Buon Natale!

5663133cuore.jpgCome tradizione vuole nel mio blog, pubblico un racconto natalizio.

Che significa per me “natalizio”?

Bé, qualcosa che mi si sprigiona dal cuore, senza bisogno di lavoro ulteriore, proprio così, come mi esce dal cuore.

La scena si svolge all’interno di un centro commerciale. Odio tutti i luoghi chiusi e, sinceramente, non pensate anche voi all’immagine di un’enorme gabbia quando c’entrate? Non ci sono finestre che si aprono… tutto ermeticamente chiuso. E’ così che mi è venuto in mente questo racconto…

 

 

Ora è Natale!

Freddo-e-neve-Photo-courtesy-favim_com_.jpg“Se assomiglio a un fiocco di neve, posso sciogliermi e scomparire”, così pensava Marco osservando la neve che stava cadendo mentre la mamma lo strattonava con forza per entrare nel mega supermercato nuovo. L’ingresso sembrava una bocca enorme che avrebbe ingoiato lui e la sua mamma. Provò a piagnucolare ma la donna entrò decisamente e furono avviluppati subito da un turbinio di luci accecanti e di suoni allucinanti. Era come entrare in un’altra dimensione.

Se c’è qualcosa d’incomprensibile è la smania dei genitori di portare i bambini in questi centri commerciali. Non c’è nulla di più triste nel vedere le loro facce stanche, nervose, piagnucolanti, anche quando tengono in mano il giocattolo appena comprato per farli stare buoni. E i genitori s’infastidiscono ancora di più perché non riescono a concentrarsi sugli affari in bella vista sugli scaffali, distolti dal pianto dei loro bambini, di quelli che non sono riusciti a piazzare nel baby parking del centro, servizio assurdo in cui povere ragazzine sono costrette ad accudire orme urlanti di bambini, che come invasati passano da un gioco all’altro senza soffermarsi per più di cinque minuti davanti ai disegni e alle matite colorate proposte dalle improvvisate e imperterrite educatrici.

Le mamme e i papà hanno un sesto senso e non appena vedono palloncini colorati, palle, giochi rumorosi e soprattutto palizzate di legno allegramente colorate, piazzate nel bel mezzo del centro commerciale, sanno che quello è un baby parking e guardano a questo come fosse un miraggio nel bel mezzo del deserto.

Il problema è che i posti sono limitati e anche il tempo di massima permanenza del pupetto, per cui i genitori si accapigliano e lottano all’ultimo sangue per sbidonare il bambino senza sensi di colpa.Baby%20Parking%201.jpg

La mamma di Marco lo aveva subito visto e vi si era catapultata; aveva poco tempo perché doveva ancora pensare agli ultimi regali di Natale. Andare in un centro commerciale il pomeriggio della Vigilia significa doversi accontentare di scelte scadenti ma quell’anno tutto sembrava andar storto. Con suo marito le cose non funzionavano più e avevano deciso di lasciarsi per un po’ di tempo. Non era una storia di tradimenti, semplicemente il loro rapporto si era deteriorato… ognuno preso dai propri obiettivi lavorativi e da passioni diverse.

Ormai erano due mesi che vivevano distanti e avevano pensato di passare il Natale ognuno per conto proprio; il bambino sarebbe stato con lei il giorno di Natale e Santo Stefano l’avrebbe passato con il padre e i nonni paterni.

Marco guardava ai genitori sperando nei loro sorrisi o in un caldo abbraccio come ai vecchi tempi quando si gettava nel lettone. Aveva solo sei anni, ma già si sentiva grande e capiva che mamma e papà non si volevano più bene.

“Marco, stai qui che vado a prendere qualcosa da mangiare per il pranzo di Natale. Faccio presto e poi andiamo insieme a cercare qualcosa di bello per te, va bene?”

Marco la guardò desolato, la baciò per accontentarla e poi entrò nel baby parking e si accomodò sulle piccole poltroncine, sorridendo mestamente alla giovanissima baby educatrice che gli porgeva con altrettanta poca convinzione un foglio e grossi pennarelli.

img_1111.jpgAnna aveva lasciato suo figlio con uno strano presentimento. La gente si affollava accaldata a fare gli ultimi acquisti. La musica girava imperterrita, martellando i cervelli e sfidandoli a seguire i ritmi che inducevano a perdersi tra gli scaffali pieni delle cose più assurde, oggetti che avrebbero schifato chiunque in qualsiasi altro periodo dell’anno al di fuori del Natale.

Si fermò a pensare davanti alla vetrina di una gioielleria e guardò quell’anello che portava ancora al dito. Se lo tirò via e lo mise nella borsetta. Entrò nel negozio per comprarsi quell’anellino rosa che avrebbe sostituito senza pentimento la fede matrimoniale.

Qualche minuto prima aveva visto Massimo, suo marito, con un’altra donna. Si erano fermati e salutati come due estranei. Le aveva presentato quella donna come una sua amica, ma sembravano già qualcosa di più dal modo in cui lei lo teneva sottobraccio.

Massimo in realtà aveva incontrato quella donna, una sua vecchia fiamma, al supermercato e gli si era appiccicata, nonostante i suoi tentativi per spiegare che stava comprando gli ultimi regali per Natale. E poi incontrare Anna, sua moglie, lì… vederla e vederla ancora come la donna più bella del mondo. Avrebbe voluto abbracciarla e dirle di tornare insieme almeno per Natale ma lei era stata così fredda con lui e l’aveva lasciato andare senza riuscire a spiaccicare una parola.

Intanto nelle stanze della direzione del Centro Commerciale stava succedendo qualcosa di strano. Gli agenti di sicurezza osservavano con preoccupazione quell’immensa folla che si accalcava negli spazi seppur immensi ma non illimitati del meganegozio. La mattina avevano provato le eventuali uscite di sicurezza in caso di situazioni d’emergenza ma la folla che era entrata quel giorno era al di là di qualsiasi previsione ottimistica; sembrava che il centro fosse la sede di una manifestazione politica con un ammassamento mai visto sinora. D’altra parte il centro aveva aperto da poco e in prossimità delle feste natalizie proprio per ammortizzare subito il capitale impegnato che alla fine si era rivelato maggiore di quello inizialmente previsto. Nonostante questo grosso investimento anche in termini di sicurezza, proprio quella mattina erano state segnalate alcune anomalie nella chiusura e apertura delle enormi saracinesche meccanizzate che lo sigillavano interamente e che lo rendevano simile a un bunker.

In più erano state attivate alcune nuove precauzioni con la chiusura automatizzata in caso di rapina.

Erano proprio davanti alle postazioni delle telecamere quando videro i banditi fare irruzione con i passamontagna, armati di piccole mitragliette e dirigersi senza esitazione verso la tesoreria del supermercato all’interno del centro commerciale. Sapevano bene dove dirigersi.telecamere_privacy.jpg

Gustavo, il comandante della sezione sicurezza comandò subito la chiusura delle uscite per evitare che i banditi uscissero con il bottino dal centro. Nella tesoreria c’era solo il direttore del centro a custodire la grande cassa di deposito, ma in quel momento era uscito per una commissione.

“Chiudi tutto, andiamo a prendere quei bastardi e chiama subito la centrale di Polizia!” ordinò agli altri agenti di sicurezza, preoccupato che uscissero con il bottino e bloccò le porte della tesoreria. Oltre a queste, le serrande che chiudevano il centro commerciale si abbassarono di colpo e tutte le uscite furono bloccate nei due piani, al primo piano e al piano terra dell’ipermercato.

Crash! Ci fu un calo di tensione che bloccò per pochi secondi l’energia elettrica. I server andarono in tilt e di lì tutto andò a precipizio. Se le chiusure funzionarono, a non funzionare fu senz’altro la folla di persone che si trovavano all’interno del centro. Il silenzio che si era creato per la chiusura delle centraline che regolavano la musica all’interno dei vari negozi e che era emessa in maniera diffusa su tutto il megacentro creò, in effetti, un ambiente ben diverso, un po’ come nella famosa fiaba della Bella Addormentata, quando la fata fa addormentare l’intero castello e tutti s’immobilizzano. Finalmente si sentì emettere un suono umano. Le voci delle persone crearono un brusio, quasi un’onda che si trasmetteva da un piano all’altro, attraverso le scale mobili e le grandi scalinate e attraverso gli sguardi sorpresi che si rincorrevano di persona in persona, come un’enorme scossa elettrica. I primi ad accorgersene furono chi stava per uscire o per entrare nel centro. E soprattutto gli agenti di sicurezza che si trovavano vicino all’uscita cominciarono a guardare con terrore quell’enorme ammasso di gente che cominciava ad affollarsi verso le porte come a voler sfuggire qualche pericolo.

co_import_cuneo_auchan.jpgUn’enorme gabbia, ecco cos’era diventata ora quel centro.

Anna si trovava in un negozio di giocattoli e stava per comprare un bel regalo per il figlio quando annusò la paura nell’aria e provò a chiedere in giro cosa stava accadendo. Quello strano assembramento vicino all’uscita non la faceva stare tranquilla e poi tutti quegli uomini di sicurezza in giro che si parlavano freneticamente.

Fu questione di pochi minuti, il tempo del breve calo di luci, perché istintivamente lasciò il giocattolo nelle mani della negoziante che si stava arrabbiando per questo comportamento, preoccupata perché si sfumava l’affare.

Marco…, pensò e si diresse senza esitazione verso in baby parking al piano superiore rispetto al piano terra dove si trovava. Le stava prendendo il terrore, aveva come unico obiettivo raggiungere subito suo figlio. Le scale mobili erano immobili e tutte intasate, la folla si muoveva minacciosa. Provò a infilarsi ma non c’era spazio e come lei altre donne e uomini cercavano di aprirsi inutilmente dei varchi ma gli spintoni e occhi impauriti la riportavano al suo posto iniziale. Si fermò, sapeva che razionalmente doveva stare calma, Marco probabilmente non si era accorto di nulla e stava giocando con gli altri bambini. E mentre stava così in tensione, guardò in alto nel piano superiore e incontrò gli stessi occhi di Massimo, suo marito, che cercava di farsi notare da lei.

Si capirono… Marco, sussurravano entrambi.

“Prendi Marco, è al baby parking!”, gli gridò in mezzo al rumore della folla.

Massimo capì e si diresse verso quello spazio che sapeva era stato adibito per fare giocare i bambini.

Tutti i genitori si erano precipitati a prendere i loro figli ma tanti erano ancora lì da soli a piagnucolare e così anche Marco, accanto alla piccola ragazza che lo avrebbe dovuto accudire.

Marco gli gettò le braccia al collo: “Papà!” e Massimo provò una felicità incontenibile. Si sentì come pieno di un amore immenso, qualcosa che lo completava.

“La mamma dov’è?” gli chiese mentre lo abbracciava.

