MERCATINI NATALIZI

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Ecco l’ultima parte del mio racconto. Domani sarò in viaggio, vero. Sento già il freddo penetrarmi dentro la pelle. Sarò in giro per mercatini natalizi. Tra poco è Natale, tutto un altro ritmo, tutto un clima diverso, l’attesa di cose belle, non cose, sentimenti belli, il calore dei figli, i regali… tutto.

 

 

 

 

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

Riassunto: Linda lavora in una finanziaria. Durante un pranzo di lavoro, il suo responsabile le chiede dove andrà in vacanza durante la pausa estiva. Linda non sa cosa rispondere, davanti a tutti e, presa alla sprovvista, mente, dicendo che andrà in montagna. Linda però decide di non partire e si rinchiude in casa, fingendo di essere partita, ma un ladro entra all’improvviso dentro casa sua. Non basta, arriva anche la sorella Linda, dopo tanti anni di lontananza, e l’isolamento vaneggiato si trasforma ben presto in altra cosa…

 

Le due sorelle si guardarono e scoppiarono a ridere. La situazione si stava facendo sempre più assurda.

Immagine_04512“Vedete, ho una teoria. Gli chef ci fanno credere che mescolando più ingredienti si ottengono cibi più saporiti e invece personalmente penso che non ci sia nulla di più buono di gustare l’alimento nel suo aroma naturale. Insomma, per spiegarvi, le patate non vanno messe dentro lo spezzatino. La carne deve essere gustata a parte e così le patate. La mozzarella è buona al naturale, fresca e leggera, senza alcun condimento. Il suo candore non andrà macchiato da insulse cucchiaiate d’olio. E così la verdura. Un cotechino sarà squisito accompagnato da un buon piatto di lenticchie, ma queste andranno servite a parte. Un buon cibo deve essere accompagnato, mai affogato dentro altri. Un po’ come l’amore, non credete? L’amore va accompagnato, mai oltraggiato da altri orpelli, come belle parole inutili.”

“Bene, e così abbiamo scoperto anche il filosofo-chef!”

………

FINE

 

LA NOSTRA VITA È LATTE DI NUVOLA!

Buon Natale a tutti!

 

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Non è il momento adatto per le favole.

O forse sì, visto che tutti ce le raccontano.

Avevo iniziato questo racconto mesi fa, quando si manifestava per Sakineh. I media non ne hanno più parlato e manco le ong che si erano mobilitate. Era stata sospesa la lapidazione, ma non sappiamo più nulla della sua sorte. Un po’ come nelle favole, in cui il finale rimane sospeso in un limbo che s’immagina felice.

Il mio raccontino non ha nulla a che fare con la politica, come quello di Aristofane, anche lui ispirato dalle Nuvole.

Qui non ci sono filosofi, che cercano di raggirare con le belle parole. Non si parla di equità o di giustizia. Ho paura adesso a nominare il termine “equità”. Quando lo nomino mi tengo stretta la borsa (anche se dentro non c’è nulla).

Le mie nuvole sono buone e il mio è un racconto buono. D’altra parte si avvicina Natale…

 

LA NOSTRA VITA È LATTE DI NUVOLA!

1438148450.JPGLa storia che ti voglio narrare non è una storia qualunque.

Alcuni dicono che i bambini nascono sotto i cavoli.

Altri raccontano che a portarli sono grandi cicogne bianche.

Io ti racconterò di come i bambini arrivano sulla terra.

Ma per fare questo dovrai alzare gli occhi al cielo.

Se tu alzi gli occhi al cielo, troverai il sole se è mattino, e il nero nero se è notte.

Potrai vedere le stelle, innumerevoli, alcune brillanti, altre si muovono…, ma forse non sono stelle, sono le luci degli aerei che volano nel cielo.

Guarda, con la mano potresti prendere una stella e portarla nel tuo letto.

Ehi, non farlo!

Alcuni dicono che le stelle abbiano un cuore e se tu le porti sulla terra quel cuore piano piano comincia a battere sempre più piano, inizialmente pum pum pum... e poi pum pum ed infine non si sente più.

