MERCATINI NATALIZI

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Ecco l’ultima parte del mio racconto. Domani sarò in viaggio, vero. Sento già il freddo penetrarmi dentro la pelle. Sarò in giro per mercatini natalizi. Tra poco è Natale, tutto un altro ritmo, tutto un clima diverso, l’attesa di cose belle, non cose, sentimenti belli, il calore dei figli, i regali… tutto.

 

 

 

 

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

Riassunto: Linda lavora in una finanziaria. Durante un pranzo di lavoro, il suo responsabile le chiede dove andrà in vacanza durante la pausa estiva. Linda non sa cosa rispondere, davanti a tutti e, presa alla sprovvista, mente, dicendo che andrà in montagna. Linda però decide di non partire e si rinchiude in casa, fingendo di essere partita, ma un ladro entra all’improvviso dentro casa sua. Non basta, arriva anche la sorella Linda, dopo tanti anni di lontananza, e l’isolamento vaneggiato si trasforma ben presto in altra cosa…

 

Le due sorelle si guardarono e scoppiarono a ridere. La situazione si stava facendo sempre più assurda.

Immagine_04512“Vedete, ho una teoria. Gli chef ci fanno credere che mescolando più ingredienti si ottengono cibi più saporiti e invece personalmente penso che non ci sia nulla di più buono di gustare l’alimento nel suo aroma naturale. Insomma, per spiegarvi, le patate non vanno messe dentro lo spezzatino. La carne deve essere gustata a parte e così le patate. La mozzarella è buona al naturale, fresca e leggera, senza alcun condimento. Il suo candore non andrà macchiato da insulse cucchiaiate d’olio. E così la verdura. Un cotechino sarà squisito accompagnato da un buon piatto di lenticchie, ma queste andranno servite a parte. Un buon cibo deve essere accompagnato, mai affogato dentro altri. Un po’ come l’amore, non credete? L’amore va accompagnato, mai oltraggiato da altri orpelli, come belle parole inutili.”

“Bene, e così abbiamo scoperto anche il filosofo-chef!”

………

FINE

 

Ucciderò Antigone

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Antigone (Frederic Leighton, 18301896)

Ma quanto sono pedanti queste figure mitologiche femminili?

Non sopporto Antigone, spesso paragonata a Socrate in versione negativa. Lei si sacrifica per il fratello morto, mentre l’altro si sacrifica in nome della legge. L’uomo contro la donna, la virtù della legge contro la virtù della cura, relegata al femminile.

E parliamo di Penelope. Che sta lì a tessere e disfare, e così via per quanti anni a casa ad attendere? Mentre dall’altra parte Ulisse se la spassa eccome in giro per il mondo.

E non diciamo di Medea… che se la prende con i figli!

Io ste donne del mito proprio non le sopporto!

 

UCCIDERÒ ANTIGONE

Ucciderò Antigone,

Penelope, Medea

Cassandra,

donne funeste.

 

Ucciderò il mito

che m’imprigiona

e mi costringe

a una vita di servitù.

 

Ucciderò Medea

prima che uccida

i figli,

ucciderò Antigone

prima della sua condanna,

a morte!

 

Penelope filerà ancora

ma non sarò

io ad attendere,

Cassandra sarà profeta

dimenticata tra gli inferi,

afona di fatale verità.

 

E m’impadronirò

della vita

tutta da vivere

al di là del bene,

al di là del male,

al di là del mito.

(di Giulia Penzo)

 

 

Il capitale umano

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Ieri sono andata a vedere l’ultimo film di Virzì, Il capitale umano. Lo consiglio: una visione simile per certi aspetti a quella di Scorsese in The wolf of Wall Street leonardo-di-caprio, con uno strepitoso e sensualissimo Leonardo di Caprio, che qui riesce a confermare la sua grandiosità di attore.

Il risultato ottenuto dalla visione dei film è che farsi di droga, “fottere” in tutti i sensi, è essenziale per vivere degnamente e peraltro è il fine ultimo dell’umano. Perché alla fine la domanda che ci si pone è:

Cos’è il capitale umano?

Si capirà solo alla fine la metafora, che non voglio rovinarvi.

