pronte?”, chiese loro il ragazzotto che le aveva accolte.

Deborah accorse ad aprire.

“Waw! Non vi avrei riconosciute…, siete bellissime”, il tipo restò quasi senza fiato, “Andiamo, vi faccio strada”

“Hai messo la musica che ti ha dato Carlo?”, s’informò Deborah.

“Sì, tutto a posto, ho un impianto stereo da far invidia ad una discoteca; noi facciamo musica e autoproduciamo i nostri lavori”.

Le condusse attraverso una serie di corridoi fino al salone principale e poi da lì scesero attraverso una scala interna verso un’altra porta.

“Ehi, ma dove ci porti?”, chiese Deborah vedendo che ci si stava addentrando in luoghi nascosti.

“E’ la taverna, allestita per i nostri spettacoli musicali”

Deborah si riassestò la tutina, lanciò uno sguardo d’intesa ad Alessia: “Apri”

Il ragazzotto aprì la porta. Dentro era praticamente buio ma la stanza poteva definirsi tutto tranne ‘taverna’.

C’erano divanetti colorati bassi e pouff giganteschi dislocati ai lati della stanza, un piano bar all’ingresso, e alle pareti poster colorati. Sul bancone-piano bar un tipo le accolse sorridendo.

Gigantesche casse erano ai lati della piccola e bassa pedana in fondo alla stanza, illuminata proprio come un palco.

Alessia si pentì di essere lì, come una deficiente, a mostrare il culo e le tette come se fosse stata un prodotto da bancone e da baraccone. ‘Sono la solita fessa, a farmi incastrare nelle situazioni più impensabili’ e sfoderò il miglior sorriso.

Furono accolte da un applauso e da fischi d’ammirazione inequivocabili, mentre il ragazzotto che le aveva accompagnate si dirigeva verso il bancone a mixare la musica e le luci.

Al centro della stanza, su una sedia, stava seduto un uomo con una benda sugli occhi, che rideva sguaiatamente. Immaginarono che quello fosse il festeggiato. Dall’odore di sudore e di alcool, sentivano che già si era ad un buon livello di esaltazione.

Quando si trovarono sulla pedana, uno degli amici seduti sui divanetti si avvicinò al tipo e gli sfilò la benda. Aveva due occhi azzurri piccoli come fessure e quando le vide si mise le mani tra i capelli, ridendo sguaiato. Partì la musica, ormai Alessia conosceva i movimenti a memoria, ogni tanto Deborah veniva a strusciarsi addosso a lei. Agli uomini piaceva quando si sfioravano in verosimili atteggiamenti sessuali e lanciavano urla di incitamento.

Tutto sembrava scorrere tranquillo, Deborah andò dal festeggiato, mimava carezze e piano lo attirò sul palco. Si mise a danzargli davanti in maniera provocante, mentre gli altri spettatori gridavano, eccitati, parole volgari.

Poi, – non se l’aspettavano – sul palco salì un altro ragazzotto, piazzandosi proprio davanti a lei, così da formare due coppie.

Cercava di prenderla con le mani, ma gli sgusciava e volteggiava intorno, sempre mantendendo una certa sensuale freddezza.

Ad un certo punto Deborah la vide in difficoltà: quello non aveva sicuramente l’intenzione di ballare. Era abbastanza esperta per capire quando le cose si mettevano male. Il tipo sembrava alterato anche nei movimenti e voleva afferrarla. Difatti, strattonò Alessia verso di sé per abbracciarla, lei si oppose, ma intorno gli altri uomini a cerchio incitavano e gridavano: “Bacio, bacio, bacio!” in un crescendo poco promettente.

Deborah intanto era vincolata al festeggiato, che mezzo intontito dall’alcool non sapeva che fare. Vedendo Alessia in difficoltà, cercò di lasciarlo e di andare ad attirare l’altro per distoglierlo dall’amica, come si fa con la bestie, quando si offrono carni più prelibate per distoglierle dalla preda che hanno puntato.

Sbagliò i conti perché la manata che le arrivò sulla faccia non le consentì di capire altro.

Alessia la vide cadere all’indietro e poi quello che successe fu una serie di flash concitati.

Si lanciò in aiuto dell’amica, per vedere come stava ma la ragazza non reagiva.

I due se ne stavano inebetiti in mezzo al palco.

Chiamate un medico”, sentì la sua voce urlare più volte.

Il tempo sembrava essersi fermato.