La stellina, tutta morbida nel cielo, quando arriva sulla terra si sgretola come sabbia!u12977213.jpg

Ma riprendiamo dall’inizio.

Vedete nel cielo le soffici nuvole?

Ecco, tutti i bambini stanno là, sopra le nuvole. Diciamo che ogni bimbo lassù sceglie la famiglia quaggiù.

Ogni tanto, qualche bambino è curioso e si sporge un po’ troppo dalla nuvola e allora…, be’ allora cade.

Questa dunque è la storia di Alfredo e di come dalla sua nuvola cadde sulla terra.

Nella nuvola si sta da favola.

La vita è una pacchia.

I bimbi sono lì che se la spassano a saltellare come matti, perché la nuvola è di una sostanza gommosa che ti fa saltare alle stelle e nel vero senso della parola. Le stelle sono come piccoli cavalli ammaestrabili, li puoi cavalcare. Se vedi una stella con la coda è perché il bambino che la cavalca, la fa correre ad una velocità supersonica.

Alfredo se ne stava sulla sua nuvola insieme ad altri due compagni, Michele e Francesco.

Ora però vi devo dire la verità, nelle nuvole non c’è età.

Alfredo ad esempio non vi so dire da quanto tempo se ne stava tra le nuvole e poi tutti hanno un’aria… – come dire? – … tra le nuvole!

Ma che si mangia tra le nuvole?

Provate ad immaginare: oh, cielo!

Prendete pezzetti di nuvola, metteteci un po’ di sale e diventa una bella focaccia, simile a quelle fatte con tanta farina, acqua e lievito. Ah, ne puoi mangiare a volontà! Te ne stai stravaccato a pancia in giù per un bel po’, ma ti assicuro che ne vale la pena.

torte_margherita.jpgE se ci metti lo zucchero? I pezzi di nuvola sono soffici più della torta margherita, una delizia se ci cospargi sopra un pizzico di cioccolata, solo un poco però, perché la delizia del palato è che quando si assaggia una nuvola così, mentre si scioglie in bocca ne hai ancora voglia.

Alfredo andava matto per questo tipo di nuvola e ne mangiava a volontà. Non era un tipo sportivo e si adattava a stare tranquillo tra le nuvole e fantasticare, quindi ormai lo conoscevano tutti. Era diventato quasi un’istituzione nel mondo delle nuvole.

Altri bambini invece quando dalla nuvola vedevano il mondo sottostante rimanevano incantati ora da un fiume che s’inoltrava tranquillo e serpeggiante nel mare, ora dal picco di una montagna che, allungando la manina, quasi talvolta riuscivano a sfiorare, e negli innumerevoli volteggiamenti della nuvola provavano un desiderio irresistibile di scendere sulla terra, attirati dalla bellezza dei colori, dalla magia delle persone che si muovevano con grazia sulla superfice terrestre. Ecco che la testa, pesando più del corpo, li trascinava giù, sollevati dal vento, e come per magia si ritrovavano piccini, tra le calde braccia di una mamma o tra le braccia forti di un papà. Non si ricordavano più della loro vita tra le nuvole e dei loro amici di nuvola.

Poi nella nuvola di Alfredo erano arrivati altri due bimbi, Michele e Francesco. E dopo la prima diffidenza si erano ritrovati con caratteri complementari e andavano d’accordo. Persino un musone come Alfredo adesso preferiva stare insieme a loro.

Il legame tra Alfredo, Francesco e Michele era qualcosa di unico.

Quanti giochi insieme!

A nascondino, tra gli anfratti della nuvola, a gare stellari su piste immaginarie, a saltellare per ore e ore senza mai stancarsi e a gustare il cielo stellato, bevendo latte di nuvola. Alfredo era il più vecchio e conosceva tutti i segreti e li sapeva sfruttare al meglio, perciò quasi sempre vinceva lui, ma era buono e non si vantava e poi con Francesco e Michele la vita sulla sua nuvola era migliorata notevolmente.

Finché non successe qualcosa che trasformò la loro vita.

Era notte, uno vicino all’altro, tutti e tre distesi si beavano del notturno cielo stellato. Le meraviglie non avevano mai fine.

