UN VIAGGIO IN INGHILTERRA: Alessia versus Katja?

1411288721.jpgRiporto questa bella trasmissione sul linguaggio di genere, tratta dalla Radio Svizzera Italiana.  Per riflettere: usiamo sindaco o sindaca, portiere o portiera? 🙂

Silvano Cattin direttore di Radio Clodia per una volta mi perdonerà…

Trasmissione Linguaggio di genere

 

A proposito, sto partecipando ad un gioco sul sito http://storie.perfiducia.com/

Ho creato un’eroina (eroe “al femminile” suona molto strano…), Katja…

Chi desidera può diventare mio sostenitore (più sostenitori si hanno più si ha possibilità di vincere),

registrandosi nel sito e diventando sostenitore di Katja

Forse qualcun’altro vorrà diventare a sua volta autore di un eroe…

 

Intanto continua il mio Viaggio in Inghilterra:

 

UN VIAGGIO IN INGHILTERRA

Continua dal post precendente

Qui tutto il racconto fino a questo punto… senza girovagar per post…

 

L’aveva presa tra le braccia e lei si era improvvisamente spaventata, ma non gli era sembrato un semplice spavento, era proprio paura quello che le aveva visto sugli occhi. Per un attimo aveva pensato che avesse quasi sentito dolore. Cacciò via quel pensiero dalla testa…

Da Londra la compagnia si diresse verso l’Università di Southampton, presso uno degli innumerevoli campus dove avrebbero trovato alloggio in una delle piccole casette che ospitavano compagnie di studenti provenienti da ogni parte del mondo. Tutti giovani, sembravano formare una città del futuro, immersa nel verde e attraversata dal fiume, dove le canoe viaggiavano sulle acque tranquille.

In Italia si sognavano spazi così immensi per l’università, ristrette nelle stanze di pur prestigiosi palazzi cittadini.

Il gruppo degli italiani trovò alloggio in una bella casetta di una decina di stanze dislocate su due piani. Alessia si ritrovò in camera con altre tre ragazze. Subito si trovò bene con loro, erano tutte simpatiche. Nello stesso piano si trovava anche la lavanderia e questo subito si dimostrò utile, perché la roba da lavare in quei giorni si era accumulata e desiderava cambiarsi e sistemarsi un po’. Però decisero di approfittare della bella giornata e insieme andarono ad esplorare i dintorni della casa. Stanchissime del viaggio si sdraiarono sul bellissimo prato vicino alla casa.

“Alessia, ma per caso piace anche a te Neal?”, chiese Sara ad Alessia.

Sara era una ragazzotta mora, dallo sguardo indagatore, frequentava il liceo scientifico, un piccolo mostro in matematica, da quel che si diceva in giro.

“No, assolutamente, proprio non ho testa in questo momento per pensare a qualcuno; già ho le idee poco chiare…, sto cercando di uscire da una storia con un ragazzo più grande conosciuto quest’estate… E tu?”, rispose, dimostrando curiosità nei suoi confronti.

“Mah…, mi sembrano tutti scemi i ragazzi della nostra età: credono che infilarti la lingua in gola e piazzarti la mano sul culo sia il massimo; e poi non hanno un minimo di intelligenza per guardarti e capire che non vuoi parlare solo di calcio, di amici, e di cavolate varie.”

“Con il mio ragazzo sto bene, ed ha la mia età…”, si intromise Fabiola nel discorso delle due compagne.

“Da quanto tempo state insieme?”, le chiese Sara.

“Da un anno ormai, lui sta frequentando l’istituto tecnico…”

“Ma non è impegnativo? Non hai voglia di fare altre esperienze?”

“No, assolutamente, mi trovo benissimo con lui, abbiamo gli stessi interessi, a me piace cantare e lui suona la chitarra, abbiamo un gruppo musicale…”

“Che bello! Allora canti?”

“Sì, abbiamo un gruppo e andiamo nei vari centri sociali a cantare. Ci divertiamo un sacco, conosciamo tanta gente e poi si parla non solo di musica ma anche di politica, mica tutti i ragazzi sono uguali!”

“Già… , non tutti…”, rispose amaramente Alessia e si distese nell’erba.

Le immagini di Roberto le si accavallarono nella mente insieme all’erba, il profumo della notte, le stelle, tutto in un vortice e le sue mani, che la stringevano, stringevano sempre più forte. Sentì il respiro farsi affannoso e credette di soffocare, si tirò subito in piedi, madida di sudore.

“Ti senti bene?”, la guardavano preoccupate, le altre ragazze.

“No, non è niente…, ho solo un po’ di sete, non sono abituata a stare al sole…, vado un attimo in camera”, si scusò con le amiche.

Ad Alessia girava tutto, aveva davvero bisogno di tornarsene a casa, non in camera, voleva essere a casa sua, a curarsi, a leccarsi le ferite come una gattina. Raggiunse velocemente la camera e si richiuse dentro: dentro aveva una rabbia che voleva esplodere, esplodere. Prese una maglietta, se la mise tra i denti e cominciò a mordere forte, finché non trovò più la forza e si buttò sfinita sul letto.

Non capiva quanto tempo avesse dormito. Si svegliò quando in camera la raggiunsero anche le altre ragazze.

