LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

Qualche anno fa, avevo scritto un racconto  lasciato incompleto nel blog. L’ho completato, ma chissà perché non l’avevo mai pubblicato interamente. Raccontava la storia di una donna costretta a nascondersi in casa, perché non voleva svelare ai suoi colleghi di essere sola, senza nessuno con cui viaggiare. A casa succede di tutto, compreso l’arrivo inaspettato di un ladro e di una sorella rompiscatole (come tutte le sorelle). Due sorelle e un uomo, cosa potrebbe succedere? Sesso a volontà… qualcuna potrebbe dire. E invece no, e se avete voglia leggete… Ora che si avvicina l’inverno abbiamo bisogno di viaggiare, almeno virtualmente. Lo pubblico in più giorni per permettere una lettura tranquilla. E’ difficile riprendere la vita da blogger…                                                                                                

 La viaggiatrice virtuale

1926534948Quando Linda decise di partire si preparò mentalmente all’idea molto tempo prima e cominciò a selezionare tutta una serie di siti per programmare il viaggio nei minimi dettagli. Certamente non voleva trovarsi in situazioni poco piacevoli per colpa di una sua inadempienza. Il viaggio doveva essere di almeno una quindicina di giorni; certo, se la durata fosse stata inferiore lei non ne avrebbe risentito e per gli altri non ci sarebbe stato alcun cambiamento. Poi avrebbe staccato il filo del telefono e riposto il pc al riparo, sotto un telo plastificato per proteggerlo dai suoi melanconici attacchi imprevisti. In ufficio aveva detto a tutti che sarebbe partita per l’Austria: un bel viaggetto in una zona di montagna, per non dimostrare abbronzature particolari al ritorno. Si comprò un bel po’ di scatolame e surgelati, così per quindici giorni non avrebbe sofferto la fame. “Domani il gran giorno!” le disse la collega. “Già, già…” arrossì. Lavorava come impiegata in una grande finanziaria e spesso le capitava di non conoscere chi sedeva alla scrivania accanto. Era da vent’anni che lavorava così e ormai aveva visto un continuo turn over tra le impiegate. D’altra parte solo una donna avrebbe accettato un lavoro così sedentario e poco gratificante, senza possibilità di carriera, e nel tempo erano sparite anche le compagne di lavoro più simpatiche per lasciar spazio a quelle rompiscatole, che parlavano tutto il giorno della famiglia, dei figli, degli altrettanto petulanti mariti. Il lavoro era per loro solo una paga mensile. Le guardava con commiserazione. Si era sempre sentita completamente libera, fino a quella maledetta cena di lavoro. Il direttore prima delle vacanze estive era solito organizzare una cena con tutti i dipendenti. Si trattava di una cena abbastanza grandiosa e impersonale in cui ci si scambiavano quattro battute insensate tanto per rendere meno noiosa una serata cui era impossibile rinunciare. Il discorso era naturalmente scivolato, come ogni volta, sulla meta delle vacanze estive. Lei sorvolava vagamente e i suoi colleghi di rado approfondivano l’argomento, ma quella volta no.La giornata si prospettava lunga ma piena di godimento. Preparò le valigie vuote, telefonò al tassista per concordare la partenza. Il tassista doveva prelevare le valigie che lei avrebbe riposto sul portone alle cinque del mattino per portarle al deposito della stazione. Poi lei sarebbe passata a prenderle dopo una quindicina di giorni. Sicuramente nessuno si sarebbe accorto che lei non montava nel taxi insieme alle valigie e comunque avrebbero visto il taxi partire. Chiuse tutte le tapparelle, valutando se lasciavano qualche spiraglio di luce. Voleva evitare di lasciar trapelare la luce dall’interno, magari durante il buio notturno e rivelare la propria presenza. Quel giorno aveva acquistato un paio di cuffie per ascoltare la musica e la televisione. Doveva rinunciare a telefono e a pc, ma almeno la tv in quei giorni doveva servire per trascorrere il tempo e non annoiarsi. Questa idea malsana di rimanere in casa quindici giorni senza alcun contatto umano e rinchiusa come una prigioniera inizialmente l’aveva accantonata come qualcosa di assurdo. Aveva persino pensato di partire veramente, ma non ne aveva voglia e comunque per lei sarebbe stato un atto di sottomissione alla volontà del padrone. Poi casualmente aveva letto di quel soldato giapponese che si era nascosto per ventotto anni, pensando di essere ancora in guerra. Se quel soldato era riuscito a resistere così a lungo, lei sicuramente ce l’avrebbe fatta per quindici giorni. Si sentiva in guerra e guerra al sistema sarebbe stata! Lei non avrebbe ceduto alle lusinghe della vacanza facile e massificata, allo stuzzicare fintamente innocuo del suo capo. Doveva condurre la sua battaglia di resistenza e uscirne vittoriosa: resistere resistere resistere!625138259 Queste sarebbero state le sole parole d’ordine. E sgranocchiò una carota con ingordigia…

