18/11/2009
DENTE PER INCI(DENTE)
Una voce riecheggiò per la casa: “Nonna, vado via, torno stasera a mezzanotte”, gridò Valeria neanche si trovasse a chilometri di distanza dalla cucina dove nonna Adele se ne stava quietamente a leggere il giornale. Adele non ebbe nemmeno il tempo di replicare che Valeria, più veloce di una trottola e sensuale come una diciassettenne può essere in maniera naturale e inconsapevole, era passata a lasciarle un leggero bacio sulla testa, proprio come si fa con i vecchietti, e se n'era andata. Neanche il tempo di andare alla finestra per vedere la nipote salire sulla macchina di Roberto, il suo ultimo ragazzo, con cui filava già da qualche mese.
Non le piaceva granché, quel ragazzo, che ogni tanto piantava in asso sua nipote da qualche parte, manco fosse stata un pacco postale.
Nonna Adele posò il giornale; come al solito guardò sulla mensola la foto di Anna, sua figlia, madre di Valeria nel giorno del suo matrimonio. Com'era bella! E com'era bello suo marito, marito esemplare e padre perfetto fino a quel giorno maledetto in cui, per un orribile incidente stradale, era morto insieme alla moglie, lasciando Valeria da sola, per sempre.
Era tutto ciò che era rimasto alla vecchia nonna, le aveva fatto da mamma, aveva instaurato con lei un rapporto d'amicizia e d'amore, ma ora...ora sentiva che Valeria si stava allontanando.
Si assopì di un sonno leggero. Alle due del mattino guardò distrattamente l'orologio e sentì i passi affrettati di Valeria, che cercava di rientrare senza fare rumore per non svegliarla.
Lei si accorgeva, ma faceva sempre finta di niente. Non voleva diventare come sua madre che l'aspettava con la scopa in mano per dargliene di santa ragione, senza ascoltare alcuna giustificazione da parte di Adele.
Com'era stata bella, Adele. Oh, pensava ai suoi diciott'anni e al vestito svolazzante per la festa del paese. Tutti a guardarla, sulle sue prime scarpe col tacco. Ma non era ancora in grado di sostenere lo sguardo di un uomo: arrossiva e abbassava gli occhi, che stupida!
Ritornò alla realtà...sentiva uno strano lamento provenire dalla camera di Valeria.
Piano piano si alzò dalla sedia e aprì la porta della camera; Valeria era distesa sul letto e piangeva sommessamente.
Adele le si avvicinò e la carezzò dolcemente.
“Nonna”, le disse Valeria, avvertendo il materno contatto, “Nonna..., Roberto..., Roberto voleva che io..., io non so se ho fatto bene, ma lui mi ha detto che era abituato così...e che se non lo avessi fatto con lui, non lo avrei più visto...” E si rimise a piangere più forte.
La nonna continuò ad accarezzarla, sapeva che non servivano parole, ogni donna nella sua adolescenza passava quel duro momento di scelta: scegliere se farlo in quell'occasione o aspettare, e la nonna sapeva che non servivano consigli, Valeria avrebbe capito da sola quando sarebbe arrivato il momento giusto.
Piano piano la ragazza si addormentò e la nonna la lasciò tranquilla in camera sua.
La mattina seguente Valeria si svegliò e andò a scuola come al solito.
La nonna preparò un bel pranzetto per il rientro della nipote. Avrebbero mangiato insieme e avrebbero parlato con tranquillità di quanto accaduto la sera prima.
Si sedettero al tavolo della cucina e Adele accese la TV per ascoltare il telegiornale, mentre mangiavano allegramente in un clima di complicità.
I primi titoli la lasciarono di stucco. L'immagine la riportava con la memoria a qualche anno prima: il luogo dell'incidente dei genitori di Valeria.
“Valeria...guarda! E' dove tua madre e tuo padre sono stati uccisi da quei disgraziati...” gridò Adele a Valeria, che se ne stava impassibile a guardare la TV, addentando la bistecca polposa.
I primi titoli del telegiornale riportavano:
GRAVE INCIDENTE SUL CAVALCAVIA DELL'AUTOSTRADA: MUORE GIOVANE DI 18 ANNI.
Forse la vittima stava lanciando sassi dal cavalcavia insieme agli amici quando è caduto, precipitando nella strada sottostante, dove qualche anno prima aveva perso la vita una giovane coppia.
