TRA SOGNO E LETTERATURA

A mia madre…

 

TRA SOGNO E LETTERATURA

di

Giulia Penzo

 

09_foto_La_Caduta_in_rosso.jpgSi guardò intorno nella grande sala.

Gli venne incontro una piccola donna dai capelli biondi cotonati. Nel suo tailleur rosso sembrava inaccessibile più che dentro un’armatura: su una ragazza di vent’anni avrebbe fatto un effetto diverso. Si sentì cattivo.

“Lei è il dott. Rossi?”

“Certamente”, rispose alla domanda della donna in rosso.

“Venga, è ancora presto ma tra poco la gente dovrebbe arrivare”

Nella stanza campeggiava un grande tavolo ricoperto da un soffice panno blu. La sala era enorme: mancavano pochi minuti all’inizio della conferenza, non erano ancora arrivati gli altri relatori e nel pubblico presente si potevano contare al massimo cinque persone, compresa la donna in rosso, naturalmente.

Bella situazione da affrontare: doveva relazionare la sua prima opera letteraria. Guardò la locandina, dove campeggiava la copertina del suo libro, … quanto si era dannato a trovare un’immagine giusta che racchiudesse il significato intrinseco del suo pensiero! Alla fine aveva optato per un petalo di rosa rossa da cui sgorgava una goccia di sangue: si sentiva proprio così… , quel libro gli aveva risucchiato letteralmente ogni linfa vitale del corpo.

Vide la signora in rosso rispondere al cellulare e farsi paonazza in viso e mentre rispondeva lo guardava come se fosse proprio lui il tema della conversazione.

Poi interruppe la telefonata e si diresse verso di lui, con fare dispiaciuto.

“Sono desolata, ha telefonato l’altro relatore e mi ha detto di essere rimasto bloccato a causa di un incidente stradale; dovremo iniziare noi, aspettiamo qualche altro minuto ancora, pensavamo fosse un tema interessante ma a quanto pare…”, e fece cenno alla sala quasi vuota.

Cominciò a sudare, a provare un senso di colpa per quell’evento poco riuscito. Intanto due delle tre persone che si erano sedute come spettatori si erano alzate, guardandosi in giro imbarazzate e, come colpevoli, se n’erano andate; rimaneva imperterrita una signora sulla sessantina.

L’evento doveva iniziare alle cinque del pomeriggio, ormai erano le cinque e mezza e nella sala austera rimanevano solo loro tre: lui, la signora in rosso e la signora seduta  tra le innumerevoli sedie nella sala, che sembrava immobile e non desistere dall’idea di assistere alla conferenza.

Incrociò lo sguardo della signora in rosso e decise di iniziare. Gocce di sudore lo percorrevano sulla schiena.

Si sedette al tavolo e cominciò a parlare. Aveva preparato una bella presentazione, che spiegava i motivi che l’avevano spinto a scrivere il libro, i contatti con l’editore, la trama ma, in quella sala, si sentì improvvisamente libero e cominciò a raccontare le paure, i sogni, ciò che lo spingeva a scrivere la notte tarda ad aspettare che arrivasse il flusso delle parole, mentre ascoltava la musica che più si addiceva ai sentimenti del momento.

Quella donna che gli stava dinnanzi, che l’ascoltava, gli sembrava apposta per lui, un angelo inviato dal cielo per salvarlo dal buio dell’inferno.

Non pensava di essere un grande scrittore, ma sapeva che doveva scrivere, credeva nelle persone, nella lotta, negli ideali di libertà e di uguaglianza, nella bellezza dell’arte. Ed era così solo…, martoriato dentro così tanto che voleva uscire, spiccare il volo…

Quando terminò di parlare, si guardò in giro. La donna seduta di fronte accennò ad un timido applauso e le sorrise e lui si sentì felice, in maniera assoluta.

La donna allora s’alzò in piedi e si avvicinò al tavolo dov’era seduto, prese dalla borsa un libro e glielo porse.

“A dir la verità ero venuta per l’altro relatore…”, si scusò timidamente, “Potrebbe comunque fare lei l’autografo col nome dell’altro scrittore?”

Uno strano sorriso si disegnò sulle labbra del dott. Rossi.

 

P.S. l’immagine è tratta dal web  e non ha alcuna attinenza con il racconto.

