Saggio è colui che cerca l’introvabile… BUON 2016!

“Niente che può essere trovato è degno di essere cercato. Nulla che può essere catturato è degno di essere cacciato. Saggio è colui che cerca l’introvabile e insegue l’inafferrabile”

tratto da “Il profanatore di biblioteche proibite” di Davide Mosca 

Sto leggendo proprio questo libro, presa dalla disperazione di aver terminato vari libri noiosi, con la voglia del classico svago natalizio. Così, frugando nella biblioteca dei miei figli, ho trovato “Il profanatore di biblioteche proibite” di Davide Mosca. A dir la verità ero scettica ed invece il libro mi ha sorpreso. Davide Mosca è uno scrittore che riesce ad accattivarsi il lettore fin dalle prime pagine. E poi mi sono imbattuta in questa citazione, che lo scrittore riferisce ad un certo mistico medievale dal nome Antonio da Alba Docilia (ma credo non esista e sia invece frutto della fantasia di Mosca).

Quale migliore augurio per un 2016?

Quello di cercare sempre l’introvabile e di crederci…

Alla mezzanotte pubblicherò il continuo del mio racconto “Il mistero della donna pantera”. In fin dei conti quello che voglio fare anche nel 2016 è scrivere.

BUON 2016!

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IL MISTERO DELLA DONNA PANTERA

(continua dal precedente post)

RIASSUNTO

Al villaggio spariscono alcuni bambini. Eilen vuole risolvere il mistero. Sola, all’insaputa del padre Avedon, il saggio del villaggio, decide di affrontare la foresta e di capire la causa delle sparizioni. Nel bosco si imbatte in due personaggi strani, sono piccolissimi e si chiamano Milko e Magda. Magda le rivela dell’esistenza all’interno della foresta di un villaggio abitato da strane creature capaci di trasformarsi in pantere…

Panteranera1

Qualche volta Eilen aveva sentito queste parole tra i bisbigli di suo padre. A dir la verità non sapeva cosa fossero le pantere. Qualcuno le aveva raccontato la storia di questi strani animali neri, dal manto lucido, nascosti all’interno della fitta boscaglia e pronti all’agguato.  Non ne aveva mai visto uno, ma sapeva che tutti gli abitanti del villaggio avevano paura la notte delle loro incursioni notturne. Anzi, avevano ipotizzato che fossero proprio le pantere a portare via i loro figli.

Come qualcuno potesse trovare in lei qualche somiglianza con le pantere, questo proprio non riusciva a capire. Proprio lei che odiava mangiare la carne, disgustata da ogni forma di violenza!

–          Non ho mai saputo dell’esistenza di umani dalla forma di pantere. Mentì Eilen.

–          Non preoccuparti, è mio marito Milko che ha paura di tutti e di tutto. Le donne pantera in realtà non si conosce dove siano. Probabilmente è solo una leggenda.

–          Magda, lo sai anche tu che esistono, non fingere. Ti ricordi di quella donna che venne a morire proprio qui vicino alla nostra casa, dopo il parto? Aveva partorito da poco e si stava trasformando lentamente in quell’animale feroce. Le gambe avevano già acquistato le forme di zampe e venne ad accucciarsi ai piedi del grande albero, ferita al cuore. Era stata lei stessa ad uccidersi. La trasformazione stava imbruttendo il suo bellissimo viso. Le labbra si increspavano in un ghigno mostruoso felino. E gli occhi! Mai visti occhi così belli e feroci, eppure ferita a morte  ebbe la forza per un’ultima parola prima di esalare l’ultimo respiro.

–          Cosa le disse?

Chiese Eilen fremente per il racconto straordinario.

–          Non posso dirlo, è un segreto che terrò sempre con me. Quella donna mi ha rivelato la sua ultima parola d’amore.

–          Va bene, Milko, ora che l’hai raccontata andiamo a letto. La ragazza sarà stanca dopo una giornata passata nella foresta. Vieni bimba…, vieni a dormire. Ti ho preparato un bel giaciglio. A proposito, non ti ho chiesto il nome. Come ti chiami?

