Saggio è colui che cerca l’introvabile… BUON 2016!

“Niente che può essere trovato è degno di essere cercato. Nulla che può essere catturato è degno di essere cacciato. Saggio è colui che cerca l’introvabile e insegue l’inafferrabile”

tratto da “Il profanatore di biblioteche proibite” di Davide Mosca 

Sto leggendo proprio questo libro, presa dalla disperazione di aver terminato vari libri noiosi, con la voglia del classico svago natalizio. Così, frugando nella biblioteca dei miei figli, ho trovato “Il profanatore di biblioteche proibite” di Davide Mosca. A dir la verità ero scettica ed invece il libro mi ha sorpreso. Davide Mosca è uno scrittore che riesce ad accattivarsi il lettore fin dalle prime pagine. E poi mi sono imbattuta in questa citazione, che lo scrittore riferisce ad un certo mistico medievale dal nome Antonio da Alba Docilia (ma credo non esista e sia invece frutto della fantasia di Mosca).

Quale migliore augurio per un 2016?

Quello di cercare sempre l’introvabile e di crederci…

Alla mezzanotte pubblicherò il continuo del mio racconto “Il mistero della donna pantera”. In fin dei conti quello che voglio fare anche nel 2016 è scrivere.

BUON 2016!

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IL MISTERO DELLA DONNA PANTERA

(continua dal precedente post)

RIASSUNTO

Al villaggio spariscono alcuni bambini. Eilen vuole risolvere il mistero. Sola, all’insaputa del padre Avedon, il saggio del villaggio, decide di affrontare la foresta e di capire la causa delle sparizioni. Nel bosco si imbatte in due personaggi strani, sono piccolissimi e si chiamano Milko e Magda. Magda le rivela dell’esistenza all’interno della foresta di un villaggio abitato da strane creature capaci di trasformarsi in pantere…

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Qualche volta Eilen aveva sentito queste parole tra i bisbigli di suo padre. A dir la verità non sapeva cosa fossero le pantere. Qualcuno le aveva raccontato la storia di questi strani animali neri, dal manto lucido, nascosti all’interno della fitta boscaglia e pronti all’agguato.  Non ne aveva mai visto uno, ma sapeva che tutti gli abitanti del villaggio avevano paura la notte delle loro incursioni notturne. Anzi, avevano ipotizzato che fossero proprio le pantere a portare via i loro figli.

Come qualcuno potesse trovare in lei qualche somiglianza con le pantere, questo proprio non riusciva a capire. Proprio lei che odiava mangiare la carne, disgustata da ogni forma di violenza!

–          Non ho mai saputo dell’esistenza di umani dalla forma di pantere. Mentì Eilen.

–          Non preoccuparti, è mio marito Milko che ha paura di tutti e di tutto. Le donne pantera in realtà non si conosce dove siano. Probabilmente è solo una leggenda.

–          Magda, lo sai anche tu che esistono, non fingere. Ti ricordi di quella donna che venne a morire proprio qui vicino alla nostra casa, dopo il parto? Aveva partorito da poco e si stava trasformando lentamente in quell’animale feroce. Le gambe avevano già acquistato le forme di zampe e venne ad accucciarsi ai piedi del grande albero, ferita al cuore. Era stata lei stessa ad uccidersi. La trasformazione stava imbruttendo il suo bellissimo viso. Le labbra si increspavano in un ghigno mostruoso felino. E gli occhi! Mai visti occhi così belli e feroci, eppure ferita a morte  ebbe la forza per un’ultima parola prima di esalare l’ultimo respiro.

–          Cosa le disse?

Chiese Eilen fremente per il racconto straordinario.

–          Non posso dirlo, è un segreto che terrò sempre con me. Quella donna mi ha rivelato la sua ultima parola d’amore.

–          Va bene, Milko, ora che l’hai raccontata andiamo a letto. La ragazza sarà stanca dopo una giornata passata nella foresta. Vieni bimba…, vieni a dormire. Ti ho preparato un bel giaciglio. A proposito, non ti ho chiesto il nome. Come ti chiami?

–          Mi chiamo Eilen. Grazie per l’accoglienza, siete molto buona, avrò modo di sdebitarmi. Avedon è mio padre.

Come pronunciò il suo nome, Magda sbiancò e così il marito.

–          Ho detto qualcosa che non dovevo?

Eilen pensava di aver detto qualche parola di troppo; più di qualche volta la sua boccaccia le aveva fatto fare brutte figure.

–          No, no…

La rassicurò Magda, comunque notevolmente turbata.

–          Devi andartene. Avedon, tuo padre, ci ha cacciato dal villaggio! Che tu sia maledetta!

Gridò Milko in preda a una furia disumana.

–          Milko, è solo una fanciulla, non puoi prendertela con lei per le colpe del padre!

Magda si corrucciò, si pose dinnanzi a Milko in tutta la sua minuscola altezza.

Il piccolo uomo aveva impugnato un forcone e lo stavo puntando verso Eilen. Magda si pose in mezzo tra il forcone e la ragazza.images

–          Devi uccidere me, se vuoi far del male a lei. Vergognati, credevo di aver sposato una persona degna di chiamarsi uomo.

Milko abbassò l’arma.

Magda tirò la ragazza per le mani. – Vieni via, ti prego. E l’accompagnò verso il piccolo cumulo d’erba che aveva creato apposta per farla riposare.

Eilen si stese sopra, ma prima di lasciare andare Magda, le prese le mani. La donna tremava tutta.

– Magda, non avere paura, io sono vostra amica. Non vi farò mai del male, non è nella mia natura. Sto cercando solo di scoprire la verità su quanto sta succedendo al mio villaggio. Vi ringrazio di cuore per l’ospitalità, non volevo offendervi dicendo che mi sdebiterò. Dovete raccontarmi però la storia di mio padre e del perché siete stati cacciati lontano dal villaggio.

Magda aveva i lunghi capelli che le coprivano gli occhi. Li scostò per vedere il viso della fanciulla. L’osservò attentamente: la ragazza aveva sì la bocca famelica e gli occhi avvampanti. Il profumo che emanava era forte, di selvatico, e da lei si sentiva profondamente attratta, come se una forza malvagia la stesse richiamando verso la sua bocca.

mano-nella-manoEilen le lasciò le mani e facendo questo, con l’unghia graffiò il palmo della mano di Magda. Magda si spaventò, la ferita leggermente sanguinava. Eilen le prese la mano e cominciò a leccarla. Magda, stupita per il gesto animalesco, sottrasse velocemente la mano. Eilen, accortasi del disagio della donna, le lasciò la mano.

– Magda… scusami. Ti prego…

Eilen le si buttò con le braccia addosso il corpo. Magda smise di tremare e ricambiò l’abbraccio. Ricacciò i pensieri negativi che le erano balenati nella testa. Quella ragazza non aveva nulla di animalesco!

–          Devi sapere che io e Milko siamo stati cacciati dal villaggio non solo perché eravamo piccoli di statura, ma soprattutto perché siamo intervenuti in difesa di Aldon e di suo figlio Yoric. Avedon li stava accusando ingiustamente delle sparizioni dei bambini al villaggio. Noi sapevamo che loro non erano colpevoli perché vivevamo nella capanna vicino alla loro. Aldon e sua moglie erano persone sagge e buone. Non avrebbero fatto del male a nessuno! Eilen, ora dormi. Siamo tutti scossi e sarà una lunga notte. Milko dovrà uscire per cacciare ed io devo riposarmi per far sì che domani possa aiutare Milko nella cura della selvaggina.

