2 agosto 2017 – Nessuno tocchi Caino

orologio stazione BolognaOggi è il 2 agosto, un caldo impressionante, un caldo esplosivo come quello di Bologna quella mattina infernale del 2 agosto 1980, dove morirono 85 persone.

Ricordare la strage di Bologna si deve. Ogni anno. Perché la verità e la sua ricerca non ha limiti.

Mambro e Fioravanti furono condannati ma entrambi ora sono liberi.

Ha senso parlare di riabilitazione e di rieducazione per chi ha ucciso?

 

 

NESSUNO TOCCHI CAINO

Non m’importa dell’assassino.

Macchie rosse sul pavimento

lasciano tracce sbavate,

imperfetti disegni di morte.

Non m’importa

la contorsione linguistica

di chi nell’ordine

giustifica la pace sociale,

il fallimento della ragione,

il nichilismo educativo.

Sedativi e seduzioni sospingono

verso uscite precipitose,

vie di uscita senza sicurezza.

Si costruiscono prigioni

e s’innalzano mura

ma le persone cambiano

in un via vai di anfratti giudiziari.

Delle vittime accenniamo

particolari scabrosi.

Si osanna una maggiore severità,

altri inneggiano alla liberazione:

si abbattono le mura

e s’innalzano muri di silenzio.

In silenzio si piange.

La macchia rossa

si allarga sul pavimento

delineando costruzioni labirintiche.

La morale ci educa.

In fondo la cattiveria non esiste,

si insiste.

Nessuno tocchi Caino

perché egli ha già ucciso:

la macchia rossa viene lavata,

il segno sbiadito.

Eppure qualcosa rimane sul pavimento,

qualcuno esce dall’uscita di sicurezza.

Qualcosa rimane,

qualcuno esce.

Una cosa rimane.

 

(di Giulia Penzo, In poesia il merito non conta)

 

 

Nessuno a liberare San Servolo

Purtroppo ieri non sono riuscita ad andare alla Cerimonia di Premiazione  per ricevere l’attestato di merito per la mia poesia finalista al Premio Letterario R. Pironti – 2017  che si è svolta al  Museo Civico Archeologico “Biagio Greco” – Mondragone – Sabato 20 maggio 2017.

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Questa poesia nasce durante un viaggio in visita all’isola di San Servolo, isola veneziana che venne ad ospitare nel 1715 il primo manicomio. Adesso il manicomio non esiste più ma si può visitare il Museo e l’isola, che ora  accoglie  la succursale dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e dal 2012 è sede del Collegio Internazionale Ca’ Foscari.

 

Sulle dita ne ho contato uno

Certe volte mi chiedono, e questa volta me l’ha chiesto una persona a cui tengo molto, se le mie poesie parlano di me. Logico che rispondo di sì. Le mie poesie parlano di me, ma sono anche rielaborazioni di quello che vivo per renderle universalmente comprese. Quello che voglio comunicare non necessariamente l’ho vissuto nella vita reale, ma l’ho vissuto comunque  nel mio intimo, come emozione e per questo sento l’istinto naturale a condividerlo con l'”altro”. bianco_e_nero_1b

Lascio qui una mia poesia, proprio per rendere chiaro il concetto.

 

 

 

 

Sulla dita ne ho contato uno

Sulle dita ne ho contato uno.

Era un ti amo leggero

morto sulle tue labbra

ancor prima che raggiungesse le mie.

Era un ti amo fatto di pioggia,

la farfalla che ti era sfuggita,

la donna che ti aveva tradito.

Sulle dita ne ho contato uno.

Era il mio ti amo.

(di Giulia Penzo)

 

P.S. La foto è tratta dal web e non ha alcuna attinenza con la poesia.

Fantasmi


sottomarina 18 aprile 2017

18 aprile 2017

Fantasmi mi sfiorano,
si divertono a burlarsi
di queste mani intrecciate,
delle carezze rubate
a sguardi indiscreti.
Il tuo sorriso mi fugge
negli occhi,
ed è quello di una lama
che trapassa l’anima.
Ti lasci sorprendere
e ti perdo
tra suoni chimici e fluorescenze.
Era l’odore della morte
quello che sentivo,
di una morte veloce,
di qualcosa che non esiste
perché il vuoto, così vuoto,
è il vuoto di un destino semplice.
Era un coltello a trafiggermi,
un coltello di carne e unghie,
e le tue carezze
ora graffiavano sangue.
Ma non era sangue,
era pioggia di primavera.
E i fantasmi si burlavano,
ancora una volta, di me.

Buona Pasqua

Così da Natale a Pasqua…

Sono successe tante cose, il tempo è scarso. Ieri passeggiavo sotto i portici. Una coppia davanti a me si ferma davanti la targa dedicata a Eleonora Duse. Con la nostra Associazione Toponomastica Femminile siamo riuscite a ottenere un bel successo: finalmente a Chioggia c’è una targa nella calle dove Eleonora Duse trascorse alcuni momenti della sua infanzia a casa della zia. 10420075_10208887216888177_5199822194251756743_nEleonora Duse nacque a Vigevano per caso, perché i suoi genitori erano teatranti che portavano in giro, di città in città, le proprie opere. Luigi Duse, chioggiotto, il nonno di Eleonora, fu il fondatore del teatro “Duse”, poi “Garibaldi”, situato nel cuore di Padova.