 

 

UN MARITO IN AFFITTO, PLEASE!

 

A saperlo prima! 🙂

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E ci sono anche le mamme a disposizione!

Ehi, ma che bella famiglia!

 

 

 

 

 

Un viaggio in Inghilterra

 

 

dai principi della Relazione di aiuto (da Andrea Canevaro)

Chi aiuta è tenuto a sospendere il giudizio sull’altro

 

 

 

 

Qui il racconto fino a questo post.

continua dal post precedente

 

Si stava innamorando.

Ancora vestita si gettò nel letto. Le amiche la trovarono ancora col trucco e le scarpe addosso e decisero di lasciarla dormire, non riuscendo a leggerle gli incubi in cui piano stava scivolando.

Erano già le nove della mattina quando lo stomaco cominciò a lanciarle richiami di fame. Si alzò per mangiare. Nel tratto fino alla cucina trovò lo specchio e si fermò a guardare la strana figura riflessa. I suoi occhi erano ombreggiati di nero e l’azzurro spiccava nel pallore del viso. I capelli erano arruffati e cercò di sistemarseli per trovare un po’ di dignità estetica. Era ancora con la minigonna di pelle e le calze a rete smagliate; la magrezza la spaventò, per istinto era portata ad associarla alla malattia. Andò verso la dispensa per cercare qualcosa da mettere in bocca e trovò solo un po’ di biscotti; in quella casa non c’era granché quanto a cibo e a pulizie. Nessuna tra loro aveva a cuore la cura della casa e vivacchiavano mettendo in ordine una volta alla settimana. Guardò l’orologio e si accorse che erano già le nove; aveva dormito solo tre ore, ma decise che comunque non sarebbe mancata a lezione.

Si lavò velocemente e ai rese conto che tutto intorno a lei era meraviglioso.

Amava per la prima volta, e non le importava di niente, era finalmente felice. Indossò jeans e una maglietta bianca per sentirsi pulita. Roberto aveva ragione, doveva cambiare vita, non voleva più andare al locale, e quella sera – aveva deciso – avrebbe parlato con Carlo e gli avrebbe detto che sarebbe stata l’ultima settimana di lavoro per lei in quel posto. Voleva applicarsi nello studio e nella preparazione della tesi: aveva bisogno di concentrazione e non poteva attardarsi e stancarsi così tanto. Magari avrebbe cercato qualche lavoretto meno faticoso.

Con questa consapevolezza nel cuore uscì di corsa per andare in facoltà. Trovò le sue amiche sorprese di vederla entrare a lezione. Si scusò col Professore per il ritardo e prese posto vicino a loro.

Il Professore parlava di un nuovo termine, di resilienza, definita come la capacità, propria di alcuni metalli, di resistere ad un urto, assorbendo energia cinetica anziché rompendosi.

I ricercatori studiavano i processi che aiutano alcune persone a resistere ai colpi della sorte sviluppando capacità creative invece che patologie psichiche. La resilienza tuttavia non è la stessa per una barra di ferro posta nell’aria o posta in acqua, molto dipende dall’ambiente circostante. Come diceva uno psichiatra, Boris Cyrulnik, “Ciò che caratterizza la condizione umana è la memoria semantica, la memoria del racconto intimo che ci si fa, quando, nella propria solitudine, ci si racconta la propria ferita, cosa ci è successo, e lì ci si può rendere prigionieri del proprio passato. Ma dal momento in cui noi parliamo, o in cui possiamo condividere il racconto della nostra identità narrativa, quando possiamo dire “io so che sono così perché mi è successa quella cosa” e possiamo condividere con delle parole ciò che è successo, noi ridiveniamo un po’ padroni del nostro passato. Lo possiamo rimaneggiare con le parole e indirizzare ad altri. Un racconto intimo condiviso può trasformare una prova in gloria se si fa di un ferito un eroe o in vergogna se lo si trasforma in una vittima”

Alessia si mise a ridere tra sé: condividere… e in quell’aula affollata si sentì catapultata in una solitudine immensa. Sì, sapeva di essere sola, ma con Roberto accanto poteva superare tutto, era con lui che voleva condividere la sua vita.