–          Buonanotte, mi farò raccontare tutto anche da mio padre, voglio cercare di rimediare a questa ingiustizia. Voi e la famiglia di Yoric dovrete tornare al villaggio! E… grazie di tutto.


Magda andò in cucina e con uno straccio si coprì il palmo della mano. Raggiunse il marito che si era steso sul giaciglio in un angolo della stanza.

–          Magda, hai sentito anche tu. Eilen, si chiama Eilen, lo stesso nome che pronunciò quella notte la donna pantera. Non possiamo rimanere qui, dobbiamo andarcene prima che quella donna si trasformi in pantera e ci uccida.

–          No, Milko, ho visto quegli occhi, non sono di una pantera. Non succederà nulla. Rimani qui stanotte, con me. Insieme, anche se fosse,  non ci potrà attaccare.

–          Va bene, ma domani mattina la ragazza dovrà andarsene.

Milko abbracciò la sua donna. Per niente al mondo l’avrebbe lasciata in balìa di quella ragazza. Lui sapeva! Insieme a Magda erano stati cacciati dal villaggio solo perché la loro altezza li rendeva simili a piccoli mostri. Ma non si sentiva indegno. Magda era bellissima e buona di cuore, una donna così non l’avrebbe trovata in nessun altro luogo del mondo! Avevano deciso di rifugiarsi in una capanna sul bosco, non lontano dalla famiglia di Yoric. Non avrebbero mai lasciato quelle persone generose, allontanate in maniera ingiusta da quel supponente di Avedon. Insieme alla moglie avevano cresciuto Yoric. La madre era morta non poco tempo dopo l’allontanamento dal villaggio. Quel dolore era stato troppo forte per il debole cuore della donna. E Aldon, il padre di Yoric, aveva così tanto sofferto per quella perdita, che non aveva fatto altro che covare odio e meditare vendetta nei confronti di Avedon, tanto da tralasciare la cura del figlio. E loro l’avevano visto crescere, gli aveva insegnato i trucchi della caccia, lo aveva sostenuto nei momenti difficile, quando avrebbe voluto tornare nella sua vecchia casa e affrontare chi lo aveva cacciato. Sapeva che Yoric era forte, ma la sua sensibilità e la sofferenza per la morte della madre non gli dava tregua. Magda era stata per lui una madre, con la dolcezza lo aveva protetto e rassicurato, ma il ricordo continuava a tormentarlo.

E poi si ricordò della donna pantera, di quanto assomigliasse alla ragazza. Gli stessi capelli, lo stesso sguardo fiero e quel profumo, di sangue e di ferro che emanava anche nella morte. Lo aveva guardato e gli aveva sussurrato: – Milko, perdona Avedon per quello che  ti ha fatto. Mi amava troppo. Proteggi Eilen. Eilen…

Queste erano state le sue ultime parole. E in quel momento, prima che la trasformazione facesse il suo corso, verso le sembianze di pantera, la riconobbe: Mirianna!, la moglie di Avedon.

Andò a ravvivare il fuoco. Le belve, quella notte non avrebbero osato avvicinarsi!

Ritornò nell’abbraccio della sua donna. Accanto aveva la spada.

 

(Continua)

Il mistero della Donna Pantera

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Mi sono sempre piaciuti i gatti, e le pantere rappresentano per me il mistero…

Inizio qui questo racconto, frutto di pura fantasia, senza riferimento a fatti reali.

Se ci sono errori è perché scrivo e pubblico, un esercizio per me fondamentale per tenermi in allenamento.

Baci a tutti…

 

 

Il mistero della Pantera nera

 

Yoric era cresciuto forte e bello.

Il padre Aldon si era ingegnato in mille lavori ed essendo molto istruito, perché era il saggio vecchio del villaggio, aveva insegnato a Yoric tutte le sue conoscenze.

La loro casetta si trovava in un punto sperduto nel bosco, ma attorno c’era un ruscello che portava acqua e avevano così potuto coltivare un orticello  e aver di che sopravvivere.

Ogni tanto Yoric chiedeva a suo padre di raccontargli della mamma. Lui aveva appena sei anni quando era morta e si ricordava  del suo sorriso dolce e del momento triste in cui la madre, in quella fredda caverna era morta. Odiava gli uomini che li avevano costretti ad andarsene. Qual era il motivo? Suo padre non gli aveva mai rivelato nulla.

Intanto nel villaggio continuavano le sparizioni misteriose di bambini.

Il comitato si era riunito:

–          Hai voluto cacciare Yoric e la sua famiglia, ma come vedi, le scomparse dei nostri figli stanno continuando. Anche tua figlia nacque lo stesso giorno di Yoric ma tu hai accusato solo loro. Forse volevi prendere il posto del saggio Aldon?

Avedon, così era stato accusato di aver cacciato ingiustamente la famiglia di Yoric ed in più c’era il sospetto che anche sua figlia c’entrasse con quei misfatti.

Eppure Avedon era convinto che ci fosse stato un legame tra la nascita nel villaggio di quel bambino e le brutali scomparse.

5120202Ogni tanto si soffermava a guardare sua figlia che cresceva forte e fiera e coraggiosa. Sua madre Mirianna era morta dandola alla luce. Era una donna bellissima, con un carattere capace di tenergli testa. Quando venne il momento di partorire, chiese di essere lasciata sola, non volle nessuno accanto. Scelse un luogo buio e partorì Eilen senza un lamento, proprio come i gatti. Si era accucciata e la bimba era scivolata così, alla vita, velocemente. Ma Mirianna sapeva che sarebbe morta, aveva chiamato il marito a sé per consegnargli la figlia. Gli aveva detto poche parole, confuse, aveva la pelle madida di sudore e gli occhi verdi accesi.

–          Avedon, tienila lontana da me, uccidimi. Sto soffrendo troppo e so che non riuscirei a trattenermi…

–          Zitta! – Le aveva gridato Avedon – non dire nulla, so quello che vuoi dirmi, io ti ho sempre amato, anche conoscendo la verità!

E così aveva preso la bimba dall’abbraccio mortale della madre e si era allontanato con la bambina tra le braccia, lasciando sola la povera donna. Non ne aveva mai parlato con nessuno e si limitava a sedare il proprio dolore cogliendo nella figlia quei stessi lineamenti della madre che aveva tanto amato. I capelli biondi emanavano riflessi di un rosso fuoco e gli occhi azzurri sembravano accendersi di luce propria nel buio della notte. Occhi felini qualcuno aveva osato dire sottovoce.

Eilen, così si chiamava la fanciulla, un giorno, insieme alla sua amica Vania decise di avventurarsi nel bosco.

Cominciava l’imbrunire e Eilen si era preparata. Il cavallo aspettava nel fienile, dove aveva nascosto le scorte di cibo e le fiaccole. Se suo padre l’avesse scoperta, sarebbero stati guai amari per lei e la sua amica.