“Sembri scolvolta, stai male? Sei pallidissima”, le si avvicinarono al letto, dove se ne stava ancora distesa. “Poco fa ci hanno spiegato il regolamento e stasera abbiamo la discoteca, su una piazzola qui vicino all’aria aperta. Perché non sei venuta a mangiare? Vedessi che schifo di roba…”

“Ero troppo stanca, ma adesso mi preparo subito, ho voglia davvero di ballare”, le amiche la misero subito di buon umore. Trovò un vestito, e sciolse i capelli sulle spalle: si guardò allo specchio e si odiò profondamente. Si cambiò e si mise un paio di jeans e una semplice t-shirt.

“Stavi benissimo…, così magra, bionda…, vorrei essere io come te”, le disse Sara, che cercava di strizzarsi dentro un paio di pantaloni neri.

Scesero insieme; nell’aria aleggiava la musica e si sentirono trasportare leggere nella candida atmosfera della sera. La piazzola era piena di gente e si buttarono dentro per ballare, scatenandosi come pazze. Si piazzò vicino a loro un gruppetto di ragazzi francesi e anche Neal si avvicinò a loro, finché il dj non mise un lento e Neal le fu subito accanto. L’aveva osservata mentre ballava, la vedeva muoversi e pensava di non avere mai visto nulla di più bello. Angelica, forse.

“Ti va?”, e già la cingeva con le mani sui fianchi.

Alessia non rispose, si lasciò trasportare e non sapeva cosa stava accadendo, quando sentì la sua testa chinarsi sulla spalla e cercare il collo per assaporarne il profumo. Durò un attimo, perché come la musica cessò, si ritrovarono staccati, allontanati tra gli spintoni della gente che ritornava a ballare. Neal la prese per mano e la condusse fuori dalla mischia.

“Ti devo parlare…”

Si misero seduti su una panchina del parco, la musica in lontananza faceva da sottofondo.

“Scusa per l’altro giorno, mi spiace averti trattato così…”

Alessia era incerta su come rispondergli, poi lui continuava ad avvicinarsi.

“Non ti va di parlare con me? Sei strana, anche le tue amiche mi hanno detto che sei stata male oggi pomeriggio…” Poi, fece per accarezzarla. “Sei bellissima, lo sai?”

Alessia lo allontanò con le mani, presa dal panico.

“Cosa vuoi anche tu da me?”

“Niente, cos’hai capito?”

“Niente? Mi fai schifo…”

“Scusa, non volevo…”

“Mi fai schifo!”, adesso Alessia si era messa in piedi e quasi gridava.

“Perdonami, non avevo capito…”

“No, adesso te lo faccio capire io…” e cominciava a picchiarlo con la mano, cercando di schiaffeggiarlo. Lui si ritraeva, mentre Alessia era in piena crisi isterica, finché lui non la prese per i polsi.

“Basta! Smettila, è tutto a posto…”

(CONTINUA)

 

L’INDIFFERENZA

Continua dal post precedente…

il mio racconto “Attacco alle centrali del lusso!

 

 

 

Quando sua madre uscì dalla camera, Katia inserì il cd nel lettore. Amava sentire quella canzone in francese. Non conosceva il francese, solo qualche parola, ma ne percepiva il significato: sì, la felicità, la gioia è una cosa seria. Ora, invece, aveva voglia di divertirsi. Le cose serie le avrebbe lasciate a tempi migliori, quando avrebbe avuto bisogno di qualcuno al proprio fianco. Avrebbe lasciato che lui le accarezzasse la soffice pelle, le imprigionasse i capelli tra le dita, le sussurrasse le più dolci parole d’amore. Ora il fremito le percorreva il corpo per il desiderio di azione, aveva i muscoli guizzanti e la mente sveglia. Prima che il sonnifero della quotidianità le distruggesse la fiamma che ardeva dentro di lei e che vibrava vibrava in un vortice di rabbia.

Un giorno Carmela – oh, sì, erano diventate proprio buone amiche – era arrivata a casa sua tutta contenta. Le aveva trovato un lavoretto come impiegata presso la sua stessa azienda. Il lavoro come impiegata le permetteva di fare il minimo sforzo per essere comunque attiva anche nel bilancio familiare, ma odiava la routine, le solite piccole cose, come il saluto all’usciere o il sorriso mattiniero dell’impiegato che segretamente la corteggiava di sguardi allusivi, il prendere il caffè alla solita ora o lo scambio di battute con le altre impiegate, il tipo che magari si fermava a parlare e se ne stava ore a farle i complimenti.

Guardava l’abitudine snodarsi come un lungo serpente. Non comprendeva quei luoghi comuni, quell’affaccendarsi incessantemente inutile. Giorni e giorni sempre uguali a perpetuare la noia. Come facevano gli altri a sopportare un lavoro, lo stesso, lo stesso lavoro per tanti anni, continuamente? Si immaginava vecchia, allo stesso tavolo da impiegata, invecchiata di venti, trenta anni e non si capacitava della fatica e dello sgomento che avrebbe provato la stessa persona, quando si sarebbe pian piano accorta che altre persone, più giovani, l’avrebbero sostituita. Le cominciava una paura folla e si controllava quelle poche rughe che iniziavano a comparirle intorno alla bocca; un’agitazione la spingeva ad andare al bagno e a guardarsi allo specchio. Lo specchio le rimandava l’immagine di una donna bella e forte, il naso all’insù, molto francese. Faceva le smorfie con la bocca; si trovava decisamente bella, si caricava come con una sniffata di roba; poteva ritornare a sedersi al suo tavolo e continuare a sorridere falsamente. Lei non avrebbe continuato a vivere in quel modo. Quel lavoro non sarebbe stato per sempre. Qualcosa sarebbe cambiato; doveva cambiare.