Eleonora Duse fu la prima capocomica che, da vera imprenditrice, pagò gli attori della sua compagnia con una paga mensile. Era una donna forte, capace di avventurarsi in grandi imprese, compresa quella di finanziare le opere di D’Annunzio.

Tanti descrivono Eleonora Duse come una donna piccola, non bella.

Io, guardando le foto che la ritraggono, la vedo bellissima… non trovate anche voi?

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Continuo a scrivere il mio racconto “Il bacio della pantera”

IL BACIO DELLA PANTERA

 

Eilen si svegliò con un calcio sui fianchi e una spada puntata all’altezza degli occhi. Li spalancò per vedere meglio e mettere tutto a fuoco l’immagine. Sopra di lei c’era un ragazzo alto e biondo, dagli occhi grigio azzurri, che la stava guardando con furore. Cercò di non perdere la lucidità e di cogliere i particolari. Appoggiò istintivamente una mano a protegpauragersi il fianco colpito. Attorno regnava uno strano silenzio.

Dov’erano finiti Magda e Milko e perché non venivano ad aiutarla?

–          Cos’hai fatto? Sei stata tu a ucciderli?

Quello le stava gridando addosso, con rabbia. Con un gesto fulmineo il ragazzo ripose la spada nel fodero e si accovacciò per prenderle i capelli. Come una furia la trascinò per i capelli nell’altra stanza. Il dolore era insopportabile e con la sua forza d’animo cercò di mettersi in piedi, cercando di afferrare qualcosa per trattenere la presa e fare resistenza.  Provò a difendersi.

–          Fermati!, non ho fatto nulla. Non so di cosa parli…. Magda e Milko ti spiegheranno tutto.

Il ragazzo non l’ascoltò e le diede uno schiaffo forte sul viso, tanto da ribaltarla per terra. Solo allora Eilen si accorse.

Il sole appena nato della mattina illuminava la stanza ancora buia, ma si poteva comunque scorgere le profonde macchie di sangue in tutta la stanza. Tutto, la scarsa mobilia, le pareti erano tappezzate di sangue.

–          Magda? Milko? Milko ha cercato di difendersi e di difendere sua moglie.

Sembrava disperato, vagava nella stanza come un matto, alla ricerca di qualcosa di significativo.

–          Noooo… non posso crederci. Eilen, dalla bocca le uscì un grido spezzato.

Distesa per terra con gli occhi pieni di lacrime si mise a piangere come una bambina.

In quel posto si era consumato qualcosa di terribile e lei non si era accorta di nulla, possibile? Aveva dormito così profondamente da non sentire che nella stanza vicina stava avvenendo una tragedia? Non si dava pace, dondolava con il corpo e ripeteva: – Non sono stata io, non capisco. Sono arrivata ieri notte, li conoscevo appena. Sono stati gentili con me, mi hanno dato da mangiare e l’ospitalità per trascorrere la notte al riparo, ma non sono stata io. Vorrei sapere quello che è accaduto stanotte, ma io non ricordo nulla. Mi sono addormentata dopo il saluto di Magda che aveva cercato di rassicurarmi.

Yoric la guardò e capì che la ragazza stava dicendo il vero. E poi, poi vedendola bene in viso la riconobbe.

–          Eilen… sei tu? Le disse titubante e come se si fosse risvegliato da un brutto sogno.

Eilen lo guardò meglio. Sì, quel ragazzo assomigliava a…

–          Yoric! E gli si buttò tra le braccia come se quel riconoscimento li riconciliasse, riportandoli alla realtà.

Yoric, dopo l’abbraccio istintivo, l’allontanò sgarbatamente.

–          Che ci fai qui? Sei venuta a vedere come stanno quei derelitti che sono stati cacciati da tuo padre?

Le disse queste parole con cattiva ironia, quasi dimenticando la tragedia che avevano di fronte.

–          Yoric! Come puoi dire questo? Ti ho sempre voluto bene… Non ho mai saputo il motivo per cui mio padre vi cacciò dal villaggio. Sono qua perché ci sono continue sparizioni di bambini e la gente vive nella paura che i propri figli scompaiano improvvisamente senza fare ritorno, né vivi né morti…

–          Ma non capisci quanto sia strana la tua presenza e l’uccisione così violenta di Magda e Milko; tu non li hai mai conosciuti e non puoi sapere quanto fossero persone eccezionali e buone! Mi viene il sospetto che tu sia stata mandata da tuo padre per ucciderci…

–          Yoric! Non potrei mai! Ti sembro capace di commettere un’azione così crudele? Non potrei nemmeno avere la forza per farlo. Questa è opera di qualche belva. Magda ieri sera mi parlava dell’esistenza di un villaggio abitato da pantere. Solo un animale è capace di fare una simile carneficina!

Dei corpi non c’era alcuna traccia, ma solo sangue dappertutto. Provarono a seguire le macchie di sangue, ma andarono presto a perdersi in mezzo alla macchia selvaggia della vegetazione.