Suo padre aveva il terrore che si avventurasse in prossimità della sera, ma aveva deciso che avrebbe risolto il mistero e per fare questo doveva uscire. Il villaggio non avrebbe dovuto più vivere nel terrore.

Aspettò che suo padre si coricasse vicino al fuoco e che si addormentasse e poi furtivamente uscì, avvolta nel mantello col cappuccio nero.426975__horses-in-the-sunset_p

Preparò il cavallo e poi di corsa si diresse al ponte dove si era data appuntamento con Vania. Vania arrivò tutta trafelata:

– Non possiamo andare, Eilen, è troppo pericoloso.

–          Ma se non ci muoviamo noi, continueranno le sparizioni. Io non voglio vivere nel terrore, preferisco morire e vedere quale sarà la mia sorte e se posso salvare i miei amici del villaggio.

–          Ma…ma…

–          Senti, Vania, se non vuoi venire, non preoccuparti, ci andrò da sola. Anzi, preferisco così, in tal modo se mi succede qualcosa potrai riferire quello che mi è successo a mio padre. Ma non prima di un giorno. Se non torno entro domani notte, allora potrai parlare. Va bene?

Vania era titubante. In fondo non se la sentiva di lasciar sola l’amica. Però anche era vero che solo lei poteva aiutarla e dare l’allarme nel caso non fosse tornata. E poi sapeva che l’amica era un tipo intelligente e sveglio e con lei qualsiasi mostro sarebbe fuggito a gambe levate, piuttosto di incontrare l’ardore della sua spada.

Eilen salutò Vania e con un gesto deciso girò il cavallo e si addentrò nel bosco. Cominciava a far buio, ma la ragazza non aveva paura. Non si accorse di essere seguita.  Due occhi gialli e famelici la spiavano da lontano. Nemmeno Eilen era a conoscenza di quello che c’era nel bosco. Nessuno aveva mai superato quel ponte, perché il villaggio era circondato da fiumi e da colline che davano frutta e le cui coltivazioni erano così rigogliose che nessuno si lamentava per la mancanza di cibo e tutti si accontentavano di quello che la terra offriva.

Ma Eilen sapeva che il mondo non era formato solo da quelle colline, lei vedeva la grande palla di fuoco che ogni giorno si svegliava la mattina e perdersi poi la sera all’orizzonte ed ogni giorno pregava che il sole ritornasse presto il giorno seguente, perché  a lei piaceva camminare sui prati insieme alle amiche e avrebbe tanto desiderato potersi avventurare oltre quel bosco.

Aveva sentito parlare della famiglia di Yoric che era stata cacciata. Lei si ricordava di Yoric, un bambino con cui si divertiva a giocare a nascondino o con le spade.

Non aveva mai pensato che Yoric potesse essere pericoloso, ma suo padre le aveva sempre detto che doveva stare attenta  e che non doveva giocare con lui.

Non fece in tempo a pensare ad altro perché all’improvviso sentì di essere avvolta come in una ragnatela. Ormai era buio e si era innalzato un forte vento che le scompigliava la lunga treccia e che le faceva impigliare i capelli tra i rami degli alberi.

Cercò, impaurita, di liberarsi e sguainò la spada:

–          Vieni avanti mostro, non mi fai paura! Non hai il coraggio di affrontarmi?

Sentì delle piccole urla e un grido inferocito, quando provò proprio vicino al cuore la puntura come di un insetto e dal dolore svenne, cadendo da cavallo.

Quando si svegliò era completamente legata e si trovava su un giaciglio fatto d’erba e di fiori selvatici.

–          Finalmente ti sei svegliata. Hai fame?

Le chiese una donnina piccolissima, dallo sguardo  fiero e dai lunghi capelli neri. Era bellissima.

–          Si, certo che ho fame, grazie… ma voi chi siete?

La piccola donna non parlò, ma le offerse un grosso bicchiere di latte che con fatica riusciva a porgere.

–          Ieri ti abbiamo trovato nel bosco. È la prima volta che vediamo una donna avventurarsi da sola nel bosco. Come mai sei così coraggiosa?

–          La sera al villaggio non possiamo uscire dalle nostre case. Molti bambini sono scomparsi e non sono più ritornati e così ho deciso di risolvere questo mistero.

Non fece in tempo a terminare la frase che un altro piccolo uomo, non più alto di un metro si avvicinò alla donna e le bisbigliò piano all’orecchio in modo che Eilen non potesse sentire.

La donna si rabbuiò, con sguardo cattivo.

– Dobbiamo dire come stanno le cose, Milko, non possiamo continuare a far finta di nulla.

Si rivolse a Eilen.

–          Conosci la storia del “villaggio delle pantere?”

–          No, non ne ho mai sentito parlare.

–          Tu assomigli a loro… hai tratti particolari. Capelli biondi, occhi verdi, denti bianchi affilati. Non sei per caso anche tu una donna pantera?

Qualche volta Eilen aveva sentito queste parole tra i bisbigli di suo padre. A dir la verità non sapeva cosa fossero le pantere. Qualcuno le aveva raccontato la storia di questi strani animali neri…

(CONTINUA)

MERCATINI NATALIZI

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Ecco l’ultima parte del mio racconto. Domani sarò in viaggio, vero. Sento già il freddo penetrarmi dentro la pelle. Sarò in giro per mercatini natalizi. Tra poco è Natale, tutto un altro ritmo, tutto un clima diverso, l’attesa di cose belle, non cose, sentimenti belli, il calore dei figli, i regali… tutto.

 

 

 

 

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

Riassunto: Linda lavora in una finanziaria. Durante un pranzo di lavoro, il suo responsabile le chiede dove andrà in vacanza durante la pausa estiva. Linda non sa cosa rispondere, davanti a tutti e, presa alla sprovvista, mente, dicendo che andrà in montagna. Linda però decide di non partire e si rinchiude in casa, fingendo di essere partita, ma un ladro entra all’improvviso dentro casa sua. Non basta, arriva anche la sorella Linda, dopo tanti anni di lontananza, e l’isolamento vaneggiato si trasforma ben presto in altra cosa…

 

Le due sorelle si guardarono e scoppiarono a ridere. La situazione si stava facendo sempre più assurda.

Immagine_04512“Vedete, ho una teoria. Gli chef ci fanno credere che mescolando più ingredienti si ottengono cibi più saporiti e invece personalmente penso che non ci sia nulla di più buono di gustare l’alimento nel suo aroma naturale. Insomma, per spiegarvi, le patate non vanno messe dentro lo spezzatino. La carne deve essere gustata a parte e così le patate. La mozzarella è buona al naturale, fresca e leggera, senza alcun condimento. Il suo candore non andrà macchiato da insulse cucchiaiate d’olio. E così la verdura. Un cotechino sarà squisito accompagnato da un buon piatto di lenticchie, ma queste andranno servite a parte. Un buon cibo deve essere accompagnato, mai affogato dentro altri. Un po’ come l’amore, non credete? L’amore va accompagnato, mai oltraggiato da altri orpelli, come belle parole inutili.”

“Bene, e così abbiamo scoperto anche il filosofo-chef!”

………

FINE

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE (ovvero 2 donne vs 1 uomo)

Cosa fa una toponomasta? Prima di andare al lavoro, parte e va a caccia di targhe femminili!