(CONTINUA)

 

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.

Nero, nero, profondamente nero

Nero, nero, profondamente nero... potrebbe essere il titolo di questo complicato momento politico?

Ma nooooo… è solo il titolo del mio raccontino… molto d’amore… e niente politica!

 

 

 

 

Nero, nero, profondamente nero…

 

02.JPGLa prima volta che la vide…

Era stata una giornata noiosissima, con quintali di cose da fare. Pioveva, doveva raggiungere l’areoporto ma la tangenziale di Mestre era bloccata da un incidente stradale e si stava rassegnando ad una partenza posticipata di qualche ora.

Uscì allo primo svincolo e cercò la stazione ferroviaria.

Il parcheggio, e lasciò la macchina per correre e fare il biglietto per prendere il treno.

Fu lì che la vide, nella scalinata della stazione, nel buio del crepuscolo notturno. E incrociò il suo sguardo, i suoi occhi, occhi neri, misteriosi e profondi, contornati da un intenso kajal nero.

Si fermò, avrebbe voluto dirle qualcosa, non gli importava più della partenza, ma in quel momento un’altra donna la raggiungeva e se ne andavano insieme, voltandogli le spalle.

Si accorse degli stivaletti rossi che le accarezzavano i polpacci sottili nonostante le calze di lana pesante di mille righe arcobaleno avrebbero appesantito anche una gazzella.

Indossava un cappello di lana nera da cui uscivano ciuffi di capelli biondi.

Non gli era mai capitato di fermarsi a guardare una donna.

Certo…, qualche sbirciata a decolleté traboccanti, a gambe chilometriche o a chiome fluenti, ma una donna… non ci pensava proprio in quel momento, con tutto il lavoro da progettare come informatico. Ma quello sguardo… chiedeva qualcosa…, ne era rimasto incantato.

Deluso, andò in biglietteria e decise di partire con il primo treno a disposizione.

 

La seconda volta…

Erano ormai passati alcuni mesi, si era dimenticato di quella ragazza e si trovava con alcuni colleghi di lavoro. Entrò in bar e la vide, seduta al tavolino, insieme ad un’altra donna. La riconobbe subito, il suo sguardo era sempre quello: nero, nero, profondamente nero, ed era uno sguardo carico d’ira. Stava litigando con la donna che le era seduta difronte nel tavolino del bar, di questo ne era sicuro, anche se le voci erano bisbigli incomprensibili agli altri. E probabilmente la donna era la stessa che l’accompagnava la volta precedente.

Si fermò vicino al suo tavolino. Tanto insolito quel gesto che la ragazza tirò su il suo sguardo e lo fissò con aria interrogativa. Rimase un attimo immobile, tuffandosi dentro quel nero, poi, come se si fosse sbagliato e timoroso, abbassò gli occhi e si diresse verso il bancone insieme con gli amici.

“Marco, che hai? La conosci?”, gli chiese un amico che lo aveva seguito ed aveva visto il suo imbarazzo difronte a quella ragazza.

“No, no, non la conosco…, mi sembrava una ragazza che avevo incontrato tempo fa…”, rispose con naturalezza.

“A me sembra una puttana”, disse il suo amico con aria scherzosa.

“Da dove lo capisci?”

“Be’, una truccata in quel modo, vestita così…”

In effetti, indossava un top e una minigonna nera, con calze coprenti e scarpe dal tacco infinito, ma il suo sguardo, in fondo a quel nero, era di una purezza cristallina. I capelli lisci biondi risaltavano impudenti tra quel nero.

