2 giugno 2013

Oggi tutti a Bologna, per la manifestazione di LIBERTA’ e GIUSTIZIA, in difesa della nostra Costituzione.

Qui il manifesto

Perché io voglio una democrazia partecipata.ellekappa_2giugno-300x229.jpg

Perché io non voglio un governo che non mi rappresenta!

 

Piove ora a Venezia… ma a Bologna chissà!

 

 

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PIOVE A VENEZIA

Piove a Venezia

perché non è illusione l’inverno

freddo e impietoso

che toglie la luce

e cristallizza le lacrime.

Nessuno a parlare

dei nostri incipit

o azzardare

il momento della rinascita.

Il giorno e l’ora certa

non s’arrischia qui a Venezia,

come in nessun luogo.

Si confida in verità:

ingenuo inizio sicuro,

ingenuo il racconto.

 

 

CANI!

amore-per-cani.jpgMi sono ispirata al governo nostrano con questo miniracconto, che alcuni miei lettori hanno già stroncato dal punto di vista letterario.

Naturalmente non posso svelare l’arcano mistero della mia immaginazione…

buona lettura!

Io mi sto sbellicando dalle risate.

 

 

 

VIKI, UNA SCELTA DA POCO

 

Le diede l’ultimo saluto.

 

Era una bella tomba, di marmo bianco e l’angelo di ferro battuto, opera artistica aggraziata che l’adornava, aveva lunghi capelli a incorniciare il viso che risaltava sulla foto, solitaria testimonianza della defunta.

 

Era bellissima e buona!, più di qualcuno lo pensava, mentre tutti gli amici attorno guardavano la bara calarsi giù sulla terra e l’ultimo fiore veniva lanciato prima che la sabbia richiudesse per sempre quella bocca di terra.

 

Giorgio salutò così Vittoria, Viki per gli amici.

 

cani,governo,costituzione,bologna,2 giugnoLa foto di Viki che ora si trovava sulla tomba era stata fatta in un momento di grande felicità per entrambi, mentre erano sul vaporetto che li stava portando a Venezia.

 

I capelli biondi di Viki riflettevano l’oro dei raggi solari e l’azzurro del mare ripiegava sull’ombra degli occhi, rendendoli più blu del loro grigio naturale. Le labbra sensuali e carnose si allargavano in un dolce sorriso. Non c’era donna più bella di Vittoria in quel momento di assoluta condivisione di splendore del creato.

 

Eppure fu qualche minuto dopo, appena scesi dall’imbarcazione che Viki si sentì male.

 

Leucemia fulminante fu la diagnosi all’ospedale.

 

Poche ore di vita, un giro di boa, pensieri che si rincorrevano e si perdevano nel vortice del dolore.

 

Come vivere ora senza Viki? Come vivere ora? Dopo vent’anni di vita insieme?

 

Giorgio pensava che il suo tormento doveva terminare e che l’unica soluzione fosse quella di raggiungere Viki in cielo, là dove sarebbero stati ancora felici.

 

Dopo il funerale aveva preferito rimanere da solo, e aveva salutato tutti, rassicurandoli sulla sua serenità.

 

I passi lo portarono verso l’imbarcadero. Un gruppo di turisti affollavano l’entrata della piccola zattera, dove attraccava il vaporetto. La giornata era bella e Venezia rappresentava le meta preferite in quelle giornate di maggio, esattamente come loro due avevano pensato appena qualche giorno prima.

 

E poi la vide: era lei, era lei, era lei! Era Viki! Non era possibile, si avvicinò di corsa per raggiungere quella donna che, vista da dietro, assomigliava così tanto a Viki: stessa corporatura, stessa lunghezza dei capelli e stesso colore.

 

Si trovò accalcato insieme a quel gruppo di turisti e salì sull’imbarcazione insieme a loro. Ora era vicino a quella donna, che ostinatamente se ne stava girata, così non riusciva a vederle il viso. Poi la donna si staccò dal gruppo e si affacciò solitaria a vedere il mare, dal parapetto, a poppa del battello. Lui colse il momento e le si avvicinò. cani,governo,costituzione,bologna,2 giugno

 

“Signorina”, le disse, “non si sporga così tanto, potrebbe cadere!”

