LA VIAGGIATRICE VIRTUALE ovvero TOPI D’APPARTAMENTO

Continua il mio racconto “La viaggiatrice virtuale”.

Sono reduce da un viaggio reale ad Orvieto. Vi aggiungo un particolare del Duomo, che raffigura Adamo ed Eva.

La storia di Adamo ed Eva ci ha segnato per la vita: la donna peccatrice. Ma è proprio così? In fondo Eva voleva solo mangiare dall’albero della conoscenza…

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LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

0ada273f7f259fffb87638a532166d77.jpegUn rumore insolito la svegliò; qualcuno stava incautamente tentando di forzare la porta del suo appartamento. Sbirciò l’orologio, erano le tre del mattino e un brivido la percorse lungo la schiena. Cercò di ragionare per quanto possibile a mente fredda, prese la prima cosa che le capitò tra le mani, un libro grosso, e si avvicinò verso l’ingresso. Abitava in un appartamento abbastanza grande in cui la zona giorno era suddivisa dalla parte notturna grazie ad un corridoio e a una porta a soffietto. Dal soggiorno attraverso il piccolo corridoio si passava nell’entrata e lì c’era anche un ripostiglio senza finestre. Vi entrò per rifugiarsi e avere un attimo per pensare e comunque nascondersi. Pensò subito a un ladro, a qualche malintenzionato che voleva entrare nel suo appartamento, approfittando della sua assenza. Si appoggiò silenziosamente al muro, aveva il cellulare in tasca ma non voleva usarlo. Voleva prima accertarsi di quello che stava accadendo… e poi telefonare a chi? Alla polizia? E così diventare la barzelletta del vicinato e tra i suoi colleghi di lavoro. A questo avrebbe preferito la morte. Nel ripostiglio lasciò il libro per afferrare un ombrello, molto più adatto nel caso di un’eventuale difesa e rimase in silenzio al buio, aspettando che il malvivente entrasse. 6652282-ladro-furtivo.jpgDifatti, di lì a poco sentì lo scatto della serratura e si maledì per non aver inserito il catenaccio. Quello entrò e richiuse la porta dietro di sé e fece i primi passi nell’entrata. Linda scorse un fascio di luce, probabilmente quello di una torcia. Pensò che il ladro andasse diretto verso il soggiorno, invece lo sentì muovere i primi passi e imprecare a bassa voce: “…azz!”

In quel momento vide una testa entrare per guardare dentro il ripostiglio e pensò dentro di sé: adesso!

Quello strabuzzò gli occhi per la sorpresa inaspettata e non riuscì a scansare l’ombrellata che Linda gli piazzò sulla testa. Il dolore fu tale che cadde a peso morto a testa in giù, ma la parte più dolorosa doveva ancora arrivare perché Linda continuava a batterlo dappertutto. Provò a rialzarsi ma senza risultato perché ormai si era trasformata in una belva inferocita. L’ombrello continuava a cadere sulla testa del topastro d’appartamento, finché quello non diede più alcun segnale di vita. Aveva agito al buio ma ora sentiva l’esigenza di vedere in volto quel malvivente. Accese la luce e lo vide.

Fu  una giornata distruttiva. Erano quasi le quattro del mattino.

Era stata dura ma ce l’aveva fatta a trasportarlo fino in salotto. L’aveva legato per benino con la corda che teneva nel ripostiglio.

Il tipo cercò di svegliarsi ma Linda gli assestò un altro colpo in testa e chiuso la bocca con lo scotch così che non potesse gridare.

Se lo portava vicino al suo letto dove avrebbe dormito? Così l’aveva trascinato fino al divano, per terra, rotolandolo sopra un vecchio tappeto, e  aspettò che si svegliasse per farlo sedere sopra: le sue forze non le permettevano di tirarlo su. Gli si addormentò vicino; per un attimo pensò di averlo ucciso, ma poi lo sentì lamentarsi. Si era avvicinata alla sua bocca per sentire le parole ma erano solo lamenti insensati. Emanava un buon profumo e non sembrava cattivo, almeno dall’aspetto.