Uscirono dalla capanna e solo allora Eilen realizzò che presto suo padre avrebbe scoperto la sua sparizione e sicuramente sarebbe giunto nella foresta a cercarla.

Quello che però stupì Eilen era quella sensazione di amicizia forte, come se lei e Yoric non si fossero mai lasciati, come se si conoscessero da sempre, come se… Pensava alla sensazione di calore e di protezione che Yoric le aveva trasmesso con il suo abbraccio, seppur freddo per il momento disperato in cui si trovavano.

Accantonò il pensiero, chissà suo padre!

Difatti la mattina Avedon si era accorto che sua figlia non era nel suo giaciglio. Era andato alla capanna della sua amica Vania, che le aveva raccontato singhiozzando della sua decisione di partire alla ricerca di quel mostro che toglieva il sonno alla gente del villaggio.

–          Ho provato a convincerla, ma non mi ascoltava, lo sa com’è fatta Eilen!

Sì, Avedon conosceva bene la testardaggine di sua figlia e decise di convocare una sua delegazione di fedeli per andare nella foresta a riprenderla. Già temeva il peggio, pensando di averla persa per sempre, come sua madre. imagesAnche sua madre, dopo il parto, come una bestia selvatica si era rifugiata nella foresta. Non aveva voluto che lui la seguisse, ma che rimanesse insieme a sua figlia.

Non aveva mai rivelato a nessuno che sì, l’aveva ascoltata, ma poi il suo amore verso quella donna era così forte che aveva comunque deciso di seguirla. Si era tenuto a debita distanza, portando la bimba sul marsupio che aveva creato al momento con il suo mantello. Dove stava andando sua moglie? E poi aveva visto la trasformazione. Qualcosa di impressionante e insieme magnetico. Non riusciva a staccare gli occhi dalla sua donna che piano cominciava a perdere le vesti. Le lunghe gambe nude si inarcavano e diventavano gambe feline, i capelli biondi s’imbrunivano fino a ricoprire il corpo della donna: era diventata un’enorme pantera nera. E piano sparì ai suoi occhi. Provò ad aumentare la corsa per raggiungerla ma la belva si era già inoltrata nella foresta nera. Si ritrovò nel mezzo della selva umida e scura e fu, in quel momento preso dalla disperazione, dalla consapevolezza di averla persa per sempre, perché lei era un mostro, e doveva starci lontano per preservare sua figlia, che la bambina emise un flebile vagito, che poi si fece via via più forte. La bambina aveva fame, aveva voglia di latte, esigeva sua madre! Decise che doveva trovare Azzurra, doveva rivederla un’ultima volta, anche se fosse diventata la belva più mostruosa, avrebbe sentito l’istinto di conservazione di sua figlia e l’avrebbe allattata… ne era sicuro. Cominciò a correre più forte, chiamò Azzurra a voce alta, gridando. Si fermò per prendere respiro, e sentì un rumore. Era lei, Azzurra, che lo guardava, a una certa distanza. Gli occhi luminosi, acquosi sembravano piangere, lo supplicavano.download

–          Vattene! Non vedi che sto diventando una bestia! Il mio istinto mi dice che devo azzannarvi… Vattene! Ti prego, con la tua carne potrei rinvigorirmi e ammazzare altre persone. Ma io non sono un mostro! Vi amo… Ti amo Avedon… ti amo…

E così dicendo, prese un ramo e prima che Avedon potesse reagire, se lo conficcò sul cuore.

– Noooooo….

Avedon le si avventò addosso per bloccarla ma ormai lei si stava accasciando per il colpo mortale, mentre la trasformazione continuava repentina. In quel momento sentì delle voci e rumori farsi vicini. Non c’era più niente da fare. Diede l’ultimo bacio alla sua donna, promettendole amore eterno. E fuggì, insieme a sua figlia. Rientrò al villaggio, sperando che qualche donna riuscisse a darle il latte. Fortunatamente qualche giorno prima era nata Vania, un’altra bimba, e la madre aveva latte a sufficienza per entrambe. L’aveva così allattata come fosse sua figlia e le due bambine erano cresciute insieme come sorelle. Più volte Avedon aveva cercato qualche stranezza nella figlia. Era uguale alla madre, ma pensava che la mescolanza con il suo sangue l’avesse preservata: sua figlia non poteva essere un mostro!

E ora, tutto succedeva come quel giorno. Non voleva perderla come sua madre, questa volta sarebbe morto anche lui.

Era riuscito a raccogliere un po’ di uomini, in tutto una decina di cui poteva pienamente fidarsi.

Partiti all’alba, passando attraverso la foresta, erano arrivati alla capanna dove stavano Yoric e Eileen. Quando Avedon li vide, così abbracciati, cominciò a urlare contro Yoric.

–          Lascia mia figlia o ti ammazzo!

–          Padre!

 

(CONTINUA)

 

 

 

Saggio è colui che cerca l’introvabile… BUON 2016!