Guardò intorno le facce ma non trovò nessuna che la rassicurasse. Si ricordò di Jack…

(CONTINUA)

 

 

 

 

 

 

Perché solo i cattivi vogliono conquistare il mondo?

Mentre Alessia (vd.  post precedente) è alle prese con allungamenti di mani, posso divagare, … tra poco andrò in suo aiuto. Capita però che nel frattempo quotidianamente succedano piccole ingiustizie, niente a che vedere con la gravità di certi avvenimenti  ma che denotano comunque un dato di fatto incontrovertibile, ossia:

SOLO I CATTIVI VOGLIONO CONQUISTARE IL MONDO

 

 

Piccole ingiustizie quotidiane nelle parti più assurde dell’universo…

 

RADIO.jpgImmaginate ora un paese, magari sì… proprio il vostro paese, magari una cittadina sulla laguna, una bellissima città di mare con i gabbiani e i pescherecci all’orizzonte.

 

Voi vi appoggiate sulla fine sabbia ad assaporare la salsedine, i granelli di sabbia che si insinuano nelle parti più segrete del vostro corpo…, i raggi del sole ancora tenui ma caldi abbastanza da accarezzarvi la pelle. Tutta, tutta la vostra coscienza è abbandonata al piacere…

 

STOP!!! Basta!!! Che fate?

Sto divagando…, mi lascio trasportare dall’amore per la mia città, ma non è d’amore che devo parlare…

Riavvolgiamo tutto, ricominciamo…

 

Immaginate ora un paese…, potrebbe essere il vostro, uno qualunque, e non importa che abbia il mare e vedute straordinarie, è un paese con cittadini, un’amministrazione e, di solito, associazioni che operano nel territorio.

Associazioni varie, con obiettivi disparati, per es. …vabbé… un comitato composto da donne…

 

Queste donne non sono tante, poche, vanno e vengono e d’altra parte è un comitato, ha un’organizzazione instabile, però alcune rimangono, portano avanti progetti.

 

Ma torniamo al paese: in ogni paese che si rispetti c’è una radio locale.

 

La radio locale è quell’affare che quando siete soli a casa, o in macchina…, l’accendete e vi tiene compagnia, con canzoni, offrendo informazioni amene e, ogni tanto, allietandovi con programmi di approfondimento con l’esperto…, esperto di banane, arance ed albicocche.

 

Mica la radio locale può approfondire con esperti di gran richiamo! Naturalmente si parlerà dell’albicocco del vicino che non albicocca abbastanza.

 

Ritorniamo al comitato: quelle donne non hanno sede, nasce un’idea… , ascoltando la radio…, perché non andare a parlare in quella radio? Di donne, da donne, di tematiche femminili e non solo? Mica si può parlare solo di albicocche?

Due di loro, un po’ coraggiose, decidono di contattare l’editore e di andare in radio a portare la novella, che se non è patata, è comunque novella e offre un’informazione diversa, meno usuale, un po’ strana…sicuramente femminile.

 

Il programma inizia pian piano. Gli ascolti cominciano a crescere, merito anche di quel pazzo web, in cui la radio ondeggia come barchetta in mezzo a tempesta e merito anche di quelle due donne.

Alcune in città si fermano ad ascoltarle si chiedono: “Chi sono?”

Loro dalla radio rispondono: “Siamo il Comitato Donne…”

Alcune cominciano a sintonizzarsi ad una determinata ora nei due determinati giorni.

 

L’interesse aumenta.

 

Loro si divertono un mondo. Ah, sapete quando una non si vergogna e non ha paura, perché non teme nulla, solo se stessa e pensa: “L’Italia è un paese libero, io sono in un paese libero, il mio paese dentro il Paese è un paese libero!” e parla di qualsiasi cosa, senza bavagli, senza censura.

Certo, il direttore della radio qualche volta le riprendeva bonariamente per alcune esternazioni sul Governo, sul governo locale, sulla Chiesa ma le lasciava fare…, gli ascoltatori aumentavano ed erano contenti di sentire qualcosa di diverso.

 

LIBERTÀ, LIBERTÀ, LIBERTÀ era la parola d’ordine.

 

Voi a questo punto vi chiederete…, direte: “Embé, allora la vostra è un’isola felice, perché qui nel nostro Paese non succede mica così…, ci sono tentativi per imbavagliare l’informazione, per evitare le intercettazioni, scandali sessuali vengono insabbiati, le stragi rimangono impunite, la repubblica si affonda sul lavoro…”

 

Embé…, avete ragione…

 

E vi lascio immaginare come finisce in quel paese.

 

Riavvolgiamo tutto.