Posso solo dire che il film di Virzì parte con la narrazione di una stessa scena osservata da 4 angolazioni diverse, con 4 diversi protagonisti. La storia si svolge in Brianza, ad Ornate Brianza.

Qui si è innescata la polemica e  ci sono varie interpretazioni: c’è chi smentisce questo gioco delle speculazioni finanziarie lontano dal modo di vivere brianzolo, attaccato al lavoro vero, quello fatto di posti di lavoro con persone reali che sudano e si alzano ogni mattina per lavorare duramente. Il fatto è che anche il mondo della finanza è fatto di persone vere che si alzano ogni mattina per lavorare duramente (vediamo Giovanni Bernaschi, il ricco capofamiglia che ripete incessantemente “ghe pensi mi” per risolvere ogni situazione), anche se il sudore viene raccolto da camicie firmate, il letto coniugale è situato in una bellissima villa su un colle con vista sulla città e piscina, e il figlio può garantirsi l’iscrizione al liceo più prestigioso della città. La qualità della vita è ben diversa da quella dell’altra famiglia, di Dino Ossola, immobiliarista, desideroso di imparentarsi a tutti i costi con i Bernaschi, pur di partecipare ai loro giochi finanziari e alla spartizione dei guadagni.

Certo, possiamo disquisire per ore su cosa sia la qualità della vita e di quanto essa possa essere stimata (in termini economici e sociali), rimane il fatto che vivere circondati dal lusso e dai soldi (anche se fittizi) ti garantisce rispettabilità e la possibilità di cadere sempre in piedi.

C’è chi invece, pur cadendo dal basso, si fa fatalmente sempre male. Come dire che nella vita non ci può essere morale che tenga, soprattutto davanti alla bella vita.

 

 

Violata: referendum in città?

E’ stata inaugurata ad Ancona sabato 23 marzo alle ore 12.15 la statua “violata” di Ippoliti, posta nei pressi della rotonda della Galleria San Martino.
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Così la definisce la Commissione pari Opportunità della Regione Marche: Un emblema per ricordare che “Il rispetto è un diritto, sempre”.
violata, ippolitiUna statua contro la violenza nei confronti delle donne sarà donata sabato prossimo al Comune di Ancona. L’Amministrazione, che ha messo a disposizione lo spazio dove la scultura dell’artista Floriano Ippoliti sarà collocata ovvero nei pressi della rotonda della Galleria San Martino, in questo modo manifesta la propria sensibilità nei confronti delle donne che devono quotidianamente fare i conti con forme diverse di violenza, da quella psicologica a quella fisica fino al femminicidio. Essa pertanto vuole essere un monito ma anche un fattore di sensibilizzazione riguardo ad una problematica che troppo spesso sale agli onori della cronaca. 
 
 
Dopo due giorni…,
 
il 25 marzo è stato creato un altro evento, su facebook, per la rimozione della statua, con queste motivazioni e la richiesta di firmare una petizione a tal fine:
 
inaugurata sabato 23 marzo alle ore 12.15 la statua “violata” di Ippoliti, che sarà posta nei pressi della rotonda della Galleria San Martino.
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Riconosciamo a tutti buona volontà e buone intenzioni, ma…
la statua rappresenta una donna seminuda, avvenente nella mortificazione a cui è sottoposta.
Una rappresentazione ambigua, che non contrasta gli stereotipi che riguardano le donne.
Una offesa alle donne.
Un monumento educa lo sguardo e i pensieri, anzitutto dei più giovani.

Chiediamo la rimozione della statua.
Firmate e fate firmare!  
https://www.change.org/petitions/comune-di-ancona-commissione-pari-opportunita-regione-marche-rimozione-della-statua-violata-di-floriano-ippoliti

 
Mi sono interrogata se sia così negativo rimuovere un’opera…; acc!, questa statua è proprio brutta oltre che assurda nella rappresentazione di una donna “Violata”, appunto vittima di violenza, di colore azzurro come un avatar, con la borsetta in mano, con il sedere esposto… Non si capisce quale rappresentazione voleva dare della violenza.
Sarebbe stato meglio offrire a tutti gli artisti e artiste della città la possibilità di esprimersi.
 
A questo punto perché no un REFERENDUM in città sulla rimozione o meno della statua, che potrebbe sempre ritornare all’artista con tanti tanti saluti?
 