“Niente che può essere trovato è degno di essere cercato. Nulla che può essere catturato è degno di essere cacciato. Saggio è colui che cerca l’introvabile e insegue l’inafferrabile”

tratto da “Il profanatore di biblioteche proibite” di Davide Mosca 

Sto leggendo proprio questo libro, presa dalla disperazione di aver terminato vari libri noiosi, con la voglia del classico svago natalizio. Così, frugando nella biblioteca dei miei figli, ho trovato “Il profanatore di biblioteche proibite” di Davide Mosca. A dir la verità ero scettica ed invece il libro mi ha sorpreso. Davide Mosca è uno scrittore che riesce ad accattivarsi il lettore fin dalle prime pagine. E poi mi sono imbattuta in questa citazione, che lo scrittore riferisce ad un certo mistico medievale dal nome Antonio da Alba Docilia (ma credo non esista e sia invece frutto della fantasia di Mosca).

Quale migliore augurio per un 2016?

Quello di cercare sempre l’introvabile e di crederci…

Alla mezzanotte pubblicherò il continuo del mio racconto “Il mistero della donna pantera”. In fin dei conti quello che voglio fare anche nel 2016 è scrivere.

BUON 2016!

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IL MISTERO DELLA DONNA PANTERA

(continua dal precedente post)

RIASSUNTO

Al villaggio spariscono alcuni bambini. Eilen vuole risolvere il mistero. Sola, all’insaputa del padre Avedon, il saggio del villaggio, decide di affrontare la foresta e di capire la causa delle sparizioni. Nel bosco si imbatte in due personaggi strani, sono piccolissimi e si chiamano Milko e Magda. Magda le rivela dell’esistenza all’interno della foresta di un villaggio abitato da strane creature capaci di trasformarsi in pantere…

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Qualche volta Eilen aveva sentito queste parole tra i bisbigli di suo padre. A dir la verità non sapeva cosa fossero le pantere. Qualcuno le aveva raccontato la storia di questi strani animali neri, dal manto lucido, nascosti all’interno della fitta boscaglia e pronti all’agguato.  Non ne aveva mai visto uno, ma sapeva che tutti gli abitanti del villaggio avevano paura la notte delle loro incursioni notturne. Anzi, avevano ipotizzato che fossero proprio le pantere a portare via i loro figli.

Come qualcuno potesse trovare in lei qualche somiglianza con le pantere, questo proprio non riusciva a capire. Proprio lei che odiava mangiare la carne, disgustata da ogni forma di violenza!

–          Non ho mai saputo dell’esistenza di umani dalla forma di pantere. Mentì Eilen.

–          Non preoccuparti, è mio marito Milko che ha paura di tutti e di tutto. Le donne pantera in realtà non si conosce dove siano. Probabilmente è solo una leggenda.

–          Magda, lo sai anche tu che esistono, non fingere. Ti ricordi di quella donna che venne a morire proprio qui vicino alla nostra casa, dopo il parto? Aveva partorito da poco e si stava trasformando lentamente in quell’animale feroce. Le gambe avevano già acquistato le forme di zampe e venne ad accucciarsi ai piedi del grande albero, ferita al cuore. Era stata lei stessa ad uccidersi. La trasformazione stava imbruttendo il suo bellissimo viso. Le labbra si increspavano in un ghigno mostruoso felino. E gli occhi! Mai visti occhi così belli e feroci, eppure ferita a morte  ebbe la forza per un’ultima parola prima di esalare l’ultimo respiro.

–          Cosa le disse?

Chiese Eilen fremente per il racconto straordinario.

–          Non posso dirlo, è un segreto che terrò sempre con me. Quella donna mi ha rivelato la sua ultima parola d’amore.

–          Va bene, Milko, ora che l’hai raccontata andiamo a letto. La ragazza sarà stanca dopo una giornata passata nella foresta. Vieni bimba…, vieni a dormire. Ti ho preparato un bel giaciglio. A proposito, non ti ho chiesto il nome. Come ti chiami?

–          Mi chiamo Eilen. Grazie per l’accoglienza, siete molto buona, avrò modo di sdebitarmi. Avedon è mio padre.

Come pronunciò il suo nome, Magda sbiancò e così il marito.

–          Ho detto qualcosa che non dovevo?

Eilen pensava di aver detto qualche parola di troppo; più di qualche volta la sua boccaccia le aveva fatto fare brutte figure.

–          No, no…

La rassicurò Magda, comunque notevolmente turbata.

–          Devi andartene. Avedon, tuo padre, ci ha cacciato dal villaggio! Che tu sia maledetta!

Gridò Milko in preda a una furia disumana.

–          Milko, è solo una fanciulla, non puoi prendertela con lei per le colpe del padre!

Magda si corrucciò, si pose dinnanzi a Milko in tutta la sua minuscola altezza.

Il piccolo uomo aveva impugnato un forcone e lo stavo puntando verso Eilen. Magda si pose in mezzo tra il forcone e la ragazza.images

–          Devi uccidere me, se vuoi far del male a lei. Vergognati, credevo di aver sposato una persona degna di chiamarsi uomo.

Milko abbassò l’arma.