Neal, intanto, l’aspettava fuori dall’aula. Sapeva che sarebbe andata a lezione. Aveva terminato quella mattina la sua ultima lezione di letteratura inglese. Alcuni studenti avevano cercato di trattenerlo per parlare dei lavori di tesi ma lui aveva la testa completamente da un’altra parte, non vedeva l’ora di rivederla ancora, di parlarle, di toccarla…

Invece Alessia quando uscì dall’aula, lo vide ma fece finta di niente, non un sussulto, nulla.

“Alessia”, la chiamò, sorridendo come si accoglie un’amante.

Alessia si ricordò di lui: uno sbaglio, un incidente. Che stupida, cacciarsi nei guai sembrava una sua unica grande capacità innata!

“Ciao”, cercò di sorridergli e gli andò incontro. “Cosa fai qui?”, chiese ingenuamente.

“Ti aspettavo, vuoi che andiamo a farci un giro insieme? Ti mostro lo studio dove lavoro…”, aspettava solo la conferma per prenderla sottobraccio e portarsela via. In quel momento si sentiva fragile come un albero cui qualcuno cercava di strappare il frutto più bello.

“No, ora devo tornare a casa, devo studiare un po’ e devo riposarmi perché stasera devo lavorare…, mi dispiace, proprio non posso…”, fece cenno alle sue amiche di aspettarla.

“Credevo…, ieri te ne sei andata via così…”, non voleva parlare davanti a tutti, ma la delusione della sua maschera di indifferenza era troppo forte.

“Scusami davvero, ne parleremo ma ora devo proprio andare”, le rispose decisa e si allontanò da lui raggiungendo in fretta il gruppo delle amiche. Alessia proseguiva tranquilla, ormai aveva imparato a sedare le emozioni, anche se le immagini dell’amore con Neal del giorno prima le scorrevano davanti con le sue mani, le sue carezze. Si toccava le labbra e assaporava i suoi baci, si passava la mano tra i capelli e sentiva le sue mani, si voltava e coglieva una carezza. Un altro errore, si diceva, accusandosi dello sbaglio. Ormai sapeva di amare Roberto e quello che era stato un errore non poteva turbare ciò che finalmente le sembrava chiaro.

Neal si chiedeva dove avesse sbagliato, con lei era stato dolce, aveva sentito il suo amore e allora? Perché? Mentre si allontava la vide ancora ragazzina; così vestita la sentiva lontana anche dal suo mondo, dal suo modo di essere. Ritornò in ufficio, aveva dentro un malessere indecifrabile, così quando arrivò Cristina, si sentì improvvisamente sollevato da ogni pensiero cattivo, amato.

(CONTINUA)

 

 

 

 

 

 

 

 

DIETRO UNA GRANDE DONNA C’È SEMPRE UNA GRANDE MAMMA

DIETRO UNA GRANDE DONNA C’E’ SEMPRE UNA GRANDE MAMMA?

 

ab6295cucciolo-di-mamma-posters.jpgSì, me lo sono chiesta ieri mentre ero ad un convegno sull’imprenditoria femminile.

Cosa c’entrano le mamme?

Sul palco, un’imprenditrice nata per caso, nel senso che il marito amava progettare oggetti particolari: il marito ha creato l’idea e si è lanciato nella progettazione e lei gestiva la parte amministrativa dell’azienda.

Un’altra aveva ereditato l’azienda dal padre.

Un’altra con il marito aveva iniziato la gestione di una cooperativa sociale che poi si era allargata, diventando poi vicepresidente di una grande associazione a livello nazionale.

Un’altra, era stata assunta dal marito, proprietario dell’azienda, e poi ne era diventata la moglie; la gestione pian piano era passata nelle sue mani.

Grande elogio di mariti, padri.

 

 

E le madri?

 

Sono scomparse.

Le mamme sono emerite comparse.

Ma quando si tratta di badare ai figli, ai nipotini…, compaiono meravigliosamente en passant come piccole maestrine, come baby sitter nostrane, come educatrici ruspanti…

Insomma, mi sono chiesta se un po’ di merito ce l’avevano anche le loro mamme…

e parto già da una mia considerazione personale:

DIETRO UNA GRANDE DONNA C’È SEMPRE UNA GRANDE MAMMA

 

 

 

 

 

 

Un viaggio in Inghilterra

 

Continua il mio racconto.