 

100 thousand Poets for change

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Io, io, io! dice il/la poeta, come se tutto gli/le ruotasse intorno,

le mani abbandonate nella scrittura,

la parola abbandonata tra le righe.

Può cambiare qualcosa la poesia?

Ci provano 100 mila poeti… il 29 settembre in tutto il mondo.

Qui il link dell’evento dove troverete anche gli eventi previsti nelle vostre città.

 

 

Continuo nel frattempo il mio racconto:

 Riassunto degli episodi precedenti:

In un ufficio ministeriale compare uno strano aggeggio. Niente paura, si tratta di una radio, danneggiata, perché trasmette – ahimé – sempre sulla stessa frequenza.Siamo negli anni ’50 e in quell’ufficio ci lavora Maria. La donna, dopo aver ascoltato la musica della radio, esce dall’ufficio con buoni propositi. Vorrebbe cambiar vita e trovarsi un amore ma il destino si accanisce contro di lei. Proprio in quel momento un bambino sfugge alla madre e attraversa la strada senza accorgersi che una macchina sta arrivando. Maria vede tutto ed eroicamente si lancia sulla strada e salva il bambino. La macchina però la investe e Maria muore tragicamente. Passano gli anni e dentro quell’ufficio, siamo negli anni ’70, ora ci lavora Mauro, avvocato ma destinato al momento ad essere impiegato come amministrativo. Anche lui un giorno si accorge della presenza di una radio, misteriosamente apparsa sopra uno schedario. L’accende,  ma la radio sembra essere bloccata su un’unica frequenza che trasmette musica religiosa. Lo stesso giorno fa uno strano incontro: si scontra all’uscita con il portaborse di un ministro che sta portando un’importante lettera proprio al Presidente della Repubblica…

 

RADIO X 

La lettera, destinata a essere depositata tra le mani del Presidente della Repubblica non era indirizzata al Presidente bensì al Ministro, di cui il dott. Dalla Francesca era il portaborse.

Ciò che vi era scritto costituiva motivo di grande urgenza e di pericolo per la stessa democrazia e per questo il Dott. Dalla Francesca stava correndo pieno d’ansia per l’ingrato compito che gli era stato addebitato.

In effetti chi l’aveva redatta si era prefisso l’obiettivo di distruggere quell’assurdità di democrazia.

Perché dopo il ‘48 c’era stata solo la rovina dell’Italia, allo sbando e in mano a comunisti e a quei falsi preti con cui avevano condiviso il governo.

Roberto aveva scritto la lettera insieme a quattro debosciati che aveva reclutato.

normografo.jpgAvevano usato il normografo con un pennino, non erano certo fottutamente scemi! Un capolavoro dell’arte, suo padre ne sarebbe stato fiero.

Come Roberto fosse arrivato a quella scelta era appunto una questione di nascita. Subito dopo la morte aveva frugato tra le carte del genitore e aveva trovato quelle lettere e quel mazzo di chiavi.

Povero suo padre, il grande uomo era morto qualche mese prima, per un infarto fulminante. Nessuna sofferenza, anche lui avrebbe desiderato una morte simile.

Il padre da adolescente aveva partecipato nel 1944 al campo addestramento vicino Vicenza, classe ’29, facendo parte a quindici anni delle “Fiamme bianche”, arruolato dall’Opera Balilla che in quegli anni faceva la sua propaganda in ogni città. Quelle piccole fiamme bianche che ornavano il bavero della giacca erano ora nascoste sul vestito da sposo di suo padre, in un sacchetto cucito nel sotto fodera della giacca nera.

Di questa cosa lui con il padre non ne aveva mai parlato. La politica era stata bandita dalla sua casa. In fin dei conti le sue esternazioni, che si rivelavano soprattutto in occasioni elettorali, non lasciavano dubbi sull’ideologia che lo muoveva. B-0208-val-d-astico-verso-pasubio.jpgE poi piccoli particolari, a partire dalla considerazione che una volta all’anno insieme con la madre tornava sui monti vicentini.

Risalire da Roma fino a Vicenza, in mezzi ai monti, quella era stata un’impresa!