La vedeva gesticolare, mentre la donna che le era seduta di fronte se ne stava impassibile a guardarla con amore, cercava compassione,… non riusciva a capire… Aveva all’incirca una quarantina d’anni, molto bella, un po’ trasandata nell’abbigliamento, senz’altro fuori moda.

Poi inprovvisamente quella ragazza si alzò, andò verso il bancone, buttò con stizza qualche moneta vicino alla cassa e incrociò nuovamente il suo sguardo interrogativo e allora lo sfidò con voce alterata: “Che cazzo vuoi?”

Non ebbe nemmeno il tempo di risponderle che se n’era già uscita dal locale.

“Che ti avevo detto? Quella è una che pippa…”, sorrise divertito l’amico.

Ma non lo ascoltava, lui era felice, per un attimo aveva goduto della sua attenzione e, ne era sicuro, anche lei aveva capito che tra loro c’era un’alchimia particolare, qualcosa che sfuggiva ad una sua definizione.

 

La terza volta…

Pioveva a dirotto, una pioggia incessante che lo deprimeva. I server bloccati delle varie aziende a causa degli sbalzi di tensione lo avevano portato a numerosi controlli improvvisi. Si sentiva certe volte come Robin Hood, avrebbe potuto combinare un bel casino, magari in qualche webfarm piena di conti segreti archiviati sapientemente.

Si era infilato in macchina e l’aveva vista che camminava spedita, incurante della pioggia.

Come al solito era vestita di nero. La pioggia cadeva incessante e mentre cercava di avvicinarsi con la macchina al marciapiede, la carreggiata ora sprofondava in un sottopassaggio. Quando risalì, la rivide.

Eccola!

Non fece nemmeno in tempo ad accostare che la ragazza già si era dileguata, forse entrando dentro uno di quegli innumerevoli portoni: trovarla sarebbe stata un’impresa impossibile.

Maledizione!

Imprecò contro quella giornata, il tempo, il destino e tutto quello che gli rimaneva.

 

La ragazza prima di entrare nel portone si guardò alle spalle, per un attimo pensò di essere osservata da qualcuno. Ormai aveva sempre paura di trovarsela davanti, sua madre. La seguiva dappertutto, ma non voleva tornare a casa, ormai aveva fatto la sua scelta, anche se sbagliata. Salì le scale fino all’appartamento, dove aveva fissato l’incontro. L’uomo che le aprì era un grassone già in mutande…

 

Marco tornò a casa. Si sistemò davanti al pc con una buona tazza di latte caldo e qualche biscotto e cominciò a scrivere in quel nuovo sito, quello degli incontri casuali. L’aveva scovato proprio su wikipedia…, un nuovo progetto di incontri e interscambio. Bastava affiggere il proprio messaggio in questa bacheca virtuale e poi si doveva sperare che il messaggio venisse letto dalla persona giusta.

 

Si registrò e compilò il modulo:

I nostri occhi si sono incrociati all’uscita della stazione ferroviaria a Mestre il giorno 11 febbraio 2010 alle h. 17.30. In quel preciso momento avrei voluto dirti qualcosa, ma te ne sei andata insieme con un’altra donna, che probabilmente stavi aspettando. Tu indossavi stivaletti rossi e calze a righe arcobaleno, e un piccolo cappello di lana nera in testa…

Ci siamo incontrati in altre due occasioni.

In un bar in centro a Mestre: maggio 2010. Eri seduta ad un tavolino insieme ad un’altra donna, di circa quarant’anni.

Eri vestita di nero; mi hai anche parlato e poi…

L’ultima volta ti ho visto vicino al sottopassaggio che sbuca in via Dante.

Mi piacerebbe incontrarti di nuovo, anche solo per prenderci un caffè.

Sono alto, con la barba, occhi azzurri, e insieme con me sempre un’insolita borsa rosa porta pc.

Sono solo.

Mi chiamo Marco, ti aspetto…

 

Chiuse il pc. Uno che ci lavora nel web, ne conosce la potenza delle connessioni. Funziona un po’ come il nostro cervello, tanti piccoli neuroni che si attivano e formano sempre nuovi e insoliti collegamenti.

Prima o poi lei, ne era sicuro, avrebbe risposto al suo messaggio.