“Da quanto tempo sei qua, Alfredo?”, gli chiese quella notte Michele, sdraiato accanto ad Alfredo.

“Non so, ma non mi preoccupo…, perché mi fai questa domanda?”

“Oggi ho visto una bellissima casetta dal tetto rosso. Dalla casa ad un certo punto è uscita una donna…”

“Non so, ce ne sono tante di case qui sotto. E quella donna cosa faceva?”

“Oh, nulla, però ad un certo punto si è distesa sul prato e ha guardato verso il cielo. Non so spiegarti, ma sembrava proprio che mi avesse visto. Ho provato a salutarla con la mano e lei…”

“Lei che ha fatto?”

“Mi ha salutato.”

“Gli umani son fatti così. Salutano tutto e tutti; ho spesso osservato la loro vita, qui dall’alto”, mentì Alfredo, “ci son posti orribili, pieni di ciminiere nere che sputano fumo nel cielo. Certe volte le nuvole si impregnano di questo fumo tanto da diventare grigiastre: gli uomini, come nere formiche, si incuneano dentro questi brutti contenitori per tutto il giorno e non ne escono finché non arriva sera. Si incamminano poi verso le loro case. Sono tristi, solo in alcuni giorni giocano con i bambini come noi. Sono felici, sì, quando si intrufolano tra gli alberi, quando si tuffano nel mare e si rincorrono abbrimages.jpegacciandosi, ma sono momenti così rari, rispetto a quell’infinita felicità che viviamo quassù…”

Michele rimase in silenzio. Sì, forse Alfredo aveva ragione. Quella donna in effetti aveva uno sguardo così pieno di… meraviglia? O forse era qualcos’altro.

Michele dormì, sognando ciminiere nere e il fumo che lo soffocava e poi una donna che correva verso di lui tendendogli le braccia: era la donna dalla casa del tetto rosso, bella, bionda, non sapeva come definirla, tanto i suoi lineamenti erano dolcissimi.

Si svegliò prima di Alfredo e di Francesco, guardò giù dalla nuvola e la vide, quella donna, ancora lì, che lo fissava e lo stava salutando.

Si sporse fuori dalla nuvola a guardare bene, forse un po’ troppo, perché scivolò giù… giù… giù…

Dopo qualche minuto si svegliò anche Alfredo. Chiamò Michele, ma non rispose. Era preoccupato dopo il discorso della sera precedente. Non lo trovò.

La sua esperienza gli fece subito capire che Michele se n’era andato.

Francesco si svegliò allarmato dalle grida di richiamo.

Quattro capriole e fu da Alfredo. “Dov’è andato Michele?”, chiese allarmato all’amico. “Sulla terra. Dev’essere caduto questa notte.”

“E ora come faremo senza Michele?”, piagnucolò Francesco.

“Prima del vostro arrivo sulla mia nuvola ero da solo, perché non possiamo stare insieme noi due? Staremo bene, vedrai. Così al mattino non dovremo più litigare per il latte di nuvola!”

Eh, sì, faccio questo breve inciso nella storia.

Ogni nuvola ha una sua vita. E questo dipende da quanto latte di nuvola riesce a dare. I bambini si scelgono le nuvole più cicciute in modo da garantirsi per un bel periodo di tempo una buona scorta di latte. E naturalmente tra bambini c’è una lotta (all’ultimo latte) per acccapparrarsi queste belle e soffici nuvolette. Quella di Alfredo era al momento ancora la più cicciona di tutte, nonostante fossero in tre a rifornirsi fino alla partenza di Michele.

Certo, doveva ammettere Alfredo, che Michele era diventato per lui un grande amico. Michele era il simpaticone del gruppo, il pagliaccio sempre pronto a ridere degli altri e di se stesso. Già, come avrebbero fatto senza Michele! Adesso era triste per la sua partenza ma non voleva confidarlo a Francesco e sapeva che Francesco era molto legato a Michele. Francesco era un coccolone, tutto carezze e baci. Aveva bisogno sempre di essere consolato e allora Michele era sempre dolce con lui, lo aiutava in tutto.