Contava i minuti, i secondi, i ticchettii e aspettava il segnale.

 

 

(continua)

 

 

 

ATTACCO ALLE CENTRALI DEL LUSSO!

 

Oggi sono 100 anni dalla morte di Cesare Lombroso.

cop_rivoluzionariinsottana.jpgDomani, 20 ottobre 2009, Massimo Pistis presenterà a Roma, nella libreria Il Filo in via Basento 52 alle ore 17.30 il suo libro “Rivoluzionari in sottana” (qui a fianco la scheda del libro).

Forse è un caso, ma anche Lombroso ha effettuato una ricerca sul perché i Preti si vestono da donna.

Qui un riferimento alla sottana ci sta benissimo…

 

 

 

 

 

Continuano invece le azioni di Katia contro quello che lei definisce le centrali del lusso.

Per chi è interessato a leggere il racconto precedente, CLICCARE QUI.

 

 

ATTACCO ALLE CENTRALI DEL LUSSO!


Un nuovo obiettivo

 

Lombroso.JPGLombroso, consapevole di non poter accomunare il reo politico al delinquente nato, sostiene che il delinquente politico si differenzia dal delinquente nato e pur essendo tale dal punto di vista giuridico non lo è mai dal punto di vista morale e sociale. Distingue quindi la “rivoluzione”, intesa come un fatto fisiologico e intrinseco all’evoluzione storica, della “ribellione”, fenomeno patologico e pericoloso.”. 
(dal sito museo criminologico di Roma)

 

Katia si guardò allo specchio. L’immagine riflessa era quella di una ragazza diciassettenne, bionda, dai lineamenti gentili e raffinati, come una qualsiasi ragazzina che, indossando qualsiasi straccetto, poteva risultare attraente e seducente secondo i canoni della moda attuale. Se però qualcuno l’avesse osservata attentamente avrebbe potuto scorgere negli occhi grigi – qualcuno li avrebbero definiti occhi di ghiaccio – una determinazione tale da spaventare chiunque.

Si gettò noncurante sul letto, amava guardare quel grande sole giallo che illuminava la stanza e allora sorrideva da sola, ripensando al giorno che l’aveva portato a casa.

“Mamma, guarda cosa mi ha regalato Carmela…”, così lo aveva portato a casa da sua madre. Insieme avevano srotolato la tela sopra il tavolo del soggiorno.

Sua madre l’aveva guardato esclamando: “Non dirmi che ti vuoi mettere sta roba in camera tua!”

Lei aveva sorriso. “Mamma, si tratta di un De Chirico, Carmela potrebbe venire a casa nostra e se non lo vede appeso magari pensa che non mi sia piaciuto; mi dispiacerebbe farle un torto, sai con i pochi soldi che ha a disposizione, mi ha fatto un regalo…, sai bene cosa significa!”

“Va bene, però non dirmi che è un De Chirico questa roba qui”, acconsentì sua madre, “e mettilo in camera tua, che qui non sta bene con i nostri mobili”

Katia allora aveva appeso il suo De Chirico in camera. Morire d’amore per un sole giallo. Sarebbe morta soavemente di gioia, lì dov’era prima non era apprezzato abbastanza…e ricordava il furto alla Farnesina, avvenuto qualche mese prima.

Di certo il portavoce del vicepremier non aveva fatto alcuna menzione della ragazza che si era fatta accompagnare nel suo ufficio con intenzioni tutt’altro che di segretariato. Le indagini si erano insabbiate, e probabilmente stavano correndo sui binari della ricettazione e del commercio di arte, e non sarebbero mai arrivate all’appartamento di una ventiquattrenne squattrinata.

La mamma di Katia entrò in camera sua e osservò la figlia. “Sai” le disse, rivolta con lo sguardo a quello che lei considerava una miserevole copia, “comincia a piacermi questo quadro, anche se è una riproduzione. Quando entro qui dentro mi sembra di essere felice e non riesco a capire il motivo…”

“Sai mamma, credo che questo sole giallo rappresenti la vita, e il filo lo collega ad un altro sole, spento, tutto nero. Sono entrambi vivi, lo vedi, mamma, stanno vibrando entrambi. Forse la luce e l’ombra, entrambe hanno la stessa dimensione…Le forze della natura, il sole innanzitutto, che rappresenta la vita, vogliamo depredare anche questo, noi uomini avidi, ma la natura ha in serbo solo per noi la vita, anche quando mostra verso di noi il suo lato scuro”

La donna guardò la figlia. Quando anche sua figlia avrebbe mostrato il lato oscuro?

 

(continua)


 

 

 

ATTACCO ALLE CENTRALI DEL LUSSO!

C’è la crisi, c’è la crisi e si avvicina Natale ed io mi sento acquatica oggi, con Chioggia in affondamento come Atlantide ed io potrei esserne la sirena (…dell’acqua alta).

Tutto prende luce attraverso la pioggia che fa risvegliare antiche passioni e la rabbia che affonda, affonda in piccoli gorghi, per poi risalire più grossa e impetuosa. Il mondo ora potrebbe rinascere.

Ho scritto  qualche mese fa questo racconto che non volevo pubblicare, ma questo è il mio modo di gridare che non è giusto che la crisi venga pagata da chi non ha nemmeno mille euro al mese per sopravvivere e c’è chi va a scegliersi le parure da qualche gioielliere di lusso.

Io allora racconto:

 

ATTACCO ALLE CENTRALI DEL LUSSO!