 

Non si riesce mai a capire il limite…

 

“… il “Ruolo del Salvatore” si caratterizza per una apparente, esagerata generosità; per un aiuto “fuori misura” che, proprio perché tale, risulta ingannevole. Sembra infatti un gesto eroico, straordinario, ma ad un esame più approfondito – sia per quanto riguarda le sue motivazioni, sia per quanto riguarda i suoi esiti – si rivela invece di segno nettamente contrario…” (da Andrea Canevaro)

 

 

 

Qui il racconto fino a questo post.

continua dal post precedente

 

Ma le giornate erano ancora più dure quando la sera doveva affrontare Roberto, che l’aspettava e voleva riaccompagnarla a casa.

Si fermava proprio davanti l’uscita del locale con la sua macchinona ad aspettarla per tutta la serata.

Le sue compagne l’ammiravano, credendo ne fosse lusingata ed invece doveva salire in macchina se non voleva che Roberto cominciasse ad urlare o a tempestarla di telefonate; si faceva accompagnare, ma non gli dava niente in cambio.

La tormentava, ma sapeva tenergli testa e lo rassicurava.

“Stasera qualcuno ci ha provato?”, le chiese Roberto anche quella sera, con quel tono che non le piaceva, da padrone.

“No, lo sai che Carlo li sistema se si azzardano a toccarci”. Si riferiva a Carlo, il gestore del locale, che veramente ci teneva che tutto fosse in regola. Se poi qualche ragazza ci stava, quello era un affare che non lo riguardava. Per lo meno con lei non aveva fatto nessuna allusione a tentativi di prostituzione, però sapeva che altre ragazze si fermavano dopo la serata con alcuni uomini. E la cocaina girava tranquillamente nel locale.

“Non voglio che fai questo lavoro. Se mio padre lo venisse a sapere…”, insisteva Roberto con aria rammaricata..

“Smetterò quando mi assumeranno al nido, lo sai che non voglio pesare sulla mia famiglia”

“Non capisco questa tua testardaggine, ti potrei aiutare anch’io”, le diceva dolcemente. Faceva praticantato nello studio del padre, i soldi per lui erano un’appendice naturale.

I tuoi cazzuti soldi …

“Sì, lo so, ma non voglio”, e sperava che quel discorso morisse.

Credeva di riuscire a domarlo, di gestirlo e non capiva di esserne la vittima.

Roberto l’accompagnò a casa. Ormai si era investito nella parte di fidanzato e al di là del bacio non tentava nessun approccio, come se la dovesse mantenere illibata. A lei era indifferente, accettava i suoi baci come una pena da pagare, come via per l’assoluzione, come mezzo d’inganno.

I fari della macchina nel buio della notte disegnavano strani paesaggi di fantasmi e di paure irrisolte.

Quella sera però era davvero stanca. Si ricordò di Neal, chissà cosa stava facendo in quel momento…

***

Neal si svegliò. Si alzò per guardare in giro.

“Alessia…”, provò a chiamarla, ma sapeva già che non c’era.

Diede un rapido sguardo in salotto e poi entrò in bagno. Sentì l’odore acre del vomito.

Si ributtò nel letto. Maledizione! Perché se n’era andata?

E ripensava alla dolcezza dei baci, degli abbracci prolungati.

Guardò l’orologio, erano le cinque e mezza del pomeriggio. Ormai non riusciva a combinare più niente. Si fece una doccia veloce e uscì, diretto all’Università.

Voleva passare nel suo ufficio, doveva ancora preparare la lezione per il giorno seguente. Era l’ultima lezione prima della pausa estiva e poi sarebbe iniziata la lunga serie di conferenze in giro per l’Italia e in Inghilterra.

Era soprappensiero sulle scale della facoltà, quando incrociò una personcina.

“Neal, finalmente!”, le gridò la ragazza dal caschetto nero che si trovò davanti.

“Ah, sei tu …”, le rispose Neal, come se fosse una cosa scontata da ritrovare.

“Finalmente! Sono appena passata per il tuo ufficio e non rispondevi al cellulare, dove ti eri cacciato?”, lo guardò con attenzione.

“Sono passato un attimo a casa e poi mi sono ricordato che dovevo ancora finire di preparare una lezione…”, cercò di sfuggire lo sguardo di Cristina…

 

(CONTINUA)

 

 

 

*la foto è tratta dal web e non ha alcuna attinenza con il racconto e il contenuto del post.