Magda tirò la ragazza per le mani. – Vieni via, ti prego. E l’accompagnò verso il piccolo cumulo d’erba che aveva creato apposta per farla riposare.

Eilen si stese sopra, ma prima di lasciare andare Magda, le prese le mani. La donna tremava tutta.

– Magda, non avere paura, io sono vostra amica. Non vi farò mai del male, non è nella mia natura. Sto cercando solo di scoprire la verità su quanto sta succedendo al mio villaggio. Vi ringrazio di cuore per l’ospitalità, non volevo offendervi dicendo che mi sdebiterò. Dovete raccontarmi però la storia di mio padre e del perché siete stati cacciati lontano dal villaggio.

Magda aveva i lunghi capelli che le coprivano gli occhi. Li scostò per vedere il viso della fanciulla. L’osservò attentamente: la ragazza aveva sì la bocca famelica e gli occhi avvampanti. Il profumo che emanava era forte, di selvatico, e da lei si sentiva profondamente attratta, come se una forza malvagia la stesse richiamando verso la sua bocca.

mano-nella-manoEilen le lasciò le mani e facendo questo, con l’unghia graffiò il palmo della mano di Magda. Magda si spaventò, la ferita leggermente sanguinava. Eilen le prese la mano e cominciò a leccarla. Magda, stupita per il gesto animalesco, sottrasse velocemente la mano. Eilen, accortasi del disagio della donna, le lasciò la mano.

– Magda… scusami. Ti prego…

Eilen le si buttò con le braccia addosso il corpo. Magda smise di tremare e ricambiò l’abbraccio. Ricacciò i pensieri negativi che le erano balenati nella testa. Quella ragazza non aveva nulla di animalesco!

–          Devi sapere che io e Milko siamo stati cacciati dal villaggio non solo perché eravamo piccoli di statura, ma soprattutto perché siamo intervenuti in difesa di Aldon e di suo figlio Yoric. Avedon li stava accusando ingiustamente delle sparizioni dei bambini al villaggio. Noi sapevamo che loro non erano colpevoli perché vivevamo nella capanna vicino alla loro. Aldon e sua moglie erano persone sagge e buone. Non avrebbero fatto del male a nessuno! Eilen, ora dormi. Siamo tutti scossi e sarà una lunga notte. Milko dovrà uscire per cacciare ed io devo riposarmi per far sì che domani possa aiutare Milko nella cura della selvaggina.

–          Buonanotte, mi farò raccontare tutto anche da mio padre, voglio cercare di rimediare a questa ingiustizia. Voi e la famiglia di Yoric dovrete tornare al villaggio! E… grazie di tutto.


Magda andò in cucina e con uno straccio si coprì il palmo della mano. Raggiunse il marito che si era steso sul giaciglio in un angolo della stanza.

–          Magda, hai sentito anche tu. Eilen, si chiama Eilen, lo stesso nome che pronunciò quella notte la donna pantera. Non possiamo rimanere qui, dobbiamo andarcene prima che quella donna si trasformi in pantera e ci uccida.

–          No, Milko, ho visto quegli occhi, non sono di una pantera. Non succederà nulla. Rimani qui stanotte, con me. Insieme, anche se fosse,  non ci potrà attaccare.

–          Va bene, ma domani mattina la ragazza dovrà andarsene.

Milko abbracciò la sua donna. Per niente al mondo l’avrebbe lasciata in balìa di quella ragazza. Lui sapeva! Insieme a Magda erano stati cacciati dal villaggio solo perché la loro altezza li rendeva simili a piccoli mostri. Ma non si sentiva indegno. Magda era bellissima e buona di cuore, una donna così non l’avrebbe trovata in nessun altro luogo del mondo! Avevano deciso di rifugiarsi in una capanna sul bosco, non lontano dalla famiglia di Yoric. Non avrebbero mai lasciato quelle persone generose, allontanate in maniera ingiusta da quel supponente di Avedon. Insieme alla moglie avevano cresciuto Yoric. La madre era morta non poco tempo dopo l’allontanamento dal villaggio. Quel dolore era stato troppo forte per il debole cuore della donna. E Aldon, il padre di Yoric, aveva così tanto sofferto per quella perdita, che non aveva fatto altro che covare odio e meditare vendetta nei confronti di Avedon, tanto da tralasciare la cura del figlio. E loro l’avevano visto crescere, gli aveva insegnato i trucchi della caccia, lo aveva sostenuto nei momenti difficile, quando avrebbe voluto tornare nella sua vecchia casa e affrontare chi lo aveva cacciato. Sapeva che Yoric era forte, ma la sua sensibilità e la sofferenza per la morte della madre non gli dava tregua. Magda era stata per lui una madre, con la dolcezza lo aveva protetto e rassicurato, ma il ricordo continuava a tormentarlo.

E poi si ricordò della donna pantera, di quanto assomigliasse alla ragazza. Gli stessi capelli, lo stesso sguardo fiero e quel profumo, di sangue e di ferro che emanava anche nella morte. Lo aveva guardato e gli aveva sussurrato: – Milko, perdona Avedon per quello che  ti ha fatto. Mi amava troppo. Proteggi Eilen. Eilen…

Queste erano state le sue ultime parole. E in quel momento, prima che la trasformazione facesse il suo corso, verso le sembianze di pantera, la riconobbe: Mirianna!, la moglie di Avedon.