Adele si alzò in piedi sconvolta: “Ma è Roberto..., è Roberto...quello sulla foto”.
La foto riportata in TV era quella di Roberto, il ragazzo con cui Valeria era uscita la sera prima, pensò Adele, sì...era proprio lui e ora campeggiava sullo schermo in maniera irreale.
Adele guardò la nipote.
Valeria continuava a mangiare: “Nonna, voleva che lo facessi insieme a lui...
Roberto voleva che lanciassi i sassi..., insieme a lui.”
00:15
Scritto da : emmagiulia
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16/11/2009
FAVOLA
Una la via del tempo,
la dono a te, figlio,
per attraversare l'immortalità.
Una la via del desiderio,
la dono a te, figlio,
per raggiungere la felicità.
Una la via del sogno,
la dono a te, figlio,
per vivere la fantasia della vita.
Una la via del vento,
per spazzare con forza
ogni dubbio,
la dono a voi, figli miei:
le vostre cellule
sono urlo di piacere
attraverso foreste, oceani
e l'azzurro del cielo.
Nelle vostre cellule
il vento, il sogno, il desiderio, il tempo
e della terra
le profonde impronte.
22:56
Scritto da : emmagiulia
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11/11/2009
UNA FRAGOLA A COLAZIONE
Vuoi una fragola a colazione?
Se sì, continua a leggere il racconto...
Se no, cavolo!, nel racconto non si parla di fragole a colazione!
Per leggere tutto il racconto fino a questo punto CLICCA QUI
Dal post precedente
Anche Katia si poneva continuamente quella domanda. Perché illudere e volere un uomo accanto a sé? Ogni giorno a lottare: il lavoro, lo studio, gli amici, ma il senso delle cose, quello, dov’era andato? Nemmeno dal sesso avrebbe ricevuto un godimento ulteriore, il suo corpo lo percepiva come un qualcosa che si sarebbe potuto realizzare senza il minimo cambiamento del sentimento di utilità dell’esistente. Ecco perché Gianmaria avrebbe potuto essere per lei qualunque altro.
Le ingiustizie nel mondo si conficcavano nella sua pelle e avrebbe voluto togliere quei piccoli spilli, ad uno ad uno. Alcuni speculavano su altri. Alcuni ricchi altri poveri, alcuni avevano il potere, altri lo subivano, alcuni mangiavano, altri facevano beneficenza alla faccia di chi non riusciva a mangiare. Pranzi e cene di beneficenza: bella beffa!
Quando invece si sarebbe realizzato il “Diventare coscienti della proprietà comune della superficie terrestre? sulla quale, in quanto sferica, gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma alla fine devono sopportare di stare l’uno a fianco all’altro?”
Katia pensava che potesse essere sufficiente, la coscienza poteva. Proprietà comune: applicabile razionalmente.
Ma i rapporti umani non erano superficie terrestre, come allora integrarli in maniera tale che ciascuno non considerasse l’altro come diverso ma come persone con le quali tentare di entrare in rapporto di reciproco rispetto?
Si doveva per forza vivere nel regno dell’infelicità terrena, fatta di guerre, di duro lavoro, di realtà quotidiana avvilente per sperare di arrivare al regno della felicità ultraterrena, dove obbligatoriamente si aspetta la pace perpetua, il meritato riposo, il dialogo eterno?
Riconosceva la possibilità della felicità e che fosse un’utopia poco importava, Katia tentava di arrivarci con quella ragione che l’uomo proprio in quanto tale possiede. Non si sentiva una robin hood, non avrebbe rubato quel poco per darlo ai poveri. Come disvelare felicità nella verità della giustizia, se non giustiziando il bugiardo, non con la morte, ma togliendogli quello che lo rendeva diverso, quello di cui anche gli altri avrebbero dovuto appropriarsi, la bellezza, scambiata per l'inutilità all'ennesima potenza: il lusso.
“Lourdes mi ha contattato stamattina, mi ha detto che stanotte si deve far trovare pronta, lei e le sue compagne. Il tipo l'ha chiamata e le ha detto di portare con sé ragazze belle e vogliose..., intendi, ti senti pronta?”, le disse Carmela, dirigendosi euforica verso l'armadio e risvegliandola dalle funeste riflessioni.