Già, come avrebbe fatto Francesco senza Michele?

Alfredo prese una decisione.

“Vieni qui, Francesco!” lo chiamò, “guarda giù per piacere e dimmi cosa vedi.”

Michele si fidò di Alfredo e si sporse dalla nuvola per guardare, ma Alfredo con una piccola spinta lo buttò giù dalla nuvola.

Alfredooooooo…., lo sentì gridare, mentre cadeva a precipizio.

Alfredo non guardò. Sapeva che se si fosse sporto dalla nuvola, forse lo avrebbe seguito. Pensò che la sua decisione di mandare anche Francesco sulla terra era quella più giusta. Lui non era in grado di amare con la stessa dolcezza del suo amico.

Era resistito sulle nuvole tutto quel tempo grazie alla sua forza di volontà. Non voleva guardare giù dalle nuvole, si divertiva troppo in quel mondo e non aveva la voglia di affrontare una vita diversa sulla terra. Chi guardava giù, prima o poi non sarebbe più tornato sulle nuvole.

Ma la voglia di rivedere i suoi amici era troppo forte. Se avesse dato solo una piccola sbirciatina?

87_Fiume Po_ro.jpgFu così che guardò fuori e vide un mondo bellissimo. Il verde dei prati, l’azzurro del mare, il giallo del sole… oh… pensò che la terra fosse un paradiso! E poi cercò di restringere il campo visivo. Michele gli aveva parlato di una casetta dal tetto rosso. Eccola! L’aveva trovata…, e cos’era quel puntino che si muoveva? Era una manina e apparteneva a una piccola donna bionda. Prese il cannocchiale per guardare meglio. Sì sì, era una donna e sembrava proprio che lo stesse salutando. Provò a salutare anche lui e nel mentre, per appoggiare sulla nuvola il cannocchiale, si sbilanciò e cadde, cadde, cadde giù….

Ora vi chiederete se questa è la fine della storia. No no, questo è solo l’inizio.

Vedete ora quei tre bimbi, dentro quella casetta dal tetto rosso mentre, seduti insieme su un tavolo in cucina bevono a gran sorsate una bella tazza cioccolata calda con la panna?

Assomigliano a qualcuno? Certo. Sono Alfredo, Michele e Francesco. Ma loro non lo sanno.

Ora sono tre fratelli e hanno i nomi che per loro hanno scelto i genitori e non si ricordano più della loro vita tra le nuvole… o quasi più…nuvole,favola,equità,natale,racconto di natale

E quella signora bionda che li salutava mentre erano sulle nuvole? Ora è la loro mamma.

Litigano per la panna. A cucchiate se l’accapparanno, attingendo dalla grande ciotola sul tavolo.

“Non litigate, ce n’è per tutti!”, li sgrida bonariamente la mamma.

Alfredo le sorride e guarda i suoi fratelli.

“Mamma, non pensi che la panna assomigli a una grande nuvola?”

“Certo, è così bianca e soffice, proprio come una nuvola.”

I tre bambini, mentre mangiano a bocconi quella bontà di panna, sentono di essere felici e nei loro sguardi s’incontrano e per un momento sembra che si ricordino di quando erano amici e bevevano latte di nuvola… Tutti e tre volgono lo sguardo al cielo, fuori dalla finestra a indovinare le forme strane delle nuvole.

Pensateci un po’. Perché amiamo così tanto la panna montata* e la soffice neve?

Forse perché ci ricordiamo di quando saltellavamo allegri sulle nuvole.

 

La nostra vita è latte di nuvola!

 

 

 

*è per questo che i bambini amano la panna montata. Non vedete anche voi quanto assomigli ad una nuvola?

 

 

P.S. le immagini sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di fantasia.

BUON NATALE: a Natale si racconta Amore

A Natale si racconta l’amore che vive al di là dello spazio e del tempo!

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Buon Natale
e un felicissimo 2011

da
Giulia

 

 

 

La stella

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Lulla correva. A piedi nudi correva da Melyna.

“Melyna, Melyna!”, gridava a piena voce.