Lunedì sono andata a Loreo (RO), a stanare 2 strade femminili: una dedicata a Eleonora Duse e una a Rosalba Carriera. Eccole!

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Riassunto: Linda lavora in una finanziaria. Durante un pranzo di lavoro, il suo responsabile le chiede dove andrà in vacanza durante la pausa estiva. Linda non sa cosa rispondere, davanti a tutti e, presa alla sprovvista, mente, dicendo che andrà in montagna. Linda però decide di non partire e si rinchiude in casa, fingendo di essere partita, ma un ladro entra all’improvviso dentro casa sua e l’isolamento vaneggiato si trasforma ben presto in altra cosa…

 

imagesProvò a liberarsi dalla corda stretta con cui era legato. Avere un padre pescatore qualche volta fa comodo. Difatti si ricordava una serie di nodi e ne aveva fatto uno per cui più ci si prova a muoversi e più si stringe il nodo. Comunque non era riuscito a liberarsi. Era mezzo intontito e anche Linda, le sembrava di essere uno zombie. Quando si rese conto di essere prigioniero cominciò a lamentarsi. Gli aveva ficcato un piccolo fazzoletto in gola e l’implorava con gli occhi di toglierlo. Comunque le sorprese non erano ancora finite. Non si era ancora ripresa dallo spavento e stava osservando come un animale strano quell’uomo disteso per terra. Cercava di parlargli, di spiegare il motivo per cui si trovava a casa quella sera, anziché essere in viaggio. Quasi si stava scusando con il ladro… Certe volte si comportava cretina! Ma quello aveva profondi occhi neri e uno sguardo indifeso. Per un attimo aveva percepito la potenza del possesso, era adesso in balia della sua volontà, ma aveva altro a cui pensare.

La lettera che aveva trovato nella cassetta le aveva portato una notizia troppo bella per goderla in quella triste situazione.

Fu in mezzo a questi pensieri che sentì che qualcuno stava cercando di entrare nel suo appartamento.

Linda cominciò a maledire la giornata, ma si riprese subito e si diresse sicura verso la porta; questa volta doveva mettere al bando ogni esitazione. Riprese il mano l’ombrello che aveva usato qualche ora prima con il ladro. Guardò dallo spioncino.

Aprì di scatto la porta.

“Tu?”, esclamò quella.

“Che ci fai a quest’ora a casa mia… E perché volevi entrare?”, Linda esclamò con tono inferocito. Poi si ricordò di non poter gridare e si mise a digrignare tra i denti: “Che ci fai a casa mia! Ladra!”

La poveretta girò la testa verso di lei e col tono più serafico del mondo le rispose: “E’ questo il modo con cui dopo tanti anni si accoglie una sorella?”

Linda la guardò e trattenendosi dallo spaccarle in testa l’ombrello, preferì brandirlo in aria con rabbia.

“Veronica, rispondi o giuro che te lo spacco in testa a costo di fare un omicidio; perché sei venuta qui a casa mia?”

“Fammi entrare almeno, non vorrai svegliare tutto il condominio alle cinque del mattino!”, e intanto si era fatta strada, passando indenne davanti a Linda.

“Maledetta vacanza!”, sibilò tra sé e richiuse la porta, sperando che le sorprese, almeno per quella giornata, si fossero esaurite.

“Vedo che non sei sola… Ho disturbato qualche tuo gioco erotico?”, e toccò con la punta della scarpasergio-rossi-pumps-rosse-dettaglio il corpo legato dell’uomo riverso sul pavimento. “Sorellina, hai buon gusto a quanto pare…”, lo sfiorò con lo sguardo  a soppesare la muscolatura soda e ben tornita.

A vederle non sembravano nemmeno lontane parenti. Una mora, alta e magra e l’altra piccolina e dai capelli rosso fuoco. Ma non era solo una questione di lineamenti e di corporatura. Era nel loro modo di approcciarsi alla vita che la distanza aumentava.

Se Linda appariva anonima a prima vista e cercava di defilarsi da ogni possibile situazione conflittuale, Veronica invece non perdeva occasione per farsi notare, per emergere.

….

Fu in quel momento che l’uomo sul pavimento con un gesto repentino afferrò, nonostante la corda imprigionasse i suoi polsi, una caviglia di Linda, che senza alcuna precauzione gli dava le spalle, tutta presa dalla conversazione con la sorella.

(CONTINUA)

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE ovvero TOPI D’APPARTAMENTO

Continua il mio racconto “La viaggiatrice virtuale”.

Sono reduce da un viaggio reale ad Orvieto. Vi aggiungo un particolare del Duomo, che raffigura Adamo ed Eva.

La storia di Adamo ed Eva ci ha segnato per la vita: la donna peccatrice. Ma è proprio così? In fondo Eva voleva solo mangiare dall’albero della conoscenza…

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LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

0ada273f7f259fffb87638a532166d77.jpegUn rumore insolito la svegliò; qualcuno stava incautamente tentando di forzare la porta del suo appartamento. Sbirciò l’orologio, erano le tre del mattino e un brivido la percorse lungo la schiena. Cercò di ragionare per quanto possibile a mente fredda, prese la prima cosa che le capitò tra le mani, un libro grosso, e si avvicinò verso l’ingresso. Abitava in un appartamento abbastanza grande in cui la zona giorno era suddivisa dalla parte notturna grazie ad un corridoio e a una porta a soffietto. Dal soggiorno attraverso il piccolo corridoio si passava nell’entrata e lì c’era anche un ripostiglio senza finestre. Vi entrò per rifugiarsi e avere un attimo per pensare e comunque nascondersi. Pensò subito a un ladro, a qualche malintenzionato che voleva entrare nel suo appartamento, approfittando della sua assenza. Si appoggiò silenziosamente al muro, aveva il cellulare in tasca ma non voleva usarlo. Voleva prima accertarsi di quello che stava accadendo… e poi telefonare a chi? Alla polizia? E così diventare la barzelletta del vicinato e tra i suoi colleghi di lavoro. A questo avrebbe preferito la morte. Nel ripostiglio lasciò il libro per afferrare un ombrello, molto più adatto nel caso di un’eventuale difesa e rimase in silenzio al buio, aspettando che il malvivente entrasse. 6652282-ladro-furtivo.jpgDifatti, di lì a poco sentì lo scatto della serratura e si maledì per non aver inserito il catenaccio. Quello entrò e richiuse la porta dietro di sé e fece i primi passi nell’entrata. Linda scorse un fascio di luce, probabilmente quello di una torcia. Pensò che il ladro andasse diretto verso il soggiorno, invece lo sentì muovere i primi passi e imprecare a bassa voce: “…azz!”

In quel momento vide una testa entrare per guardare dentro il ripostiglio e pensò dentro di sé: adesso!

Quello strabuzzò gli occhi per la sorpresa inaspettata e non riuscì a scansare l’ombrellata che Linda gli piazzò sulla testa. Il dolore fu tale che cadde a peso morto a testa in giù, ma la parte più dolorosa doveva ancora arrivare perché Linda continuava a batterlo dappertutto. Provò a rialzarsi ma senza risultato perché ormai si era trasformata in una belva inferocita. L’ombrello continuava a cadere sulla testa del topastro d’appartamento, finché quello non diede più alcun segnale di vita. Aveva agito al buio ma ora sentiva l’esigenza di vedere in volto quel malvivente. Accese la luce e lo vide.