A Tonezza suo padre gli aveva lasciato una casa, dove erano nascoste parecchie armi e un bel mucchietto di soldi che era riuscito a nascondere dopo essere scampato a un agguato e prima che finisse la guerra con la disfatta.

Su questo punto c’erano parecchi punti oscuri ma Roberto amava pensare che il padre fosse stato un eroe piuttosto che un ladro e disertore.

Aveva raccontato in una lettera lasciata al figlio pochi dettagli di quell’episodio che aveva segnato profondamente la sua vita.

Il padre era nato in pieno periodo fascista e come tanti ragazzi voleva combattere in difesa della Patria, dopo il tradimento dell’8 settembre.

In quella lettera narrava di aver passato alcuni mesi in una tenda presso il campo d’addestramento a Vicenza. Era stato un addestramento duro sui boschi vicentini fin quando il campo venne smantellato.

Lui, già grandicello, venne destinato al trasporto di merci. Quel giorno del ’45 stava guidando un furgone che trasportava parecchi soldi, oro, armi. Lungo il corteo che stava seguendo per trasportare il “tesoro” – non aveva mai saputo la reale direzione perché gli era stato comandato di eseguire e di seguire il corteo dei camion senza fare domande – successe un imprevisto.

Tutto sembrava tranquillo, la giornata era stata calma anche se frenetica nel carico delle merci. Erano partiti di mattina presto, con l’aria fresca a stuzzicare la barba ispida del risveglio.

La strada era tortuosa, piena di curve e per questo aveva il timore di perdere il corteo. Dietro di lui c’era solo una moto di controllo.

Ad un certo punto fu costretto a fermarsi. Lì sul lato della strada c’era una piccola Cappella con una Madonnina, una di quelle che si trovano in molti angoli d’Italia e nel Veneto in particolare, in cui questi luoghi santi ce ne sono molti.

Mentre svoltava l’angolo della strada aveva visto fermo un camion, di quelli da ambulante, piuttosto vecchio e sicuramente ridipinto di blu. Dal camion sembrava provenire un canto melodico di tipo religioso, forse una radio lasciata accesa. Alzò gli occhi e davanti alla madonnina un uomo stava pregando; no non era inginocchiato, aveva lasciato il camion ad ingombrare la strada e la portiera aperta. Anche lui si era fermato, bloccato da quell’imprevisto e stava arrabbiandosi perché era l’ultimo furgone della fila e aveva paura di perdere tutti gli altri.  La moto l’aveva superato facendogli cenno di suonare per avvertire della sua presenza. Aveva suonato il clacson, ma l’uomo non si era mosso. Dopo qualche secondo interminabile l’uomo si fece il segno della croce e ritornò spedito, salendo sul suo camion, senza scusarsi. Sembrava, o almeno gli aveva fatto questa impressione, che gli fosse “scappato” di pregare.

E lui lì a guardare e…

Perché a qualcuno “scappa” di pregare?

Fu in quel momento che si accorse di aver perso la fila che lo precedeva.

Perché a qualcuno “scappa” di pregare?

Cambiò senso di marcia  e ritornò indietro.

Forse le cose capitano per caso. Come fu un caso che quei camion non riuscirono mai a raggiungere destinazione, che lui non venne mai cercato, che il suo camion si trasformò in un camioncino ambulante con un po’ di pittura blu, recuperata lungo la strada presso un’impresa edile della zona.

imagesCA9DH5ND.jpgCon i soldi dentro il camion comprò dalle ville dei dintorni della bella biancheria e iniziò un vero e proprio lavoro, diventando il venditore ambulante più amato della zona, andando a rivendere nelle campagne la sua mercanzia e vivendo della benevolenza delle donne venete, che lo vedevano giovane e pieno di speranze.

Del suo passato non parlò con nessuno.

Le donne avevano voglia di pensare ai mariti che sarebbero ritornati dal fronte e per loro compravano i primi pizzi e bella lingerie e le ragazze pensavano a farsi il marito e a presentarsi già con una bella dote. La vita in fondo era un lenzuolo ancora fresco, da consumare in dolci notti di sonno e amore. Sonno e amore, freschezza e biancore contro le brutture della guerra.