La porta della piccola casa era aperta perciò da lontano la vide accovacciata vicino al fuoco: intrecciava fili di paglia per farne un grosso cesto. Melyna tirò su gli occhi e vide Lulla correre verso di lei.

Le guance accese per la corsa e i capelli lunghissimi fino alle anche, sembrava una giovane puledra.

“Melyna, guarda cosa ho trovato”

Si accovacciò ai suoi piedi e le mostrò tre grosse pietre.

“Guarda, nonna…”, le mise sul grembo tre pietre nere, lucenti e liscie.

Lulla si entusiasmava con poco, lì nella fattoria della nonna.

La sua prorompente vitalità a tredici anni era evidente e Melyna si era dimenticata di come a quell’età si cresca in fretta.

“Vai a lavarti, sembri più sporca delle nostre capre…”

“Ma nonna! È bellissimo stare al fiume in questo periodo!”

“Ti devo raccontare una storia nuova; se ti lavi e mangiamo, poi ci mettiamo vicino al fuoco e incomincio…”

Lulla guardò le pietre. Il fiume regalava oggetti meravigliosi, pietre, pezzi di tronco dalle forme strane, fiori sconosciuti, e la dolcezza dell’acqua, fresca ma capace di tepore alle prime ore del pomeriggio, però la nonna voleva raccontarle una storia nuova e questo bastò per distoglierla e compensarla della perdita preziosa delle rimanenti ore assolate della giornata.

La nonna rovesciò dentro un catino un po’ dell’acqua che stava riscaldando sul fuoco. Lulla si lavò le mani e il viso, si cambiò l’intimo e si preparò con un lungo vestito di lana per la notte. Insieme mangiarono il pane che Melyna aveva preparato la mattina: assaporavano piccoli pezzi che sapevano di erba, di terra, di cielo, di acqua tersa e sfuggente.

Si misero vicino al fuoco, una accanto all’altra e poi la nonna cominciò a narrare.

Le raccontò del giorno in cui suo padre e la madre la portarono nella sua casa, dopo qualche ora dalla nascita. Braccati dalla polizia, dovevano scappare per inseguire ideali di libertà: una bimba così piccola sarebbe stata in pericolo insieme a loro, nella fuga.

Lei non era ancora abbastanza anziana, aveva perso il marito in guerra, e viveva ormai sola. Era la notte di Natale e accolse quella giovane vita come un dono dal cielo. Quella stessa notte, il latrato famelico dei cani e gli spari ravvicinati denunciarono la morte dei due giovani genitori.

Lulla piangeva.

La nonna allora cominciò la Storia delle Storie…

Nella notte profonda i due ragazzi, compagno e compagna, dopo aver lasciato la figlioletta si abbracciarono nell’ultimo bacio, prima che la polizia li raggiungesse. La stella cometa non li dimenticò…

Arrivò la profonda notte e, dalla piccola finestra della casa, Melyna e Lulla, abbracciate, in lontananza videro la luce di una Stella e finalmente apparve un sorriso…

La luce avvolse nonna e nipote.

Rivissero la scena di quella notte. I due ragazzi fuggivano, in mezzo ai cespugli; in lontananza si udiva l’ansimante respiro dei cani. Videro lei, nella corsa, debole per il parto, incespicare e cadere e lui abbracciarla e aspettare in silenzio. I cani erano ormai vicini quando la stella cometa comparve nel cielo e con la sua luce acquietò gli animali che, smarriti, non obbedivano più al richiamo dei feroci padroni. I due, in silenzio, si nascosero alla loro vista finché il vociare della ricerca fu disperso. I due ragazzi si guardarono negli occhi. Erano salvi! Tornarono alla fattoria e aprirono la porta.

Lì, la figlioletta Lulla e la nonna Melyna aspettavano…

Papà, tra poco è Natale!

 

Papà, tra poco è Natale!