 

Anna tornò a casa. Anche quella giornata era passata. Con chi doveva prendersela per quella vita di schifo? Con sua madre, tossica, alcolista, depressa, che l’aveva abbandonata tra parenti, genitori in affido, case famiglia?

Dopo quindici anni di abbandoni l’aveva cercata. In segreteria le lasciava i soliti messaggi: “Torniamo insieme, riproviamo… amiche, almeno.”

Mamma, non ti credo più! Ho vent’anni ormai e con qualcuno me la devo prendere!, le gridava.

Ma l’assistente sociale insisteva. La psicologa insisteva. Tutti insistevano. Aveva deciso di resistere, ora da maggiorenne poteva decidere della sua vita, per una volta.

Prese una birra dal frigorifero e accese il pc.

Fissava gli incontri in rete, ormai aveva i siti giusti dove lasciare il proprio profilo.

Cercava uno di questi quando incappò in un’insolita pubblicità di un progetto. Entrò nel sito: bisognava lasciare un messaggio nella bacheca virtuale.

Fu così che lo vide. Sorrise, felice. Aveva lasciato una foto e un messaggio per lei.

Se lo ricordava, alla stazione, al bar e persino in quell’insolita giornata di pioggia, con la sensazione di essere seguita…

Rispose al messaggio:

Mi chiamo Anna…

 

 

 

 

P.S. la foto è tratta dal web e non ha alcuna attinenza con il racconto.

SE IL MIO UOMO CONOSCESSE ROLAND BARTHES

Può l’amore salvare il mondo? Naturalmente no, perché anche gli strnz si innamorano, però il cambiamento è sempre un atto d’amore…

Inserisco il primo atto di un mio racconto che parla d’amore e di cambiamento:

 

Giulia Penzo

 

Se il mio uomo conoscesse Roland Barthes

Se il mio uomo 

conoscesse Roland Barthes

basterebbe un abbraccio

per sentirmi

libera.

  

Se il mio uomo

conoscesse Roland Barthes

basterebbe uno sguardo

a colmare

il desiderio.

 

 

Se il mio uomo

conoscesse Roland Barthes

basterebbe un bacio

per slegarmi

dal dubbio.

 

 

Se il mio uomo

conoscesse Roland Barthes

basterebbe il vento

per raggirare

l’attesa.

 

 

Se il mio uomo

conoscesse Roland Barthes

basterebbe una parola

per capire

tutto.

 

 

Se il mio uomo

mi conoscesse.

 

 

 

  Giovanna si sentiva completamente svuotata e si buttò sul letto per assaporare quei pochi attimi di libertà prima di iniziare nuovamente il tram tram quotidiano di annientamento. Sua sorella Giulia era arrivata anche quella sera con il figlio di due anni a casa dei genitori e il piccolo Andrea già bussava alla porta della sua cameretta con le piccole manine paffute. ac0d52e0ef692f3e08242639778eefce.jpgSuo nipote era un piccolo gnomo pensante, e non voleva fargli del male. Si tirò su dal letto a malincuore ma lo sguardo d’amore di Andrea le bastò per ricompensarla della fatica; lo issò tra le braccia per guardarlo alla sua stessa altezza. “Ana…, buba…”. Andrea le mostrava un piccolo graffio sull’occhio. Odiava sua sorella che faceva soffrire inutilmente quel bambino. Cominciò a baciarlo tutto fino a fargli il solletico e lui si dimenava allegro sul letto, dove insieme vi si erano tuffati, mentre Giovanna gli faceva le facce strane e sbaciucchiava con amore il piccolo corpicino che fremeva dal piacere. Un giorno anche Giovanna sapeva che avrebbe avuto un figlio. Lo voleva con tutte le sue forze, perché un figlio ti consolida nella tua esistenza, è il ponte verso l’infinito, la consapevolezza di esistere per sempre e che rimarrà per sempre qualcosa di te. Ma non avrebbe chiesto nulla ai suoi figli, li avrebbe lasciati liberi. Strinse forte i pugni, e le unghie si conficcavano sulla carne, con dolore. Giovanna amava il dolore.