Fu così che suo padre riuscì a farsi un bel gruzzoletto e con questo si comprò una bella casetta a Tonezza. E poi se ne tornò giù a Roma, dove incontrò l’amore della sua vita.

Ebbe un unico figlio e della sua fede non fece mai menzione.

Forse l’educazione incide molto sulla personalità di un individuo. Forse i geni spiccano e determinano le nostre esistenze, fatto sta che l’ideologia politica e la visione del mondo si passa di padre in figlio, di madre in figlia come una dote ben guarnita di pizzi.

 (CONTINUA)

 

 

P.S. le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto della mia fantasia.

 

 

 

 

 

 

RADIO X

sottomarina1.jpgDiscorsi da spiaggia:

Berluska ritorna. Assurdità da spiaggia, appunto.

Povera Minetti, cacciata in malo modo.

Ma perché non se ne va con stile?

Vendola con Casini e Bersani. Seconda assurdità da spiaggia, ma loro sono assurdi in sé e per sé, come le monadi, anzi sono “monade”!

L’Italia alle Olimpiadi. Peggio di Schwarzenegger… total recall… Judo, scherma, carabina, tiro con l’arco, al piattello, …incetta di medaglie. Manca solo il tiro con l’accetta.

Curiosity sbarca su Marte.

Io credevo che Marte esistesse solo sui fumetti. Fine di un mito.

La spiaggia fa male.

 

 

Inizio un mio raccontino. A me stare sotto l’ombrellone fa davvero male…

 

 

RADIO X

 

radioantica.jpgNon ho mai raccontato storie fantasy. Non è il mio genere raccontare di spiriti, extraterrestri e quant’altro ma vi assicuro che è successo, tutto ciò che scriverò di seguito è successo realmente.

Parlerò di un ufficio, ufficio come mille altri, dove la burocrazia è di casa, dove ci sono le donne delle pulizie, che ormai non sono più donne ma uomini, e per lo più stranieri, che passano a svuotare velocemente i cestini e a pulire con un panno bagnato i pavimenti, lasciando scie virtuali di luminosa freschezza.

Dove ci sono i vecchi impiegati come in un vecchio film che se ne stanno seduti ad aspettare il capo. E il capo arriva e sorride a tutti. Insomma, roba che succede come nei film.

In quest’ufficio, suddiviso da stanze, c’è una stanza. Se ti fermi vicino, non sentirai nessun rumore tranne quello della radio. Si odono inni religiosi, una voce seria parla di personaggi antichissimi.

Ma non è un ufficio parrocchiale. In quella stanza si ascolta la radio ma si lavora a scartoffie, tutte cose che riguardano la gestione del personale, omesse timbrature, malattie, ferie, badge, pensionamento, assunzioni, un bel po’ di cosette, che di solito angustiano i lavoratori dipendenti.

Per quell’ufficio sono passate molte persone.

L’unico punto in comune è che tutti ne sono usciti incredibilmente buoni.

La bontà – mi direte – non si misura ma vi assicuro che la bontà di queste persone è tangibile, simile a quella di un santo.

L’edificio è antico. Non potrei rivelare il segreto però non posso farne a meno. In fondo anche il contesto ha un ruolo importante in questa storia. Si tratta un edificio storico, sede di un ministero. Oltre non potrei divulgare. 

Tutto ebbe inizio quando la signora che lavorava in quest’ufficio – parliamo di una cinquantina d’anni fa – notò sopra lo schedario di legno uno strumento insolito.

Era stato portato da qualcuno, ma non si era mai chiarito chi poi avesse veramente compiuto il gesto.

L’oggetto se ne stava lì, immobile, sonnacchioso. A vederlo sembrava di mogano, con una finestra beige e due manopole scure nere.

La signora Maria non l’aveva mai notato. Quando se ne accorse, lo guardò. Era un momento di tranquillità e ormai aveva sbrigato tutto il lavoro quotidiano. Si avvicinò incuriosita: non si ricordava di averlo mai visto prima di quel giorno all’interno del suo ufficio.

Provò a girare la manopola di destra e notò che aumentava il volume e dall’altra si cercavano le varie frequenze. Poi c’era una serie di tasti e provò a premerne uno.

