In poesia il merito non conta

Finalmente è uscito! Con Prefazione di Maria Pia Ercolini, Presidente dell’Associazione Toponomastica femminile, che ringrazio di cuore. E grazie a Neria De Giovanni, della casa editrice Nemapress per il lavoro svolto nella cura delle mie poesie.
 

 

 

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La notte

DSCN3857Carla siede davanti alla finestra, aperta sul grande spazio erboso infinito e il sole che se ne sta fermo, rosso, come il viso di un bambino che s’imporpora per timidezza.

L’aspetta.

Nuda, i capelli neri arrivano al seno, appoggiato sulla dolce linea della pancia, a delineare il confine, territorio svettante.

Allunga le gambe, ancora belle e ben tornite, i polpacci arrotondati. Si accarezza la pelle, scorge un cedimento, evidente.

Si pensa brutta.

Piacerà ancora? Si trucca un po’, le piace il rossetto. Nasconde ogni cosa e cancella le imperfezioni.

Sarà bella. Tra un po’ arriva.

Lei, la notte.

 

UNA TOPONOMASTICA DI TROPPO!

AQUILEIA, VIA TINA MODOTTI, AGOSTO 2013 - FOTO DI G. PENZOE così cerco di tornare alla prima funzione di questo blog, pensato inizialmente per farmi ritrovare la voglia di scrivere in maniera metodica. Ricomincio con un racconto, che parla in maniera “romanzata” di un gruppo sorto su facebook, quello di Toponomastica femminile,  che nasce nel 2011 con l’idea di impostare ricerche, pubblicare dati e fare pressioni su ogni singolo territorio affinché strade, piazze, giardini e luoghi urbani in senso lato, siano dedicati alle donne per compensare l’evidente sessismo che caratterizza l’attuale odonomastica (branca della toponomastica).

Il racconto s’intitola:

 

UNA TOPONOMASTICA DI TROPPO!

 

Il colore nero del rimmel cadde, per un movimento impercettibile delle ciglia, sulla camicia bianca. imagesCAXA4KU8

Elena imprecò in una lingua sconosciuta. Ritornò in camera e s’infilò un’altra camicetta scelta tra quelle appese nell’armadio.

Come ogni mattina si alzava presto per andare al lavoro. Camicia perfettamente stirata, infilata dentro i pantaloni neri che le pennellavano i fianchi. Indossò la giacca e diede una sbirciatina allo specchio per ripassare velocemente sulle labbra il gloss incolore.

Era iniziata così quella mattina, con una macchia nera di rimmel che aveva tinto di negatività il suo principio. Uscì, non senza aver baciato lievemente i figli Marco e Matteo. Le piccole teste ribelli dormivano, cullate nel sonno. Era domenica e non dovevano svegliarsi per andare a scuola.

Impiegò pochi minuti per arrivare presso il palazzo municipale dove aveva sede la Polizia locale.

Come il solito era la prima ad arrivare.

Ultimamente era restia ad entrare e aspettava gli altri due colleghi e il comandante. Erano capitati alcuni furti proprio nella sede del municipio e non aveva voglia di trovarsi a faccia a faccia con qualche ladruncolo. Faceva un freddo maledetto e la nebbia pungente rendeva tutto spettrale.

Arrivò Mario di corsa. Anche lui aveva una famiglia numerosa e lo immaginava alle prese con i suoi quattro figli e la moglie, una persona con la testa sempre tra le nuvole, con mille idee creative ma tutte poco remunerative, per cui Mario era costretto a orari straordinari per barcamenarsi nel menage familiare con lo stipendio sottopagato da vigile urbano.

Era profondamente innamorato della consorte e apprezzava tutte le sue opere artistiche: la sede della polizia municipale si era trasformata in una piccola galleria dove poter godere nei dipinti colorati lo sguardo ebete del marito che osannava la genialità della consorte dinnanzi agli ignavi visitatori del comando di polizia municipale, ai quali certamente non importava nulla della bellezza dell’arte muliebre.

“Mai puntuale?”, lo apostrofò malamente, “lo sai che non mi piace stare fuori al freddo.”

Mario la guardò, percependo subito il nervosismo della dolce collega. Anna era una compagna di lavoro perfetta, ma il suo rigore rasentava l’ossessione e la paranoia. Pensò che era meglio passare subito al piano di lavoro.

Era piuttosto insolito vedere qualcuno a quell’ora di mattina in ufficio, la domenica, giornata utilizzata per andare a messa e non certo appresso gli uffici della polizia locale.

La vecchina che entrò sembrava piuttosto agitata.

“E’ scomparsa!”

“Chi è scomparso? Si calmi e si sieda qui”, chiese Anna.

Anna la fece accomodare sulla sedia. “Vuole bere qualcosa prima di parlare?”, chiese alla poveretta tutta paonazza in viso. La vecchietta sarà stata alta più o meno un metro e cinquanta e sembrava così gracile che Anna aveva paura facesse un colpo.

“La signora Delia!”, disse invece quella con la voce di chi certo non sta per morire.

La professoressa Delia Rossi veniva chiamata grapìa per la sua aria perenne da vecchia anche quando era una deliziosa trentenne. A parte questo difetto, era una professoressa amata da tutti, sempre impegnata in nuovi progetti, in movimento continuo, anche in pensione. Una donna politicamente attiva, in ogni questione della sua città. E una cittadina perfetta che sapeva come stare al mondo e relazionare con tutti i tipi di persone. Abitava proprio in via Mazzini, situata nel centro della città.