Andrea era stanco e Giovanna lo raccolse accanto a sé, finché il sonno calò sui grandi occhi del bimbo. Giovanna volentieri sarebbe rimasta con il nipote a dormire, ma aveva ancora da scrivere la programmazione dell’anno scolastico. Lavorava come educatrice di asilo nido e doveva scrivere insieme alla collega il programma didattico per l’intero anno. E poi c’era Giorgio. Un appuntamento fisso ormai ogni sera. Aveva conosciuto Giorgio attraverso il blog: qualche frase di conoscenza, il passaggio su facebook, e il colloquio infinito su chat.

In poche parole aveva detto a lui di tutto: avevano flirtato ingenuamente, raccontando in maniera spudorata il proprio corpo e i propri desideri.

Lui voleva incontrarla.

Ma lei come avrebbe potuto?

Era un inganno vivente la sua esistenza.

Anzi si era impadronita di un’altra esistenza: “Amore, se tu potessi capire!”

Accese il pc ed entrò subito in chat; lui l’aspettava.

G ciao, come va?

G è successo ancora.

G ti ha picchiato?

G no, ma sono a casa di mia madre, me ne sono andata di casa con Andrea.

G e adesso, come stai? Dove sei?

G sono ritornata di nuovo a casa mia. E’ lui che adesso è uscito.

G amore, ti voglio vedere, ti devo incontrare…se posso aiutarti in qualche modo così mi è impossibile.

G non puoi aiutarmi, lo sai…

G va bene, ma ti voglio incontrare lo stesso, lo sai che così non possiamo continuare.

Giovanna troncò la chat. Chiuse di colpo. Non andava bene così? Perché farsi del male? Giorgio voleva incontrarla.

In quel momento entrò anche sua sorella: “Vado a casa, Mario mi viene a prendere”.

Sei sicura? Non sarebbe meglio per te fermarti qui?”, le disse Giovanna, preoccupata.

No, lo sai che dopo si incazzerebbe ancora di più”, le rispose sua sorella, che intanto sollevava dolcemente tra le sue braccia il bambino, che ignaro continuava a dormire.

Ma tu hai bisogno della tua libertà, non puoi continuare così…”, Giovanna aveva visto le occhiaie da notti insonni nel viso di sua sorella. Giulia era bellissima. violenza01G.jpgUna donna che poteva avere chiunque, al minimo gesto gli uomini le sarebbero caduti ai suoi piedi, e lei aveva scelto quello sbagliato, quello che la tradiva, quello che la picchiava se avesse osato ribellarsi, che la sviliva dinnanzi agli altri. Sua sorella li cercava proprio, quelli pazzi. Se ne andò, accompagnata dalla madre, fin giù sul portone. Giovanna si accostò alla finestra e vide la sorella salire veloce sulla macchina del cognato.

Lei si sentiva impotente. Ora sua madre sicuramente l’avrebbe cercata per rasserenarsi un po’.

Meno male che ci sei tu, con noi, altrimenti io e tuo padre non sapremo cosa fare” le avrebbe detto ancora una volta sua madre. E a lei chi pensava? Lei ad ascoltare, ad aiutare, a soffrire per gli altri, ma quando qualcuno l’avrebbe ascoltata?

Giovanna si guardò allo specchio. Sapeva di essere bella. La mano le scivolava veloce verso l’altezza del piccolo monte che delimitava la sua intimità, soffice come velluto. Si prese tra le mani le ciocche bionde dei capelli: voleva ora essere vista ora da lui, avrebbe voluto solo lui ora. Le arrivò un sms: buonanotte amore mio. Si buttò nel letto e finse che lui fosse lì.

 

Giorgio guardò l’orologio: era quasi la mezzanotte e G. non le aveva mandato nessun sms in risposta alla buonanotte. Quella donna lo faceva impazzire e lui non era mica un ragazzino, anzi era un uomo di 40 anni, separato e con figli. Un amico lo aveva fatto iscrivere a face book. “Conoscerai tante donne, dammi retta, altro che uscite a faticare, aspetta e vedrai…” gli aveva detto l’amico. Ed in effetti, dopo qualche battuta simpatica era facile passare ad un discorso più intimo e magari chiedere un appuntamento.