Andò a ravvivare il fuoco. Le belve, quella notte non avrebbero osato avvicinarsi!

Ritornò nell’abbraccio della sua donna. Accanto aveva la spada.

 

(Continua)

Uteri allo sbando

Tutto nasce da un appello di un gruppo di donne di se-non-ora-quando-serigraf_6-150x150SENONORAQUANDO  con l’apertura del sito www.chelibertà.it :

“… Noi rifiutiamo di considerare la “maternità surrogata” un atto di libertà o di amore.
In Italia è vietata, ma nel mondo in cui viviamo l’altrove è qui: “committenti” italiani possono trovare in altri paesi una donna che “porti” un figlio per loro. Non possiamo accettare, solo perché la tecnica lo rende possibile, e in nome di presunti diritti individuali, che le donne tornino a essere oggetti a disposizione: non più del patriarca ma del mercato. Vogliamo che la maternità surrogata sia messa al bando.” 

Oh, mamma! La polemica si è scatenata… SNOQ libere vengono accusate di essere poco femministe. Chi si reputa femminista accusa l’altra di non essere abbastanza femminista. Purtroppo le definizioni non servono quando si presentano dei problemi etici. Ognuno agisce secondo la propria coscienza. Importante è non ledere i diritti delle persone. E qui, purtroppo, il problema etico si fa forte, perché nel caso di una maternità surrogata, chi è la vera madre? Perché una figlia/o sarà sempre alla ricerca della propria madre biologica, nonostante l’amore infinito dimostrato dalla madre adottiva (? si chiamerà madre adottiva o assumerà altro nome nel diritto?). La donna che affitta il proprio utero lo fa per soldi, per eccesso di bontà, per che cosa? Tenere un figli/a nella propria pancia per 9 mesi crea un legame dimostrato (anche se non serve, perché ogni donna che l’ha provato lo sa) dalla letteratura scientifica. Non voglio giudicare chi lo fa. E se l’embrione impiantato non appartiene geneticamente alla madre in affitto ma solo ad altre persone esterne, la donna diventa una mera incubatrice? Datemi tempo per pensare perché qui il corpo sarà usato a uso e consumo. Solo consumo…

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

Riassunto: Linda lavora in una finanziaria. Durante un pranzo di lavoro, il suo responsabile le chiede dove andrà in vacanza durante la pausa estiva. Linda non sa cosa rispondere, davanti a tutti e, presa alla sprovvista, mente, dicendo che andrà in montagna. Linda però decide di non partire e si rinchiude in casa, fingendo di essere partita, ma un ladro entra all’improvviso dentro casa sua. Non basta, arriva anche la sorella Linda, dopo tanti anni di lontananza, e l’isolamento vaneggiato si trasforma ben presto in altra cosa…

 

dolce-gabbana-handbagQuesto bastò a farle perdere l’equilibrio e a farla cadere per terra. Se non ci fosse stata Veronica a sedersi sopra quella stazza d’uomo, sicuramente quello avrebbe trovato il modo per rotolare sopra il corpo esile della donna.

Veronica invece gli si mise a cavalcioni sulla schiena e lo bloccò per terra e Linda poté staccare la caviglia da quella presa maldestra.

“Hai visto che servo a qualcosa? Dai, mettiamolo seduto sul divano così lo teniamo meglio sotto controllo”.

Tutte e due issarono il losco individuo sul divano. Quello stava tentando di dimenarsi, ma un colpo della borsetta sulla testa da parte di Veronica gli tolse ogni piccola velleità  di ribellione.

Grazie…, Linda allungò uno sguardo d’intesa alla sorella.

Ora Veronica non era più una sorellina, ma una donna matura. Le vide le piccole rughe intorno agli occhi, i capelli che non avevano più la lucentezza dei capelli della giovinezza, e nonostante tutto era una donna piena di fascino infantile, un qualcosa di incompiuto. Peccato che rovinasse ogni cosa…

“Zitto! O ti caccio il fazzoletto di nuovo in gola!”

Veronica si stava rivolgendo al tipo seduto, paonazzo in faccia per la mancanza d’aria, che stava cercando di risucchiare dopo che gli era stato tolto il fazzoletto ficcato in bocca.

“Siete pazze, stavo per soffocare! Vi potrei denunciare per maltrattamenti!”, urlò contro Veronica.

l’assegno di mantenimento per mio figlio. Quella strozzina di mia moglie non riesce a capirlo e non vuole farmi vedere mio figlio finché non glieli avrò consegnati.”

“Mi sembra giusto. Come padre non devi valere granché se non riesci nemmeno a contribuire al mantenimento di tuo figlio. Tua moglie deve pur ricevere un piccolo aiuto economico, non credi?”

“Non è colpa mia se a quarant’anni mi hanno licenziato e non trovo più lavoro. Comunque ho sempre aiutato a casa e mio figlio l’ho tenuto spesso con me. Sono le prime vacanze estive che non riesco a trascorrere insieme a lui, altrimenti saremo andati al mare da qualche parte.”