                                                  

Attacco alle centrali del lusso!

 

di Giulia Penzo

 

Katia era demoralizzata. L’ingresso del centro sociale non era tanto allettante e la cancellata che lo separava dal resto del mondo era sghemba e arrugginita e non lasciava intuire niente di buono. Il giardino poi raccoglieva erbacce incolte anch’esse bruciate dal sole come la grande scritta scolorita sul muro bianco e scrostato della bassa struttura. Katia si fece coraggio ed entrò. Lo stanzone era buio nonostante fosse circondato da ampie vetrate. Dodici occhi si girarono a guardarla con attenzione: una ragazza magra e bionda, con i capelli lisci che le accarezzavano le spalle e due grandi occhi azzurri, di quelli che uno ci si perde dentro con  la pelle ambrata di chi sta sotto il sole, si intuiva dalla canottiera bianca che lasciava scoperte le spalle.  Era vestita come una qualsiasi ragazza nel periodo estivo, ma le gambe magre ossute coperte da minuscoli pantaloncini rosa spiccavano ancor più dallo slancio che gli innaturali zoccoli gialli dal tacco altissimo le conferivano. Katia odiava le scarpe basse. Aveva con sé una grande borsa a tracolla piena di fogli.

« Ciao » le dissero un paio di occhi neri attraverso una frangetta unta e nerastra.

« Ciao » rispose Katia al ragazzo che se ne stava con le gambe incrociate fumandosi pacatamente una canna.

« Vuoi? » il ragazzo le passò la sigaretta in segno d’offerta.

« Non fumo, mi dispiace » si scusò Katia per la finta scortesia. L’altro fece spallucce e consegnò la canna all’amico a fianco.   

« C’è qualcuno con cui posso parlare? Vorrei partecipare a qualche vostra attività » disse Katia, facendosi forza.

« Non credere che stiamo sempre qui a fumare…eh?! » con garbo le rivolse la parola un piccoletto dai capelli lunghi scomposti e la fronte vivace, « Ce ne stiamo qui tranquilli perché abbiamo appena finito di mettere a posto questo stanzone e siamo distrutti dalla stanchezza. Il comune non ha fatto storie ed è diventato nostro, noi ci paghiamo la luce e facciamo le pulizie: quelli con noi sono spilorci, non siamo mica come quei ciellini che a loro passano anche la cartaigienica! ».

« Sì, lo so che gli hanno dato la scuola che era stata costruita per il quartiere » rispose Katia, anche lei, delusa dalla giunta municipale che aveva concesso l’uso di una nuova struttura del quartiere a quelli di comunione e liberazione e questi ci avevano fatto una scuola privata per loro uso e consumo, pagando una cavolata di affitto: altro che occupazione di centro sociale!

Katia, animata da quella piccola condivisione, con coraggio tirò fuori dalla borsa i suoi scritti: « Sto facendo una tesi sugli strumenti di partecipazione del cittadino alle scelte politiche della città ».

I sei la guardarono sorridendo: « Ehi, ma chi sei? Biancaneve? Bimba, qui non ci vuole una tesi per dimostrarlo! » a dirlo con ironia fu un ragazzo che se ne stava abbarbicato allo stipite della porta come se fosse sostenuto da un filo invisibile. I capelli rossicci e mossi si muovevano come di moto proprio e la sua altezza sovrastava di mezzo metro quello di Katia, tanto che le venne da pensare che se qualcuno avesse avuto cattive intenzioni in quel momento, per lei non ci sarebbe stata alcuna speranza di difesa. Brava stupida a venirci da sola in un simile ambientino: ci fosse stata almeno qualche altra ragazza!

Katia si rivolse a loro: « Pensavo che qualcuno di voi mi avrebbe potuto dare qualche buon suggerimento e aiuto per questo lavoro, ma vedo che siete indaffarati…» e, detto così, fece per andarsene rimettendo alla rinfusa i fogli dentro la borsa.

Sentì la voce di qualcuno: «Aspetta, dai, Cencio non sa esprimersi al meglio, però credo che tu l’abbia colpito favorevolmente e poi qua abbiamo bisogno di idee nuove e di aria nuova ». In effetti, il profumo di Katia già si stava diffondendo per il capannone. Un profumo che aveva pagato tantissimo: una costosissima boccetta di profumo di YSL, una fragranza dolce e frizzante che aveva pagato con piacere. Non si addiceva all’aria del centro sociale, ma lei amava solo profumi di classe e non si sarebbe mai accontentata di un misero deodorante; non era schizzinosa, era abituata a stare con arie peggiori di quella presente in quel momento, fatta di muffa, corde umide e sudore maschile. 

« Bene, ci troviamo stasera? » incalzò allora Katia, ben contenta che le cose stessero procedendo come nei suoi piani. I sei ragazzi si guardarono. Quello rosso di capelli, appoggiato immobile alla porta, il Cencio, la guardò: « Ok, a che ora? »

« Alle nove, dopo cena se vi va bene e avvisate qualcun altro che ne parliamo insieme; mi interessa la vostra opinione » rispose Katia che gli si avvicinò repentinamente, aprendo la porta e facendolo quasi cadere. Cencio la guardò di traverso, ma gli altri con un gesto lo rabbonirono.

« Va bene allora, a stasera », la salutò quello con la fronte vivace e lei se ne andò, voltandosi per vedere la nuvola di fumo che scivolò insieme con lei veloce fuori della porta. Il portone si richiuse clandestinamente mentre nei due occhi neri del ragazzo rimaneva sofferma l’immagine delle dolci caviglie della ragazza.