Ma con G. era stato lui a fare il primo passo: aveva visto la sua foto su Facebook. Erano tratti appena accennati, la foto era sbiadita, non si capiva nemmeno l’età, ma il mistero che ne emanava lo incuriosiva, e poi ne conosceva il blog. Anche lui ne aveva uno dove inseriva le sue poesie e le sue riflessioni sul mondo: una specie di diario che teneva costantemente aggiornato e con il quale aveva conosciuto molte persone, uomini e donne con cui intratteneva discorsi virtuali e da cui riceveva incoraggiamenti nei momenti bui e tristi della sua vita. Durante il periodo di separazione dalla moglie molti erano riusciti ad incoraggiarlo e a tirargli su il morale. Forse anche la sua dispersione nel blog, nel mondo virtuale, lo aveva allontanato dai problemi reali, non accorgendosi che la moglie pian piano se ne stava andando, via da lui. Vent’anni di vita insieme, dispersi in un vortice di impegni continui e di abitudini che ora pesavano alla moglie, che avrebbe voluto ancora passione, amore da parte sua. Era lui ad essere profondamente cambiato: dialogare con la moglie era qualcosa di scontato,come chiedere risposte alla propria coscienza. La conosceva così bene che non le poneva più domande e anche l’amore era scontato, nella sessualità quotidiana la ricercava come per soddisfare un qualcosa di naturale, vilmente erotico. Sua moglie meritava di più. Ma era lui che non gli poteva dare di più. I figli rinnovavano spasmodicamente la loro esistenza, ma acuivano nella loro richiesta giovanile la distanza dialettica tra di loro. La distanza allo specchio dei figli raddoppiava, si sdoppiava. E lui come un gatto randagio si rifugiava in un mondo virtuale, dove ancora aveva significato, dove la sua identità si confondeva ed emergeva nella sua essenza.

La moglie lo aveva compreso o, semplicemente, essendo una donna intelligente, lo aveva lasciato andare per prendersi anche lei le proprie emozioni e passioni. Era stata dura, comunque la separazione aveva portato a conflitti, con colpevolizzazioni reciproche di responsabilità nel fallimento della loro vita di coppia e per spartizioni materiali del patrimonio comune. Che tristezza! Vivere insieme, baciarsi, entrare ognuno dentro l’altro e poi, miseramente, incappare nell’inutilità della suddivisione economica di beni. Lui le avrebbe dato comunque tutto, ma lei lo rivendicava, e allora meschinamente, si impuntava anche lui su sciocchezze. Ora se ne stavano lontani, per evitare ulteriori sofferenze e litigi e vivevano ciascuno per conto proprio.

In quel momento, tra i suoi pensieri, entrò Giovanna e come al solito la percepì fisicamente accanto a lui. Lei si posava sopra di lui, la sentiva muoversi leggera, una danza colorata.

calendario_fantasy_luglio_07_2009.jpgSi scosse da quel torpore, non la voleva così e cercò di distogliere il pensiero; il suo sguardo si posò distrattamente sul calendario. Mancava ancora qualche giorno e poi sarebbe andato in ferie. Guardò il pc e prese una decisione. Avrebbe iniziato il viaggio. Una tappa ogni giorno per conoscere i suoi compagni virtuali. E avrebbe conosciuto anche lei, Giovanna. Anzi, Giovanna ne sarebbe stata l’ultima tappa.

Prese questa decisione, si alzò, si sedette davanti al pc e cominciò a scrivere ai vari contatti del suo blog.

                                                                                                             continua

 

P.S. le foto sono liberamente tratte da internet e non hanno alcuna attinenza con il racconto

 

 

 

IL MONDO VIRTUALE

  

Il mondo virtuale

il-mondo-virtuale.jpgViviamo in un’epoca nella quale costruiamo mondi virtuali per fuggire dalle attività quotidiane, ma, in realtà, non riusciamo a fuggire da noi stessi. Solo una connessione più profonda tra gli esseri umani, ci condurrà alla vera libertà.
Negli ultimi venti anni si sono scoperte numerose tecniche che fanno uso avanzato del mezzo virtuale: memorizziamo fotografie e condividiamo in rete filmati che abbiamo prodotto noi stessi. Siamo arrivati al punto in cui possiamo mostrare simultaneamente uno stesso filmato o una fotografia alla zia Rosa che vive a Los Angeles e a nostra nonna che si trova a Città del Messico. Anche il campo della medicina contribuisce a questo e, in qualunque ospedale, possiamo vedere immagini degli organi dei nostri corpi, per mezzo di attrezzature mediche avanzate. Per riassumere, possiamo trovare molti esempi nelle nostre vite, di situazioni nelle quali apparentemente “ci disconnettiamo” dalla materia.