 

La donna si voltò e lui rimase a bocca aperta.

 

Era uguale a Viki! Com’era possibile? Gli stessi occhi grigi da cerbiatta fedele… anche lei sembrava avere la stessa paura degli occhi di Viki, quando si era sentita male, appoggiandosi a lui come un’animale ferito.

 

“Oh, sorry, mi spiace, non volere cadere!”, gli rispose in un italiano appena abbozzato, con un dolce sorriso di scuse. Non notò lo strano splendore dei suoi denti e l’inarcamento dell’angolo sinistro della bocca.

 

Oh, sì, s’innamorò così Giorgio, per la seconda volta. E il caso volle che quella donna si chiamasse proprio come Viki, Victoria.

 

Scoprì che aveva gli stessi gusti, le stesse abitudini della donna da tempo amata e poi era una donna sola, senza parenti, con qualche amico conosciuto durante il viaggio che da un paesino della Scozia l’aveva condotta in Italia.

 

A nulla valsero i consigli degli amici, dinnanzi all’annuncio, a pochi giorni dalla morte della sua compagna, del matrimonio con quella donna appena conosciuta, straniera peraltro, e con qualcosa di malvagio nel viso che sembrava inspiegabile  l’innamoramento improvviso. La donna, in effetti, aveva sì lo stesso sguardo di Viki, ma il lato sinistro della sua bocca, ogni qual volta sorrideva, si piegava in uno spregevole ghigno.

 

Un cane l’aveva azzannata da piccola – aveva raccontato – trasformando il suo viso dolce da bambina in qualcosa di mostruoso, che manteneva ancora intatta la bozza di bellezza che avrebbe potuto diventare senza quel brutale morso.

 

Giorgio sapeva com’era realmente e non la vedeva orrenda. Lui comunque aveva fatto la sua scelta, a quel punto.

 

Nel buio della notte, distesi sul letto, da amante ripercorreva con la lingua il suo corpo e nell’ultimo spasmo d’amore gridava il suo nome mentre la bocca della donna si contorceva in un orribile straziante riso maligno, la stessa risata del diavolo a cui aveva venduto la propria anima in cambio di quel regalo, del dono di avere accanto a sé la propria donna per il resto della vita.

 

In fondo diventare un pelosissimo cagnone maremmano e rinunciare alla sua vita da uomo, pur di averla di nuovo accanto, era stata una scelta da poco.

 

Non poteva confidare a nessuno le dolorose bastonate che la sua dolcissima Viki, con spregio e  piacere, gli infliggeva ogni santo giorno, forse per vendicarsi di quel torto che un cane rognoso tanti anni prima le aveva fatto sul viso.

 

 

BUON FUNERALE, PROFESSORE!

Scuola, Gelmini: “Penso a un bonus per chi studia alle private”

Così parla la nostra Ministra Maria Stella Gelmini a proposito della difficoltà di scegliere liberamente se andare in una scuola pubblica o privata. La difficoltà ce l’ha solo chi può scegliere soltanto di fare la scuola pubblica e non viceversa! Qui si ribalta la logica naturale del diritto. Mi viene il dubbio che dinnanzi alla disfatta della vita morale del premier, non si offra un bonus in cambio di…cosa?

A questo punto potrei dire che vogliono fare il funerale alla nostra scuola pubblica…

Vabbè, inserisco questo mio racconto che intanto augura Buon funerale ad un professore…

Giulia Penzo

Buon funerale, Professore!

 

Quella mattina, entrando in classe, avevo salutato frettolosamente i miei studenti.

Alcuni già col loro sorriso cominciavano a irritarmi, soprattutto se ripensavo che, proprio per essere a scuola quella mattina, avevo lasciato mio figlio all’asilo in maniera sbrigativa, con un bacetto sulla guancia e un abbraccio altrettanto fugace.