“Non preoccuparti, ci aspetta al piano terra perché ci deve essere stato qualche guasto elettrico alle scale mobili e non si riesce a passare tra la folla e così mi ha chiesto di prenderti perché io mi trovavo qui sopra”.

Marco si tranquillizzò, era felicissimo, stare finalmente col papà!

In quel momento si sentì la voce negli altoparlanti: “Gentili clienti, ci scusiamo per l’inconveniente tecnico. A breve sarà ripristinato l’intero sistema e tutto tornerà nella norma e si riapriranno le uscite per cui vi chiediamo per ragioni di sicurezza di mantenere la calma e a tutti sarà consegnato un ulteriore sconto nella spesa natalizia per risarcirvi in parte del disagio. La Direzione, grazie.

La gente si tranquillizzò, in fin dei conti si trattava di un guasto tecnico e presto sarebbero tornati a casa. Trovarsi chiusi la notte della Vigilia di Natale in un centro commerciale in fin dei conti non era una situazione desiderabile, anche se qualcuno avrebbe ben rinunciato all’abitudinario cenone natalizio con il parentado.

Così cominciò un po’ il rientro alla normalità e la gente tornò a fare gli ultimi acquisti, anche se non si era scemata la folla davanti alle uscite.

Riuscirono, Marco e Massimo, a farsi strada tra la folla e raggiunsero Anna al piano terra.

Quando li vide insieme, tirò un sospiro di sollievo. Guardò Massimo e gli sorrise e si abbracciarono; la tensione si stava sciogliendo e insieme sprigionavano la magia della felicità.

In quel momento scattarono le serrande e si riaprirono le porte del centro. Fu tutto un fluire, un applauso di mani felici, sospiro immenso e la folla uscì insieme fuori da quell’enorme gabbia dorata. A che serviva quell’immenso contenitore se non poteva contenere le cose più importanti, l’aria e la terra?

15558250-snowglobe-con-pupazzo-di-neve-e-albero-di-natale-all-39-interno-di-un-blu-spazio-nevoso-sfondo-sfoca.jpgLa neve aveva riempito i piazzali e i parcheggi antistanti. Erano le dieci della sera e c’era il cielo stellato.

La vera felicità, la libertà, si trovava fuori, nel soffio di vita che percorreva ancora l’universo e nella nascita dell’amore che sempre dà luce ed è amore semplice, senza retorica, povero ma ricco nella sua essenza.

Uscirono anche loro tre, Anna guardò Massimo e Marco. Non c’era bisogno di parole. Tornarono a casa. Quella notte l’avrebbero passata insieme, per loro in quel momento aveva deciso il destino e poi… per decidere ci sarebbe stato tutto il tempo necessario.

Ora è Natale.

 

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RADIO X

sottomarina1.jpgDiscorsi da spiaggia:

Berluska ritorna. Assurdità da spiaggia, appunto.

Povera Minetti, cacciata in malo modo.

Ma perché non se ne va con stile?

Vendola con Casini e Bersani. Seconda assurdità da spiaggia, ma loro sono assurdi in sé e per sé, come le monadi, anzi sono “monade”!

L’Italia alle Olimpiadi. Peggio di Schwarzenegger… total recall… Judo, scherma, carabina, tiro con l’arco, al piattello, …incetta di medaglie. Manca solo il tiro con l’accetta.

Curiosity sbarca su Marte.

Io credevo che Marte esistesse solo sui fumetti. Fine di un mito.

La spiaggia fa male.

 

 

Inizio un mio raccontino. A me stare sotto l’ombrellone fa davvero male…

 

 

RADIO X

 

radioantica.jpgNon ho mai raccontato storie fantasy. Non è il mio genere raccontare di spiriti, extraterrestri e quant’altro ma vi assicuro che è successo, tutto ciò che scriverò di seguito è successo realmente.

Parlerò di un ufficio, ufficio come mille altri, dove la burocrazia è di casa, dove ci sono le donne delle pulizie, che ormai non sono più donne ma uomini, e per lo più stranieri, che passano a svuotare velocemente i cestini e a pulire con un panno bagnato i pavimenti, lasciando scie virtuali di luminosa freschezza.

Dove ci sono i vecchi impiegati come in un vecchio film che se ne stanno seduti ad aspettare il capo. E il capo arriva e sorride a tutti. Insomma, roba che succede come nei film.

In quest’ufficio, suddiviso da stanze, c’è una stanza. Se ti fermi vicino, non sentirai nessun rumore tranne quello della radio. Si odono inni religiosi, una voce seria parla di personaggi antichissimi.

Ma non è un ufficio parrocchiale. In quella stanza si ascolta la radio ma si lavora a scartoffie, tutte cose che riguardano la gestione del personale, omesse timbrature, malattie, ferie, badge, pensionamento, assunzioni, un bel po’ di cosette, che di solito angustiano i lavoratori dipendenti.

Per quell’ufficio sono passate molte persone.

L’unico punto in comune è che tutti ne sono usciti incredibilmente buoni.

La bontà – mi direte – non si misura ma vi assicuro che la bontà di queste persone è tangibile, simile a quella di un santo.

L’edificio è antico. Non potrei rivelare il segreto però non posso farne a meno. In fondo anche il contesto ha un ruolo importante in questa storia. Si tratta un edificio storico, sede di un ministero. Oltre non potrei divulgare. 

Tutto ebbe inizio quando la signora che lavorava in quest’ufficio – parliamo di una cinquantina d’anni fa – notò sopra lo schedario di legno uno strumento insolito.

Era stato portato da qualcuno, ma non si era mai chiarito chi poi avesse veramente compiuto il gesto.

L’oggetto se ne stava lì, immobile, sonnacchioso. A vederlo sembrava di mogano, con una finestra beige e due manopole scure nere.

La signora Maria non l’aveva mai notato. Quando se ne accorse, lo guardò. Era un momento di tranquillità e ormai aveva sbrigato tutto il lavoro quotidiano. Si avvicinò incuriosita: non si ricordava di averlo mai visto prima di quel giorno all’interno del suo ufficio.

Provò a girare la manopola di destra e notò che aumentava il volume e dall’altra si cercavano le varie frequenze. Poi c’era una serie di tasti e provò a premerne uno.

Quell’oggetto era una radio comune, di buona fattura e subito si accese, diffondendo un suono. Maria si rallegrò al pensiero che in quell’ufficio non sarebbe più rimasta sola. Finalmente un po’ compagnia!

La melodia nell’aria era simile ai canti gregoriani. Rimase per un po’ ad ascoltare, poi si stufò e provò  a cambiare stazione. La manopola sembrava girare a vuoto. Sbuffò e guardò l’orologio affisso al muro. Erano le sei del pomeriggio: tardissimo!

Solitamente terminava il lavoro alle cinque ma con quell’aggeggio ci aveva perso del tempo.

Prese la sua borsa marrone, richiuse il suo ufficio e uscì fuori dal palazzo. Il portiere come il solito la salutò.

Lo sguardo dell’uomo indugiò un po’ più del dovuto sul sedere della donna, che si stava allontanando per le strade della città.

Forse quand’era giovane doveva essere una bella donna, pensò Maurizioilportiere, osservando la gonna verde diritta che lasciava intravedere nei movimenti le forme aggraziate della signora.

Maria si tirò ben bene il chignon con le forcine che si erano allentate. Per sistemarsi si specchiò nella vetrata del negozio.  La rotondità del viso era leggermente segnata dalle guance un po’ molli, traccia dell’incedere del tempo.

Notò con melanconia il bellissimo vestito da sera nero, esposto in vetrina nell’elegante manichino, che ricalcava il tubino alla “Rita Hayworth” mentre canta Put the blame on mame. Rita_Hayworth_intro.jpg

Si mise a canticchiare tra sé il motivetto… Lasciando sciolti i suoi capelli, rossi come quelli di Rita, forse le assomigliava un poco. La sera a casa, davanti allo specchio, avrebbe provato. In fondo aveva ancora tanta voglia di vivere. Voleva trovarsi un uomo, qualcuno con cui condividere gli ultimi anni della sua vita. Lavoro, casa, casa, lavoro. Era giunto il momento di una svolta.

In quell’attimo fuggente sentì la voce di una donna gridare: “Osvaldo!”.

Lei si girò e vide quel bambino sfuggire alla mano della madre e precipitarsi correndo nella strada.

Agì d’istinto. Si gettò proprio sul bambino e lo spinse in avanti, mentre la macchina la prendeva in pieno scaraventandola in mezzo alla strada.

Accorsero tutti intorno. La donna era per terra mezza discinta, con la gonna verde alzata tra le gambe. Una posa senz’altro innaturale. I capelli rossi erano sfuggiti alle forcine e ora incorniciavano il bel viso rotondo.

Un uomo le si accovacciò vicino.

“Come sta, signora?”

Put the blame on Mame, boys

 Put the blame on Mame…”, canticchiava Maria. E queste furono le sue ultime parole.

 

(CONTINUA)

 

P.S. le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di mia fantasia.

 

 

 

Le mie Olimpiadi

Era il 2008.

Nasce questo mio blog, per creare qualcosa di reale, non sparso tra file e documenti di qua e di là.

Un mio pc obsoleto racchiude tutto, ancora in dos. Tra vent’anni lo riaprirò.

 

Era  il 2008, anno delle Olimpiadi e io pubblicavo questo racconto…

 

In bocca al lupo a tutti gli atleti di tutto il

mondo!

 

Le mie Olimpiadi,come le vorrei…

 

 

Una nuova Olimpiade

(un nuovo viaggio o come superare gli stati alterati di coscienza)

 

Michele ogni sera si allenava. Certo che era stanco. Dopo otto ore in ufficio si sentiva le ossa rotte, si sentiva vecchio nonostante avesse solo 31 anni. Però era anche felice.

Rappresentare il suo Paese, proprio lui? Era stato bellissimo ricevere la notizia. Erano arrivati nell’ufficio dell’azienda dove lavorava di mattina presto: due uomini e due donne, elegantissimi nel loro vestito blu con lo stemma del Comitato per le Olimpiadi. Si erano presentati al suo capoufficio e, dopo un breve colloquio, li aveva visti dirigersi verso la propria scrivania, che divideva con Stefano, compagno di lavoro. Si erano scambiati uno sguardo interrogativo, ma non avevano fatto in tempo ad aprire bocca che questi si erano avvicinati e una delle due donne si era posta dinnanzi a lui parlandogli in modo solenne:  -È  lei il Sig. Michele Frantorio?

Michele aveva annuito silenziosamente con un cenno del capo.

–  Siamo i rappresentanti del Comitato Olimpico. Lei è stato selezionato ufficialmente come l’atleta che parteciperà alla gara dei 100 m. maschili, rappresentando l’Italia. Domani ci sarà la nomina ufficiale davanti al Presidente della Repubblica. Lei accetta?