–          Mi chiamo Eilen. Grazie per l’accoglienza, siete molto buona, avrò modo di sdebitarmi. Avedon è mio padre.

Come pronunciò il suo nome, Magda sbiancò e così il marito.

–          Ho detto qualcosa che non dovevo?

Eilen pensava di aver detto qualche parola di troppo; più di qualche volta la sua boccaccia le aveva fatto fare brutte figure.

–          No, no…

La rassicurò Magda, comunque notevolmente turbata.

–          Devi andartene. Avedon, tuo padre, ci ha cacciato dal villaggio! Che tu sia maledetta!

Gridò Milko in preda a una furia disumana.

–          Milko, è solo una fanciulla, non puoi prendertela con lei per le colpe del padre!

Magda si corrucciò, si pose dinnanzi a Milko in tutta la sua minuscola altezza.

Il piccolo uomo aveva impugnato un forcone e lo stavo puntando verso Eilen. Magda si pose in mezzo tra il forcone e la ragazza.images

–          Devi uccidere me, se vuoi far del male a lei. Vergognati, credevo di aver sposato una persona degna di chiamarsi uomo.

Milko abbassò l’arma.

Magda tirò la ragazza per le mani. – Vieni via, ti prego. E l’accompagnò verso il piccolo cumulo d’erba che aveva creato apposta per farla riposare.

Eilen si stese sopra, ma prima di lasciare andare Magda, le prese le mani. La donna tremava tutta.

– Magda, non avere paura, io sono vostra amica. Non vi farò mai del male, non è nella mia natura. Sto cercando solo di scoprire la verità su quanto sta succedendo al mio villaggio. Vi ringrazio di cuore per l’ospitalità, non volevo offendervi dicendo che mi sdebiterò. Dovete raccontarmi però la storia di mio padre e del perché siete stati cacciati lontano dal villaggio.

Magda aveva i lunghi capelli che le coprivano gli occhi. Li scostò per vedere il viso della fanciulla. L’osservò attentamente: la ragazza aveva sì la bocca famelica e gli occhi avvampanti. Il profumo che emanava era forte, di selvatico, e da lei si sentiva profondamente attratta, come se una forza malvagia la stesse richiamando verso la sua bocca.

mano-nella-manoEilen le lasciò le mani e facendo questo, con l’unghia graffiò il palmo della mano di Magda. Magda si spaventò, la ferita leggermente sanguinava. Eilen le prese la mano e cominciò a leccarla. Magda, stupita per il gesto animalesco, sottrasse velocemente la mano. Eilen, accortasi del disagio della donna, le lasciò la mano.

– Magda… scusami. Ti prego…

Eilen le si buttò con le braccia addosso il corpo. Magda smise di tremare e ricambiò l’abbraccio. Ricacciò i pensieri negativi che le erano balenati nella testa. Quella ragazza non aveva nulla di animalesco!

–          Devi sapere che io e Milko siamo stati cacciati dal villaggio non solo perché eravamo piccoli di statura, ma soprattutto perché siamo intervenuti in difesa di Aldon e di suo figlio Yoric. Avedon li stava accusando ingiustamente delle sparizioni dei bambini al villaggio. Noi sapevamo che loro non erano colpevoli perché vivevamo nella capanna vicino alla loro. Aldon e sua moglie erano persone sagge e buone. Non avrebbero fatto del male a nessuno! Eilen, ora dormi. Siamo tutti scossi e sarà una lunga notte. Milko dovrà uscire per cacciare ed io devo riposarmi per far sì che domani possa aiutare Milko nella cura della selvaggina.

–          Buonanotte, mi farò raccontare tutto anche da mio padre, voglio cercare di rimediare a questa ingiustizia. Voi e la famiglia di Yoric dovrete tornare al villaggio! E… grazie di tutto.


Magda andò in cucina e con uno straccio si coprì il palmo della mano. Raggiunse il marito che si era steso sul giaciglio in un angolo della stanza.

–          Magda, hai sentito anche tu. Eilen, si chiama Eilen, lo stesso nome che pronunciò quella notte la donna pantera. Non possiamo rimanere qui, dobbiamo andarcene prima che quella donna si trasformi in pantera e ci uccida.