La fuga nel mondo virtuale

Un secondo motivo per cercare rifugio in altre dimensioni è implicito al fatto che la nostra vita (quella non virtuale) è diventata difficile, e ci pesa molto. L’umanità è immersa in una grave crisi in tutti i campi della vita: divorzi, droghe, disperazione, depressione, crisi nell’educazione, la disintegrazione del nucleo famigliare, la minaccia per l’ambiente, abissi tra classi sociali e la perdita generale della rotta. Questa situazione deprimente ed impegnativa ci provoca una sensazione di soffocamento e la persona sente che deve scappare in un’altra dimensione, rifugiarsi in un luogo, dove può disconnettersi da tutti i problemi che non sa come affrontare. Per questo motivo si costruisce degli ambiti nei quali può trovare rifugio. In questi luoghi scappa per trovare pace, soddisfazione ed emozione.

La lotta per la vera libertà

Dal punto di vista kabbalistico, questi fenomeni e processi esprimono una necessità impressa in noi di capire chi siamo. Cerchiamo un significato, e quando non lo troviamo nella nostra vita comune e nel nostro mondo, proviamo a farlo in mondi immaginari. Da un lato, il corso della nostra vita è tracciato in modo tale, che noi non scegliamo con che carattere nascere o dove ricevere l’educazione, così arriviamo all’età adulta già formati dalla società come un dolce infornato nel forno della vita. Qualcuno ci ha inculcato una visione del mondo, ha configurato la nostra maniera di pensare e ha impiantato in noi dei valori che, non necessariamente, desideriamo avere. Davvero siamo padroni di noi stessi? La Kabbalah ci spiega di no.
Dall’ altro lato,
l’ego che va crescendo in ognuno di noi, ci spinge a cercare la vera libertà. Non accettiamo di vivere in una maniera in cui un altro detti le regole. Anche se nelle generazioni passate ci siamo rassegnati a questo, nella nostra generazione, non è più così. È per questo che proviamo a lottare per la vera libertà, e quando non troviamo il cammino per ottenerla, scappiamo in un mondo nel quale dettiamo noi stessi le regole. Però la Natura ci ha collocato in questo mondo e ha messo a nostra disposizione le migliori condizioni di sviluppo, affinché ascendiamo al mondo spirituale, solo che questo obbiettivo generalmente ci viene nascosto. Quando lo comprendiamo, diventerà esplicito che le proprietà individuali, l’educazione che abbiamo ricevuto e le esperienze che abbiamo passato sono state ottime per la preparazione nella vita.

Windows per la spiritualità

L’ansia per un mondo magico, nel quale poterci “costruire” come abbiamo sempre desiderato, è radicata nel più profondo della nostra interiorità ed esprime una crescente necessità che abbiamo di conoscere una realtà diversa, piena e libera. Per molti anni questo impulso è stato latente dentro di noi, ma oggi si va incrementando, diventando una vera richiesta per scoprire la spiritualità. Secondo la Kabbalah, questa attrazione verso la spiritualità indica che l’umanità è già preparata per entrare nella prossima tappa dello sviluppo: il riconoscimento del mondo spirituale. Nel processo di preparazione verso il prossimo livello di sviluppo, la realtà virtuale gioca un ruolo importante. Ci prepara al distaccamento dalla materia, alla disconnessione dalla nostra identità corporea e dalle limitazioni del tempo e dello spazio. La differenza è che, al contrario del mondo immaginario, virtuale, la scoperta del mondo spirituale non costituisce una fuga dalla realtà, ma un’esperienza reale, vera e tangibile. È così che la prossima generazione dei giochi virtuali è già con noi. Lo start-up che ha stabilito il Patriarca Abramo 5000 anni fa ci aspetta per essere scoperto. Quando ascendiamo, ci viene promessa una ricchezza di colori brillanti nella più alta risoluzione e soprattutto, molta luce. Tutto ciò che si richiede è di scrivere la direzione corretta sul navigatore.

Articolo di Bnei Baruch – Italia