Non ci credeva, non era possibile, proprio lui? Da quanto tempo non indossava le scarpe da ginnastica? Dai tempi del Liceo, pensava. Ma, ora, era lui a trovarsi davanti alla bellissima donna che le porgeva il papiro con la nomina e l’elenco, contenente i nomi di tutti i partecipanti alla selezioni, ossia tutti i maschi italiani dai 18 ai 31 anni. E lui c’era entraolimpiadi,dopingto per un pelo! Era l’ultimo anno che avrebbe potuto partecipare alle Olimpiadi. Il sorriso gli salì alle labbra e da esse uscì un flebile sì, chinando il capo e sognandosi sul podio con la medaglia d’oro sul petto e lo stadio osannante il suo nome.

L’applauso di tutti i compagni di lavoro del suo ufficio lo riportarono alla realtà. Si erano alzati in piedi e gli tributavano onore, chi battendogli la mano sulle spalle, chi gridando il suo nome, chi dicendo: “Grazie per aver accettato, sei grande! Ora, sei tutti noi”.

 

***

 

Barbara, invece, si vide consegnare la notizia mentre stava preparando la colazione per i due figli. olimpiadi,dopingOgni mattina alzarsi era uno strazio. Metteva la sveglia un quarto d’ora prima delle 7.00 e se ne stava nel letto, tra le coperte, a gustare gli ultimi, e ormai unici momenti di riposo assoluto della giornata. Pensava a qualcosa di bello e se lo ripassava nella mente per appropriarsene completamente. Sentiva le ossa che già le dolevano e il mal di schiena che, neanche dopo una notte di sonno, le dava tregua. L’ora dell’alzata mattutina l’avrebbe ben volentieri cancellata dall’arco dell’intera giornata. Poi, allo scoccare dell’ultimo minuto, con rassegnazione, prima che suonasse, spegneva la sveglia e con un colpo di reni si dava la spinta e si alzava cercando di trovare in sé tutta l’energia per affrontare  la forza vitale dei suoi bambini.

 Anche quella mattina avrebbero fatto i capricci. Niente latte, si era dimenticata di comperare il cacao il giorno prima e i suoi bimbi lo bevevano solo al gusto di cioccolata, la giornata già iniziava male. Cominciò a gridare: – Alzateviiiiiii!!! Con un gesto deciso rovesciò le coperte e sbucarono due teste bionde. – Mamma!, lasciaci dormire un altro po’!

Si fermò a guardare le faccine offuscate dal sonno. Com’erano belli! Un concentrato di vita, la mia vita, pensò Barbara. E ripensò a quando era lei a voler trastullarsi nel letto e suo madre arrivava con aria falsamente cattiva. Sorrise. Era bello non dimenticarsi di sé. Il campanello alla sua porta in quel momento suonò. Chi mai poteva essere a quell’ora? I due bambini si alzarono in allarme. Con un gesto li zittì e, quatta quatta, s’avvicinò alla porta del minuscolo appartamento in cui abitava. Dallo spioncino vide quattro strani individui, la presenza delle donne la rassicurò. 

        Chi è?

Domandò con una voce rauca, che le era uscita dalla bocca in un misto di paura e di curiosità.

          Siamo i rappresentanti del Comitato Olimpico. Lei è la Sig.ra Barbara Fossa?

          Certo, sono io.

Aveva letto i giornali. Era probabile. Il Comitato Olimpico quel giorno avrebbe dovuto presentare agli atleti, selezionati nell’intero Paese, le nomine ufficiali.

Aprì la porta, se lo sentiva nel cuore che poteva succedere, era vero.

olimpiadi,dopingIl Comitato rimase impassibile dinanzi alla giovane donna nella smilza camicia da notte rosa confetto, da cui spuntavano due chilometriche gambe da gatta. La donna che le consegnò il papiro pensò che la sorte talvolta poteva essere proprio strana, e qualche volta il destino funzionava meglio di uno scopritore di talenti. La donna ripeté con aria da cerimoniale:

          È lei la sig.ra Barbara Fossa?

          Sì, sono io.

I bambini erano scesi dal letto e ora se ne stavano come guardie a fianco della madre, con negli occhi un po’ di batticuore, perché avevano capito il momento solenne.

          Siamo i rappresentanti del Comitato Olimpico. Lei è stata selezionata ufficialmente come l’atleta che parteciperà alle Olimpiadi nella gara di salto in alto femminile, quale rappresentante dell’Italia. Domani ci sarà la nomina ufficiale davanti al Presidente della Repubblica. Lei accetta?

Dicendo questo, le consegnava il papiro contenente tutti i nomi dei partecipanti alla selezione, tutte le donne italiane dai 18 ai 31 anni.

          Sììììììììì. Gridò Barbara.

          Mamma!

Barbara abbracciò i suoi figli, piangendo e gridando “sì” per la gioia e si accasciò ai piedi del comitato. Aveva 25 anni e la voglia di volare. Sentì il sangue fluire sulle gambe, tutta quella forza le era stata data per questo; aveva sempre saputo, come in una preveggenza, che lei non era nata solo per fare la casalinga, ma per volare tra le pagine della storia. Avrebbe dimostrato al mondo quello che può fare una mamma, una donna, e ogni sua fibra gemeva vibrando di un suono che come melodia riempiva l’aria d’intorno.

 

***

olimpiadi,dopingMario entrò nell’aula. L’aula era stracolma. Era da un pezzo che non sopportava l’aria viziata. Le stanzone vecchie dell’università ormai da tempo avevano cominciato a dare i primi segnali di decadimento. Maledetti tagli! Avrebbe volentieri tagliato lo stipendio al ministro, altroché. Appoggiò il borsone con gli appunti sul tavolo. Subito, una ragazzina carina dai capelli rossi gli si era avvicinata chiedendo delle puntualizzazioni sulla lezione precedente. Si arrabbiò tantissimo. Odiava i codardi. Impugnò il microfono.

          Ragazzi, non venite qua per niente  a chiedere stupidate.

La ragazza dai capelli rossi acquistò un bel colorito rossastro anche nel viso.

Il Professore la guardava.

          Se qualcuno ha bisogno di chiarimenti faccia pure le domande durante la lezione, ed io cercherò di rispondere nel modo più esaustivo possibile. Dovete imparare a fare le domande davanti a tutti, perché solo in questa maniera possiamo confrontarci e scambiare critiche e arricchirci a vicenda.

Mario sapeva che erano discorsi inutili. I ragazzi innumerevoli rimanevano per due ore sempre zitti e lui poteva sparare anche cazzate che loro non avrebbero osato fiatare. Sorrideva, pensando a come la ramanzina appena fatta sortisse paradossalmente ancora più silenzio e timore reverenziale. Certe volte arrivava a dubitare della sua stessa presenza. Si metteva seduto dietro il PC: ormai utilizzava power point per fare lezione. Lo schermo gigante ipnotizzava lo sguardo e lui cliccava piacevolmente , clic clic clic.

Fu durante un clic, che entrarono o, perlomeno, cercarono di entrare, scavalcando gli studenti seduti per terra, i quattro elegantissimi membri del Comitato.

Mario li guardò con aria interrogativa.

La donna cominciò.

          È  lei il sig. Mario Malfatto?

          Sì, certo, ma ora sto facendo lezione, abbia la cortesia di aspettarmi fuori dell’aula.

La donna continuò senza alcun imbarazzo e timore.

          Siamo i rappresentanti del Comitato Olimpico. Lei è stato selezionato ufficialmente come l’atleta che parteciperà alle Olimpiadi nella gara di salto in lungo maschile, quale rappresentante dell’Italia. Lei accetta?

E così dicendo consegnò al Professore, incredulo, il papiro contenente tutti i nomi dei partecipanti alla selezione, con il suo nome segnato in rosso.

Il Professore guardò i ragazzi ammutoliti che lo fissavano in silenzio, come nell’attesa della liberazione di qualcosa. Tutti questi anni di studio, pensò Mario. Sarebbe diventato famoso, semplicemente per un misero salto. La gamba gli doleva, peraltro, e sicuramente non avrebbe fatto bella figura. Lui già rappresentava l’Italia, che diamine!, era conosciuto in tutti gli ambienti accademici, non aveva bisogno di null’altro. Prese il papiro, slegò il fiocco del nastro rosso, e accanto al suo nome sottolineato vide due piccoli spazi, su cui spiccavano in stampatello verde ACCETTA – RIFIUTA. Lui fece una croce su RIFIUTA e appose la sua firma accanto. Riconsegnò il papiro slegato alla donna, non prima di aver sbirciato il nome che seguiva il suo, un certo Modesto, Modesto Malfatto seguiva il suo nome e avrebbe preso il suo posto.

Si sentì generoso. Guardò l’aula. Il gruppetto del Comitato se n’andò, a lui sembrava mestamente, e, piano, ad uno ad uno, come spinti da un silenzio troppo grande da sopportare, uscirono tutti i ragazzi, senza dire una parola, ma con negli occhi un dolore indicibile. Mario rimase solo nell’aula.

Cliccò l’invio.

I quattro membri del comitato uscirono dall’aula, impassibili, e s’avviarono verso l’elegante macchina nera d’ordinanza che li stava aspettando davanti al vecchio portone del palazzo, sede della facoltà di Scienze della Formazione dell’Università. I quattro furono inghiottiti, come in un buco nero.

***

olimpiadi,dopingModesto s’era alzato presto quella mattina, come il solito d’altra parte. Da due giorni si dava da fare nell’impresa edile dove suo padre lavorava da quasi 20 anni. Lui già, attraverso il padre, odiava quel lavoro e si domandava per quale motivo avesse accettato. Il ragazzotto si guardò le mani, che cominciavano a tagliarsi per via della calce. Veronica, la sua ragazza, avrebbe avvertito sicuramente la loro ruvidezza sulla pelle delicata che sognava di accarezzare.

Quel giorno era accaduto un altro infortunio. Un ragazzo, senza imbragatura, nè elmetto e guanti di protezione era caduto dall’impalcatura. Anche quel ragazzo era in prova, nonostante fossero ormai passati sei mesi.  Si arrabbiava per questo mondo ingiusto, ma non riusciva a trovare soluzioni. Non poteva ribellarsi, era come una bestia ferita in gabbia. Un solo lamento e sarebbe stata uccisa.

Grrrrrr, grrrrrrr, i denti facevano male. Un giorno o l’altro avrebbe azzannato qualcuno.

Addentò il panino. All’ora di pranzo gli operai se ne stavano al sole, tra i calcinacci, a gustare la tranquillità della giornata e guardavano in silenzio i buchi, le buche, la sabbia, i rimorchi, le ruspe, la malta molle, i tubi che come opere d’arte incompiute se ne stavano immobili a reclamare il loro abbandono.

Tra la polvere, che sembrava la nebbia di un palco di cantanti rock, emerse il gruppetto del Comitato Olimpico. Sembrava che già lo conoscessero perché si diressero senza esitazioni verso Modesto.

Iniziò a parlare la donna:

          È lei il Sig. Modesto Malfatto?