Fu  una giornata distruttiva. Erano quasi le quattro del mattino.

Era stata dura ma ce l’aveva fatta a trasportarlo fino in salotto. L’aveva legato per benino con la corda che teneva nel ripostiglio.

Il tipo cercò di svegliarsi ma Linda gli assestò un altro colpo in testa e chiuso la bocca con lo scotch così che non potesse gridare.

Se lo portava vicino al suo letto dove avrebbe dormito? Così l’aveva trascinato fino al divano, per terra, rotolandolo sopra un vecchio tappeto, e  aspettò che si svegliasse per farlo sedere sopra: le sue forze non le permettevano di tirarlo su. Gli si addormentò vicino; per un attimo pensò di averlo ucciso, ma poi lo sentì lamentarsi. Si era avvicinata alla sua bocca per sentire le parole ma erano solo lamenti insensati. Emanava un buon profumo e non sembrava cattivo, almeno dall’aspetto.

(continua)

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE (continua)

Continua il mio racconto “La viaggiatrice virtuale”. La vita di Linda non è proprio così monotona come sembra…

continua dal post precedente

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

images.jpegLa notte la sorprese addormentata sul divano. Aveva puntato la sveglia per le cinque e si alzò ancora vestita dal giorno precedente. Prese le valigie e le portò nell’androne del palazzo. Il tassista era già lì ad aspettarla e così gliele consegnò direttamente, insieme a una lauta mancia. Il tassista era troppo assonnato per chiederle qualcosa, quindi partì subito come concordato e lei se ne ritornò nell’appartamento, silenziosamente come l’aveva lasciato. La mattina si svegliò alle undici e si mise a sorridere felice. In ufficio bisognava arrivare alle otto e a quell’ora si faceva la pausa caffé e immaginò le facce stanche dei colleghi. Si preparò una sontuosa colazione a base di riso soffiato, latte, yogurt e biscotti per onorare l’inizio della prima giornata completamente libera. L’unica nota stonata erano le tapparelle chiuse e avrebbe dato volentieri una sbirciatina al cielo per immaginare il tempo. Aprì comunque le finestre per lasciare agli spiragli di aria la possibilità di entrare attraverso le poche fessure che attraversavano le saracinesce.

……….

– Ho9788895916002g.jpg solo diciannove anni!, gli rispose, come se la sua età fosse una giusta scusante. Alla stessa maniera rispose anche a Marco, qualche anno più tardi durante gli studi universitari. Non capiva il motivo per cui riusciva a attrarre così tanto gli uomini, si sentiva insignificante e non si accorgeva dei lunghi sguardi erotici cui sottoponeva

le sue vittime. Rimise Silone al suo posto e sfilò Profumo di Capuana. Che libro misterioso! Ne sentiva ancora il reale sapore intrigante e quel personaggio femminile così fragile e forte allo stesso tempo, capace di emanare profumo di zagara in situazioni di disagio. Si annusò i polsi. A lei sapevano di zolfo. Iniziò a rileggere alcuni passi del libro ma cominciava a farsi tardi e piano si addormentò sul divano. Un rumore insolito la svegliò; qualcuno stava incautamente tentando di forzare la porta del suo appartamento. Sbirciò l’orologio, erano le tre del mattino e un brivido le corse lungo la schiena. Cercò di ragionare per quanto possibile a mente fredda, prese la prima cosa che le capitò tra le mani…

(CONTINUA)

 

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

Qualche anno fa, avevo scritto un racconto  lasciato incompleto nel blog. L’ho completato, ma chissà perché non l’avevo mai pubblicato interamente. Raccontava la storia di una donna costretta a nascondersi in casa, perché non voleva svelare ai suoi colleghi di essere sola, senza nessuno con cui viaggiare. A casa succede di tutto, compreso l’arrivo inaspettato di un ladro e di una sorella rompiscatole (come tutte le sorelle). Due sorelle e un uomo, cosa potrebbe succedere? Sesso a volontà… qualcuna potrebbe dire. E invece no, e se avete voglia leggete… Ora che si avvicina l’inverno abbiamo bisogno di viaggiare, almeno virtualmente. Lo pubblico in più giorni per permettere una lettura tranquilla. E’ difficile riprendere la vita da blogger…                                                                                                

 La viaggiatrice virtuale

1926534948Quando Linda decise di partire si preparò mentalmente all’idea molto tempo prima e cominciò a selezionare tutta una serie di siti per programmare il viaggio nei minimi dettagli. Certamente non voleva trovarsi in situazioni poco piacevoli per colpa di una sua inadempienza. Il viaggio doveva essere di almeno una quindicina di giorni; certo, se la durata fosse stata inferiore lei non ne avrebbe risentito e per gli altri non ci sarebbe stato alcun cambiamento. Poi avrebbe staccato il filo del telefono e riposto il pc al riparo, sotto un telo plastificato per proteggerlo dai suoi melanconici attacchi imprevisti. In ufficio aveva detto a tutti che sarebbe partita per l’Austria: un bel viaggetto in una zona di montagna, per non dimostrare abbronzature particolari al ritorno. Si comprò un bel po’ di scatolame e surgelati, così per quindici giorni non avrebbe sofferto la fame. “Domani il gran giorno!” le disse la collega. “Già, già…” arrossì. Lavorava come impiegata in una grande finanziaria e spesso le capitava di non conoscere chi sedeva alla scrivania accanto. Era da vent’anni che lavorava così e ormai aveva visto un continuo turn over tra le impiegate. D’altra parte solo una donna avrebbe accettato un lavoro così sedentario e poco gratificante, senza possibilità di carriera, e nel tempo erano sparite anche le compagne di lavoro più simpatiche per lasciar spazio a quelle rompiscatole, che parlavano tutto il giorno della famiglia, dei figli, degli altrettanto petulanti mariti. Il lavoro era per loro solo una paga mensile. Le guardava con commiserazione. Si era sempre sentita completamente libera, fino a quella maledetta cena di lavoro. Il direttore prima delle vacanze estive era solito organizzare una cena con tutti i dipendenti. Si trattava di una cena abbastanza grandiosa e impersonale in cui ci si scambiavano quattro battute insensate tanto per rendere meno noiosa una serata cui era impossibile rinunciare. Il discorso era naturalmente scivolato, come ogni volta, sulla meta delle vacanze estive. Lei sorvolava vagamente e i suoi colleghi di rado approfondivano l’argomento, ma quella volta no.La giornata si prospettava lunga ma piena di godimento. Preparò le valigie vuote, telefonò al tassista per concordare la partenza. Il tassista doveva prelevare le valigie che lei avrebbe riposto sul portone alle cinque del mattino per portarle al deposito della stazione. Poi lei sarebbe passata a prenderle dopo una quindicina di giorni. Sicuramente nessuno si sarebbe accorto che lei non montava nel taxi insieme alle valigie e comunque avrebbero visto il taxi partire. Chiuse tutte le tapparelle, valutando se lasciavano qualche spiraglio di luce. Voleva evitare di lasciar trapelare la luce dall’interno, magari durante il buio notturno e rivelare la propria presenza. Quel giorno aveva acquistato un paio di cuffie per ascoltare la musica e la televisione. Doveva rinunciare a telefono e a pc, ma almeno la tv in quei giorni doveva servire per trascorrere il tempo e non annoiarsi. Questa idea malsana di rimanere in casa quindici giorni senza alcun contatto umano e rinchiusa come una prigioniera inizialmente l’aveva accantonata come qualcosa di assurdo. Aveva persino pensato di partire veramente, ma non ne aveva voglia e comunque per lei sarebbe stato un atto di sottomissione alla volontà del padrone. Poi casualmente aveva letto di quel soldato giapponese che si era nascosto per ventotto anni, pensando di essere ancora in guerra. Se quel soldato era riuscito a resistere così a lungo, lei sicuramente ce l’avrebbe fatta per quindici giorni. Si sentiva in guerra e guerra al sistema sarebbe stata! Lei non avrebbe ceduto alle lusinghe della vacanza facile e massificata, allo stuzzicare fintamente innocuo del suo capo. Doveva condurre la sua battaglia di resistenza e uscirne vittoriosa: resistere resistere resistere!625138259 Queste sarebbero state le sole parole d’ordine. E sgranocchiò una carota con ingordigia…