Il ladruncolo stava quasi piagnucolando dinnanzi all’incalzare maligno delle domande di Linda.

“Forse cerchi solo un certo tipo di lavoro. Mai provato come lavapiatti, cameriere, muratore o altro? Scommetto di no. Immagino che questi lavori siano troppo umilianti per te, mentre per tua moglie non è umiliante riuscire a cavarsela con quel poco che riesce ad avere con il suo stipendio!”

….

“Embé?”

“Embé cosa?”

“Perché non te ne vai?”

“Non vi lascio voi due sole. E poi ho una fame da lupo. Che ne dite se preparo qualcosa? Ormai sono diventato un grande chef da quando mia moglie mi ha lasciato.”

(CONTINUA)

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE (continua)

Continua il mio racconto “La viaggiatrice virtuale”. La vita di Linda non è proprio così monotona come sembra…

continua dal post precedente

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

images.jpegLa notte la sorprese addormentata sul divano. Aveva puntato la sveglia per le cinque e si alzò ancora vestita dal giorno precedente. Prese le valigie e le portò nell’androne del palazzo. Il tassista era già lì ad aspettarla e così gliele consegnò direttamente, insieme a una lauta mancia. Il tassista era troppo assonnato per chiederle qualcosa, quindi partì subito come concordato e lei se ne ritornò nell’appartamento, silenziosamente come l’aveva lasciato. La mattina si svegliò alle undici e si mise a sorridere felice. In ufficio bisognava arrivare alle otto e a quell’ora si faceva la pausa caffé e immaginò le facce stanche dei colleghi. Si preparò una sontuosa colazione a base di riso soffiato, latte, yogurt e biscotti per onorare l’inizio della prima giornata completamente libera. L’unica nota stonata erano le tapparelle chiuse e avrebbe dato volentieri una sbirciatina al cielo per immaginare il tempo. Aprì comunque le finestre per lasciare agli spiragli di aria la possibilità di entrare attraverso le poche fessure che attraversavano le saracinesce.

……….

– Ho9788895916002g.jpg solo diciannove anni!, gli rispose, come se la sua età fosse una giusta scusante. Alla stessa maniera rispose anche a Marco, qualche anno più tardi durante gli studi universitari. Non capiva il motivo per cui riusciva a attrarre così tanto gli uomini, si sentiva insignificante e non si accorgeva dei lunghi sguardi erotici cui sottoponeva

le sue vittime. Rimise Silone al suo posto e sfilò Profumo di Capuana. Che libro misterioso! Ne sentiva ancora il reale sapore intrigante e quel personaggio femminile così fragile e forte allo stesso tempo, capace di emanare profumo di zagara in situazioni di disagio. Si annusò i polsi. A lei sapevano di zolfo. Iniziò a rileggere alcuni passi del libro ma cominciava a farsi tardi e piano si addormentò sul divano. Un rumore insolito la svegliò; qualcuno stava incautamente tentando di forzare la porta del suo appartamento. Sbirciò l’orologio, erano le tre del mattino e un brivido le corse lungo la schiena. Cercò di ragionare per quanto possibile a mente fredda, prese la prima cosa che le capitò tra le mani…

(CONTINUA)

 

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

Qualche anno fa, avevo scritto un racconto  lasciato incompleto nel blog. L’ho completato, ma chissà perché non l’avevo mai pubblicato interamente. Raccontava la storia di una donna costretta a nascondersi in casa, perché non voleva svelare ai suoi colleghi di essere sola, senza nessuno con cui viaggiare. A casa succede di tutto, compreso l’arrivo inaspettato di un ladro e di una sorella rompiscatole (come tutte le sorelle). Due sorelle e un uomo, cosa potrebbe succedere? Sesso a volontà… qualcuna potrebbe dire. E invece no, e se avete voglia leggete… Ora che si avvicina l’inverno abbiamo bisogno di viaggiare, almeno virtualmente. Lo pubblico in più giorni per permettere una lettura tranquilla. E’ difficile riprendere la vita da blogger…                                                                                                