          Sì.

Rispose Modesto col panino a mezz’aria.

          Siamo i rappresentanti del Comitato Olimpico. Lei è stato selezionato ufficialmente come l’atleta che parteciperà alle Olimpiadi nella gara di salto in lungo maschile, quale rappresentante dell’Italia. Domani ci sarà la nomina davanti al Presidente della Repubblica. Lei accetta?

Modesto si guardò in giro con la bocca piena e la testa che gli girava, forse il sole, troppo sole, pensò. Poi guardò la donna, lo stemma del comitato sulla sua giacca, quello stemma che innumerevoli volte aveva visto nella gazzetta sportiva che prendeva giornalmente. A lui piaceva tanto lo sport! Faceva parte anche della squadra del suo paese, poca roba, ma gli consentiva di tenersi in forma senza bighellonare per palestre frequentate dai soliti “palloni gonfiati”, gente molle di testa e di muscoli.

Guardò i suoi compagni. Che diamine! Quanto ci metteva a rispondere? Guardò la sabbia vicino all’impalcatura ancora sporca di sangue, rossa come il nastro che legava il papiro. Avrebbe dimostrato la potenza delle sue gambe, la freschezza giovane del suo cervello, come una belva in gabbia avrebbe spiccato un balzo…

          Grrrrr, ssssiiiiiiiiii. E mostrò la grinta dei suoi fieri occhi verdi.

          Evviva!

Gridarono in coro gli operai intorno. Lo issarono sulle loro mani forti e cominciarono a portare il corpo del giovane in giro per il cantiere, sollevandolo in aria ad ogni evviva.

***

olimpiadi,dopingQuando il Comitato terminò era quasi notte inoltrata. La luna illuminava tutto intorno d’argento. I quattro vestiti di blu si fermarono: ormai avevano consegnato le nomine a tutti gli atleti delle 23 discipline olimpiche. Il giorno successivo tutti insieme gli atleti sarebbero stati accolti al Quirinale, per la cerimonia solenne di nomina ufficiale come atleti selezionati per le prossime Olimpiadi. I quattro si abbracciarono e piansero. Le lacrime scendevano silenziose  e i sospiri e i singhiozzi facevano sussultare i petti. Sapevano che quello era stato un gran giorno, destinato ad essere ricordato negli annali olimpici. Non avrebbero mai pensato che un giorno simile sarebbe mai arrivato dopo tutto quello che era successo.

***

Tutto era accaduto così due anni prima, all’improvviso, almeno sembrava. In realtà, da un po’ di tempo succedevano cose strane. All’inizio nessuno ci aveva fatto caso. Le morti sembravano naturali: c’era chi moriva nel proprio letto, chi nel divano, chi in cucina. E ognuno ci restava secco in maniera differente. Non c’era niente di anormale. Niente di anomalo. Tutto scorreva tranquillo come l’acqua dai rubinetti. olimpiadi,dopingMa arrivarono le Olimpiadi e la cosa acquistò un significato nuovo quando, proprio durante le gare, gli atleti cominciarono a scoppiare come palloncini in acqua; i muscoli guizzanti si gonfiavano inaspettatamente per poi risucchiarsi e l’atleta sembrava come dovesse implodere e, difatti, all’improvviso, durante la gara di nuoto, l’atleta si fermava, strabuzzava gli occhi e scivolava lentamente sott’acqua, come se qualcuno gli avesse risucchiato la vita. Nella gara di salto in alto, il saltatore prendeva lo slancio, il passo, un due tre, e quando nel piegarsi faceva quel movimento secco e dolce del ruotarsi e piegarsi, tipico della fosbury, ecco che si sentiva un rumore strano come di ossa rotte, e il tipo se ne ricadeva nel materassino piegato in una posizione innaturale, con la schiena come spezzata in due e le gambe e le braccia flosce come quelle di un manichino vecchio. Tutto però sembrò davvero innaturale quando ben cinque giocatori di calcio, di due squadre diverse, nella stessa partita, crollarono a terra quasi improvvisamente. In un primo momento era sembrata una rissa: l’arbitro aveva fischiato un fallo, per simulazione. In effetti, il giocatore era caduto da solo, non era stato nemmeno sfiorato. Ma il giocatore da terra non si voleva rialzare. Tutti gli furono intorno appena in tempo per vedere gli occhi del giocatore roteare in maniera un po’ strana, troppo veloce, e la lingua venire fuori con uno scatto dalla bocca. Al che, tutti indietreggiarono per lasciare spazio al medico che correva in soccorso. Ci fu un gran da fare perché anche altri quattro giocatori caddero contemporaneamente e anche a loro successe la stessa cosa strana, strabuzzamento di occhi, roteazione e scatto in avanti della lingua. Intanto dagli spalti veniva giù di tutto, bottigliette, scarpe, qualche motorino e la polizia ebbe un bel da fare per contenere lo stadio  e far defluire il pubblico fuori dagli spalti senza che ci fossero incidenti. Naturalmente, il pubblico dello stadio, seppur si trattava di calcio olimpico, non è lo stesso che va a vedere le gare di nuoto. Il dispiegamento delle forze di polizia durante le partite di calcio, anche a livello nazionale, era una spesa continua e ormai incessante, che nessun paese riusciva più a sostenere, né per il numero delle vittime né per le risorse economiche, denaro pubblico, speso iniquamente. Il pubblico anche in quell’occasione si arrabbiò tantissimo, chi andava alla partita di calcio in effetti andava incazzato ancor prima che iniziasse. Da un po’ di tempo ormai si parlava della guerra come una partita di calcio e non viceversa.

            Il Comitato Olimpico si riunì quella sera stessa.

olimpiadi,dopingDov’era andato a finire il benedetto spirito olimpico? Gli atleti avevano abusato delle sostanze che alteravano le loro prestazioni facendosi ingannare nel nome degli sponsor, della pubblicità, dei soldi. Avevano venduto come prostituti i loro corpi e le loro anime. Non c’era nessun eroismo nei loro gesti atletici ma solo l’ingordigia della presunzione di voler tutto e subito, con violenza contro se stessi e contro gli altri, ingannando meschinamente solo i bambini ormai, gli unici che credevano ancora alle prodezze da supereroi. I tre membri del CIO, del Comitato Olimpico Internazionale, avevano convocato la riunione per quella sera. Era arrivato il momento giusto per presentare il loro progetto al Comitato Nazionale, quel progetto che sarebbe partito a livello internazionale per rilanciare una nuova mondiale idea sportiva.

Cominciò la donna:

–          Colleghi, siamo qui riuniti in un momento di grande tristezza per noi che amiamo lo sport, per noi che lo percepiamo come lo spirito che c’innalza verso le vette proibite della conoscenza e dell’amicizia tra tutti gli uomini, la cui trasparenza e bellezza si rivela nella potenza del gesto sportivo, unica sintesi tra pensiero e atto, volontà e passione, generosità e individualità, solidarietà e vitalità.

Fece una pausa, come cercando di raccogliere le energie. Si guardarono negli occhi e poi lei continuò.

–          Oggi abbiamo visto come lo stesso gesto sportivo sia invece degenerato in razzismo e violenzae ladimensione economica dello sport abbia alienato la dimensione popolare, sociale, educativa e culturale, dimenticando come questo sia parte integrante dei nostri principi. Dobbiamo farci forza e pensare al futuro, considerando questi fatti come monito affinché non accada mai più, pena la scomparsa nostra, come comitato e come uomini innanzitutto.

Nella sala, attorno al grande tavolo, cadde il silenzio più assoluto e nessuno osava prendere la parola, perché tutto quello che lei diceva era assolutamente vero.

Così mestamente continuò.

–          Lo sapete anche voi che uno dei nostri compiti è quello di prevenire affinché gli atleti non facciano uso di sostanze che alterano la loro prestazione. Nonostante il Ministero della Salute abbia disciplinato la tutela sanitaria delle attività sportive e della lotta contro il doping e abbia avuto la brillante idea che nel foglio illustrativo dei medicinali venga riportata, tra le “Avvertenze speciali”, la frase: “Per chi svolge attività sportiva: l’uso del farmaco senza necessità terapeutica costituisce doping: può determinare effetti dopanti e causare anche per dosi terapeutiche positività ai test anti-doping”, gli atleti, in maniera sconsiderevole e irresponsabile ne hanno lo stesso approfittato.

–          Che abbiano bisogno di un paio d’occhiali? Forse dobbiamo intensificare le visite oculistiche…

Provò a spezzare il ghiaccio con questa battuta, uno dei presenti. Ma l’occhiataccia che ricevette da tutti gli altri non gli fece terminare la frase e abbassò con vergogna gli occhi.

La donna riprese a parlare.

–          Parlo a nome del CIO. Abbiamo elaborato un progetto che ora vi presenterò nei punti salienti. Ci sarà la votazione finale sul progetto. Se il progetto verrà accettato a maggioranza, da questa sera stessa, la squadra nazionale olimpica verrà sciolta e dalle prossime olimpiadi tutto si svolgerà secondo il programma prestabilito. Se il progetto non viene accettato, e spero che ciò non accada, l’Italia non potrà partecipare con nessun atleta alle prossime Olimpiadi. Naturalmente in questo stesso momento a diverse latitudini, dalla Francia all’Argentina, dall’Africa alla Russia, dall’Inghilterra all’America, in tutti i paesi del mondo, i membri del CIO stanno presentando lo stesso progetto ai vari comitati olimpici nazionali.

Ci fu la votazione.

L’Italia entrò a far parte del nuovo programma olimpico.

***

Quattro anni dopo, la sera della finale di salto in alto fu la più entusiasmante.

olimpiadi,dopingBarbara era rimasta in gara con altre sette concorrenti. Lo stadio olimpico era illuminato a giorno, ricoperto da cristalli che nascondevano il cielo, riflettendo la luce delle stelle della notte. Era stracolmo di bambini, di gente di tutti i paesi del mondo. Ogni concorrente non era un atleta professionista. Si trattava di gente comune che veniva scelta casualmente mediante una selezione effettuata da un elaboratore elettronico all’interno della popolazione di ogni paese, naturalmente rispettando la fascia d’età compresa tra i 18 e i 31 anni. Ora, in tutti i paesi del mondo, nelle scuole si faceva sport, non come materia ma come momento di vita insieme, per scoprire qualcosa che in ogni uomo e donna si esprime come desiderio di superare se stesso, in una lotta con la divinità. Ognuno sapeva che poteva succedere di essere scelto e tutti non volevano deludere i propri compagni e il proprio paese.  E poi, per due anni, chi accettava la nomina casuale, si allenava. Si intrecciavano così storie diverse, il gruppo degli atleti si riuniva spesso per gli allenamenti, e nascevano amicizie, incontri, anche amori, ma soprattutto nasceva uno spirito di fratellanza. Non si parlava di record, ma della capacità che ognuno aveva di esprimere qualcosa di sé che senza questa  esperienza non avrebbe mai conosciuto.