(CONTINUA)

 

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.

UNA TOPONOMASTICA DI TROPPO!

AQUILEIA, VIA TINA MODOTTI, AGOSTO 2013 - FOTO DI G. PENZOE così cerco di tornare alla prima funzione di questo blog, pensato inizialmente per farmi ritrovare la voglia di scrivere in maniera metodica. Ricomincio con un racconto, che parla in maniera “romanzata” di un gruppo sorto su facebook, quello di Toponomastica femminile,  che nasce nel 2011 con l’idea di impostare ricerche, pubblicare dati e fare pressioni su ogni singolo territorio affinché strade, piazze, giardini e luoghi urbani in senso lato, siano dedicati alle donne per compensare l’evidente sessismo che caratterizza l’attuale odonomastica (branca della toponomastica).

Il racconto s’intitola:

 

UNA TOPONOMASTICA DI TROPPO!

 

Il colore nero del rimmel cadde, per un movimento impercettibile delle ciglia, sulla camicia bianca. imagesCAXA4KU8

Elena imprecò in una lingua sconosciuta. Ritornò in camera e s’infilò un’altra camicetta scelta tra quelle appese nell’armadio.

Come ogni mattina si alzava presto per andare al lavoro. Camicia perfettamente stirata, infilata dentro i pantaloni neri che le pennellavano i fianchi. Indossò la giacca e diede una sbirciatina allo specchio per ripassare velocemente sulle labbra il gloss incolore.

Era iniziata così quella mattina, con una macchia nera di rimmel che aveva tinto di negatività il suo principio. Uscì, non senza aver baciato lievemente i figli Marco e Matteo. Le piccole teste ribelli dormivano, cullate nel sonno. Era domenica e non dovevano svegliarsi per andare a scuola.

Impiegò pochi minuti per arrivare presso il palazzo municipale dove aveva sede la Polizia locale.

Come il solito era la prima ad arrivare.

Ultimamente era restia ad entrare e aspettava gli altri due colleghi e il comandante. Erano capitati alcuni furti proprio nella sede del municipio e non aveva voglia di trovarsi a faccia a faccia con qualche ladruncolo. Faceva un freddo maledetto e la nebbia pungente rendeva tutto spettrale.

Arrivò Mario di corsa. Anche lui aveva una famiglia numerosa e lo immaginava alle prese con i suoi quattro figli e la moglie, una persona con la testa sempre tra le nuvole, con mille idee creative ma tutte poco remunerative, per cui Mario era costretto a orari straordinari per barcamenarsi nel menage familiare con lo stipendio sottopagato da vigile urbano.

Era profondamente innamorato della consorte e apprezzava tutte le sue opere artistiche: la sede della polizia municipale si era trasformata in una piccola galleria dove poter godere nei dipinti colorati lo sguardo ebete del marito che osannava la genialità della consorte dinnanzi agli ignavi visitatori del comando di polizia municipale, ai quali certamente non importava nulla della bellezza dell’arte muliebre.

“Mai puntuale?”, lo apostrofò malamente, “lo sai che non mi piace stare fuori al freddo.”

Mario la guardò, percependo subito il nervosismo della dolce collega. Anna era una compagna di lavoro perfetta, ma il suo rigore rasentava l’ossessione e la paranoia. Pensò che era meglio passare subito al piano di lavoro.

Era piuttosto insolito vedere qualcuno a quell’ora di mattina in ufficio, la domenica, giornata utilizzata per andare a messa e non certo appresso gli uffici della polizia locale.

La vecchina che entrò sembrava piuttosto agitata.

“E’ scomparsa!”

“Chi è scomparso? Si calmi e si sieda qui”, chiese Anna.

Anna la fece accomodare sulla sedia. “Vuole bere qualcosa prima di parlare?”, chiese alla poveretta tutta paonazza in viso. La vecchietta sarà stata alta più o meno un metro e cinquanta e sembrava così gracile che Anna aveva paura facesse un colpo.

“La signora Delia!”, disse invece quella con la voce di chi certo non sta per morire.

La professoressa Delia Rossi veniva chiamata grapìa per la sua aria perenne da vecchia anche quando era una deliziosa trentenne. A parte questo difetto, era una professoressa amata da tutti, sempre impegnata in nuovi progetti, in movimento continuo, anche in pensione. Una donna politicamente attiva, in ogni questione della sua città. E una cittadina perfetta che sapeva come stare al mondo e relazionare con tutti i tipi di persone. Abitava proprio in via Mazzini, situata nel centro della città.

Qualche giorno prima l’aveva incontrata per strada e sembrava proprio in ottima forma.

Le aveva chiesto come stava e aveva risposto che era di corsa perché quel giorno ci doveva essere la prima seduta della Commissione di toponomastica del comune, della quale finalmente era stata nominata come componente grazie al suo lavoro con Toponomastica femminile, un gruppo che si era costituito su facebook e di cui lei era diventata Referente regionale. Adria_Piazzale Lina Merlin_di Giulia Penzo_dicembre 2012

Era tutta trafelata, con i suoi rossi capelli ricci avvinazzati dall’aria umida del mattino e che ricadevano informi sul naso appuntito.

“Ho tante belle idee, tanti nomi per le nostre strade. Tu non immagini quante donne sono state dimenticate, donne importanti, alle quali non è stato dedicato nulla! E tu mi dovrai aiutare!”, le aveva intimato col dito, come faceva quando era insegnante e la sgridava perché non aveva studiato.

“Certamente! Sempre a sua disposizione, professoressa!”

La salutò con un sorriso, mentre la professoressa tentava di tenere tra le mani una borsa piena di scartoffie; non le rivelò che non aveva capito niente di quello che voleva farle fare.

La sua scomparsa ora la colpiva  profondamente.

In effetti, la professoressa si era ben presto mobilitata e dopo qualche mese da quell’incontro, in realtà comprese il motivo per cui aveva chiesto il suo aiuto. Voleva intitolare le strade alle donne, una cosa a cui non aveva mai prestato attenzione…

(CONTINUA)

 

RADIO X … QUASI A 5 S…

parlamento_italiano.jpgBé, insomma, dovevo tornare, nonostante me ne siano capitate di tutti i colori e la voglia di scrivere fosse pari allo zero. Anche perché, a dir la verità, talvolta mi ritengo dotata del dono della preveggenza e quello che scrivevo pian piano si adattava a quello che mi capitava intorno.