 

pioggia_vetro.jpgDa un po’ di giorni si trovavano al freddo, Maurizio e suo padre. Gli aveva chiesto insistentemente il motivo dei termosifoni spenti in quei giorni di dicembre in cui, affacciandosi alla finestra, il vapore del proprio respiro sul vetro lasciava strane scie e impronte. Era arrivato al punto di desiderare che si facesse presto mattina per andare a scuola e godere insieme agli amici un po’ di tepore. Non aveva il coraggio di parlare con nessuno e si accontentava della felicità di stare insieme ai compagni di scuola. Aveva chiesto di essere spostato proprio nel banco vicino al termosifone, quello odiato da tutti perché ad una certa ora il calore era così insopportabile che chiunque si sarebbe infastidito. Maurizio no, si beatificava delle goccioline di sudore che gli scorrevano sulla schiena, immagazzinando tutto il calore che avrebbe poi irradiato per il resto della giornata.

Tutto era cominciato dopo quel maledetto giorno in cui aveva perso sua madre: se n’era andata via per sempre. L’aveva salutata una mattina, che doveva andare all’ospedale per una visita. Un bacio veloce sulla guancia, la mano fredda di sua madre: come poteva perdonarsi di non essere stato attento, di non averla abbracciata un’ultima volta stretto stretto… Anzi, con fastidio l’aveva scostata con la mano, quando aveva provato a raddrizzargli il ciuffo indomito davanti agli occhi. Una lacrima gli scivolò giù sul quaderno dove cercava un po’ di concentrazione per fare i compiti. La riviveva negli abbracci, nei dolci di cioccolato, nei caldi budini del pomeriggio e si arrabbiò perché non ricordava il colore degli occhi, ma lo sguardo intenso e il sorriso. Si alzò e andò a prendere la fotografia di sua madre, candida col velo sul capo e sorridente il giorno delle nozze con suo padre. Com’era bella! Gli occhi erano di color nocciola, come i suoi.

Sentì il morso della fame. Appoggiò con cura la foto e andò in cucina. Aprì il frigorifero ma come al solito non c’era nulla. Qualche bottiglia di latte, una confezione di uova. Se ci fosse stata la mamma!, pensò Maurizio. Ormai suo padre viveva nel suo mondo, non si curava di lui, non gli preparava neanche la cena e non gli faceva trovare nulla da mangiare. 4127868_50678bf6b9_m.jpgAndava a lavorare in fabbrica e tornava distrutto dalla fatica; quando arrivava si buttava nel letto e non si sarebbe alzato fino alla mattina seguente. Guardò l’orologio, erano appena le dieci della sera, ma non avrebbe sopportato oltre di restare senza mangiare. Aprì la dispensa: dentro c’era una scatola di passata di pomodoro e un po’ di pasta e decise di prepararsi la pastasciutta. Si era stupito della sua dote di imparare in cucina attraverso i ricordi della vita con sua madre. Mettere a bollire l’acqua nella pentola, un’impresa la prima volta che aveva provato; poi lei che metteva il sugo nel pentolino e lo versava dentro il pentolone con la pasta e mescolava mescolava…

Quando ebbe finito di mangiare si buttò così vestito nel letto e cominciò a pensare. Doveva far qualcosa per cambiare quella situazione. Forse se avesse trovato qualche lavoro, con suo padre avrebbe cominciato a parlare. Dal funerale avevano scambiato si e no qualche parola, era un rimprovero, gli pareva, come se suo padre lo accusasse: “Perché non sei morto tu, invece di tua madre?

Sentì aprire la porta, suo padre era rientrato. Si alzò per andargli incontro e salutarlo: “Papà, se vuoi c’è ancora un po’ di pastasciutta sulla pentola, te la scaldo un po’?”

Giuseppe sospirò e guardò suo figlio con aria dolce: “Sì, certo, ho proprio fame, bravo Maurizio”

Maurizio volò in cucina e cominciò a scaldare la spaghettata, ringraziando il cielo di aver sbagliato la dose della pasta e di averla lasciata nella pentola.

Preparò velocemente la tavola e vide suo padre arrivare e sedersi, proprio come un tempo.

Prendi, papà”, gli porse il piatto e si sedette insieme a lui.

Giuseppe cominciò a mangiare avidamente: “Buona, davvero”, gli sorrise.

Maurizio sentì dentro di sé una felicità immensa e si fece coraggio.