Anche Barbara, la donna dalle gambe di gatta, scoprì la sua forza e quel colpo di reni che la mattina l’aiutava ad alzarsi, ora lo sfruttava per andare oltre il limite dell’asticella. L’ultimo salto il suo, quello che sarebbe stato per la vittoria, per la medaglia d’oro.

Quando saltò, i cristalli appesi tintinnarono al boato del pubblico che in piedi la salutò e la melodia si disperse nel vento, lasciando le sue tracce trasparenti nel cuore del mondo.

 

 

 P.S. le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, opera di mia fantasia.

 

BUON ANNO!

Ogni anno devo lasciare qualche mio racconto incompiuto sul blog, per scaramanzia.

Lo terminerò nel 2012!

AUGURO A TUTTI

UN FELICE 2012

E CHE LA RICCHEZZA (DI TUTTO) SIA CON NOI!

 

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La viaggiatrice virtuale

buon anno,2012,racconto,auguriRIASSUNTO

Linda è impiegata in una grande azienda finanziaria.

Durante la cena prima delle consueta pausa estiva, il suo capo le chiede dove andrà in vacanza e lei, dinnanzi a tutti, per non sfigurare mente e confida che partirà per una vacanza nelle montagne austriache.

Non sarà così. Infatti decide di trascorrere le sue vacanze trincerata in casa per 15 giorni, senza farsi vedere da nessuno e facendo credere a tutti la sua partenza.

Ma non ha fatto i conti con il destino.

Proprio la prima notte di ferie, entra in casa sua un ladro. Riesce a bloccarlo e a trascinarlo nel salotto, ma dopo qualche ora si fa viva anche sua sorella. E sembra che tra le due non ci sia proprio un bel rapporto.

La vacanza virtuale comincia proprio a mettersi male…

Per seguire dall’ultimo post:

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LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

 

 

buon anno,2012,racconto,auguriSiete pazze, stavo per soffocare! Vi potrei denunciare per maltrattamenti!”, urlò contro Veronica.

Ah, bella questa! Ti introfuli di notte a casa mia e pretendi di essere accolto a braccia aperte?”, Linda riprese il controllo della situazione.

Quella cretina di mia moglie mi aveva assicurato che non c’era nessuno a casa per una quindicina di giorni! Chi pensava che avrei trovato non una ma due donne!”, si sfogò quel bellimbusto, quasi piagnucolando.

Tua moglie? Ma chi è tua moglie che sa tutte queste cose sul mio conto?”, chiese Linda, curiosa.

Lavora con te. Mi aveva detto che la casa era vuota in questo periodo, sai, ho bisogno di soldi, non puoi capire…”

Certo ed è naturale andarli a prendere a casa degli altri. A rubare come un ladro.”

Sì, sono un ladro, ma ti giuro che lo sono perché non so più cosa fare. Mi hanno licenziato e devo pagare l’assegno di mantenimento per mio figlio. Quella strozzina di mia moglie non riesce a capirlo e non vuole farmi vedere mio figlio finché non glieli avrò consegnati.”

Mi sembra giusto. Come padre non devi valere granché se non riesci nemmeno a contribuire al mantenimento di tuo figlio. Tua moglie deve pur ricevere un piccolo aiuto economico, non credi?”

buon anno,2012,racconto,auguriNon è colpa mia se a quarant’anni mi hanno licenziato e non trovo più lavoro. Comunque ho sempre aiutato a casa e mio figlio l’ho tenuto spesso con me. Sono le prime vacanze estive che non riesco a trascorrere insieme a lui, altrimenti saremmo andati al mare da qualche parte.”

Il ladruncolo frignava dinnanzi all’incalzare maligno delle domande di Linda.

Forse cerchi solo un certo tipo di lavoro. Mai provato come lavapiatti, cameriere, muratore o altro? Scommetto di no. Immagino che questi lavori siano troppo umilianti per te, mentre per tua moglie non è umiliante riuscire a cavarsela con quel poco che riesce ad avere con il suo stipendio!”

E smettetela voi due! Sembri una moglie in piena crisi isterica!”, gridò Veronica frapponendosi al loro discorso, “Su, prepariamoci qualcosa da mangiare che è ora di colazione ormai.”

I due seguivano con lo sguardo Veronica che si era diretta tutta pimpante in cucina.

buon anno,2012,racconto,auguriAprì il frigorifero in cerca di latte.

Oh, mamma!”

Il frigorifero era traboccante di ogni ben di dio. Si rizzò in piedi e guardò diritta negli occhi Linda.

Non dirmi che hai fatto una spesa giornaliera, qui ce n’è per sfamare un reggimento! Non me ne vado finché non mi spieghi cos’hai programmato di fare a casa con questo tipo!”

E no! Non cambiare le carte in tavola”, la fronteggiò subito Linda, “Sei tu che mi devi spiegare cosa sei venuta a fare a casa mia!”, e le si piazzò fulminea davanti con le mani sui fianchi a mo’ di poliziotta.

Veronica sembrò quasi folgorata, colpita nel cuore, e si piegò in due a tremolare, andando a rintanarsi sul divano a fianco del bellimbusto per cercare protezione. Quello la guardava infatti inebetito e affascinato dalla grazia e dalla femminilità seducente.

E va bene, va bene… Ecco, mi sono lasciata con Marco. Anzi, l’ho lasciato, dopo che ho scoperto l’ennesimo tradimento! E non so dove andare. Giuro che non tornerei a casa nemmeno sotto la canna di una pistola!”

Sembrò soppesare bene le parole perché si rivolse al tipo: “Ehi, a proposito, tu non avrai mica una pistola!?”

Ma vi sembro tipo da portare pistole? Lasciatemi andare, va’, siete due pazze… Non dirò nulla a nessuno, ma vi prego di lasciarmi andare! E poi qui si muore dal caldo, non riesco a resistere!”buon anno,2012,racconto,auguri

In effetti ci si stava inoltrando nella mattina più calda di quella maledettissima estate.

E Linda aveva fatto i conti con tutto tranne che con quel piccolo particolare. D’altra parte le forze della natura si chiamano “forze” a ragione.

Il clima fino a quel momento era stato clemente e le temperature ben al di sotto della media estiva. I meteo si erano sbizzarriti nelle previsioni più ardue, smentite ogni volta da brezze inaspettate che a Milano venivano accolte con gioia soprattutto dai vecchietti agonizzanti che cercavano rifugio con le loro badanti all’interno dei supermercati.

Ma se la fortuna è cieca, la sfortuna invece ci vede benissimo e proprio in quell’occasione il tempo sembrava finalmente esprimere la propria autorevolezza.

I metereologi avrebbero senz’altro ricordato quella giornata che sarebbe diventata la più calda da cento anni, raggiungendo un record senz’altro storico.

buon anno,2012,racconto,auguriGià se Linda avesse guardato i primi telegiornali  avrebbe notato con timore quei titoloni che gridavano all’emergenza, scoraggiando la gente a uscire di casa nelle ore più calde – e almeno su questo i nostri tre potevano starsene tranquilli – , avrebbe valutato seriamente le varie interviste agli esperti, con i numerosi numeri verdi da contattare in caso d’emergenza e i vari piani anticaldo delle ASL regionali.

Essere una persona fragile d’estate in effetti sembrava essere una questione piuttosto seria e il caldo mieteva persone fragili come se fossero vittime ineluttabili di un destino infame. La fragilità ora era un caso nazionale. E se Linda riteneva di essere una persona fragile, in questo caso aveva una buona ragione per sentirsi maggiormente in pericolo. Faceva caldo, anzi, caldissimo!

Guardò il tipo paonazzo in viso, da cui grondavano sulla fronte goccioline di sudore.

Fino a quel momento la tensione aveva dissimulato il calore sotto forma di nervosismo, ma adesso che le relazioni di conoscenza stavano facendo il loro naturale corso in effetti si cominciava a percepire l’umidità malsana che ristagnava sulla stanza non ancora sottoposta all’adeguata quotidiana areazione mattutina.

 

(CONTINUA)

 

P.S. le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto della mia fantasia personale.

LA NOSTRA VITA È LATTE DI NUVOLA!

Buon Natale a tutti!

 

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Non è il momento adatto per le favole.

O forse sì, visto che tutti ce le raccontano.

Avevo iniziato questo racconto mesi fa, quando si manifestava per Sakineh. I media non ne hanno più parlato e manco le ong che si erano mobilitate. Era stata sospesa la lapidazione, ma non sappiamo più nulla della sua sorte. Un po’ come nelle favole, in cui il finale rimane sospeso in un limbo che s’immagina felice.

Il mio raccontino non ha nulla a che fare con la politica, come quello di Aristofane, anche lui ispirato dalle Nuvole.

Qui non ci sono filosofi, che cercano di raggirare con le belle parole. Non si parla di equità o di giustizia. Ho paura adesso a nominare il termine “equità”. Quando lo nomino mi tengo stretta la borsa (anche se dentro non c’è nulla).

Le mie nuvole sono buone e il mio è un racconto buono. D’altra parte si avvicina Natale…

 

LA NOSTRA VITA È LATTE DI NUVOLA!

1438148450.JPGLa storia che ti voglio narrare non è una storia qualunque.

Alcuni dicono che i bambini nascono sotto i cavoli.

Altri raccontano che a portarli sono grandi cicogne bianche.

Io ti racconterò di come i bambini arrivano sulla terra.

Ma per fare questo dovrai alzare gli occhi al cielo.

Se tu alzi gli occhi al cielo, troverai il sole se è mattino, e il nero nero se è notte.

Potrai vedere le stelle, innumerevoli, alcune brillanti, altre si muovono…, ma forse non sono stelle, sono le luci degli aerei che volano nel cielo.

Guarda, con la mano potresti prendere una stella e portarla nel tuo letto.

Ehi, non farlo!

Alcuni dicono che le stelle abbiano un cuore e se tu le porti sulla terra quel cuore piano piano comincia a battere sempre più piano, inizialmente pum pum pum... e poi pum pum ed infine non si sente più.

La stellina, tutta morbida nel cielo, quando arriva sulla terra si sgretola come sabbia!u12977213.jpg

Ma riprendiamo dall’inizio.

Vedete nel cielo le soffici nuvole?

Ecco, tutti i bambini stanno là, sopra le nuvole. Diciamo che ogni bimbo lassù sceglie la famiglia quaggiù.

Ogni tanto, qualche bambino è curioso e si sporge un po’ troppo dalla nuvola e allora…, be’ allora cade.

Questa dunque è la storia di Alfredo e di come dalla sua nuvola cadde sulla terra.

Nella nuvola si sta da favola.

La vita è una pacchia.

I bimbi sono lì che se la spassano a saltellare come matti, perché la nuvola è di una sostanza gommosa che ti fa saltare alle stelle e nel vero senso della parola. Le stelle sono come piccoli cavalli ammaestrabili, li puoi cavalcare. Se vedi una stella con la coda è perché il bambino che la cavalca, la fa correre ad una velocità supersonica.