 

Papà, tra poco è Natale!

 

Papà, tra poco è Natale!

 

pioggia_vetro.jpgDa un po’ di giorni si trovavano al freddo, Maurizio e suo padre. Gli aveva chiesto insistentemente il motivo dei termosifoni spenti in quei giorni di dicembre in cui, affacciandosi alla finestra, il vapore del proprio respiro sul vetro lasciava strane scie e impronte. Era arrivato al punto di desiderare che si facesse presto mattina per andare a scuola e godere insieme agli amici un po’ di tepore. Non aveva il coraggio di parlare con nessuno e si accontentava della felicità di stare insieme ai compagni di scuola. Aveva chiesto di essere spostato proprio nel banco vicino al termosifone, quello odiato da tutti perché ad una certa ora il calore era così insopportabile che chiunque si sarebbe infastidito. Maurizio no, si beatificava delle goccioline di sudore che gli scorrevano sulla schiena, immagazzinando tutto il calore che avrebbe poi irradiato per il resto della giornata.

Tutto era cominciato dopo quel maledetto giorno in cui aveva perso sua madre: se n’era andata via per sempre. L’aveva salutata una mattina, che doveva andare all’ospedale per una visita. Un bacio veloce sulla guancia, la mano fredda di sua madre: come poteva perdonarsi di non essere stato attento, di non averla abbracciata un’ultima volta stretto stretto… Anzi, con fastidio l’aveva scostata con la mano, quando aveva provato a raddrizzargli il ciuffo indomito davanti agli occhi. Una lacrima gli scivolò giù sul quaderno dove cercava un po’ di concentrazione per fare i compiti. La riviveva negli abbracci, nei dolci di cioccolato, nei caldi budini del pomeriggio e si arrabbiò perché non ricordava il colore degli occhi, ma lo sguardo intenso e il sorriso. Si alzò e andò a prendere la fotografia di sua madre, candida col velo sul capo e sorridente il giorno delle nozze con suo padre. Com’era bella! Gli occhi erano di color nocciola, come i suoi.

Sentì il morso della fame. Appoggiò con cura la foto e andò in cucina. Aprì il frigorifero ma come al solito non c’era nulla. Qualche bottiglia di latte, una confezione di uova. Se ci fosse stata la mamma!, pensò Maurizio. Ormai suo padre viveva nel suo mondo, non si curava di lui, non gli preparava neanche la cena e non gli faceva trovare nulla da mangiare. 4127868_50678bf6b9_m.jpgAndava a lavorare in fabbrica e tornava distrutto dalla fatica; quando arrivava si buttava nel letto e non si sarebbe alzato fino alla mattina seguente. Guardò l’orologio, erano appena le dieci della sera, ma non avrebbe sopportato oltre di restare senza mangiare. Aprì la dispensa: dentro c’era una scatola di passata di pomodoro e un po’ di pasta e decise di prepararsi la pastasciutta. Si era stupito della sua dote di imparare in cucina attraverso i ricordi della vita con sua madre. Mettere a bollire l’acqua nella pentola, un’impresa la prima volta che aveva provato; poi lei che metteva il sugo nel pentolino e lo versava dentro il pentolone con la pasta e mescolava mescolava…

Quando ebbe finito di mangiare si buttò così vestito nel letto e cominciò a pensare. Doveva far qualcosa per cambiare quella situazione. Forse se avesse trovato qualche lavoro, con suo padre avrebbe cominciato a parlare. Dal funerale avevano scambiato si e no qualche parola, era un rimprovero, gli pareva, come se suo padre lo accusasse: “Perché non sei morto tu, invece di tua madre?

Sentì aprire la porta, suo padre era rientrato. Si alzò per andargli incontro e salutarlo: “Papà, se vuoi c’è ancora un po’ di pastasciutta sulla pentola, te la scaldo un po’?”

Giuseppe sospirò e guardò suo figlio con aria dolce: “Sì, certo, ho proprio fame, bravo Maurizio”

Maurizio volò in cucina e cominciò a scaldare la spaghettata, ringraziando il cielo di aver sbagliato la dose della pasta e di averla lasciata nella pentola.

Preparò velocemente la tavola e vide suo padre arrivare e sedersi, proprio come un tempo.

Prendi, papà”, gli porse il piatto e si sedette insieme a lui.