Papà, tra poco è Natale”, disse, abbassando gli occhi.

Non lo vide arrivare. Il ceffone gli si stampò in pieno viso.

Sei uno stupido! Hai il coraggio di pensare al Natale quando tua madre è morta da un mese?”

Ma papà,…domani…”, gli fece eco Maurizio, piangendo sommessamente per il dolore fisico e al cuore.

Vattene…, vai via, vattene, non hai rispetto”, suo padre gli intimò quasi sibilando, alzandosi in piedi.

Maurizio si alzò, indietreggiando fino alla porta e poi oltre, fino in camera sua. Si sentiva come svuotato e si buttò sul letto. Pianse da solo così tanto che al mattino si ritrovò con gli occhi gonfi e con difficoltà si alzò per andare a scuola; doveva andarci, per salutare gli amici e scambiare gli auguri di Natale e del nuovo anno in arrivo. Aveva sentito suo padre uscire la mattina presto, avrebbe voluto scusarsi e dirgli quanto era stato egoista, ma non aveva trovato la forza.

Si vestì svogliatamente e andò a scuola; la mattina trascorse veloce festeggiando con panettoni, bibite e i professori che pregustavano l’aria felice delle feste. All’una si ritrovò in piazza, preso da un’incredibile solitudine. 99.jpgSi mise a bighellonare per le strade, illuminate a festa, il rosso e l’oro che brillavano nelle case e nei monumenti, i negozi pieni di cose belle. “Mamma, perché?”, si chiedeva e quasi cresceva in lui un sentimento di accusa contro la madre che li aveva lasciati soli, anzi da solo.

A casa, intanto, Giuseppe si era fermato a contemplare il lavoro, ma iniziava a preoccuparsi, si stava facendo tardi. Guardò l’orologio: erano le otto della sera e Maurizio non era ancora arrivato. Ancora qualche minuto e poi sarebbe uscito per andare in cerca. Maledizione, perché l’ho trattato in quel modo? Se fosse successo qualcosa anche a Maurizio non se lo sarebbe mai perdonato… Dio, pensò, aiutami tu…

In quel momento, nel turbinio dei pensieri, sentì che qualcuno apriva la porta. Tirò un sospiro di sollievo e continuò il lavoro.

Maurizio entrò nella grande casa, lo avvolse qualcosa ancora di tiepido, ma era un calore familiare. Un rumore proveniva dal salotto, ma non osò fiatare. Fece per andare diritto in camera ma passando per il salotto quello che vide lo fece restare senza parole.

221810.jpgSuo padre era chino sotto il loro piccolo alberello, quello che addobbavano ogni anno con gli stessi balocchi da quando era nato e stava preparando il tradizionale presepe.

Maurizio si fece coraggio e si chinò accanto al padre.

Papà…”

Scusa Maurizio per ieri sera”, Giuseppe non aveva il coraggio di guardare il figlio negli occhi.

Non preoccuparti, capisco papà, ti ho capito”

Sì, lo so che sei un ragazzo in gamba”, gli disse Giuseppe, mentre sistemava la mangiatoia dove la statuina del Bambin Gesù sarebbe apparsa alla mezzanotte.

presepePERFETTO.jpgEcco, guarda, ho finito”, e Giuseppe cinse con un braccio il figlio.

Maurizio guardò bene il presepe.

Papà, manca…manca la statuina della Madonnina…”

No, Maurizio, non manca. Credo che stanotte scenderà anche lei. Sì, sono sicuro che stanotte la mamma scenderà insieme al Bambin Gesù…”

E padre e figlio si abbracciarono stretti stretti.

Sì”, ripeteva Giuseppe, “tra poco è Natale”

E’ Natale…

Basta essere cinica. Buia, trucida, spenta, ironicamente poco attinente alla realtà. E’ Natale ed è inutile soffermarsi sulle inezie. Mi concederò pazzie come ogni Natale, e piangerò irrimediabilmente mentre guarderò i film di Chaplin.

Un grande artista, senza parole, un grande artista senza parole.

E’ Natale, per me, anche con Charlie Chaplin.