Insomma, chi l’avrebbe mai detto che Berlusconi si ricandidasse e che riuscisse a entrare di nuovo in Parlamento? 

Chi l’avrebbe mai detto che un mondo di nerd superstar stesse arrivando in quel di Roma? A seguito di un guru che decide democraticamente sul proprio desktop e che parla tramite skype (gli devo dar atto che è stato il 1° a pubblicizzarlo in Italia).

Che poi anche il Vaticano fosse in crisi… nooooo… questo chi l’avrebbe mai detto. Detto poi da un fondamentalista come lo era stato Papa Ratzinger?!

Qui qualcosa non mi quadra. Io dico che c’entra la vanità in tutto questo o forse la presunzione di passare alla Storia, come succede ai protagonisti della mia storia, tutti mossi dalla bontà, propria (ribadisco “propria”).

 

RADIO X

 

Riassunto degli episodi precedenti:In un ufficio ministeriale compare uno strano aggeggio. Niente paura, si tratta di una radio, danneggiata, perché trasmette – ahimé – sempre sulla stessa frequenza.Siamo negli anni ’50 e in quell’ufficio ci lavora Maria. La donna, dopo aver ascoltato la musica della radio, esce dall’ufficio con buoni propositi. Vorrebbe cambiar vita e trovarsi un amore ma il destino si accanisce contro di lei. Proprio in quel momento un bambino sfugge alla madre e attraversa la strada senza accorgersi che una macchina sta arrivando. Maria vede tutto ed eroicamente si lancia sulla strada e salva il bambino. La macchina però la investe e Maria muore tragicamente. Passano gli anni e dentro quell’ufficio, siamo negli anni ’70, ora ci lavora Mauro, avvocato ma destinato al momento ad essere impiegato come amministrativo. Anche lui un giorno si accorge della presenza di una radio, misteriosamente apparsa sopra uno schedario. L’accende, ma la radio sembra essere bloccata su un’unica frequenza che trasmette musica religiosa. Lo stesso giorno fa uno strano incontro: si scontra all’uscita con il portaborse di un ministro che sta portando un’importante lettera proprio al Presidente della Repubblica. A scriverla sarebbe stato un misterioso gruppo composto da tre personaggi strani. A capeggiarli c’è Roberto, il figlio di un fascista. Roberto decide che è giunto il momento buono per muoversi e decidono di andare a Tonezza. Roberto ha infatti in mente un piano, e grazie alle armi che trova nella casa di suo padre vuole…

 

 

Provò una gioia incontenibile. Perché ora i suoi piani potevano prender forma.

In fin dei conti aveva proprio bisogno di quelle armi.

Non era mica roba da nulla organizzare un sequestro, il sequestro del secolo.

L’aveva maturata pian piano questa idea, soprattutto da quando suo padre era morto. Voleva fare qualcosa in suo nome, nel nome del padre.

250px-Sfilata_fascista_(Quirinale).jpgRipercorreva l’immagine della marcia su Roma e si rivedeva a capeggiare quella rivoluzione che l’avrebbe portato al potere, a un colpo di Stato per governare finalmente quel paese disastrato, e poi ora la lotta si era fatta dura con quegli estremisti di sinistra che rivendicavano sempre più diritti senza rendersi conto che era contro natura curarsi di chi era destinato a soccombere. Certo, che questi andassero al potere a sostituire il partito comunista era solo un’utopia ma questo spostamento a sinistra della grande massa dei lavoratori e studenti avrebbe preoccupato chiunque. Questi non volevano manco lo stato sociale come in Inghilterra, volevano diritti a pieno titolo proprio come c’era scritto nella Costituzione. C’era la necessità che si contrastassero queste assurdità con azioni di forza da parte dello Stato, e già qualche avvenimento di stampo fascista o, forse, deriva autoritaria – qualcuno avrebbe detto –  sembrava segnalare questa esigenza e Roberto raccoglieva questo messaggio subliminale.Quell’oro significava avere denaro liquido e poter così pagare anche qualcun altro, insieme a suoi due amici, per farlo aderire alla sua organizzazione e comprarsi delle armi muove, senza la necessità di ricorrere a pericolose rapine.

Dormì profondamente quella notte e sognò la sua vecchia Dolores che gli ballava davanti con il suo seno cadente ma con uno sguardo così eccitato che si svegliò con la sensazione di sentirla vicino, con tutta quella sua carne profumata di odori e umori di altri uomini. Sentì sul letto qualcuno e si svegliò improvvisamente, balzando seduto sul letto. Accese la luce.

Quel coglione del suo amico si era messo a dormire accanto a lui, senza infilarsi sotto le lenzuola ma rannicchiato su vecchie coperte.

Ritornò a dormire… in fin dei conti quel calore umano gli serviva per sentire meno la mancanza dell’altra.

La mattina si svegliarono tardi e si ritrovarono in una nera giornata montana, piena di pioggia. L’odore della natura però riusciva a penetrare le vecchie tapparelle. Avevano una fame incredibile, perché era dalla sera precedente che non mangiavano e l’ultima cosa che ricordavano era un cicchetto con delle tartine in un bar lungo la strada.

 

(CONTINUA)

 

P.S. le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto della mia fantasia.

 

EVVIVA IL 2013!

 BUON 2013 A TUTTI!!!

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E naturalmente per scaramanzia lascio un brano del mio racconto RADIO X, che continuerò nel 2013! 

Riassunto degli episodi precedenti:In un ufficio ministeriale compare uno strano aggeggio. Niente paura, si tratta di una radio, danneggiata, perché trasmette – ahimé – sempre sulla stessa frequenza.Siamo negli anni ’50 e in quell’ufficio ci lavora Maria. La donna, dopo aver ascoltato la musica della radio, esce dall’ufficio con buoni propositi. Vorrebbe cambiar vita e trovarsi un amore ma il destino si accanisce contro di lei. Proprio in quel momento un bambino sfugge alla madre e attraversa la strada senza accorgersi che una macchina sta arrivando. Maria vede tutto ed eroicamente si lancia sulla strada e salva il bambino. La macchina però la investe e Maria muore tragicamente. Passano gli anni e dentro quell’ufficio, siamo negli anni ’70, ora ci lavora Mauro, avvocato ma destinato al momento ad essere impiegato come amministrativo. Anche lui un giorno si accorge della presenza di una radio, misteriosamente apparsa sopra uno schedario. L’accende, ma la radio sembra essere bloccata su un’unica frequenza che trasmette musica religiosa. Lo stesso giorno fa uno strano incontro: si scontra all’uscita con il portaborse di un ministro che sta portando un’importante lettera proprio al Presidente della Repubblica. A scriverla sarebbe stato un misterioso gruppo composto da tre personaggi strani. A capeggiarli c’è Roberto, il figlio di un fascista. Roberto decide che è giunto il momento buono per muoversi e decidono di andare a Tonezza. Roberto ha infatti in mente un piano…

 

 

RADIO X

 

Non faticarono molto a capirlo.