Giuseppe cominciò a mangiare avidamente: “Buona, davvero”, gli sorrise.

Maurizio sentì dentro di sé una felicità immensa e si fece coraggio.

Papà, tra poco è Natale”, disse, abbassando gli occhi.

Non lo vide arrivare. Il ceffone gli si stampò in pieno viso.

Sei uno stupido! Hai il coraggio di pensare al Natale quando tua madre è morta da un mese?”

Ma papà,…domani…”, gli fece eco Maurizio, piangendo sommessamente per il dolore fisico e al cuore.

Vattene…, vai via, vattene, non hai rispetto”, suo padre gli intimò quasi sibilando, alzandosi in piedi.

Maurizio si alzò, indietreggiando fino alla porta e poi oltre, fino in camera sua. Si sentiva come svuotato e si buttò sul letto. Pianse da solo così tanto che al mattino si ritrovò con gli occhi gonfi e con difficoltà si alzò per andare a scuola; doveva andarci, per salutare gli amici e scambiare gli auguri di Natale e del nuovo anno in arrivo. Aveva sentito suo padre uscire la mattina presto, avrebbe voluto scusarsi e dirgli quanto era stato egoista, ma non aveva trovato la forza.

Si vestì svogliatamente e andò a scuola; la mattina trascorse veloce festeggiando con panettoni, bibite e i professori che pregustavano l’aria felice delle feste. All’una si ritrovò in piazza, preso da un’incredibile solitudine. 99.jpgSi mise a bighellonare per le strade, illuminate a festa, il rosso e l’oro che brillavano nelle case e nei monumenti, i negozi pieni di cose belle. “Mamma, perché?”, si chiedeva e quasi cresceva in lui un sentimento di accusa contro la madre che li aveva lasciati soli, anzi da solo.

A casa, intanto, Giuseppe si era fermato a contemplare il lavoro, ma iniziava a preoccuparsi, si stava facendo tardi. Guardò l’orologio: erano le otto della sera e Maurizio non era ancora arrivato. Ancora qualche minuto e poi sarebbe uscito per andare in cerca. Maledizione, perché l’ho trattato in quel modo? Se fosse successo qualcosa anche a Maurizio non se lo sarebbe mai perdonato… Dio, pensò, aiutami tu…

In quel momento, nel turbinio dei pensieri, sentì che qualcuno apriva la porta. Tirò un sospiro di sollievo e continuò il lavoro.

Maurizio entrò nella grande casa, lo avvolse qualcosa ancora di tiepido, ma era un calore familiare. Un rumore proveniva dal salotto, ma non osò fiatare. Fece per andare diritto in camera ma passando per il salotto quello che vide lo fece restare senza parole.

221810.jpgSuo padre era chino sotto il loro piccolo alberello, quello che addobbavano ogni anno con gli stessi balocchi da quando era nato e stava preparando il tradizionale presepe.

Maurizio si fece coraggio e si chinò accanto al padre.

Papà…”

Scusa Maurizio per ieri sera”, Giuseppe non aveva il coraggio di guardare il figlio negli occhi.

Non preoccuparti, capisco papà, ti ho capito”

Sì, lo so che sei un ragazzo in gamba”, gli disse Giuseppe, mentre sistemava la mangiatoia dove la statuina del Bambin Gesù sarebbe apparsa alla mezzanotte.

presepePERFETTO.jpgEcco, guarda, ho finito”, e Giuseppe cinse con un braccio il figlio.

Maurizio guardò bene il presepe.

Papà, manca…manca la statuina della Madonnina…”

No, Maurizio, non manca. Credo che stanotte scenderà anche lei. Sì, sono sicuro che stanotte la mamma scenderà insieme al Bambin Gesù…”

E padre e figlio si abbracciarono stretti stretti.

Sì”, ripeteva Giuseppe, “tra poco è Natale”

MENS SANA IN CORPORE SANO

Oggi si parlava di diete, di regole; il sole taglia in due ed io a sciogliermi… 

La palestra

(mens sana in corpore sano)

 

La palestra era un locale pressoché quattro per quattro, con stipati dentro una miriade di attrezzi. Il gestore era un uomo piccolo e tozzo, che indossava una larga felpa e sulla testa rasata un cappellino che gli nascondeva una profonda cicatrice. Di mattina, nella palestra si ritrovavano a fare ginnastica donne delle più svariate età, dalla casalinga quarantenne che desiderava ancora mantenere la giovinezza e la forma fisica, alla ragazzina tisica diciottenne che aspirava al modello della modella perfetta. Il sogno della bellezza a portata di mano, sotto casa e con il minimo sforzo. Il piacere disintegrato dello sport in pillole, segmentato in esercizi con i pesi, con gli addominali, con la cyclette.