(continua)

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE (continua)

Continua il mio racconto “La viaggiatrice virtuale”. La vita di Linda non è proprio così monotona come sembra…

continua dal post precedente

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

images.jpegLa notte la sorprese addormentata sul divano. Aveva puntato la sveglia per le cinque e si alzò ancora vestita dal giorno precedente. Prese le valigie e le portò nell’androne del palazzo. Il tassista era già lì ad aspettarla e così gliele consegnò direttamente, insieme a una lauta mancia. Il tassista era troppo assonnato per chiederle qualcosa, quindi partì subito come concordato e lei se ne ritornò nell’appartamento, silenziosamente come l’aveva lasciato. La mattina si svegliò alle undici e si mise a sorridere felice. In ufficio bisognava arrivare alle otto e a quell’ora si faceva la pausa caffé e immaginò le facce stanche dei colleghi. Si preparò una sontuosa colazione a base di riso soffiato, latte, yogurt e biscotti per onorare l’inizio della prima giornata completamente libera. L’unica nota stonata erano le tapparelle chiuse e avrebbe dato volentieri una sbirciatina al cielo per immaginare il tempo. Aprì comunque le finestre per lasciare agli spiragli di aria la possibilità di entrare attraverso le poche fessure che attraversavano le saracinesce.

……….

– Ho9788895916002g.jpg solo diciannove anni!, gli rispose, come se la sua età fosse una giusta scusante. Alla stessa maniera rispose anche a Marco, qualche anno più tardi durante gli studi universitari. Non capiva il motivo per cui riusciva a attrarre così tanto gli uomini, si sentiva insignificante e non si accorgeva dei lunghi sguardi erotici cui sottoponeva

le sue vittime. Rimise Silone al suo posto e sfilò Profumo di Capuana. Che libro misterioso! Ne sentiva ancora il reale sapore intrigante e quel personaggio femminile così fragile e forte allo stesso tempo, capace di emanare profumo di zagara in situazioni di disagio. Si annusò i polsi. A lei sapevano di zolfo. Iniziò a rileggere alcuni passi del libro ma cominciava a farsi tardi e piano si addormentò sul divano. Un rumore insolito la svegliò; qualcuno stava incautamente tentando di forzare la porta del suo appartamento. Sbirciò l’orologio, erano le tre del mattino e un brivido le corse lungo la schiena. Cercò di ragionare per quanto possibile a mente fredda, prese la prima cosa che le capitò tra le mani…

(CONTINUA)

 

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

Qualche anno fa, avevo scritto un racconto  lasciato incompleto nel blog. L’ho completato, ma chissà perché non l’avevo mai pubblicato interamente. Raccontava la storia di una donna costretta a nascondersi in casa, perché non voleva svelare ai suoi colleghi di essere sola, senza nessuno con cui viaggiare. A casa succede di tutto, compreso l’arrivo inaspettato di un ladro e di una sorella rompiscatole (come tutte le sorelle). Due sorelle e un uomo, cosa potrebbe succedere? Sesso a volontà… qualcuna potrebbe dire. E invece no, e se avete voglia leggete… Ora che si avvicina l’inverno abbiamo bisogno di viaggiare, almeno virtualmente. Lo pubblico in più giorni per permettere una lettura tranquilla. E’ difficile riprendere la vita da blogger…                                                                                                