Scelse una canottiera di paillettes bianca e un paio di pantaloni di pelle nera. “Mmh...., dici che mi stia meglio la canotta o il top rosa trasparente?”
Guardò la faccia dubbiosa di Katia e le si pose dinnanzi, viso a viso, “Sono dieci mesi che studiamo tutte le loro mosse, che abbiamo preso i collegamenti con Lourdes e le sue amiche; abbiamo la piantina dell'appartamento, non possiamo tirarci indietro adesso”, le disse come per convincerla.
Katia la guardò dubbiosa: “E se qualcosa va storto? Se sono più di due? Non abbiamo neanche il tempo di avvisare Gianmaria; lo sai che non possiamo usare il cellulare per questioni di sicurezza...”
“Stasera non doveva passare a casa tua? Tua madre, quando arriva, non potrebbe avvisarlo che ci raggiunga al locale? Da lì può benissimo seguire tutte le nostre mosse, e poi sa che dobbiamo andare all'appartamento”, suggerì Carmela, mentre buttava sul letto la canottiera bianca e alzandosi, come se avesse preso una decisione, prendeva dall'armadio un altro top, in pizzo nero con intarsi in seta rosa. Si dimostrava sicura, ma non era tranquilla: quell'avvertimento improvviso, dover sostenere la presenza di più uomini, non conoscere le amiche di Lourdes.
Katia la guardò di traverso. Andò verso l'armadio e tirò fuori il vestito preparato per l'occasione. Prima di vestirsi si fecero entrambe una doccia veloce. Katia indossò un tubino di pelle nera con una zip laterale; la comodità era ottima e l'esito era sensazionale, quello di una sinuosa pantera, nonostante le sue non fossero curve da pin up. Bravi stilisti, qualche volta fanno il loro dovere, pensò distrattamente.
Prese dallo stipite due preziosi sandali neri dal tacco a spillo. Avrebbe sofferto quella sera, ma non sapeva ancora fino a che punto.
Si sciolse i capelli, cotonandoli un poco, per spettinarli, e si truccò pesantemente, con il rossetto più rosso e ripassando con la matita nera il contorno degli occhi azzurri, che spiccavano nel pallore del viso.
Si guardò allo specchio e non si riconobbe: per un attimo si odiò profondamente. Sembrava una di quelle puttanelle che sbavano alla vista di un uomo, una di quelle che per un tiro di coca sono capaci di farsi qualche nonnetto.
Carmela invece era bellissima, sotto quella testa di fluenti capelli rossi ricci, il suo metro e settanta di altezza non passava certamente inosservato. L'unica nota stonata era rappresentata da quella cicatrice sull'angolo destro della bocca che le conferiva una nota di cinismo, un simbolo di beffa continua nei confronti del prossimo. Katia le aveva suggerito con delicatezza un intervento estetico, ma Carmela aveva sollevato le spalle, “Non cancello i ricordi”, le aveva risposto seccamente, toccando con le dita la piccola cicatrice, ma non le aveva ancora spiegato quale ricordo avesse deciso di tenersi per sempre. Arrivò il bip nel cellulare di Carmela. “Sono qui giù, ci stanno aspettando”, esclamò Carmela.
Salutarono frettolosamente la madre di Katia.
“Mamma, mi raccomando, se viene Gianmaria, digli che siamo al solito locale, lui sa, e che ci venga a prendere il prima possibile.”
“Va bene, ma ... vai via così? Copriti con qualcosa, almeno!” la rimproverò sua madre, ben sapendo che la figlia già stava scendendo le scale, e comunque non l'avrebbe ascoltata .
Avrebbe passato una notte ad aspettarla e sperava davvero che Gianmaria arrivasse quanto prima.
Guardò dalla finestra la figlia e l'amica salire su una sprintosa macchina nera. E il buio della notte le inghiottì, lasciando nel volto della madre la preoccupazione di qualcosa di indefinito.
Katia e Carmela indossarono le mascherine nere sugli occhi prima di salire in macchina.
Katia percepì l'odore acre del vino e come al solito le sue narici si aprirono spaventate: gli occhi rossi dell'uomo seduto davanti le fecero paura. L'uomo si era girato verso di loro: “Siete pronte, bellezze?” E lasciò scivolare sui sedili posteriori, dov'erano sedute, uno strano involucro. Quella notte non sarebbe stata una notte qualunque...