–          No, Milko, ho visto quegli occhi, non sono di una pantera. Non succederà nulla. Rimani qui stanotte, con me. Insieme, anche se fosse,  non ci potrà attaccare.

–          Va bene, ma domani mattina la ragazza dovrà andarsene.

Milko abbracciò la sua donna. Per niente al mondo l’avrebbe lasciata in balìa di quella ragazza. Lui sapeva! Insieme a Magda erano stati cacciati dal villaggio solo perché la loro altezza li rendeva simili a piccoli mostri. Ma non si sentiva indegno. Magda era bellissima e buona di cuore, una donna così non l’avrebbe trovata in nessun altro luogo del mondo! Avevano deciso di rifugiarsi in una capanna sul bosco, non lontano dalla famiglia di Yoric. Non avrebbero mai lasciato quelle persone generose, allontanate in maniera ingiusta da quel supponente di Avedon. Insieme alla moglie avevano cresciuto Yoric. La madre era morta non poco tempo dopo l’allontanamento dal villaggio. Quel dolore era stato troppo forte per il debole cuore della donna. E Aldon, il padre di Yoric, aveva così tanto sofferto per quella perdita, che non aveva fatto altro che covare odio e meditare vendetta nei confronti di Avedon, tanto da tralasciare la cura del figlio. E loro l’avevano visto crescere, gli aveva insegnato i trucchi della caccia, lo aveva sostenuto nei momenti difficile, quando avrebbe voluto tornare nella sua vecchia casa e affrontare chi lo aveva cacciato. Sapeva che Yoric era forte, ma la sua sensibilità e la sofferenza per la morte della madre non gli dava tregua. Magda era stata per lui una madre, con la dolcezza lo aveva protetto e rassicurato, ma il ricordo continuava a tormentarlo.

E poi si ricordò della donna pantera, di quanto assomigliasse alla ragazza. Gli stessi capelli, lo stesso sguardo fiero e quel profumo, di sangue e di ferro che emanava anche nella morte. Lo aveva guardato e gli aveva sussurrato: – Milko, perdona Avedon per quello che  ti ha fatto. Mi amava troppo. Proteggi Eilen. Eilen…

Queste erano state le sue ultime parole. E in quel momento, prima che la trasformazione facesse il suo corso, verso le sembianze di pantera, la riconobbe: Mirianna!, la moglie di Avedon.

Andò a ravvivare il fuoco. Le belve, quella notte non avrebbero osato avvicinarsi!

Ritornò nell’abbraccio della sua donna. Accanto aveva la spada.

 

(Continua)

BUON ANNO!

Ogni anno devo lasciare qualche mio racconto incompiuto sul blog, per scaramanzia.

Lo terminerò nel 2012!

AUGURO A TUTTI

UN FELICE 2012

E CHE LA RICCHEZZA (DI TUTTO) SIA CON NOI!

 

buon anno,2012,racconto,auguri


 

 

La viaggiatrice virtuale

buon anno,2012,racconto,auguriRIASSUNTO

Linda è impiegata in una grande azienda finanziaria.

Durante la cena prima delle consueta pausa estiva, il suo capo le chiede dove andrà in vacanza e lei, dinnanzi a tutti, per non sfigurare mente e confida che partirà per una vacanza nelle montagne austriache.

Non sarà così. Infatti decide di trascorrere le sue vacanze trincerata in casa per 15 giorni, senza farsi vedere da nessuno e facendo credere a tutti la sua partenza.

Ma non ha fatto i conti con il destino.

Proprio la prima notte di ferie, entra in casa sua un ladro. Riesce a bloccarlo e a trascinarlo nel salotto, ma dopo qualche ora si fa viva anche sua sorella. E sembra che tra le due non ci sia proprio un bel rapporto.

La vacanza virtuale comincia proprio a mettersi male…

Per seguire dall’ultimo post:

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LA VIAGGIATRICE VIRTUALE

 

 

buon anno,2012,racconto,auguriSiete pazze, stavo per soffocare! Vi potrei denunciare per maltrattamenti!”, urlò contro Veronica.