Alfredo se ne stava sulla sua nuvola insieme ad altri due compagni, Michele e Francesco.

Ora però vi devo dire la verità, nelle nuvole non c’è età.

Alfredo ad esempio non vi so dire da quanto tempo se ne stava tra le nuvole e poi tutti hanno un’aria… – come dire? – … tra le nuvole!

Ma che si mangia tra le nuvole?

Provate ad immaginare: oh, cielo!

Prendete pezzetti di nuvola, metteteci un po’ di sale e diventa una bella focaccia, simile a quelle fatte con tanta farina, acqua e lievito. Ah, ne puoi mangiare a volontà! Te ne stai stravaccato a pancia in giù per un bel po’, ma ti assicuro che ne vale la pena.

torte_margherita.jpgE se ci metti lo zucchero? I pezzi di nuvola sono soffici più della torta margherita, una delizia se ci cospargi sopra un pizzico di cioccolata, solo un poco però, perché la delizia del palato è che quando si assaggia una nuvola così, mentre si scioglie in bocca ne hai ancora voglia.

Alfredo andava matto per questo tipo di nuvola e ne mangiava a volontà. Non era un tipo sportivo e si adattava a stare tranquillo tra le nuvole e fantasticare, quindi ormai lo conoscevano tutti. Era diventato quasi un’istituzione nel mondo delle nuvole.

Altri bambini invece quando dalla nuvola vedevano il mondo sottostante rimanevano incantati ora da un fiume che s’inoltrava tranquillo e serpeggiante nel mare, ora dal picco di una montagna che, allungando la manina, quasi talvolta riuscivano a sfiorare, e negli innumerevoli volteggiamenti della nuvola provavano un desiderio irresistibile di scendere sulla terra, attirati dalla bellezza dei colori, dalla magia delle persone che si muovevano con grazia sulla superfice terrestre. Ecco che la testa, pesando più del corpo, li trascinava giù, sollevati dal vento, e come per magia si ritrovavano piccini, tra le calde braccia di una mamma o tra le braccia forti di un papà. Non si ricordavano più della loro vita tra le nuvole e dei loro amici di nuvola.

Poi nella nuvola di Alfredo erano arrivati altri due bimbi, Michele e Francesco. E dopo la prima diffidenza si erano ritrovati con caratteri complementari e andavano d’accordo. Persino un musone come Alfredo adesso preferiva stare insieme a loro.

Il legame tra Alfredo, Francesco e Michele era qualcosa di unico.

Quanti giochi insieme!

A nascondino, tra gli anfratti della nuvola, a gare stellari su piste immaginarie, a saltellare per ore e ore senza mai stancarsi e a gustare il cielo stellato, bevendo latte di nuvola. Alfredo era il più vecchio e conosceva tutti i segreti e li sapeva sfruttare al meglio, perciò quasi sempre vinceva lui, ma era buono e non si vantava e poi con Francesco e Michele la vita sulla sua nuvola era migliorata notevolmente.

Finché non successe qualcosa che trasformò la loro vita.

Era notte, uno vicino all’altro, tutti e tre distesi si beavano del notturno cielo stellato. Le meraviglie non avevano mai fine.

“Da quanto tempo sei qua, Alfredo?”, gli chiese quella notte Michele, sdraiato accanto ad Alfredo.

“Non so, ma non mi preoccupo…, perché mi fai questa domanda?”

“Oggi ho visto una bellissima casetta dal tetto rosso. Dalla casa ad un certo punto è uscita una donna…”

“Non so, ce ne sono tante di case qui sotto. E quella donna cosa faceva?”

“Oh, nulla, però ad un certo punto si è distesa sul prato e ha guardato verso il cielo. Non so spiegarti, ma sembrava proprio che mi avesse visto. Ho provato a salutarla con la mano e lei…”

“Lei che ha fatto?”

“Mi ha salutato.”

“Gli umani son fatti così. Salutano tutto e tutti; ho spesso osservato la loro vita, qui dall’alto”, mentì Alfredo, “ci son posti orribili, pieni di ciminiere nere che sputano fumo nel cielo. Certe volte le nuvole si impregnano di questo fumo tanto da diventare grigiastre: gli uomini, come nere formiche, si incuneano dentro questi brutti contenitori per tutto il giorno e non ne escono finché non arriva sera. Si incamminano poi verso le loro case. Sono tristi, solo in alcuni giorni giocano con i bambini come noi. Sono felici, sì, quando si intrufolano tra gli alberi, quando si tuffano nel mare e si rincorrono abbrimages.jpegacciandosi, ma sono momenti così rari, rispetto a quell’infinita felicità che viviamo quassù…”

Michele rimase in silenzio. Sì, forse Alfredo aveva ragione. Quella donna in effetti aveva uno sguardo così pieno di… meraviglia? O forse era qualcos’altro.

Michele dormì, sognando ciminiere nere e il fumo che lo soffocava e poi una donna che correva verso di lui tendendogli le braccia: era la donna dalla casa del tetto rosso, bella, bionda, non sapeva come definirla, tanto i suoi lineamenti erano dolcissimi.

Si svegliò prima di Alfredo e di Francesco, guardò giù dalla nuvola e la vide, quella donna, ancora lì, che lo fissava e lo stava salutando.

Si sporse fuori dalla nuvola a guardare bene, forse un po’ troppo, perché scivolò giù… giù… giù…

Dopo qualche minuto si svegliò anche Alfredo. Chiamò Michele, ma non rispose. Era preoccupato dopo il discorso della sera precedente. Non lo trovò.

La sua esperienza gli fece subito capire che Michele se n’era andato.

Francesco si svegliò allarmato dalle grida di richiamo.

Quattro capriole e fu da Alfredo. “Dov’è andato Michele?”, chiese allarmato all’amico. “Sulla terra. Dev’essere caduto questa notte.”

“E ora come faremo senza Michele?”, piagnucolò Francesco.

“Prima del vostro arrivo sulla mia nuvola ero da solo, perché non possiamo stare insieme noi due? Staremo bene, vedrai. Così al mattino non dovremo più litigare per il latte di nuvola!”

Eh, sì, faccio questo breve inciso nella storia.

Ogni nuvola ha una sua vita. E questo dipende da quanto latte di nuvola riesce a dare. I bambini si scelgono le nuvole più cicciute in modo da garantirsi per un bel periodo di tempo una buona scorta di latte. E naturalmente tra bambini c’è una lotta (all’ultimo latte) per acccapparrarsi queste belle e soffici nuvolette. Quella di Alfredo era al momento ancora la più cicciona di tutte, nonostante fossero in tre a rifornirsi fino alla partenza di Michele.

Certo, doveva ammettere Alfredo, che Michele era diventato per lui un grande amico. Michele era il simpaticone del gruppo, il pagliaccio sempre pronto a ridere degli altri e di se stesso. Già, come avrebbero fatto senza Michele! Adesso era triste per la sua partenza ma non voleva confidarlo a Francesco e sapeva che Francesco era molto legato a Michele. Francesco era un coccolone, tutto carezze e baci. Aveva bisogno sempre di essere consolato e allora Michele era sempre dolce con lui, lo aiutava in tutto.

Già, come avrebbe fatto Francesco senza Michele?

Alfredo prese una decisione.

“Vieni qui, Francesco!” lo chiamò, “guarda giù per piacere e dimmi cosa vedi.”

Michele si fidò di Alfredo e si sporse dalla nuvola per guardare, ma Alfredo con una piccola spinta lo buttò giù dalla nuvola.

Alfredooooooo…., lo sentì gridare, mentre cadeva a precipizio.

Alfredo non guardò. Sapeva che se si fosse sporto dalla nuvola, forse lo avrebbe seguito. Pensò che la sua decisione di mandare anche Francesco sulla terra era quella più giusta. Lui non era in grado di amare con la stessa dolcezza del suo amico.

Era resistito sulle nuvole tutto quel tempo grazie alla sua forza di volontà. Non voleva guardare giù dalle nuvole, si divertiva troppo in quel mondo e non aveva la voglia di affrontare una vita diversa sulla terra. Chi guardava giù, prima o poi non sarebbe più tornato sulle nuvole.

Ma la voglia di rivedere i suoi amici era troppo forte. Se avesse dato solo una piccola sbirciatina?

87_Fiume Po_ro.jpgFu così che guardò fuori e vide un mondo bellissimo. Il verde dei prati, l’azzurro del mare, il giallo del sole… oh… pensò che la terra fosse un paradiso! E poi cercò di restringere il campo visivo. Michele gli aveva parlato di una casetta dal tetto rosso. Eccola! L’aveva trovata…, e cos’era quel puntino che si muoveva? Era una manina e apparteneva a una piccola donna bionda. Prese il cannocchiale per guardare meglio. Sì sì, era una donna e sembrava proprio che lo stesse salutando. Provò a salutare anche lui e nel mentre, per appoggiare sulla nuvola il cannocchiale, si sbilanciò e cadde, cadde, cadde giù….

Ora vi chiederete se questa è la fine della storia. No no, questo è solo l’inizio.

Vedete ora quei tre bimbi, dentro quella casetta dal tetto rosso mentre, seduti insieme su un tavolo in cucina bevono a gran sorsate una bella tazza cioccolata calda con la panna?

Assomigliano a qualcuno? Certo. Sono Alfredo, Michele e Francesco. Ma loro non lo sanno.

Ora sono tre fratelli e hanno i nomi che per loro hanno scelto i genitori e non si ricordano più della loro vita tra le nuvole… o quasi più…nuvole,favola,equità,natale,racconto di natale

E quella signora bionda che li salutava mentre erano sulle nuvole? Ora è la loro mamma.

Litigano per la panna. A cucchiate se l’accapparanno, attingendo dalla grande ciotola sul tavolo.

“Non litigate, ce n’è per tutti!”, li sgrida bonariamente la mamma.

Alfredo le sorride e guarda i suoi fratelli.

“Mamma, non pensi che la panna assomigli a una grande nuvola?”

“Certo, è così bianca e soffice, proprio come una nuvola.”

I tre bambini, mentre mangiano a bocconi quella bontà di panna, sentono di essere felici e nei loro sguardi s’incontrano e per un momento sembra che si ricordino di quando erano amici e bevevano latte di nuvola… Tutti e tre volgono lo sguardo al cielo, fuori dalla finestra a indovinare le forme strane delle nuvole.

Pensateci un po’. Perché amiamo così tanto la panna montata* e la soffice neve?

Forse perché ci ricordiamo di quando saltellavamo allegri sulle nuvole.

 

La nostra vita è latte di nuvola!

 

 

 

*è per questo che i bambini amano la panna montata. Non vedete anche voi quanto assomigli ad una nuvola?

 

 

P.S. le immagini sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di fantasia.