(continua)
08:30
Scritto da : emmagiulia
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03/11/2009
FANTASIA REALE
SE LA FANTASIA PRECEDE LA REALTA'...
LA REALTA' DIVENTA FANTASIA REALE
Per leggere tutto il racconto "Attacco alle centrali del lusso! Un nuovo obiettivo" fino a questo punto CLICCA QUI
continua dal post precedente:
Il segnale arrivò sotto le sembianze di una ragazza dai capelli rossi, un fiume in piena, che entrò nella sua stanza portando con sé una nuvola di profumo intenso.
Katia sorrise mentre guardava il vestito di gabardine grigio di Carmela che la faceva sembrare una collegiale appena uscita per la passeggiata della domenica. Poi il suo sguardo indugiò sugli anfibi neri lucidi, da cui spuntavano due calze di lana in tartan che sottolineavano le cosce da ragazzina; sedendosi sul letto si potevano intravedere fin quasi all'attaccatura.
“Oh”, sorrise Carmela, notando lo sguardo di Katia, con compiacimento, gongolandosi dentro come una lolita colta nel suo tentativo di seduzione, “non potevo resistere, quelle scarpe maledette col tacco non riesco ancora a portarle; dopo sei ore d'ufficio anche una santa non resisterebbe a questa autopunizione; questi me li sono infilati adesso in macchina e ti dirò che non ci stanno proprio male...”
Poi osservò con attenzione Katia, “E tu cosa stavi facendo? Ti ho portato una notizia esplosiva! Ti do tempo cinque minuti per prepararti e dare anche a me qualche vestitino per uscire. Stanotte sarà una gran notte: Halloween è tutto nostro!”
Carmela era entrata nella sua stanza senza bussare. Ormai anche sua madre si era abituata a quella strana ragazza, che certe volte entrava dentro casa estroversa e sprizzante felicità, altre volte musona e silenziosa. Però piaceva a sua madre, forse anche perché aveva trovato alla figlia quel bel lavoro e, nonostante tutto, Carmela sembrava dai suoi ragionamenti una ragazza comunque sensibile e intelligente.
Katia ricordava ancora come la prima volta che si erano incontrate al centro sociale tra loro fosse iniziata subito una sana diffidenza e un periodo di studio, fino alla loro prima azione che aveva rinsaldato la loro unione e che in un certo senso le aveva rese amiche di sangue.
“E come mai dovremmo andare a festeggiare halloween? Da quando ti sei americanizzata?” le rispose Katia, sentendo dentro di sé un campanello d'allarme. Quell'arrivo improvviso sapeva già che non avrebbe preavvisato nulla di buono, o forse il molto di buono..., tutto sarebbe dipeso dagli eventi.
Ormai erano già dieci mesi che preparavano quel piano. Avevano preferito distaccarsi dal gruppo per non destare sospetti. Gianmaria del centro sociale, quando voleva aggiornarsi sugli eventi, faceva una capatina a casa di Katia. Sua madre li lasciava nella camera. Pensava che tra loro due ci fosse qualcosa, anche se in Katia non vedeva l'amore: si capisce subito dal modo in cui si guarda una persona, però il ragazzo, ne era sicura, aveva preso una cotta per sua figlia.
E in effetti Gianmaria ne era pazzamente innamorato, per lei avrebbe fatto qualsiasi cosa, anche rinunciare al lavoro politico al centro sociale, per lei avrebbe messo la testa a posto, avrebbe finalmente lavorato a tempo pieno come ingegnere, una laurea in quattro anni e un 110 e lode gli aveva garantito un posto di ricercatore presso il laboratorio di robotica dell'università.
Quando andava a casa sua Gianmaria inizialmente ci andava per parlare di politica e del piano in programmazione.
Ultimamente, frequentandola, non le aveva detto niente, si era innamorato, la desiderava come donna e notando che Katia non si faceva problemi, aveva tentato un primo approccio, dapprima timido, poi vedendo che non opponeva resistenze, si era fatto sempre più insistente nelle sue richieste tanto che ora, quando arrivava, quasi sempre lei si faceva trovare sul letto e la prendeva così, come se si trattasse solo del soddisfacimento di un bisogno sessuale. Poteva fare quello che voleva - Katia si faceva fare anche le cose più eroticamente dure - tanto che una volta si era fermato all'improvviso, temeva di farle del male, ma lei lo aveva guardato con aria interrogativa come per chiedergli perché non continuasse. Allora con rabbia aveva continuato, cercando soddisfazione dentro di lei.