Ah, bella questa! Ti introfuli di notte a casa mia e pretendi di essere accolto a braccia aperte?”, Linda riprese il controllo della situazione.

Quella cretina di mia moglie mi aveva assicurato che non c’era nessuno a casa per una quindicina di giorni! Chi pensava che avrei trovato non una ma due donne!”, si sfogò quel bellimbusto, quasi piagnucolando.

Tua moglie? Ma chi è tua moglie che sa tutte queste cose sul mio conto?”, chiese Linda, curiosa.

Lavora con te. Mi aveva detto che la casa era vuota in questo periodo, sai, ho bisogno di soldi, non puoi capire…”

Certo ed è naturale andarli a prendere a casa degli altri. A rubare come un ladro.”

Sì, sono un ladro, ma ti giuro che lo sono perché non so più cosa fare. Mi hanno licenziato e devo pagare l’assegno di mantenimento per mio figlio. Quella strozzina di mia moglie non riesce a capirlo e non vuole farmi vedere mio figlio finché non glieli avrò consegnati.”

Mi sembra giusto. Come padre non devi valere granché se non riesci nemmeno a contribuire al mantenimento di tuo figlio. Tua moglie deve pur ricevere un piccolo aiuto economico, non credi?”

buon anno,2012,racconto,auguriNon è colpa mia se a quarant’anni mi hanno licenziato e non trovo più lavoro. Comunque ho sempre aiutato a casa e mio figlio l’ho tenuto spesso con me. Sono le prime vacanze estive che non riesco a trascorrere insieme a lui, altrimenti saremmo andati al mare da qualche parte.”

Il ladruncolo frignava dinnanzi all’incalzare maligno delle domande di Linda.

Forse cerchi solo un certo tipo di lavoro. Mai provato come lavapiatti, cameriere, muratore o altro? Scommetto di no. Immagino che questi lavori siano troppo umilianti per te, mentre per tua moglie non è umiliante riuscire a cavarsela con quel poco che riesce ad avere con il suo stipendio!”

E smettetela voi due! Sembri una moglie in piena crisi isterica!”, gridò Veronica frapponendosi al loro discorso, “Su, prepariamoci qualcosa da mangiare che è ora di colazione ormai.”

I due seguivano con lo sguardo Veronica che si era diretta tutta pimpante in cucina.

buon anno,2012,racconto,auguriAprì il frigorifero in cerca di latte.

Oh, mamma!”

Il frigorifero era traboccante di ogni ben di dio. Si rizzò in piedi e guardò diritta negli occhi Linda.

Non dirmi che hai fatto una spesa giornaliera, qui ce n’è per sfamare un reggimento! Non me ne vado finché non mi spieghi cos’hai programmato di fare a casa con questo tipo!”

E no! Non cambiare le carte in tavola”, la fronteggiò subito Linda, “Sei tu che mi devi spiegare cosa sei venuta a fare a casa mia!”, e le si piazzò fulminea davanti con le mani sui fianchi a mo’ di poliziotta.

Veronica sembrò quasi folgorata, colpita nel cuore, e si piegò in due a tremolare, andando a rintanarsi sul divano a fianco del bellimbusto per cercare protezione. Quello la guardava infatti inebetito e affascinato dalla grazia e dalla femminilità seducente.

E va bene, va bene… Ecco, mi sono lasciata con Marco. Anzi, l’ho lasciato, dopo che ho scoperto l’ennesimo tradimento! E non so dove andare. Giuro che non tornerei a casa nemmeno sotto la canna di una pistola!”

Sembrò soppesare bene le parole perché si rivolse al tipo: “Ehi, a proposito, tu non avrai mica una pistola!?”

Ma vi sembro tipo da portare pistole? Lasciatemi andare, va’, siete due pazze… Non dirò nulla a nessuno, ma vi prego di lasciarmi andare! E poi qui si muore dal caldo, non riesco a resistere!”buon anno,2012,racconto,auguri

In effetti ci si stava inoltrando nella mattina più calda di quella maledettissima estate.

E Linda aveva fatto i conti con tutto tranne che con quel piccolo particolare. D’altra parte le forze della natura si chiamano “forze” a ragione.