Poche parole di consolazione per quel pianto a dirotto che ogni giorno non mi lasciava tregua e le mani dell’educatrice che me lo sottraevano con un approccio che mi pareva più materno del mio.

Non sarei mai stata una buona madre. Forse, nemmeno una brava professoressa.

«Ragazzi, aprite il libro a pagina 113, trovate San Francesco d’Assisi; cominciamo la lezione sulla letteratura religiosa» attaccai senza tanti preamboli.

«Scusi prof, oggi non doveva interrogare?» mi si rivolge con aria investigativa Chiara, la ragazza del primo banco.

Guardo Chiara, due grandi occhi aperti verso il mondo, che aspettano da me qualcosa – che cosa vuoi da me, Chiara? – penso tra me e me.

«No ragazzi, mi sono accorta che sono un po’ indietro col programma e, mi dispiace, non darò nessun’altra possibilità di rimediare ai voti che già sono stati espressi in questi mesi. Ormai il quadrimestre è finito e se qualcuno voleva uscire interrogato, doveva farlo prima»

Chiara mi guarda con occhi delusi e meno interrogativi, ma non voglio ingraziarmi la simpatia di nessuno, tanto meno dei miei studenti.

Una cappa di silenzio rende glaciale il clima dell’aula.

Sono sempre andata avanti con le mie forze e questo è senz’altro qualcosa che mi dà una soddisfazione particolare, perché odio i raccomandati, i figli di papà che credono di vivere da parassiti grazie ai loro vantaggi ereditari. I ragazzi devono sapere che la scuola è impegno continuo ed io che sono una professoressa glielo devo insegnare: un giorno mi ringrazieranno per questo.

Continuo la lezione, che scivola quieta lungo le due ore successive.

La grazia e la poesia del Cantico di frate sole ci aiutano. Il fuoco è bello e robustoso e forte e i ragazzi ne sono estasiati come tutti noi fin da piccoli, che ci immaginiamo questo turbinio di sole stelle e luna simile al quadro di Van Gogh, di quell’azzurro cielo e giallo profano che circonda i nostri pensieri umani. La divinità è nell’arte, nella capacità umana di trasformare l’essenza del creato in qualcosa da condividere tra noi, esseri viventi tutti.

La campanella ci riporta alla realtà della nostra aula.

«A domani, ragazzi » saluto io, prendendo di corsa la borsa con tutte le mie carte.

«Arrivederci professoressa!» mi salutano in coro.

Corro veloce a prendermi il cappotto, scambio qualche parola con gli altri miei amici insegnanti. Ormai conosciamo le nostre abitudini e i nostri affanni. Tra noi qualche punzecchiatura, ma solo per incitarci a vicenda a non mollare nei momenti di difficoltà.

«Andrea ha pianto anche oggi, vero?» mi chiede Anna, una professoressa che insegna matematica da trent’anni e che ormai sa scrutare le mie occhiaie da notti insonni.

«Sì, purtroppo» le rispondo, «oggi ho anche una giornataccia, perché c’è il collegio docenti e devo mandare la mia mamma a prendere Andrea. Mi sembra davvero di approfittare di lei» concludo abbattuta. Mia mamma non è vecchia, ma mi dispiace addossarle questo impegno.

«Ma va là, sai che la tua mamma lo fa con amore» mi risponde Anna, nel tentativo di consolarmi.

«Sì, hai ragione» le rispondo per rassicurarla. In effetti, lei ha parole buone per tutte, ma è tra le poche che avrebbe davvero bisogno di essere rincuorata. Per via di sua madre, con un tumore da dieci anni e lei che se la cura in casa nonostante debba badare anche a tre figli e al lavoro da insegnante.

Le do un bacetto veloce sulla guancia: «Ciao, ci vediamo oggi pomeriggio »

La mattina è bella, piena di sole. Corro veloce al supermercato per prendere due cose per pranzo e per cena: mozzarelle sono il mio piatto forte.