Lei pensava di essere più forte? Le avrebbe dimostrato il contrario, l'avrebbe fatta innamorare di lui, avrebbe goduto solo di lui.
Alla fine era rimasto svuotato sul letto, ma lei non aveva emesso alcun gemito. Si era rivestito ed era uscito sentendosi un inetto.
La volta successiva non ne avevano parlato, ma aveva deciso che le avrebbe fatto sempre l'amore nella maniera più dolce, le sarebbe arrivato al cuore trattandola come una dea.
Se lei non è in grado di difendersi, la difenderò io, da tutto, anche da se stessa.
Katia capiva tutto questo, l'aveva intuito. L'amore con Gianmaria era un esercizio erotico che la faceva sentire bene fisicamente, una palestra d'amore, la chiamava. Ma non lo amava. Carmela più di qualche volta l'aveva sgridata; non concepiva come Katia potesse illudere una persona così intelligente come Gianmaria e non percepisse la pericolosità di quel rapporto. Prima o poi Gianmaria avrebbe preteso qualcosa di più, ne era sicura...
(continua)
P.S. le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza col racconto.
08:55
Scritto da : emmagiulia
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29/10/2009
L'INDIFFERENZA
Continua dal post precedente...
il mio racconto "Attacco alle centrali del lusso!"
Quando sua madre uscì dalla camera, Katia inserì il cd nel lettore. Amava sentire quella canzone in francese. Non conosceva il francese, solo qualche parola, ma ne percepiva il significato: sì, la felicità, la gioia è una cosa seria. Ora, invece, aveva voglia di divertirsi. Le cose serie le avrebbe lasciate a tempi migliori, quando avrebbe avuto bisogno di qualcuno al proprio fianco. Avrebbe lasciato che lui le accarezzasse la soffice pelle, le imprigionasse i capelli tra le dita, le sussurrasse le più dolci parole d'amore. Ora il fremito le percorreva il corpo per il desiderio di azione, aveva i muscoli guizzanti e la mente sveglia. Prima che il sonnifero della quotidianità le distruggesse la fiamma che ardeva dentro di lei e che vibrava vibrava in un vortice di rabbia.
Un giorno Carmela - oh, sì, erano diventate proprio buone amiche – era arrivata a casa sua tutta contenta. Le aveva trovato un lavoretto come impiegata presso la sua stessa azienda. Il lavoro come impiegata le permetteva di fare il minimo sforzo per essere comunque attiva anche nel bilancio familiare, ma odiava la routine, le solite piccole cose, come il saluto all’usciere o il sorriso mattiniero dell’impiegato che segretamente la corteggiava di sguardi allusivi, il prendere il caffè alla solita ora o lo scambio di battute con le altre impiegate, il tipo che magari si fermava a parlare e se ne stava ore a farle i complimenti.
Guardava l’abitudine snodarsi come un lungo serpente. Non comprendeva quei luoghi comuni, quell’affaccendarsi incessantemente inutile. Giorni e giorni sempre uguali a perpetuare la noia. Come facevano gli altri a sopportare un lavoro, lo stesso, lo stesso lavoro per tanti anni, continuamente? Si immaginava vecchia, allo stesso tavolo da impiegata, invecchiata di venti, trenta anni e non si capacitava della fatica e dello sgomento che avrebbe provato la stessa persona, quando si sarebbe pian piano accorta che altre persone, più giovani, l’avrebbero sostituita. Le cominciava una paura folla e si controllava quelle poche rughe che iniziavano a comparirle intorno alla bocca; un’agitazione la spingeva ad andare al bagno e a guardarsi allo specchio. Lo specchio le rimandava l’immagine di una donna bella e forte, il naso all’insù, molto francese. Faceva le smorfie con la bocca; si trovava decisamente bella, si caricava come con una sniffata di roba; poteva ritornare a sedersi al suo tavolo e continuare a sorridere falsamente. Lei non avrebbe continuato a vivere in quel modo. Quel lavoro non sarebbe stato per sempre. Qualcosa sarebbe cambiato; doveva cambiare.
Contava i minuti, i secondi, i ticchettii e aspettava il segnale.
(continua)
08:51
Scritto da : emmagiulia
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