I sei ragazzi continuarono a fumare come se niente fosse successo; fu Zucchero a cominciare a parlare: « Voi che ne dite? Ci dobbiamo fidare? ».

« Sì », rispose Bello, quello dalla fronte vivace. E tutti gli altri se ne stavano zitti. Quando Bello diceva sì, il sì era per tutti.

Katia richiuse alla meglio il cancello sghembo. Si sentì più leggera e fresca, nonostante il sole picchiasse forte e la temperatura in quello spiazzo raggiungesse sicuramente i 45°.  Gli zoccoletti la facevano ballonzolare delicatamente da una gamba all’altra, un su e giù armonioso che le conferiva la grazia di una ballerina. Chiunque l’avesse vista in quel momento non le avrebbe dato più di quindici anni, anche se lei ormai ne aveva ventiquattro; un balenio negli occhi azzurri e una zufolata di vento caldo le fece arretrare i capelli sulla nuca lasciando il viso scoperto e nudo tale che avrebbe spaventato chiunque nella sua durezza e determinazione. Salì sulla sua vecchia rover: il caldo non lasciava scampo e il sudore le cominciava a colare dal collo sulla schiena. L’aria condizionata era solo un ricordo e i sedili della macchina erano di un tessuto morbido untuoso che dopo tredici anni di peregrinazioni non lasciavano scampo: avevano esaurito il loro stile ed erano ormai qualcosa di informe e grigio, una gabbia di calore per il corpo del povero guidatore. Arrivò a casa che pareva avesse fatto la doccia.

« Caldo, eh? », la accolse la mamma, quando Katia si affacciò alla porta. Ormai sua madre riconosceva il rumore della macchina parcheggiata sotto casa e il ticchettio degli zoccoletti della figlia. Katia si rovesciò indietro i capelli e se li raccolse in una lunga coda: a casa odiava portare i capelli sciolti. « Vuoi qualcosa da bere? », sua mamma le rovesciò un bel bicchiere di limonata fresca zuccherata. « Sì, mamma » rispose Katia esausta.

 Â« Allora come procede la tua tesi? » le chiese sua madre, mentre lei si era tolta la canottiera inzuppata e se ne stava con la schiena attaccata al ventilatore della cucina che, essendo all’ombra, era il luogo più fresco di tutto l’appartamento. « Procede…oggi ho fatto un’altra intervista.», le rispose sfuggente Katia. Povera mamma, si preoccupava sempre che lei fosse tranquilla. La guardò dolcemente: i capelli rigonfi sottili sulla piccola testa ovale e gli occhiali le conferivano un’aria dolce e serena. Una donna che era stata sempre mamma. Così per tutta la vita. Certe volte l’odiava: come mai non si era mai ribellata? Cosa era stata la sua vita? Lei sempre contenta, con il marito operaio in fabbrica.

« Mamma, sei bellissima », le disse Katia. Sua madre la guardò felice: « Sì, oggi mi sono fatta la piega dalla parrucchiera, si vede allora? ». « Sì mamma » mentì con piacere Katia. Sua mamma era, in effetti, davvero bella, ma più che bella era la sua mamma, un tesoro che nessuno al mondo avrebbe mai potuto ripagare nella sua bellezza, un rifugio di riposo dal mondo, qualcosa che ti determinava nel valore della tua esistenza.  Presa da un moto di tenerezza le ridisse: « Mamma, oggi sei più bella ».

« Sì, è vero, questo colore mi dona molto; vediamo se tuo padre se ne accorge stasera. Sai chi ho visto oggi dal parrucchiere? La mamma di Paola. Mi ha detto che adesso Paola lavora in ufficio in comune »,  le disse la mamma con fare finto noncurante. « Sì lo so», le rispose Katia. Sapeva che per sua madre un posto sicuro in qualche ufficio comunale sarebbe stato un sogno di serenità per il futuro della figlia.

« E tu? Tu hai fatto il liceo classico, tra poco ti prendi la laurea e adesso? Che fai? Non potresti fare anche tu qualche concorso? Vuoi vedere che queste qua sono più intelligenti di te e riescono meglio di te nei concorsi? »,  incalzava sua madre, che assurda! Cominciava la tiritera dei concorsi e delle amiche già sistemate.

« Mamma, devo uscire presto stasera…» le rispose Katia, cercando di tagliare il discorso e dirigendosi verso la sua camera.

 Â« Tu non mi ascolti. Le altre vanno avanti e tu rimani a guardare: possibile che una ragazza come te…» sua madre cominciava a diventare stressante.