Quell’oggetto era una radio comune, di buona fattura e subito si accese, diffondendo un suono. Maria si rallegrò al pensiero che in quell’ufficio non sarebbe più rimasta sola. Finalmente un po’ compagnia!

La melodia nell’aria era simile ai canti gregoriani. Rimase per un po’ ad ascoltare, poi si stufò e provò  a cambiare stazione. La manopola sembrava girare a vuoto. Sbuffò e guardò l’orologio affisso al muro. Erano le sei del pomeriggio: tardissimo!

Solitamente terminava il lavoro alle cinque ma con quell’aggeggio ci aveva perso del tempo.

Prese la sua borsa marrone, richiuse il suo ufficio e uscì fuori dal palazzo. Il portiere come il solito la salutò.

Lo sguardo dell’uomo indugiò un po’ più del dovuto sul sedere della donna, che si stava allontanando per le strade della città.

Forse quand’era giovane doveva essere una bella donna, pensò Maurizioilportiere, osservando la gonna verde diritta che lasciava intravedere nei movimenti le forme aggraziate della signora.

Maria si tirò ben bene il chignon con le forcine che si erano allentate. Per sistemarsi si specchiò nella vetrata del negozio.  La rotondità del viso era leggermente segnata dalle guance un po’ molli, traccia dell’incedere del tempo.

Notò con melanconia il bellissimo vestito da sera nero, esposto in vetrina nell’elegante manichino, che ricalcava il tubino alla “Rita Hayworth” mentre canta Put the blame on mame. Rita_Hayworth_intro.jpg

Si mise a canticchiare tra sé il motivetto… Lasciando sciolti i suoi capelli, rossi come quelli di Rita, forse le assomigliava un poco. La sera a casa, davanti allo specchio, avrebbe provato. In fondo aveva ancora tanta voglia di vivere. Voleva trovarsi un uomo, qualcuno con cui condividere gli ultimi anni della sua vita. Lavoro, casa, casa, lavoro. Era giunto il momento di una svolta.

In quell’attimo fuggente sentì la voce di una donna gridare: “Osvaldo!”.

Lei si girò e vide quel bambino sfuggire alla mano della madre e precipitarsi correndo nella strada.

Agì d’istinto. Si gettò proprio sul bambino e lo spinse in avanti, mentre la macchina la prendeva in pieno scaraventandola in mezzo alla strada.

Accorsero tutti intorno. La donna era per terra mezza discinta, con la gonna verde alzata tra le gambe. Una posa senz’altro innaturale. I capelli rossi erano sfuggiti alle forcine e ora incorniciavano il bel viso rotondo.

Un uomo le si accovacciò vicino.

“Come sta, signora?”

Put the blame on Mame, boys

 Put the blame on Mame…”, canticchiava Maria. E queste furono le sue ultime parole.

 

(CONTINUA)

 

P.S. le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di mia fantasia.

 

 

 

E l’hanno chiamato amore

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Spezzare le catene, su tutti i fronti.

 

 

 

 

 

 

Ci hanno dato buoni consigli,

fornendo alibi ai nostri nemici.

Hanno camuffato il colore delle emozioni

tingendolo del nero della schiavitù.

Adagiandosi sul nostro ventre

hanno finto gemiti di piacere

provando l’orgasmo del potere.

E l’hanno chiamato amore.

Si sono eretti simulacri,

finti tabù del nostro tempo,

glorificando la sicurezza della catena.

In nome della libertà

abbiamo tagliato le nostre vene,

dissanguando intelligenza.

E il sangue versato

l’hanno chiamato amore.

 

P.S. l’immagine è tratta dal web e non ha alcuna attinenza con la poesia, opera di fantasia.

Una che si chiamava Amore

Che bella questa canzone interpretata da Elvis Costello, uno dei miei cantanti preferiti.

Già, è facile essere fraintesi. E secondo me si adatta bene a questa mia (poesia).

 

UNA CHE SI CHIAMAVA AMORE

Seduta sullo scoglio, i capelli ondeggianti nel vento,

gli occhi sembravano riflettere il mare,

che ti scuoteva tutta,

impaziente com’eri di vivere.

Ecco, ti volti verso di me, ti sto di fronte,

mi guardi e mi dici: “Che hai?

Perché non ti siedi accanto?