CAMBIA/MENTO

alba1.jpgPubblico una parte del mio racconto. Comincia a diventare imbarazzante anche per me questo silenzio nel mio blog, che poi, tutto sommato, è uno spazio virtuale importante.

Ho tanto da raccontare, ma al momento mi fermo qui. E’ notte, anche se il post lo faccio uscire domattina (anzi, stamattina). Mi piace lasciarlo dormire, come me, un altro po’ per poi svegliarsi alle luci dell’alba e aprirsi al nuovo giorno.

 

 

 

 

Continua il mio racconto “La viaggiatrice virtuale”. Linda non sta trascorrendo una vacanza tranquilla…

continua dal post precedente

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE


Fu una giornata distruttiva. Erano quasi le quattro del mattino.

Era stata dura ma ce l’aveva fatta a trasportarlo fino in salotto. L’aveva legato per benino con la corda che teneva nel ripostiglio.

Cercò di svegliarsi ma gli assestò un altro colpo in testa e messo dello scotch sulla bocca così che non potesse gridare. Se l’avesse disteso sul letto dove avrebbe dormito? Così l’aveva trascinato fino al divano, per terra, rotolandolo sopra un vecchio tappeto, e aspettò che si svegliasse per farlo sedere sopra: le sue forze non le permettevano di tirarlo sù. Gli si addormentò vicino; per un attimo pensò di averlo ucciso, ma poi lo sentì lamentarsi. Si era avvicinata alla sua bocca per sentire le parole ma erano solo lamenti insensati. Emanava un buon profumo e non sembrava cattivo, almeno dall’aspetto.

Aveva cercato di liberarsi dalla corda stretta con cui l’aveva legato. Avere un padre pescatore qualche volta fa comodo. Difatti si ricordava una serie di nodi e ne aveva fatto uno per cui più ci si prova a muoversi e più si stringe il nodo. Comunque non era riuscito a liberarsi. Era mezzo intontito e anche Linda, le sembrava di essere uno zombie.

Quando si rese conto di essere prigioniero tentò di urlare. Gli aveva ficcato un piccolo fazzoletto in gola e l’implorava con gli occhi di toglierlo. Comunque le sorprese non erano ancora finite. Non si era ancora ripresa dallo spavento e stava osservando come un animale strano quell’uomo disteso per terra. Cercava di parlargli, di spiegare il motivo per cui si trovava a casa quella sera, anziché essere in viaggio. Quasi si stava scusando con il ladro… Certe volte si comportava  da cretina! Quello aveva profondi occhi neri e uno sguardo indifeso. Per un attimo aveva percepito la potenza del possesso, era adesso in balia della sua volontà, ma aveva altro a cui pensare.

busta_da_lettera.gifLa lettera che aveva trovato nella cassetta le aveva portato una notizia troppo bella per goderla in quella triste situazione.

Fu in mezzo a questi pensieri che sentì che qualcuno stava cercando di entrare nel suo appartamento…

Linda cominciò a maledire la giornata, ma si riprese subito e si diresse sicura verso la porta; questa volta avrebbe lasciato al bando ogni esitazione. Riprese il mano l’ombrello che aveva usato qualche ora prima con il ladro. Guardò dallo spioncino.

Aprì di scatto la porta.

Tu?”, esclamò quella.

Che ci fai a quest’ora a casa mia… E perché volevi entrare?”, Linda esclamò con tono inferocito. Poi si ricordò di non poter gridare e si mise a digrignare tra i denti: “Che ci fai a casa mia! Ladra!”

La poveretta girò la testa verso di lei e col tono più serafico del mondo le rispose: “E’ questo il modo con cui dopo tanti anni si accoglie una sorella?”

Linda la guardò e trattenendosi dallo spaccarle in testa l’ombrello, preferì brandirlo in aria con rabbia.

Veronica, rispondi o giuro che te lo spacco in testa a costo di fare un omicidio; perché sei venuta qui a casa mia?”

Fammi entrare almeno, non vorrai svegliare tutto il condominio alle cinque del mattino!”, e intanto si era fatta strada, passando indenne davanti a Linda.

Maledetta vacanza!”, sibilò tra sé e richiuse la porta, sperando che le sorprese, almeno per quella giornata, si fossero esaurite.

Vedo che non sei sola… Ho disturbato qualche tuo gioco erotico?”, e toccò con la images.jpegpunta della scarpa il corpo legato dell’uomo riverso sul pavimento. “Sorellina, c’hai gusto a quanto pare…”, lo sfiorò con lo sguardo a soppesare la muscolatura soda e ben tornita.

A vederle non sembravano nemmeno lontane parenti. Una mora, alta e magra e l’altra piccolina e dai capelli rosso fuoco. Ma non era solo una questione di lineamenti e di corporatura. Era nel loro modo di approcciarsi alla vita che la distanza aumentava.

Se Linda appariva anonima a prima vista e cercava di defilarsi da ogni possibile situazione conflittuale, Veronica invece non perdeva occasione per farsi notare, per emergere.

Devi andartene, non puoi rimanere qua.”

Perché? Non mi puoi ospitare almeno per questa giornata? E poi mi sembri in difficoltà: questo tipo per terra non mi sembra un amico capitato per caso…”

Veronica, non voglio…, non sei più una bambina, non puoi rimanere qua perché questa è casa mia, casa mia, lo capisci?, mia e solo mia, e decido io chi deve e non deve restare”, rispose Linda con voce calma e serena, come se non ci fosse altra possibilità di scelta.

Fu in quel momento che l’uomo sul pavimento con un gesto repentino afferrò, nonostante la corda imprigionasse i suoi polsi, una caviglia di Linda, che senza alcuna precauzione gli dava le spalle, tutta presa dalla conversazione con la sorella.

Questo bastò a farle perdere l’equilibrio e a farla cadere per terra. Se non ci fosse stata Veronica a sedersi sopra quella stazza d’uomo, sicuramente quello avrebbe trovato il modo per rotolare sopra il corpo esile della donna.

Veronica invece gli si mise a cavalcioni sulla schiena e lo bloccò per terra e Linda potè staccare la caviglia da quella presa maldestra.

Hai visto che servo a qualcosa? Dai, mettiamolo seduto sul divano così lo teniamo meglio sotto controllo”.

Tutte e due issarono il losco individuo sul divano. Quello stava tentando di dimenarsi, ma un colpo della borsetta sulla testa da parte di Veronica gli tolse ogni piccola velleità di ribellione.

Grazie…, Linda allungò uno sguardo d’intesa alla sorella.

Ora Veronica non era più una sorellina, ma una donna matura. Le vide le piccole rughe intorno agli occhi, i capelli che non avevano più la lucentezza dei capelli della giovinezza, e nonostante tutto era una donna piena di fascino infantile, un qualcosa di incompiuto. Peccato che rovinasse ogni cosa…

Zitto! O ti caccio il fazzoletto di nuovo in gola!”

Veronica si stava rivolgendo al tipo seduto, paonazzo in faccia per la mancanza d’aria, che stava cercando di risucchiare voracemente dopo che gli era stato tolto il fazzoletto ficcato in bocca…

 

 

(continua)

 

 

 

Topi d’appartamento

Ora, che m’intrufoli in una storia d’appartamenti è solo un caso, senza riferimenti a situazioni d’attualità che non sarei in grado di commentare, visti gli intrighi d’alto spionaggio.

D’altra parte sembra inutile il tentativo di invitarvi a chiudere ben bene le porte quando partite per viaggi lunghi.

Ho girato per borghi in Calabria dove tengono la porte aperte e mi sembra che tutti se ne stiano tranquilli, a dispetto di chi dice che ci sia molta malvivenza al sud.

Non molto tranquilli se ne stanno invece altri ospiti in Calabria. Passando per la statale 106 jonica abbiamo rischiato di investire di notte molti immigrati che provenivano dal centro di accoglienza e dai campi di lavoro.

 

Continua il mio racconto “La viaggiatrice virtuale”. Linda non sta trascorrendo una vacanza tranquilla…

continua dal post precedente

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

0ada273f7f259fffb87638a532166d77.jpegUn rumore insolito la svegliò; qualcuno stava incautamente tentando di forzare la porta del suo appartamento. Sbirciò l’orologio, erano le tre del mattino e un brivido la percorse lungo la schiena. Cercò di ragionare per quanto possibile a mente fredda, prese la prima cosa che le capitò tra le mani, un libro grosso, e si avvicinò verso l’ingresso. Abitava in un appartamento abbastanza grande in cui la zona giorno era suddivisa dalla parte notturna grazie ad un corridoio e a una porta a soffietto. Dal soggiorno attraverso il piccolo corridoio si passava nell’entrata e lì c’era anche un ripostiglio senza finestre. Vi entrò per rifugiarsi e avere un attimo per pensare e comunque nascondersi. Pensò subito a un ladro, a qualche malintenzionato che voleva entrare nel suo appartamento, approfittando della sua assenza. Si appoggiò silenziosamente al muro, aveva il cellulare in tasca ma non voleva usarlo. Voleva prima accertarsi di quello che stava accadendo… e poi telefonare a chi? Alla polizia? E così diventare la barzelletta del vicinato e tra i suoi colleghi di lavoro. A questo avrebbe preferito la morte. Nel ripostiglio lasciò il libro per afferrare un ombrello, molto più adatto nel caso di un’eventuale difesa e rimase in silenzio al buio, aspettando che il malvivente entrasse. 6652282-ladro-furtivo.jpgDifatti, di lì a poco sentì lo scatto della serratura e si maledì per non aver inserito il catenaccio. Quello entrò e richiuse la porta dietro di sé e fece i primi passi nell’entrata. Linda scorse un fascio di luce, probabilmente quello di una torcia. Pensò che il ladro andasse diretto verso il soggiorno, invece lo sentì muovere i primi passi e imprecare a bassa voce: “…azz!”

In quel momento vide una testa entrare per guardare dentro il ripostiglio e pensò dentro di sé: adesso!

Quello strabuzzò gli occhi per la sorpresa inaspettata e non riuscì a scansare l’ombrellata che Linda gli piazzò sulla testa. Il dolore fu tale che cadde a peso morto a testa in giù, ma la parte più dolorosa doveva ancora arrivare perché Linda continuava a batterlo dappertutto. Provò a rialzarsi ma senza risultato perché ormai si era trasformata in una belva inferocita. L’ombrello continuava a cadere sulla testa del topastro d’appartamento, finché quello non diede più alcun segnale di vita. Aveva agito al buio ma ora sentiva l’esigenza di vedere in volto quel malvivente. Accese la luce e lo vide…

(continua)

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.


PERFETTAMENTE FELICE

sphereexpansion.gifCosì oggi mi sono sentita perfettamente felice. Questione di maturità, immagino, ma non solo. La consapevolezza di aver dato vita a qualcosa di grande.