« Mamma, non ti preoccupare che se voglio trovo subito un lavoro. È che voglio un certo tipo di lavoro, capiscimi.» la tranquillizzò Katia. Ma sua madre non aveva pace, il posto sicuro nella pubblica amministrazione rappresentava per lei una sicurezza per la vita e forse Katia l’avrebbe rimpianto, quando si sarebbe sposata e avrebbe avuto dei figli: una mamma le sa già queste cose.  Katia si rintanò nella camera, prima che sua madre potesse riattaccare la tiritera del posto sicuro. Le tende rosate lasciavano penetrare nella stanza una luce rossastra. I mobili ormai grigi anche se ben curati facevano intuire il bianco splendente del bel tempo andato: ai muri aveva attaccato qualche diploma e medaglie dei giochi sportivi a scuola, tutte gare di salto in alto nelle quali con la sua agilità e velocità riusciva a raccogliere qualche vittoria. Un dono di natura che forse se fosse stato coltivato avrebbe rivelato qualche talento sportivo, ma Katia non amava la fatica e, faticare per lo sport, questo proprio non l’avrebbe mai fatto. Si guardò intorno nella miseria del suo arredo. Qualche mobile claudicante, legno da quattro soldi, un materasso vecchio quanto la sua età e le coperte rosa. Belle tende di un delicato rosa simile a petali. Di buona qualità, di buona qualità certo, perché bisognava, secondo la teoria di sua madre, spendere soldi per delle belle tende. Peccato che i soldi che avevano a disposizione non permettessero comunque mai di prendere le tende che veramente loro avrebbero scelto e così per qualsiasi mobile lì in quella casa e per i vestiti e per la macchina e per tutto. Tutto non era quello che avrebbero voluto, ma il massimo che potevano spendere con i loro soldi, sempre miseramente pochi.  L’inutilità delle cose che si dimostravano incessantemente utili nel loro desiderio di impossibile bellezza. Ah, era un dolore atroce non poter godere di quella bellezza che tutti cercano nelle cose! Il desiderio dell’arte non era altro che la fugace ricerca di immortalare qualcosa che fatalmente sarebbe degradato nel tempo se non immortalato, se non colto nel preciso istante del suo fiorire, una nascita continuamente immortale. Lei lo avrebbe voluto, nei tessuti che la circondavano, nei mobili che la accoglievano, nei poster inutili che ricercavano di ripetere strenuamente e senza coraggio un tentativo creativo; il trash artistico non era forse destinato a soccombere nell’impotenza di restituire la bellezza alla povertà?

Si addormentò, immersa nella calura estiva, mentre il calore le confondeva il sogno con la realtà: si immaginò, mentre camminava a piedi nudi per una strada deserta, e d’un tratto, attraverso una piccola via immersa nella vegetazione, che si elevava improvvisa, si incamminò decisa verso il mare che echeggiava delle onde che si frantumavano sulla spiaggia. Pochi passi e sentiva già il vociare delle donne e degli uomini felici che si bagnavano nel mare. Anche lei avrebbe voluto avventurarsi, ma il frastuono delle onde si mescolava al rumore dei tuoni che si sentivano minacciosi nel cielo. Nuvole nere avanzavano rapidamente verso di lei. Poi un raggio di sole improvviso, una fiumana di calore silenzioso e tutte le voci come mute si acquietarono. Gli occhi scrutavano nello sguardo l’uno dell’altro il timore che si ergeva all’orizzonte: un turbine di acqua e aria che girava vorticosamente e che trascinava tutto con sé. La tromba d’aria girava velocemente e Katia era cosciente del pericolo, ma dove fuggire? Guardò alle sue spalle, c’era un edificio, un’enorme lussuosa villa bianca, forse l’unico rifugio prima di essere inghiottita dal turbine nero che velocemente si dirigeva verso di lei.

Si mise a correre, insieme alla fiumana di gente impazzita, che gridava sconvolta alla ricerca di un riparo. La villa si stagliava bianchissima nel nero delle nuvole, e un raggio di sole penetrò la loro coltre colpendo l’inferriata lucente che separava la villa dal tumultuoso paesaggio. Non sarebbe mai riuscita ad entrare in quella villa. Il terrore le impediva ogni pensiero al di fuori dell’azione. Doveva muoversi, ma non sapeva cosa fare. La paura, era questa che le impediva il pensiero. Movimenti insani. Si svegliò di soprassalto con l’ultima immagine di un’onda gigantesca che si andava ad abbattere su di lei. Era appoggiata sul bordo del letto e per poco non cadde. Guardò distrattamente l’orologio. Le otto e mezza! Doveva correre per non tardare proprio al primo appuntamento con gli amici del centro sociale. Maledì quel sogno per il tempo perduto inutilmente e per l’angoscia che le aveva lasciato, come un vago presentimento negativo.

Lo stanzone era ancora più brutto di come lo aveva ricordato quel pomeriggio. Già la aspettavano. Erano in sette, sei ragazzi, gli stessi del pomeriggio, e una ragazza di trent’anni, forse, perché gli occhiali e i ricci che le ricadevano disordinatamente sul volto non lasciavano intravedere granché. Una strana bocca sottile incurvava il labbro all’ingiù, segnato da una piccola sottile cicatrice. Una caduta infantile le aveva rovinato per sempre il sorriso. Qualche volta Carmela, così si chiamava, avrebbe avuto la tentazione di un piccolo intervento estetico, ma guardandosi allo specchio, crescendo, aveva riconosciuto in quel patetico sorriso la vera immagine della sua anima sarcastica e pessimista, sicché nella sua impossibilità di esprimersi al mondo, quel sorriso rappresentava per lei l’arma migliore per una denuncia continua, la denuncia della sua sfiducia nei confronti del mondo e della sua storia.

«  Carmela » si presentò la ragazza, alzandosi dalla sedia e porgendo la mano a Katia. Katia si sentì sollevata, non era l’unica donna in quella stanza. Nessuna soggezione, ma percepiva comunque dall’odore di quei ragazzoni che in loro permaneva un normale eccitamento sessuale. Erano animali istintivi, anche se sedati dalla razionalità del luogo. Avere un’altra donna vicino le permetteva di non impressionarsi dei tentativi di seduzione provenienti da quei figuri e di concentrarsi sul lavoro che si proponeva di portare avanti.