Guarda com’è immenso!”,

e porti il tuo sguardo lontano, da lui.

Il mare t’invade, onda dopo onda,

in un freddo abbraccio.

Meriti un bacio. Ti do un bacio e ti abbandoni,

come se non esistessi, come se fossi mia e non lo sei

e ti aggrappi a me, ma sono io che cerco un appoggio.

Non ti avessi rivisto! La tua voce non ha suoni!

Non ha più suoni! Se non un intenso muggito.

Eri mia di nuovo, dopo tanto tempo,

dopo quel giorno in cui ti avevo lasciato,

in cui ti avevo detto che l’amore era finito,

che avevo trovato la mia strada senza di te.

Ipocrita! Meritavo almeno un’accusa infamante,

e invece te ne sei andata, senza dire niente,

con lo sguardo duro e impassibile;

sei andata senza domandarmi perché,

perché tutto era inarrestabile.

Ma tu avevi capito. Bastava uno sguardo e mi capivi.

È stato così fin dal primo momento.

Parlavamo molto poco. Non sapevo nulla di te,

dei tuoi segreti, dei tuoi tormenti.

E io me ne fregavo di quelle come te,

di quelle che amano per vivere.

Io una come te me la mangiavo.

Tu mi hai mangiato. Eri bella. Sei bella, tu sei il mare.

Ti ho cercato, amore,

ho trovato anche il posto dove abitavi,

ma chi ti conosceva mi ha confidato

che senza dire nulla te n’eri andata.

Ah, ero contento perché sapevo che soffrivi:

io ero contento.

La sera mi divertivo a giocare,

il sesso è sempre stato il mio forte.

Eppure quando con rabbia facevo l’amore,

mi ricomparivi, bella e selvaggia,

del dolore si aprivano porte.

Eri tu che possedevi il mio corpo e ti chiamavo.

Volevo solo te: Amore, ondeggiavo nell’amore.

Quando ti ho perso ho capito

che senza di te non ci sarebbe stato null’altro.

E sono venuto da te, ora sono qui e sto correndo da te.

 

“Un uomo si è gettato in mare!

Aiuto, una donna dice che un uomo è caduto in mare!”

Sulla diga, scossa dal vento e dalle onde,

si sentivano delle grida infrante,

intorno a una giovane donna un assembramento.

“Signorina, signorina, come sta?”

“Sto bene, lo conoscevo da poco.

Ad un certo punto si è messo a correre.

Ha detto ti amo e si è gettato in mare.

Mi stava raccontando che aveva amato qualcuno,

                                                una che si chiamava Amore”

NO alla TRATTA, NO alle SCHIAVE del mercato della prostituzione

Con questo post mi unisco all’appello dell’ASSOCIAZIONE AMICHE DI ABCD

QUI l‘appello:

Amiche di Abcd MOD 26.05.07h19.30.gif“Dalle inchieste fatte risulta che siano 500.000 le donne che ogni anno sono “importate” o che sono fatte transitare in Europa da organizzazioni criminali e immesse nel mercato come merce. In Italia ci sono dalle 50 alle 70.000 provenienti dai paesi dell’Est europeo o dai paesi in via di sviluppo, costrette a prostituirsi. Di queste il 40% sono minorenni (dai 14 ai 18 anni). Oltre il 50% è di ragazze africane.

Prendere coscienza di cosa c’è dietro al mercato della prostituzione è un primo atto per aiutare queste donne a riacquistare dignità, per questo vi chiediamo di unirvi a noi per dire “NO ALLA TRATTA – NO ALLE SCHIAVE DEL MERCATO DELLA PROSTITUZIONE”.