 La viaggiatrice virtuale

1926534948Quando Linda decise di partire si preparò mentalmente all’idea molto tempo prima e cominciò a selezionare tutta una serie di siti per programmare il viaggio nei minimi dettagli. Certamente non voleva trovarsi in situazioni poco piacevoli per colpa di una sua inadempienza. Il viaggio doveva essere di almeno una quindicina di giorni; certo, se la durata fosse stata inferiore lei non ne avrebbe risentito e per gli altri non ci sarebbe stato alcun cambiamento. Poi avrebbe staccato il filo del telefono e riposto il pc al riparo, sotto un telo plastificato per proteggerlo dai suoi melanconici attacchi imprevisti. In ufficio aveva detto a tutti che sarebbe partita per l’Austria: un bel viaggetto in una zona di montagna, per non dimostrare abbronzature particolari al ritorno. Si comprò un bel po’ di scatolame e surgelati, così per quindici giorni non avrebbe sofferto la fame. “Domani il gran giorno!” le disse la collega. “Già, già…” arrossì. Lavorava come impiegata in una grande finanziaria e spesso le capitava di non conoscere chi sedeva alla scrivania accanto. Era da vent’anni che lavorava così e ormai aveva visto un continuo turn over tra le impiegate. D’altra parte solo una donna avrebbe accettato un lavoro così sedentario e poco gratificante, senza possibilità di carriera, e nel tempo erano sparite anche le compagne di lavoro più simpatiche per lasciar spazio a quelle rompiscatole, che parlavano tutto il giorno della famiglia, dei figli, degli altrettanto petulanti mariti. Il lavoro era per loro solo una paga mensile. Le guardava con commiserazione. Si era sempre sentita completamente libera, fino a quella maledetta cena di lavoro. Il direttore prima delle vacanze estive era solito organizzare una cena con tutti i dipendenti. Si trattava di una cena abbastanza grandiosa e impersonale in cui ci si scambiavano quattro battute insensate tanto per rendere meno noiosa una serata cui era impossibile rinunciare. Il discorso era naturalmente scivolato, come ogni volta, sulla meta delle vacanze estive. Lei sorvolava vagamente e i suoi colleghi di rado approfondivano l’argomento, ma quella volta no.La giornata si prospettava lunga ma piena di godimento. Preparò le valigie vuote, telefonò al tassista per concordare la partenza. Il tassista doveva prelevare le valigie che lei avrebbe riposto sul portone alle cinque del mattino per portarle al deposito della stazione. Poi lei sarebbe passata a prenderle dopo una quindicina di giorni. Sicuramente nessuno si sarebbe accorto che lei non montava nel taxi insieme alle valigie e comunque avrebbero visto il taxi partire. Chiuse tutte le tapparelle, valutando se lasciavano qualche spiraglio di luce. Voleva evitare di lasciar trapelare la luce dall’interno, magari durante il buio notturno e rivelare la propria presenza. Quel giorno aveva acquistato un paio di cuffie per ascoltare la musica e la televisione. Doveva rinunciare a telefono e a pc, ma almeno la tv in quei giorni doveva servire per trascorrere il tempo e non annoiarsi. Questa idea malsana di rimanere in casa quindici giorni senza alcun contatto umano e rinchiusa come una prigioniera inizialmente l’aveva accantonata come qualcosa di assurdo. Aveva persino pensato di partire veramente, ma non ne aveva voglia e comunque per lei sarebbe stato un atto di sottomissione alla volontà del padrone. Poi casualmente aveva letto di quel soldato giapponese che si era nascosto per ventotto anni, pensando di essere ancora in guerra. Se quel soldato era riuscito a resistere così a lungo, lei sicuramente ce l’avrebbe fatta per quindici giorni. Si sentiva in guerra e guerra al sistema sarebbe stata! Lei non avrebbe ceduto alle lusinghe della vacanza facile e massificata, allo stuzzicare fintamente innocuo del suo capo. Doveva condurre la sua battaglia di resistenza e uscirne vittoriosa: resistere resistere resistere!625138259 Queste sarebbero state le sole parole d’ordine. E sgranocchiò una carota con ingordigia…

(CONTINUA)

 

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.

Via M. Marangon

Via M. Marangon*

La strada ora è un po’ casa tua,
a Rosolina una piccola insegna
testimonia il ricordo.
Ti ho incontrata
in Via M. Marangon,
una “emme” puntata
al posto del nome.
Dovrebbero abolire
i punti dalle targhe delle vie!
Che fossi una donna,
che ti chiamassi Maria Angela
l’ho saputo per caso,
quella “emme” puntata
non mi avrebbe detto granché
ma il caso non esiste,
la memoria conferma.
Dovrebbero abolire i punti
per lasciare spazio ai nomi,
per lasciar vivere la storia.
Ti ho incontrata
ancora sporca di polvere,
di quella polvere sporca
che ammorba
e restituisce alla terra
ogni cosa, anche il tuo corpo.
Ventidue anni,
più di ventidue i compagni
e le compagne
di quel viaggio senza rimpatrio
per arrivare a una sentenza
che non rende giustizia.
Eri una ragazza quel giorno,
una vittima della strage
alla stazione di Bologna
quel 2 Agosto,
era il 1980.
E ti ho trovata per caso,
anche se il caso non esiste,
mentre cercavo la mia strada.
Una svolta: Via M. Marangon.
Il nome, Maria Angela,
lo porto nel cuore
mentre il tragitto continua
tra una babele di nomi
che intersecano
moltitudini di storie,
l’una accanto all’altra.