«  Bello, …, a proposito, il vero nome di Bello è Gianmaria… poco serio come nome, vero? E’ per questo che lo chiamiamo Bello e d’altra parte non potevamo chiamarlo altrimenti visto il resto della compagnia » disse Carmela, che introdusse il discorso e ricevette un’occhiataccia da parte di tutti, «  Fatta eccezione per Cencio, alias Nicola, che con i suoi capelli rossi fa stendere tutte le donne ai suoi piedi. Dai, Bello, fai tu l’accoglienza a Katia e spiegale il nostro programma, quello che stiamo facendo e che dovremmo fare ».

Bello, ossia Gianmaria, cominciò: « Katia, ti ringrazio per essere qui con noi. Non è facile iniziare un’attività di questo tipo, cioè aprire, e tentare di far rimanere aperto un centro sociale non è qualcosa da poco. Abbiamo continuamente bisogno di soldi e per questo vivacchiamo anche della musica grazie ad un gruppo da noi composto che strimpella in qualche serata organizzata dai centri sociali della nostra regione, con i quali lavoriamo in rete. La rete non è solo un nostro modello organizzativo reale ma anche il nostro modello virtuale. Attualmente ci siamo trovati per parlare del significato della questione Dal Molin di Vicenza contro la costruzione della nuova base Usa; e per discutere, fare iniziative ed azioni per difendere la terra da un futuro senza basi militari sul nostro suolo nazionale. Parole come democrazia, anche in un centro sociale acquistano un nuovo contenuto. Tu ne sai qualcosa? Ti interessa? ».

« Ho seguito la questione attraverso i giornali, ma ormai pensavo fosse una questione risolta, ossia la base militare sembra si faccia, nonostante il governo di centro-sinistra » rispose Katia senza particolare enfasi. Si sentiva come una scolaretta cui erano poste le domande più imbarazzanti per coglierla in fallo. Il Bello occhieggiò i compagni, e continuò: « Noi non facciamo teorie, noi mettiamo la pratica al centro dell’azione » disse con particolare enfasi il Bello. Katia si lasciò ondeggiare all’indietro nella sedia, rovesciando i capelli in un gesto voluttuoso che lasciò svaporare il buon profumo per l’aria. Per un attimo riuscì a catalizzare l’attenzione di tutto il gruppo e allora con mossa repentina riondeggiò verso il tavolo sfidando a viso aperto i presenti: « Pratica? Pratica di che? Ma non vi accorgete di essere patetici nelle vostre azioni? Qualche vetrina rotta in qualche inconcludente corteo: è questa la vostra pratica?  Un cartellone a San Precario dovrebbe risolvere i problemi della precarietà dei nostri concittadini, quando i sindacati non sanno nemmeno più la ragione per la quale sono nati e investono i soldi dei lavoratori in fondi che non si conosce quale mercato alimentino. I nostri salari sono i più bassi d’Europa e noi andiamo ai cortei a gridare basta precarietà: io non vorrei mai un lavoro da quattro soldi, che se li tengano, preferisco fare la morta di fame che vivere inchiodata come operaia per tutta la vita! », dicendo questo tirò fuori della borsa quattro giornali di gossip, «  Guardate, guardate: noi a gridare e loro a mangiare… » e indicò una serie di vip, tra politici e uomini di spettacolo, con qualche bella ragazza a fare da contorno, come un piatto gustoso, « …loro a fare la bella vita, a sperperare i soldi che non guadagnano ma che rubano, perché il lusso è ruberia, è ruberia alla gente che lavora onestamente, a mio padre e a mia madre che hanno sgobbato una vita. Il lusso è ruberia nei confronti dell’arte, perché è l’arte elevata alla potenza dell’inutile, è sproloquio dinnanzi ai filosofi che amano la vita nell’essenza, forma e sostanza; il lusso è quello che solo pochi possono avere, quando molti non hanno nulla. Se la propaganda del capitale è quella di ostentare il lusso e lo sfarzo per pochi, allora che il lusso sia di tutti! ».  Qui Katia fece una lunga pausa: «  Vi ho portato questo » dalla borsa uscì un volantino, sul quale spiccava l’acronimo ACDL . « Ve lo spiego » disse Katia agli occhi increduli, << ACdL è un acronimo e sta per Attacco alle Centrali del Lusso! E questa sarà la nostra prossima Azione. »

Carmela si alzò in piedi dinnanzi a Katia: « Stai scherzando? Vieni qua, non ti conosciamo e vuoi propinarci qualche teoria da quattro soldi, quando noi siamo anni che ci conosciamo e che ci fidiamo l’un dell’altro? Abbiamo lavorato sodo per avere questa sede e tu vieni a dirci che non lavoriamo più in rete assieme agli altri compagni con i quali ormai abbiamo rapporti da anni, che ci stimiamo? E per cosa poi? Per il lusso, quando c’è gente ancora che non arriva alla fine del mese per mangiare? ».

Katia la guardò risoluta. Aveva intuito in Carmela non tanto il dubbio su quello che Katia aveva detto, quanto piuttosto la ricerca di una conferma che quello che lei diceva avesse un supporto teorico e quali conseguenze comportasse a livello pratico. Katia confidava in quella donna e già la amava perché era donna. No, Katia non era lesbica, ma amava le donne per com’erano, così belle perché lei in tutte trovava una bellezza, quella bellezza che solo la natura può dare nella sua imprevedibilità. 

Carmela sarebbe stata la giusta compagna.