Dopo neanche mezza giornata frenetica di preparativi partirono in tutta fretta sulla cinquecento lasciata dal padre morto.

250px-White_Fiat_500.jpgIn quattro in quel buco di macchina non si stava granché larghi.

Fecero tappa ad Ancona e si tuffarono nel mare verdastro della costa adriatica. Si riposavano su un chiosco della spiaggia trangugiando spaten e panini.

“Ma che diavolo andiamo a fare in quella mon…nezza! Stiamo divinamente qui”, disse Mango a Alex.

“Tonezza, stronzo!, Tonezza!”, lo guardò storto.

Roberto era andato a pagare le birre e quanto speso dagli amici. Quei due morti di fame si riempivano la pancia grazie alla sua generosità. Ma sarebbe stato ripagato… eh sì…lo avrebbero ripagato in qualche altro modo, pensava Roberto ogni volta che tirava fuori il portafoglio.

Alex lo calmò: “Stai zitto, che andiamo a passare una vacanza in montagna,” si girò a guardare una ragazzetta che si era posizionata con un due pezzi proprio vicino al juke box, mettendosi a ballare davanti a loro. Aveva uno di quei costumi gialli di spugna che lasciavano intravedere tutto e ammiccava spudoratamente a Roberto che la ignorava; di certo non andava con una di quelle puttanelle che credevano di sconvolgere il mondo e di essere trasgressive, portando la minigonna o i pantaloni. A lui  le donne servivano solo per soddisfare quella voglia.

Aveva conosciuto una di quelle brave ragazze tutte casa e famiglia e se la voleva sposare. Per il resto si sarebbe divertito diversamente e in quel “diversamente” ripensava alla prostituta che suo padre a lui quindicenne aveva presentato: Dolores di nome e di fatto, quarant’anni che li portava tutti nel corpo, ma lo aveva reso uomo e non poteva farne a meno, e non ne avrebbe fatto a meno nemmeno dopo il matrimonio. Ogni volta che andava da lei si sentiva uomo e felice, come se avesse compiuto il suo dovere maschile.

Lanciò uno sguardo a Mango che sbavava dietro la ragazzina.

Che cazzo si era portato a fare uno come Mango!, pensò tra sé Roberto e stava valutando seriamente l’idea di lasciarlo lì.

Chiamò Alex e gli disse di muoversi e di convincere il cugino a muoversi e a smettere di fissare quella ragazzina.juke-box.jpg

“Mango, dai muoviti che dobbiamo ripartire, il viaggio è lungo e non ti puoi fare tutte le donne che incontriamo fino a Vicenza!”, gli intimò Alex e dicendogli così, per essere più convincente, lo tirò su dalla sedia prendendolo per i capelli.

Mango guardò con delusione il bocconcino femminile che gli stava davanti: non era mica scemo! Chissà Roberto cosa aveva in mente di fare? Aveva sempre saputo che quello era una testa calda, sempre a parlare di politica, a leggere i giornali. Ma che cazzo gli fregava di quello che stava capitando in quel cesso di mondo? Per lui si potevano fottere tutti che intanto era lui che li fotteva e se la spassava alle spalle di quello che si credeva chissà chi!

Mostrò il sorriso al cugino e fece un cenno alla ragazza che raccolse senza scomporsi l’invito del bell’omaccione.

Alex li lasciò andar via, ad appartarsi dentro uno di quei camerini della spiaggia. Si appostò ad aspettarli  mentre ascoltava i loro grugniti e si chiedeva con quale incoscienza ora si poteva far sesso senza prima conoscersi.

Uscì dal camerino dopo neanche qualche minuto, felice per quella scopata inaspettata, riassestandosi i pantaloni e con un sorriso da ebete sulla faccia.

“Ti beccherai la sifilide”

“Almeno morirò felice”, lo zittì in malo modo.

Ripartirono in silenzio, sapendo che qualunque altra parola sarebbe stata sbagliata.

Arrivarono che era notte fonda. La casetta era un po’ fuori dal centro abitato e dovettero girare molto per ritrovarsi in quelle strade di montagna, inoltre stavano cominciando a sentire un grande freddo, perché erano ancora abbigliati con vestiti estivi mentre lì in montagna si sentiva un freddo cane che penetrava nelle ossa. In più, nella cinquecento gli spifferi facevano accapponare la pelle e l’aria calda si raffreddava ancor prima di uscire dalla ventilazione.

Tonezza-OBW08.jpgLa casa era una specie di casetta bassa, vicina ad altre, con un piccolo giardinetto. Vi si accedeva per una piccola scaletta di legno. Il padre ogni anno ci andava almeno una volta insieme a sua madre, perciò la casa non sembrava abbandonata ma ancora accogliente, anche se l’arredamento era vecchio e i pavimenti scricchiolavano paurosamente ad ogni passo.

Accese la stufa economica che si trovava in cucina e provò a vedere se funzionava il caminetto. Che strano, pensò Roberto, chissà perché i miei genitori non mi hanno mai portato qua su in montagna. Andò a guardare dentro gli armadi e trovò vecchi vestiti dei genitori. S’infilò il primo maglione che gli capitò sotto mano e ne prese altri due da dare ai suoi amici. Si erano rincantucciati in cucina e avevano messo una pentola al fuoco con dell’acqua per riscaldarsi.

“Dovete aspettare un po’, domattina proviamo ad accendere il caminetto che c’è nel salotto.”

Diede loro delle coperte che aveva trovato in camera dentro un cassettone e li lasciò in cucina. Borbottarono qualcosa e poi si sistemarono uno sul divano a fiori che c’era in salotto e l’altro nella cameretta attigua. La casa oltre alla cucina e al salotto che erano comunicanti, aveva anche un piccolo bagno con lo scaldabagno a gas e una grande vasca , una piccola cameretta con un letto e un armadio, e una camera da letto matrimoniale arredata con mobili vecchi ma ancora di discreto valore.

Roberto rimase da solo nella camera da letto matrimoniale.

Mango che era quello sistemato peggio sul divano provò a chiedergli di andare a dormire insieme.

“Vaffanculo, figurati se ti voglio con me! Stanotte saresti capace anche di fottermi pensando a una delle tue puttane!”

In camera Roberto tirò fuori la lettera del padre, ripensando che il padre voleva che fosse lui per primo a trovare qualcosa.

imagesCAYMLPYS.jpgGuardò il pavimento sconnesso e provò a vedere se c’era qualche piastrella che si staccava ma non trovò nulla di strano.  Poi aprì l’armadio e scostò i vestiti. Provò a battere nel fondo e sentì qualcosa di vuoto all’interno. Tirò fuori i vestiti e vide che il fondo dell’armadio era costituito da assi che si potevano staccare. Provò a tirar forte e il fondo si sollevò: dentro c’era un arsenale da guerra, anzi della seconda guerra mondiale e c’era oro, tanto oro. Capì perché suo padre non l’aveva mai portato in montagna.

Provò una gioia incontenibile. Perché ora i suoi piani potevano prender forma.

In fin dei conti aveva proprio bisogno di quelle armi.

 

Non era mica roba da nulla organizzare un sequestro, il sequestro del secolo.

 

(CONTINUA)

 

P.S. le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto della mia fantasia.