Lungo i portici che si snodano attraverso la mia città, vedo un gruppetto di persone ferme a guardare le epigrafi.

Di solito non mi soffermo, ma il gruppetto di persone è troppo folto e forse il morto è qualche ragazzo giovane.

Guardo anch’io e resto sorpresa. E’ il mio Professore, il mio vecchio, già allora vecchio, professore di italiano e latino.

Sì, è proprio lui, il professore che amava Dante e che non amava me, di sicuro. Certo non mi apprezzava come studentessa. Da lui non avevo mai preso un voto superiore al sei, eppure scrivevo con passione e il mio sogno era quello di diventare giornalista. Alla maturità mi aveva presentato con una misera sufficienza, ma il mio orgoglio si rallegrò quando all’esame di maturità il mio compito di italiano risultò il migliore di tutto il Liceo e finalmente conquistai il desiderato “otto”.

Il danno era comunque fatto e uscii dal liceo con un misero 50/60. L’iscrizione all’unico corso per giornalisti indetto a quel tempo dal Corriere della Sera purtroppo risultò aperto solo ai sessantini e la mia delusione e le maledizioni contro quel professore che mi aveva presentato con un immeritato voto alla commissione d’esame si trasformarono in un rancore che sembrava assopito e che invece riaffiorò quando lo vidi lì, ritratto su quel foglio bianco e le parole nere che annunciavano il suo funerale. Avrei preso un’altra strada…, forse.

Il funerale era quello stesso pomeriggio, un’ora prima del collegio docenti e volevo parteciparvi, per rivedere tutti i miei compagni e fare una specie di rimpatriata anche se in un contesto infelice. Quel pomeriggio salii la scalinata di quella chiesa e quello che vidi, quando entrai, mi lasciò impietrita. La chiesa era quasi vuota, tranne le prime panche occupate dei parenti. Non c’erano i miei ex compagni di scuola. Non ero riuscita ad avvertire nessuno, ma non c’era proprio nessuno, neanche gli studenti che mi dicevano allora di ammirare il professore, e non c’erano nemmeno quei professori della scuola con i quali il Professore aveva trascorso tante ore di didattica insieme. Dov’erano tutti quanti? Possibile che nessuno, tranne me, sapesse del funerale e non si fosse sentito in dovere di dare l’ultimo saluto a quel vecchio professore col quale avevamo condiviso una parte importante della nostra vita?

Il prete terminò la funzione ed io lo salutai a mio modo, sentendo che quel rancore nei suoi confronti, in fondo, si era del tutto assopito: «Addio professore, per l’ultima volta. Non sei stato granché come professore, ma sei comunque parte di me e, come vedi, ti sono riconoscente per quegli anni. Buon funerale, Professore!»

La mattina successiva lasciai Andrea all’asilo, e lui stranamente non si mise a piangere. Pensai che, come tutti i bambini, avrebbe pian piano acquisito un po’ di sicurezza in se stesso e un po’ di fiducia nei confronti di quell’estranea, l’educatrice, a cui lo lasciavo per quasi un’intera giornata.

Così forse anche i miei studenti?

Entrai in classe felice e guardai Chiara e finalmente mi parve di comprendere i suoi occhi: «Oggi, ragazzi, interrogo chi lo desidera e domani, chi vorrà, potrà avere altre possibilità; forse ieri sono stata troppo dura con voi. Ma prima vi voglio chiedere una cosa:… verrete al mio funerale? »

I ragazzi mi guardavano sorpresi e preoccupati.

«No, niente di grave» li rassicurai, «mi riferisco a qualcosa che potrebbe succedere fra molti, molti anni, naturalmente…, o forse mai, considerando la mia immortalità…» e mi misi a sorridere.

«Sì, professoressa, verremo tutti al suo funerale» risposero in coro divertiti.

Avrei offerto a loro e a me stessa una possibilità, quella di vivere insieme felici questi anni meravigliosi di vita e, chissà, in futuro qualcuno di loro avrebbe detto (ne sono sicura):

«Buon funerale, professoressa! »