La palestra rappresentava lo spazio di libero movimento in cui ognuna diventava un muscolo flessibile, gambe spalancate di piacevole divertimento, il cui sudore diventava simbolo del lavoro su di sé, braccia toniche di morbida sinuosità, glutei sodi che riproducevano orgasmi di godimento interiore nell’andare su e giù nello step. Su e giù, su e giù, un andamento cosmico simile ad un amplesso amoroso: chi entrava nella palestra ne usciva rinato nel corpo e nello spirito, un karma interiore amplificato dalla stanza quattro per quattro. Quando Anna entrò, capì subito che si sarebbe trovata bene. Le donne presenti in palestra la salutarono con accoglienza. Anna era una donna di trent’anni e dopo la gravidanza aveva deciso di frequentare la palestra: dieci chili di grasso soffice da sciogliere.

Il maestro le mostrò la serie combinata degli esercizi: cyclette, sollevamento pesi con le braccia, torsioni, addominali, ginnastica a corpo libero e infine, dopo un’oretta, ben venti minuti di sana corsa sul tappeto rotante.

Un’ora per sé, un’ora totale di relax.

Anna, il primo giorno di palestra, tornò a casa distrutta, con i muscoli indolenziti ma con una voglia pazzesca di far sesso. Quando arrivò suo marito, piroettò piacevolmente davanti a lui per mostrargli il risultato di quel giorno di lavoro: – Guarda che glutei! Si vede, eh? Altro che diete ed in più ci sono persone simpatiche, normali, come me, e non malate di narcisismo come pensavo.

Arturo l’attirò dolcemente a sé; Anna con la sua dolcezza racchiudeva l’universo femminile e lui poteva giustamente approfittarne.

Nei giorni seguenti in palestra le ore passavano veloci e quell’ora iniziale, che Anna dapprima aveva dedicato alla ginnastica, adesso cominciava a dilatarsi fino a ricoprire ormai tutta la mattina. Ad Anna si erano sviluppati gli addominali e la dolcezza dei glutei iniziava a lasciar spazio a muscoli duramente scolpiti, qualcosa di sodo e di liscio simile alle palle di biliardo. Arrivava a casa stanca, ma fiera si ammirava allo specchio e rivedeva l’immagine di una donna diversa: aveva perso le rotondità acquistate durante la gravidanza ed era diventata quasi spigolosa.

Il marito osservava Anna di sera: le occhiaie sul viso di sua moglie lasciavano trasparire qualcosa che la tormentava ma il suo corpo gli piaceva così magro e ossuto, sembrava un elastico tirato alla massima estensione, e lui di notte poteva godere della sua intima forza, anche se fare all’amore ormai era diventato quasi una prestazione più che un momento di passione.

Dovresti smettere. Sei ormai perfetta, che bisogno hai di andare ancora in palestra? Le disse una volta, dopo aver fatto l’amore. Anna si tirò su dal letto come offesa: – Sei uno stupido! Non vedi quanto lavoro c’è ancora da fare? Non voglio mica diventare vecchia prima del tempo!

Le donne sono proprio delle maniache…, pensava Arturo.

Ma per Anna la palestra era diventata davvero un’ossessione; ormai andava in palestra più di qualche volta al giorno: lasciava il bambino da sua madre e poi andava lì, dove trovava anche altre donne con le quali poteva parlare. Le mancava il lavoro e al rientro avrebbe sicuramente avuto un sacco di problemi con i colleghi perché, a causa della sua assenza per maternità, dovevano svolgere anche parte dei suoi compiti e allora preferiva non pensare a quel momento.

Dopo la nascita e le convenute congratulazioni non aveva ricevuto nemmeno una telefonata da qualche sua collega. Certo, nessuna recriminazione: tutte erano impegnate tra lavoro, problemi familiari, alcune con i bambini ancora piccoli da accudire oppure assediate dall’assistenza agli anziani genitori. Si era sentita quasi colpevole durante la gravidanza e il permanere a casa durante l’astensione facoltativa.