Direi che è stato un BIG BANG! Oggi il rumore del big bang l’ho sentito pure io…

 

 

 

 

 

 

Continua il mio racconto “La viaggiatrice virtuale”. La vita di Linda non è proprio così monotona come sembra…

continua dal post precedente

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

images.jpegLa notte la sorprese addormentata sul divano. Aveva puntato la sveglia per le cinque e si alzò ancora vestita dal giorno precedente. Prese le valigie e le portò nell’androne del palazzo. Il tassista era già lì ad aspettarla e così gliele consegnò direttamente, insieme a una lauta mancia. Il tassista era troppo assonnato per chiederle qualcosa, quindi partì subito come concordato e lei se ne ritornò nell’appartamento, silenziosamente come l’aveva lasciato. La mattina si svegliò alle undici e si mise a sorridere felice. In ufficio bisognava arrivare alle otto e a quell’ora si faceva la pausa caffé e immaginò le facce stanche dei colleghi. Si preparò una sontuosa colazione a base di riso soffiato, latte, yogurt e biscotti per onorare l’inizio della prima giornata completamente libera. L’unica nota stonata erano le tapparelle chiuse e avrebbe dato volentieri una sbirciatina al cielo per immaginare il tempo. Aprì comunque le finestre per lasciare agli spiragli di aria la possibilità di entrare attraverso le poche fessure che attraversavano le saracinesce.

Approfittò del tempo libero per sistemare la libreria. Associava ogni libro ad un momento particolare. Ora sfogliava Silone e ripensava a Mario. A diciannove anni certo non hai bisogno di leggere ma hai voglia di sperimentare e ti butti seguendo il tuo ideale. Che poi l’ideale di Linda era un uomo di trent’anni alto e biondo, con una moto da sballo e una passione per i Led Zeppelin. Nel suo zainetto trovavi un libro di Silone, una foto da bambino insieme ai compagni della classe al tempo della scuola elementare, un pezzo di zappa, simbolo del lavoro che non avrebbe mai fatto, e una borraccetta d’alluminio che qualche volta aveva provato ad aprire, ma senza fortuna, perché il tappo era stato sigillato. Lo aveva profondamente amato finché non aveva capito che sotto quei bellissimi capelli biondi non c’era null’altro che una zucca vuota che bighellonava con la moto in giro per il paese per sentirsi anticonformista. Gli altri giorni si accontentava di vendere capi d’abbigliamento a poco prezzo ai mercati dei paesi limitrofi. Un giorno le arrivò la sua proposta d9788895916002g.jpgi matrimonio, dopo tre mesi di sesso sfrenato. Ed in questo era stato un gran maestro.

– Ho solo diciannove anni!, gli rispose, come se la sua età fosse una giusta scusante. Alla stessa maniera rispose anche a Marco, qualche anno più tardi durante gli studi universitari. Non capiva il motivo per cui riusciva a attrarre così tanto gli uomini, si sentiva insignificante e non si accorgeva dei lunghi sguardi erotici cui sottoponeva le sue vittime. Rimise Silone al suo posto e sfilò Profumo di Capuana. Che libro misterioso! Ne sentiva ancora il reale sapore intrigante e quel personaggio femminile così fragile e forte allo stesso tempo, capace di emanare profumo di zagara in situazioni di disagio. Si annusò i polsi. A lei sapevano di zolfo. Iniziò a rileggere alcuni passi del libro ma cominciava a farsi tardi e piano si addormentò sul divano. Un rumore insolito la svegliò; qualcuno stava incautamente tentando di forzare la porta del suo appartamento. Sbirciò l’orologio, erano le tre del mattino e un brivido le corse lungo la schiena. Cercò di ragionare per quanto possibile a mente fredda, prese la prima cosa che le capitò tra le mani…

(CONTINUA)

 

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.

Il bastone e la carota

Poveri cittadini italiani!

 

continua dal post precedente

 

LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

 

carota.jpegPrima di salire nell’appartamento, guardò nella cassetta della posta per evitare al ritorno il pagamento di qualche mora imprevista. Infilò la mano nella fessura, senza prendere la chiave e tirò fuori dalla cassetta una piccola busta bianca. Un sorriso comparve tra le sue labbra. Iniziò a salire le scale, senza prendere l’ascensore e cominciò a rigirare la busta tra le dita, quasi a soppesarne l’importanza.

Rideva da sola dentro di sé. Entrò in casa e valutò se non era il caso di prendere il coltello per aprire la busta oppure se sarebbe bastato un piccolo strappo, senza invadere il cuore della lettera. Optò per la seconda soluzione e strappò con le dita la carta sottile e dalla lettera scivolò un piccolo foglio.

Lo lesse voracemente, vide solo la firma; lo lesse e lo rilesse per accertarsi la verità della scrittura. Non poteva sbagliarsi, era vero. Si appoggiò al tavolo per non cadere dall’emozione, perché tutto le girava intorno, ma era come se il mondo dovesse trovare una sua posizione, una sua stabilità. Decise di mangiare qualcosa e si preparò un’insalata veloce e fresca.

La giornata si prospettava lunga ma piena di godimento. Preparò le valigie vuote, telefonò al tassista per concordare la partenza.

Il tassista avrebbe prelevato le valigie che lei avrebbe riposto sul portone alle cinque del mattino e le avrebbe portate al deposito della stazione. Poi lei sarebbe passata a prenderle dopo una quindicina di giorni. Sicuramente nessuno si sarebbe accorto che lei non montava nel taxi insieme alle valigie e comunque avrebbero visto il taxi partire.

Chiuse tutte le tapparelle, valutando se lasciavano qualche spiraglio di luce. Voleva evitare di lasciar trapelare la luce dall’interno, magari durante il buio notturno e rivelare così la propria presenza.

Quel giorno aveva acquistato un paio di cuffie per ascoltare la musica e la televisione. Doveva rinunciare a telefono e a pc, ma almeno la tv in quei giorni sarebbe servita per trascorrere il tempo e non annoiarsi.

Questa idea malsana di rimanere in casa quindici giorni senza alcun contatto umano e rinchiusa come una prigioniera inizialmente l’aveva accantonata come qualcosa di assurdo. Aveva persino pensato di partire veramente, ma non ne aveva voglia e comunque per lei sarebbe stato un atto di sottomissione alla volontà del padrone. Poi casualmente aveva letto di quel soldato giapponese che si era nascosto per ventotto anni, pensando di essere ancora in guerra. Se quel soldato era riuscito a resistere così a lungo, lei sicuramente ce l’avrebbe fatta per quindici giorni. Si sentiva in guerra e guerra al sistema sarebbe stata! Lei non avrebbe ceduto alle lusinghe della vacanza facile e massificata, allo stuzzicare fintamente innocuo del capo. Avrebbe condotto la sua battaglia di resistenza e ne sarebbe uscita vittoriosa: resistere resistere resistere! Queste sarebbero state le sole parole d’ordine. E sgranocchiò una carota con ingordigia…

(CONTINUA)

 

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.

La viaggiatrice virtuale

viaggio, ungheria, budapest, referendumE così, mentre mi accingo a partire per un viaggio reale, ne creo uno di virtuale, dove libero l’anima di una donna ingabbiata nella sua volontaria prigionia.

Tornerò in tempo per votare ai referendum del 12-13 giugno.

                                                                                   La viaggiatrice virtuale

viaggio, ungheria, budapest, referendumQuando Linda decise di partire si preparò mentalmente all’idea molto tempo prima e cominciò a selezionare tutta una serie di siti per programmare il viaggio nei minimi dettagli. Certamente non voleva trovarsi in situazioni poco piacevoli per colpa di una sua inadempienza.
Il viaggio doveva essere di almeno una quindicina di giorni; certo, se la durata fosse stata inferiore lei non ne avrebbe risentito e per gli altri non ci sarebbe stato alcun cambiamento.
Poi avrebbe staccato il filo del telefono e riposto il pc al riparo, sotto un telo plastificato che lo avrebbe protetto dai suoi melanconici attacchi imprevisti.
In ufficio aveva detto a tutti che sarebbe partita per l’Austria: un bel viaggetto in una zona di montagna, per non dimostrare abbronzature particolari al ritorno.
Si comprò un bel po’ di scatolame e surgelati, così per quindici giorni non avrebbe sofferto la fame.
“Domani il gran giorno!” le disse la collega.
“Già, già…” arrossì.
Lavorava come impiegata in una grande finanziaria e spesso le capitava di non conoscere chi  sedeva nella scrivania accanto. Era da vent’anni che lavorava così e ormai aveva visto un continuo turn over tra le impiegate. D’altra parte solo una donna avrebbe accettato un lavoro così sedentario e poco gratificante, senza possibilità di carriera, e nel tempo erano sparite anche le compagne di lavoro più simpatiche per lasciar spazio a quelle rompiscatole, che parlavano tutto il giorno della famiglia, dei figli, degli altrettanto petulanti mariti. Il lavoro era per loro solo una paga mensile. Le guardava con commiserazione.
Lei si era sempre sentita completamente libera, fino a quella maledetta cena di lavoro.
Il direttore prima delle vacanze estive era solito organizzare una cena con tutti i dipendenti. Si trattava di una cena abbastanza grandiosa e impersonale in cui ci si scambiavano quattro battute insensate tanto per rendere meno noiosa una serata cui era impossibile rinunciare.
Il discorso era naturalmente scivolato, come ogni volta, sulla meta delle vacanze estive. Lei sorvolava vagamente e i suoi colleghi di rado approfondivano l’argomento, ma quella volta no. Il direttore ad un certo punto l’aveva guardata con un sorriso strano: “E lei, signora Linda, anche lei sempre così puntuale e precisa al lavoro, dove andrà di bello in vacanza?”
Quarantaquattro occhi la guardavano con curiosità.
Tutta colpa di questa maledetta maglietta rossa che attira l’attenzione, pensò Linda. viaggio, ungheria, budapest, referendumE la collega a fianco le dava una gomitata, invitandola a rispondere dinnanzi a quel devoto interessamento del direttore.
“In Austria, una quindicina di giorni”, rispose di getto, ripensando a quell’articolo sulle bellezze delle montagne di Sissi, che aveva letto proprio quella mattina.
“Bellissimo, ci racconterà poi…”, aveva continuato a sorriderle quella nullità di pallone gonfiato.
Non se ne capacitava, il giorno dopo tutti le avevano fatto i complimenti per quella scelta inusuale in un periodo in cui le mete più ambite erano spiaggie da sogno rinfrescate da palme e mari cristallini.
Linda abitava da sola, in centro a Milano, in un piccolo appartamento all’interno di un grande condominio storico, vicino alle vie più belle della Città. Era una di quelle donne che sembrano essere sempre le stesse nel corso degli anni, a venti, a trenta, a quaranta e ora a cinquantanni portava la sua età come un accessorio di Chanel, mai fuori moda e informale. Ma la domanda che ci si poneva era se una donna così fosse mai stata realmente giovane…

(CONTINUA)

 

P.S. Le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto di pura fantasia.