Per partecipare invia una mail a AMICHEDIABCD@fastwebnet.it indicando come vuoi partecipare, allegaci il link del tuo sito o blog e lo pubblicheremo sul nostro sito, oppure l’adesione ad essere iscritta/o nell’elenco. Per tutti gli approfondimenti e aggiornamenti sull’attività di Isoke, ti chiediamo di consultare la pagina sul sito: www.amichediabcd.org

 

AMICHE DI ABCD – www.amichediabcd.org
FACEBOOK EVENTO http://www.facebook.com/events/315162525171447/ AMICHE DI ABCD – CAMPAGNA DI
SENSIBILIZZAZIONE SULLE VITTIME DELLA TRATTA

Per approfondire il tema:


CARITAS – TRATTA E PROSTITUZIONE

Documento “Prostituzione e Tratta, Diritti e Cittadinanza – Le proposte di chi opera sul campo”

 

I LIBRI DI ISOKE

 

I. Aikpitanyi e Laura Maragnani

Le ragazze di Benin City, la tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia, edito da Melampo

 

I. Aikpitanyi – 500 STORIE VERE sulla tratta delel ragazze africane in Italia, edito da Ediesse Materiali

                                           

 

Topi d’appartamento

Ora, che m’intrufoli in una storia d’appartamenti è solo un caso, senza riferimenti a situazioni d’attualità che non sarei in grado di commentare, visti gli intrighi d’alto spionaggio.

D’altra parte sembra inutile il tentativo di invitarvi a chiudere ben bene le porte quando partite per viaggi lunghi.

Ho girato per borghi in Calabria dove tengono la porte aperte e mi sembra che tutti se ne stiano tranquilli, a dispetto di chi dice che ci sia molta malvivenza al sud.

Non molto tranquilli se ne stanno invece altri ospiti in Calabria. Passando per la statale 106 jonica abbiamo rischiato di investire di notte molti immigrati che provenivano dal centro di accoglienza e dai campi di lavoro.

 

Continua il mio racconto “La viaggiatrice virtuale”. Linda non sta trascorrendo una vacanza tranquilla…

continua dal post precedente

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

0ada273f7f259fffb87638a532166d77.jpegUn rumore insolito la svegliò; qualcuno stava incautamente tentando di forzare la porta del suo appartamento. Sbirciò l’orologio, erano le tre del mattino e un brivido la percorse lungo la schiena. Cercò di ragionare per quanto possibile a mente fredda, prese la prima cosa che le capitò tra le mani, un libro grosso, e si avvicinò verso l’ingresso. Abitava in un appartamento abbastanza grande in cui la zona giorno era suddivisa dalla parte notturna grazie ad un corridoio e a una porta a soffietto. Dal soggiorno attraverso il piccolo corridoio si passava nell’entrata e lì c’era anche un ripostiglio senza finestre. Vi entrò per rifugiarsi e avere un attimo per pensare e comunque nascondersi. Pensò subito a un ladro, a qualche malintenzionato che voleva entrare nel suo appartamento, approfittando della sua assenza. Si appoggiò silenziosamente al muro, aveva il cellulare in tasca ma non voleva usarlo. Voleva prima accertarsi di quello che stava accadendo… e poi telefonare a chi? Alla polizia? E così diventare la barzelletta del vicinato e tra i suoi colleghi di lavoro. A questo avrebbe preferito la morte. Nel ripostiglio lasciò il libro per afferrare un ombrello, molto più adatto nel caso di un’eventuale difesa e rimase in silenzio al buio, aspettando che il malvivente entrasse. 6652282-ladro-furtivo.jpgDifatti, di lì a poco sentì lo scatto della serratura e si maledì per non aver inserito il catenaccio. Quello entrò e richiuse la porta dietro di sé e fece i primi passi nell’entrata. Linda scorse un fascio di luce, probabilmente quello di una torcia. Pensò che il ladro andasse diretto verso il soggiorno, invece lo sentì muovere i primi passi e imprecare a bassa voce: “…azz!”

In quel momento vide una testa entrare per guardare dentro il ripostiglio e pensò dentro di sé: adesso!

Quello strabuzzò gli occhi per la sorpresa inaspettata e non riuscì a scansare l’ombrellata che Linda gli piazzò sulla testa. Il dolore fu tale che cadde a peso morto a testa in giù, ma la parte più dolorosa doveva ancora arrivare perché Linda continuava a batterlo dappertutto. Provò a rialzarsi ma senza risultato perché ormai si era trasformata in una belva inferocita. L’ombrello continuava a cadere sulla testa del topastro d’appartamento, finché quello non diede più alcun segnale di vita. Aveva agito al buio ma ora sentiva l’esigenza di vedere in volto quel malvivente. Accese la luce e lo vide…

(continua)

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.