 La viaggiatrice virtuale

1926534948Quando Linda decise di partire si preparò mentalmente all’idea molto tempo prima e cominciò a selezionare tutta una serie di siti per programmare il viaggio nei minimi dettagli. Certamente non voleva trovarsi in situazioni poco piacevoli per colpa di una sua inadempienza. Il viaggio doveva essere di almeno una quindicina di giorni; certo, se la durata fosse stata inferiore lei non ne avrebbe risentito e per gli altri non ci sarebbe stato alcun cambiamento. Poi avrebbe staccato il filo del telefono e riposto il pc al riparo, sotto un telo plastificato per proteggerlo dai suoi melanconici attacchi imprevisti. In ufficio aveva detto a tutti che sarebbe partita per l’Austria: un bel viaggetto in una zona di montagna, per non dimostrare abbronzature particolari al ritorno. Si comprò un bel po’ di scatolame e surgelati, così per quindici giorni non avrebbe sofferto la fame. “Domani il gran giorno!” le disse la collega. “Già, già…” arrossì. Lavorava come impiegata in una grande finanziaria e spesso le capitava di non conoscere chi sedeva alla scrivania accanto. Era da vent’anni che lavorava così e ormai aveva visto un continuo turn over tra le impiegate. D’altra parte solo una donna avrebbe accettato un lavoro così sedentario e poco gratificante, senza possibilità di carriera, e nel tempo erano sparite anche le compagne di lavoro più simpatiche per lasciar spazio a quelle rompiscatole, che parlavano tutto il giorno della famiglia, dei figli, degli altrettanto petulanti mariti. Il lavoro era per loro solo una paga mensile. Le guardava con commiserazione. Si era sempre sentita completamente libera, fino a quella maledetta cena di lavoro. Il direttore prima delle vacanze estive era solito organizzare una cena con tutti i dipendenti. Si trattava di una cena abbastanza grandiosa e impersonale in cui ci si scambiavano quattro battute insensate tanto per rendere meno noiosa una serata cui era impossibile rinunciare. Il discorso era naturalmente scivolato, come ogni volta, sulla meta delle vacanze estive. Lei sorvolava vagamente e i suoi colleghi di rado approfondivano l’argomento, ma quella volta no.La giornata si prospettava lunga ma piena di godimento. Preparò le valigie vuote, telefonò al tassista per concordare la partenza. Il tassista doveva prelevare le valigie che lei avrebbe riposto sul portone alle cinque del mattino per portarle al deposito della stazione. Poi lei sarebbe passata a prenderle dopo una quindicina di giorni. Sicuramente nessuno si sarebbe accorto che lei non montava nel taxi insieme alle valigie e comunque avrebbero visto il taxi partire. Chiuse tutte le tapparelle, valutando se lasciavano qualche spiraglio di luce. Voleva evitare di lasciar trapelare la luce dall’interno, magari durante il buio notturno e rivelare la propria presenza. Quel giorno aveva acquistato un paio di cuffie per ascoltare la musica e la televisione. Doveva rinunciare a telefono e a pc, ma almeno la tv in quei giorni doveva servire per trascorrere il tempo e non annoiarsi. Questa idea malsana di rimanere in casa quindici giorni senza alcun contatto umano e rinchiusa come una prigioniera inizialmente l’aveva accantonata come qualcosa di assurdo. Aveva persino pensato di partire veramente, ma non ne aveva voglia e comunque per lei sarebbe stato un atto di sottomissione alla volontà del padrone. Poi casualmente aveva letto di quel soldato giapponese che si era nascosto per ventotto anni, pensando di essere ancora in guerra. Se quel soldato era riuscito a resistere così a lungo, lei sicuramente ce l’avrebbe fatta per quindici giorni. Si sentiva in guerra e guerra al sistema sarebbe stata! Lei non avrebbe ceduto alle lusinghe della vacanza facile e massificata, allo stuzzicare fintamente innocuo del suo capo. Doveva condurre la sua battaglia di resistenza e uscirne vittoriosa: resistere resistere resistere!625138259 Queste sarebbero state le sole parole d’ordine. E sgranocchiò una carota con ingordigia…

(CONTINUA)

 

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.

Via M. Marangon

Via M. Marangon*

La strada ora è un po’ casa tua,
a Rosolina una piccola insegna
testimonia il ricordo.
Ti ho incontrata
in Via M. Marangon,
una “emme” puntata
al posto del nome.
Dovrebbero abolire
i punti dalle targhe delle vie!
Che fossi una donna,
che ti chiamassi Maria Angela
l’ho saputo per caso,
quella “emme” puntata
non mi avrebbe detto granché
ma il caso non esiste,
la memoria conferma.
Dovrebbero abolire i punti
per lasciare spazio ai nomi,
per lasciar vivere la storia.
Ti ho incontrata
ancora sporca di polvere,
di quella polvere sporca
che ammorba
e restituisce alla terra
ogni cosa, anche il tuo corpo.
Ventidue anni,
più di ventidue i compagni
e le compagne
di quel viaggio senza rimpatrio
per arrivare a una sentenza
che non rende giustizia.
Eri una ragazza quel giorno,
una vittima della strage
alla stazione di Bologna
quel 2 Agosto,
era il 1980.
E ti ho trovata per caso,
anche se il caso non esiste,
mentre cercavo la mia strada.
Una svolta: Via M. Marangon.
Il nome, Maria Angela,
lo porto nel cuore
mentre il tragitto continua
tra una babele di nomi
che intersecano
moltitudini di storie,
l’una accanto all’altra.

E la memoria
respira.

*M. Marangon: Maria Angela Marangon, (22 anni) . Nata il 30 marzo 1958, a Rosolina (RO) aveva una sorella e due fratelli. (dal sito Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 http://www.stragi.it/vittime.php?nome=marangon-ma ). Vittima della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. A Rosolina (RO) le è stata intitolata una strada nel 2008.

Rosolina (RO) - via Mariangela Marangon, vittima strage Bologna - foto di G. Penzo, 2013

Rosolina (RO) – via Mariangela Marangon, vittima strage Bologna – foto di G. Penzo, 2013