E la memoria
respira.

*M. Marangon: Maria Angela Marangon, (22 anni) . Nata il 30 marzo 1958, a Rosolina (RO) aveva una sorella e due fratelli. (dal sito Associazione tra i familiari delle vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 http://www.stragi.it/vittime.php?nome=marangon-ma ). Vittima della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. A Rosolina (RO) le è stata intitolata una strada nel 2008.

Rosolina (RO) - via Mariangela Marangon, vittima strage Bologna - foto di G. Penzo, 2013

Rosolina (RO) – via Mariangela Marangon, vittima strage Bologna – foto di G. Penzo, 2013

In poesia il merito non conta

Finalmente è uscito! Con Prefazione di Maria Pia Ercolini, Presidente dell’Associazione Toponomastica femminile, che ringrazio di cuore. E grazie a Neria De Giovanni, della casa editrice Nemapress per il lavoro svolto nella cura delle mie poesie.
 

 

 

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La notte

DSCN3857Carla siede davanti alla finestra, aperta sul grande spazio erboso infinito e il sole che se ne sta fermo, rosso, come il viso di un bambino che s’imporpora per timidezza.

L’aspetta.

Nuda, i capelli neri arrivano al seno, appoggiato sulla dolce linea della pancia, a delineare il confine, territorio svettante.

Allunga le gambe, ancora belle e ben tornite, i polpacci arrotondati. Si accarezza la pelle, scorge un cedimento, evidente.

Si pensa brutta.

Piacerà ancora? Si trucca un po’, le piace il rossetto. Nasconde ogni cosa e cancella le imperfezioni.

Sarà bella. Tra un po’ arriva.

Lei, la notte.

 

UNA TOPONOMASTICA DI TROPPO!

AQUILEIA, VIA TINA MODOTTI, AGOSTO 2013 - FOTO DI G. PENZOE così cerco di tornare alla prima funzione di questo blog, pensato inizialmente per farmi ritrovare la voglia di scrivere in maniera metodica. Ricomincio con un racconto, che parla in maniera “romanzata” di un gruppo sorto su facebook, quello di Toponomastica femminile,  che nasce nel 2011 con l’idea di impostare ricerche, pubblicare dati e fare pressioni su ogni singolo territorio affinché strade, piazze, giardini e luoghi urbani in senso lato, siano dedicati alle donne per compensare l’evidente sessismo che caratterizza l’attuale odonomastica (branca della toponomastica).

Il racconto s’intitola:

 

UNA TOPONOMASTICA DI TROPPO!

 

Il colore nero del rimmel cadde, per un movimento impercettibile delle ciglia, sulla camicia bianca. imagesCAXA4KU8

Elena imprecò in una lingua sconosciuta. Ritornò in camera e s’infilò un’altra camicetta scelta tra quelle appese nell’armadio.

Come ogni mattina si alzava presto per andare al lavoro. Camicia perfettamente stirata, infilata dentro i pantaloni neri che le pennellavano i fianchi. Indossò la giacca e diede una sbirciatina allo specchio per ripassare velocemente sulle labbra il gloss incolore.

Era iniziata così quella mattina, con una macchia nera di rimmel che aveva tinto di negatività il suo principio. Uscì, non senza aver baciato lievemente i figli Marco e Matteo. Le piccole teste ribelli dormivano, cullate nel sonno. Era domenica e non dovevano svegliarsi per andare a scuola.

Impiegò pochi minuti per arrivare presso il palazzo municipale dove aveva sede la Polizia locale.

Come il solito era la prima ad arrivare.