Katia riprese a parlare: « Tirare la cinghia, stringere i denti…qualcuno ha già affermato che “ci sono certe ricchezze che gridano imbecille all’uomo onesto”…, e voi siete gli onesti, ma sono questi », e indicò con veemenza, sbattendoci sopra il pugno, le facce sfigurate dagli interventi estetici e dai sorrisi stravaccanti dei politici e delle donne in vestiti succinti sulle poltrone lussuose di una villa bianca che si scorgeva dalle foto patinate della rivista, «  Sono questi che si godono i beni alle spalle degli onesti lavoratori, quelli per cui lottiamo una misera vita di povertà senza godere delle gioie e della bellezza dell’arte! ».

Tutti rimasero in silenzio. Katia li guardò e aspettò che iniziassero a parlare, ma vide nei loro occhi la mancanza di qualsiasi decisione, perciò si alzò in piedi, prese con irruenza le riviste sul tavolo e fece per andarsene.

Fu quasi alla porta, mentre con le spalle girate stava dando loro l’ultimo addio che all’unisono le rivolsero un: «  Aspetta…, fermati! Pensiamo…».

 

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La bella ragazza mora dai capelli lisci corvini posò sul tavolino il cellulare, non le sembrava vero, quell’uomo politico – così le era stato detto – che aveva conosciuto per caso alla festa della sera precedente nella villa del suo promotore, mandava qualcuno a prenderla direttamente a casa per portarla lì, oddio! Roba da non poter dire niente a nessuno ma da gridare al mondo, se avesse potuto. Diede uno sguardo veloce alle calze velate che le fasciavano le lunghe gambe. La gonna stretta di pelle nera l’avvolgeva sensualmente come una dolce caramella di liquirizia. Un ultimo tocco veloce al trucco e guardò impaziente la strada per scorgere la macchina: era un’importante occasione per il suo lavoro futuro come valletta televisiva, doveva fare una buona impressione a quell’uomo, doveva essere “gentile” con lui, le aveva detto il suo manager, e lei doveva essere minuziosamente perfetta. C’era poco da capire: lui dopo qualche gentilezza avrebbe utilizzato le sue conoscenze per infilarla in qualche programma televisivo. Sentì un campanello alla porta. Ah, finalmente, erano arrivati a prenderla! Aprì con il sorriso a trentadue denti, una bocca perfetta. Su quella bocca le arrivò il sapore dolciastro del cloroformio e l’ultima immagine che ricordò al risveglio fu il sorriso dell’altra, un po’ sarcastico, di quella ragazza alla quale aveva aperto la porta.

L’autista della macchina blu si fermò poco distante dal palazzo, dal cui portone uscì poco dopo la ragazza dai capelli corvini. I grandi occhiali le nascondevano quasi integralmente il volto, dai lineamenti raffinati, quasi da bionda, lui aveva pensato. Aveva gambe bellissime, e un pensiero di comprensione maschile gli vagò nella testa assieme ad uno sdegno per quel corpo svenduto a quel misero uomo che era il suo capo, un uomo politico da poco salito nelle sale del potere esecutivo. Il pensiero che potesse essere sua figlia, vista l’età della ragazza, lo relegò in un angolo del suo cervello. L’accompagnò in silenzio, non sapeva che dire, fino al grande palazzo bianco. Lui avrebbe onorato qualsiasi persona fosse entrata lì dentro. Katia nel suo travestimento si sentiva a proprio agio; avevano velocemente spogliato la ragazza, lei e Carmela, dopo averla addormentata e lei aveva preso il posto di quella bella ragazzotta, indossando i suoi vestiti e salendo al posto suo nella macchina che avevano mandato a prenderla. « La porto dentro, mi segua », le parole dell’autista svegliarono Katia dai suoi pensieri. Entrarono nel parco auto e, scesi dalla macchina, l’autista la condusse sicuro attraverso le ricche sale spaziose e i corridoi del palazzo fin quando arrivò alla porta dell’ufficio del suo capo. La ragazza entrò e l’autista se ne tornò al parco macchine.

La ragazza corvina ammirò la bellezza della stanza, gli oggetti di grande importanza storica affissi alle pareti e guardò il piccolo ometto che con fare sussiegoso le corse incontro ad accoglierla: un minuscolo uomo che non conosceva il valore di ciò che lo attorniava, uno spreco irrisolto cui bisognava dare una soluzione. Guardò il bellissimo quadro dal sole giallo che si stagliava sul muro dinnanzi a lei, e a questo dedicò il suo gesto.

L’autista aveva ricevuto l’ordine di aspettare la ragazza dopo un’ora e di riportarla a casa. Ma quando dopo due ore si stancò di aspettare, decise di andare in ufficio per ricordarlo al suo capo. Forse troppa voglia da sfogare, pensò: quella ragazza ci sapeva fare…Trovò la porta semi accostata, dall’esterno non si sentiva alcun rumore e la curiosità lo spinse ad entrare.

Una folata di caldo profumo uscì dalla stanza e quello che vide, dopo quasi trent’anni di lavoro, se lo ricordò per la vita…

 

 

Il giorno seguente campeggiava sui giornali:

GIALLO ALLA FARNESINA

Sparito il famoso quadro di De Chirico: ferito il portavoce del vicepremier forse nell’estremo tentativo di opporsi al furto.

Una strana scritta trovata accanto al suo  corpo: ACDL!

 

 

Quella sera la camera di Katia fu illuminata da un grande sole giallo appeso alla parete.