Qualche giorno prima l’aveva incontrata per strada e sembrava proprio in ottima forma.

Le aveva chiesto come stava e aveva risposto che era di corsa perché quel giorno ci doveva essere la prima seduta della Commissione di toponomastica del comune, della quale finalmente era stata nominata come componente grazie al suo lavoro con Toponomastica femminile, un gruppo che si era costituito su facebook e di cui lei era diventata Referente regionale. Adria_Piazzale Lina Merlin_di Giulia Penzo_dicembre 2012

Era tutta trafelata, con i suoi rossi capelli ricci avvinazzati dall’aria umida del mattino e che ricadevano informi sul naso appuntito.

“Ho tante belle idee, tanti nomi per le nostre strade. Tu non immagini quante donne sono state dimenticate, donne importanti, alle quali non è stato dedicato nulla! E tu mi dovrai aiutare!”, le aveva intimato col dito, come faceva quando era insegnante e la sgridava perché non aveva studiato.

“Certamente! Sempre a sua disposizione, professoressa!”

La salutò con un sorriso, mentre la professoressa tentava di tenere tra le mani una borsa piena di scartoffie; non le rivelò che non aveva capito niente di quello che voleva farle fare.

La sua scomparsa ora la colpiva  profondamente.

In effetti, la professoressa si era ben presto mobilitata e dopo qualche mese da quell’incontro, in realtà comprese il motivo per cui aveva chiesto il suo aiuto. Voleva intitolare le strade alle donne, una cosa a cui non aveva mai prestato attenzione…

(CONTINUA)

 

L’amore non è mai stanco

Il blog viaggia lento, sembra stanco. E’ solo apparenza: l’amore non è mai stanco.

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L’amore non è mai stanco

Amami nel tempo,

amami sempre

quando non ci sono,

nei pensieri lontani,

nei tuoi sogni strani.

Amami nel tempo,

amami sempre

quando ti sono accanto

nel dolce riposo a fianco.

Amami nel tempo

perché, amore,

l’amore non è mai stanco.

(di Giulia Penzo)

 

BUONA PASQUA

Buona Pasqua

Lavorarci tanto su un pensiero: i sogni nascono di mattina?

 

PASQUA

I sogni nascono di mattina,

ti bagnano come brina.

I sogni nascono di mattina

quando al risveglio

sai quanto sei

viva e viva di tutto

e fremi e li fai vivere forte

fino alla notte.

I sogni muoiono la notte.

Perché di notte i sogni muoiono

ma rinascono sempre di mattina.

Ogni giorno è Resurrezione,

vanno oltre ogni giorno,

oltre ogni desiderio.

(di Giulia Penzo)

Il capitale umano

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Ieri sono andata a vedere l’ultimo film di Virzì, Il capitale umano. Lo consiglio: una visione simile per certi aspetti a quella di Scorsese in The wolf of Wall Street leonardo-di-caprio, con uno strepitoso e sensualissimo Leonardo di Caprio, che qui riesce a confermare la sua grandiosità di attore.

Il risultato ottenuto dalla visione dei film è che farsi di droga, “fottere” in tutti i sensi, è essenziale per vivere degnamente e peraltro è il fine ultimo dell’umano. Perché alla fine la domanda che ci si pone è:

Cos’è il capitale umano?

Si capirà solo alla fine la metafora, che non voglio rovinarvi.

Posso solo dire che il film di Virzì parte con la narrazione di una stessa scena osservata da 4 angolazioni diverse, con 4 diversi protagonisti. La storia si svolge in Brianza, ad Ornate Brianza.

Qui si è innescata la polemica e  ci sono varie interpretazioni: c’è chi smentisce questo gioco delle speculazioni finanziarie lontano dal modo di vivere brianzolo, attaccato al lavoro vero, quello fatto di posti di lavoro con persone reali che sudano e si alzano ogni mattina per lavorare duramente. Il fatto è che anche il mondo della finanza è fatto di persone vere che si alzano ogni mattina per lavorare duramente (vediamo Giovanni Bernaschi, il ricco capofamiglia che ripete incessantemente “ghe pensi mi” per risolvere ogni situazione), anche se il sudore viene raccolto da camicie firmate, il letto coniugale è situato in una bellissima villa su un colle con vista sulla città e piscina, e il figlio può garantirsi l’iscrizione al liceo più prestigioso della città. La qualità della vita è ben diversa da quella dell’altra famiglia, di Dino Ossola, immobiliarista, desideroso di imparentarsi a tutti i costi con i Bernaschi, pur di partecipare ai loro giochi finanziari e alla spartizione dei guadagni.

Certo, possiamo disquisire per ore su cosa sia la qualità della vita e di quanto essa possa essere stimata (in termini economici e sociali), rimane il fatto che vivere circondati dal lusso e dai soldi (anche se fittizi) ti garantisce rispettabilità e la possibilità di cadere sempre in piedi.

C’è chi invece, pur cadendo dal basso, si fa fatalmente sempre male. Come dire che nella vita non ci può essere morale che tenga, soprattutto davanti alla bella vita.

 

 

La lontananza

Citazione

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In lontananza sei luce,

vicino sei buio,

notte che avanza

leggera.

Devio da ipotesi assurde

per cercare strategie d’incontro

e mi sottraggo a impegni categorici,

rifugiandomi in illusioni oniriche.

In lontananza mi attrai,

vicino ti fuggo.

Indago frammenti di parole

che possano produrre impatti,

perché sul tuo corpo

si strappa la voce dell’anima:

mi sento vestita di vento

ora che ti sento così reale,

dentro così immenso.