Conciliazione di vita, conciliazione dei tempi di vita: pensava al prossimo suo destino di corsa perenne, uguale a tutte le altre donne, sempre pronte a correre, contente magari perché con la fermata del tram disposta proprio davanti al nido, con le educatrici che ti aspettano, appena in tempo per smontare dal turno del pomeriggio per andare a riprendere il bambino, e fuggire con la bolletta del gas pronta in tasca da pagare e l’ufficio postale che è comunque pieno ma che le sta aspettando perché così vuole la conciliazione dei tempi di vita delle donne mentre arrivano con il pupo in braccio che piange perché lo si è appena prelevato come un pacco dall’asilo.

Tutto perfettamente a posto per una donna perfetta.

Vorrei riconciliarmi con me stessa, pensava Anna.

Anna si sentiva persa in quel vortice di doveri: dover essere una buona madre, una buona moglie, una donna conciliante, con i tempi di vita che si incastravano come in un puzzle.

A lei bastava solo essere una mamma, non voleva il rispetto di alcun tempo di vita. La sua vita non erano pezzi da far combaciare.

Coccolava con amore, gli faceva succhiare dolcemente il latte dal suo seno e lo guardava con affetto, quel piccolo essere che sembrava chiedere tutto al mondo.

Questo non era qualcosa di già conciliante? Con il mondo intero, pensava.

E aveva bisogno di qualcosa per sé.

Di giorno, il bambino. Di notte, il marito.

Le mani di suo marito cercavano il suo corpo:- Dove sei, dove sei amore?

Ma era lei che non lo incontrava.

Lo sentiva come un estraneo entrare dentro di sé: – Voglio un aiuto, sto gridando, perché non mi senti? Gli gridava, ma lui sembrava non accorgersene. Anche nell’orgasmo si distanziava come in un esercizio ginnico. Lui allora le accarezzava i capelli: – Sei bellissima. Hai un corpo bellissimo.

E poi lui si rigirava nel letto.

 

 

Quel giorno Anna, quando arrivò in palestra, l’osservò attentamente per la prima volta. Le stanze erano sì piene di attrezzi ginnici, ma c’erano anche stanze chiuse, sembravano uffici. Le stanze piene di bianco, il bianco…, nel vortice degli occhi tutto le girava. Si catapultò veloce fuori dalla porta, si fermò sulla soglia, appena in tempo per osservare la targa vicino alla porta d’ingresso, appena in tempo per leggervi la sigla CSM, prima che due mani forti la tirassero di nuovo dentro i locali.

Il marito si soffermò un attimo e abbassò gli occhi prima di entrare nel Centro di Salute Mentale. Suonò il campanello e un infermiere gli venne ad aprire il portone.

Da lontano, nel lungo corridoio, la intravide subito.

Anna, madida di sudore, con i capelli gocciolanti, era seduta sulla fredda sedia di alluminio, in una posa innaturale del corpo. – Anna…- la chiamò.

Il pallore spettrale la rendeva bella e spaventosa allo stesso tempo, mentre aritmicamente si dondolava.

Anna ripercorreva nella mente l’esercizio ginnico: un salto nel buio, un corridoio lungonero, un salto verso la luce, sudore, sudore, annientamento.

Non sarebbe più, mai più – aveva deciso- tornata indietro.

 

di Giulia Penzo

Festa della mamma

Oggi volevo ironizzare sulla Festa della Mamma, allora ho detto alla mia mamma: ” Mamma, sai che nel centro di Mantova c’è una PASSEGGIATA RESISTENTE DI DONNE , per raccontare l’ipocrisia della Festa della Mamma?”

 

Mia madre mi ha guardato, da sotto gli occhiali, lei che è molto più intelligente e critica di me, per niente retorica e poco moralista:

” ma quale ipocrisia c’è nella Festa della Mamma?”. Me ne sono rimasta zitta, io con le mie teorie disfattiste dei luoghi comuni.

Hai ragione, mamma, non c’è nessuna ipocrisia:

 

SOLO UNA FIGLIA RICONOSCE LA MADRE

NO, NON C’E’ NESSUNA IPOCRISIA NELLA FESTA DELLA MAMMA