Ultimamente era restia ad entrare e aspettava gli altri due colleghi e il comandante. Erano capitati alcuni furti proprio nella sede del municipio e non aveva voglia di trovarsi a faccia a faccia con qualche ladruncolo. Faceva un freddo maledetto e la nebbia pungente rendeva tutto spettrale.

Arrivò Mario di corsa. Anche lui aveva una famiglia numerosa e lo immaginava alle prese con i suoi quattro figli e la moglie, una persona con la testa sempre tra le nuvole, con mille idee creative ma tutte poco remunerative, per cui Mario era costretto a orari straordinari per barcamenarsi nel menage familiare con lo stipendio sottopagato da vigile urbano.

Era profondamente innamorato della consorte e apprezzava tutte le sue opere artistiche: la sede della polizia municipale si era trasformata in una piccola galleria dove poter godere nei dipinti colorati lo sguardo ebete del marito che osannava la genialità della consorte dinnanzi agli ignavi visitatori del comando di polizia municipale, ai quali certamente non importava nulla della bellezza dell’arte muliebre.

“Mai puntuale?”, lo apostrofò malamente, “lo sai che non mi piace stare fuori al freddo.”

Mario la guardò, percependo subito il nervosismo della dolce collega. Anna era una compagna di lavoro perfetta, ma il suo rigore rasentava l’ossessione e la paranoia. Pensò che era meglio passare subito al piano di lavoro.

Era piuttosto insolito vedere qualcuno a quell’ora di mattina in ufficio, la domenica, giornata utilizzata per andare a messa e non certo appresso gli uffici della polizia locale.

La vecchina che entrò sembrava piuttosto agitata.

“E’ scomparsa!”

“Chi è scomparso? Si calmi e si sieda qui”, chiese Anna.

Anna la fece accomodare sulla sedia. “Vuole bere qualcosa prima di parlare?”, chiese alla poveretta tutta paonazza in viso. La vecchietta sarà stata alta più o meno un metro e cinquanta e sembrava così gracile che Anna aveva paura facesse un colpo.

“La signora Delia!”, disse invece quella con la voce di chi certo non sta per morire.

La professoressa Delia Rossi veniva chiamata grapìa per la sua aria perenne da vecchia anche quando era una deliziosa trentenne. A parte questo difetto, era una professoressa amata da tutti, sempre impegnata in nuovi progetti, in movimento continuo, anche in pensione. Una donna politicamente attiva, in ogni questione della sua città. E una cittadina perfetta che sapeva come stare al mondo e relazionare con tutti i tipi di persone. Abitava proprio in via Mazzini, situata nel centro della città.

Qualche giorno prima l’aveva incontrata per strada e sembrava proprio in ottima forma.

Le aveva chiesto come stava e aveva risposto che era di corsa perché quel giorno ci doveva essere la prima seduta della Commissione di toponomastica del comune, della quale finalmente era stata nominata come componente grazie al suo lavoro con Toponomastica femminile, un gruppo che si era costituito su facebook e di cui lei era diventata Referente regionale. Adria_Piazzale Lina Merlin_di Giulia Penzo_dicembre 2012

Era tutta trafelata, con i suoi rossi capelli ricci avvinazzati dall’aria umida del mattino e che ricadevano informi sul naso appuntito.

“Ho tante belle idee, tanti nomi per le nostre strade. Tu non immagini quante donne sono state dimenticate, donne importanti, alle quali non è stato dedicato nulla! E tu mi dovrai aiutare!”, le aveva intimato col dito, come faceva quando era insegnante e la sgridava perché non aveva studiato.

“Certamente! Sempre a sua disposizione, professoressa!”

La salutò con un sorriso, mentre la professoressa tentava di tenere tra le mani una borsa piena di scartoffie; non le rivelò che non aveva capito niente di quello che voleva farle fare.

La sua scomparsa ora la colpiva  profondamente.

In effetti, la professoressa si era ben presto mobilitata e dopo qualche mese da quell’incontro, in realtà comprese il motivo per cui aveva chiesto il suo aiuto. Voleva intitolare le strade alle donne, una cosa a cui non aveva mai prestato attenzione…

(CONTINUA)