Il clima fino a quel momento era stato clemente e le temperature ben al di sotto della media estiva. I meteo si erano sbizzarriti nelle previsioni più ardue, smentite ogni volta da brezze inaspettate che a Milano venivano accolte con gioia soprattutto dai vecchietti agonizzanti che cercavano rifugio con le loro badanti all’interno dei supermercati.

Ma se la fortuna è cieca, la sfortuna invece ci vede benissimo e proprio in quell’occasione il tempo sembrava finalmente esprimere la propria autorevolezza.

I metereologi avrebbero senz’altro ricordato quella giornata che sarebbe diventata la più calda da cento anni, raggiungendo un record senz’altro storico.

buon anno,2012,racconto,auguriGià se Linda avesse guardato i primi telegiornali  avrebbe notato con timore quei titoloni che gridavano all’emergenza, scoraggiando la gente a uscire di casa nelle ore più calde – e almeno su questo i nostri tre potevano starsene tranquilli – , avrebbe valutato seriamente le varie interviste agli esperti, con i numerosi numeri verdi da contattare in caso d’emergenza e i vari piani anticaldo delle ASL regionali.

Essere una persona fragile d’estate in effetti sembrava essere una questione piuttosto seria e il caldo mieteva persone fragili come se fossero vittime ineluttabili di un destino infame. La fragilità ora era un caso nazionale. E se Linda riteneva di essere una persona fragile, in questo caso aveva una buona ragione per sentirsi maggiormente in pericolo. Faceva caldo, anzi, caldissimo!

Guardò il tipo paonazzo in viso, da cui grondavano sulla fronte goccioline di sudore.

Fino a quel momento la tensione aveva dissimulato il calore sotto forma di nervosismo, ma adesso che le relazioni di conoscenza stavano facendo il loro naturale corso in effetti si cominciava a percepire l’umidità malsana che ristagnava sulla stanza non ancora sottoposta all’adeguata quotidiana areazione mattutina.

 

(CONTINUA)

 

P.S. le foto sono tratte dal web e non hanno alcuna attinenza con il racconto, frutto della mia fantasia personale.

UN FELICE 2010 A TUTTI!

Lascio un pezzo di un mio racconto, che devo ancora ultimare e ancora in bozza, perciò lo lascio come augurio a me stessa…di terminarlo nel 2010…

Purtroppo avevo racconti più felici, ma la chiavetta con tutti i testi mi ha abbandonato, anzi se qualcuno conosce qualche programmino per recuperare i dati…beh…grazie 🙂

Un felice 2010 a tutti!

da Giulia

 

 

L’equivoco

 La stazione era fredda, e d’altra parte una giornata invernale come quella fin dal mattino non prometteva niente di buono. Il cappottino di pelle nera di Anna non serviva granché in quelle occasioni, ma lei non possedeva nulla di decente che fosse pesante e caldo; a casa teneva un misero giubbotto che aveva comprato al mercato. Un tre quarti che avrebbe reso goffa chiunque.

“Sono bella, che importa!” si ripeteva innalzando il suo livello di autostima. Si era preparata con cura, pettinando i lunghi capelli lisci, indossando un lupetto nero e un paio di jeans attillati. Purtroppo non era riuscita a trovare niente di meglio di un paio di stivali neri, vecchiotti ma comodi, adatti a camminare per lunghi tragitti. E poi aveva curato con attenzione il suo abbigliamento intimo, nella scelta di un completino semplice, non da puttana, ma da donna consapevole della propria sensualità.

Quando si erano dati l’appuntamento, lei e Roberto, avevano pensato a Milano. Una città distante per entrambi, soprattutto distante dalla sua casa, dalla sua famiglia, da suo marito soprattutto, anche dai suoi figli distante.

Si era innamorata di Roberto, lo aveva conosciuto casualmente nella sede del partito che frequentava saltuariamente, e subito con lui aveva scoperto una serie di affinità, l’amore per la discussione politica, per i libri e poi la sua dolcezza, il suo accompagnare i gesti con lo sguardo, mai una parola brutta, un atteggiamento aggressivo. Lei si era come abituata a questo. Piano, si stava allontanando dalla vita familiare che cominciava a diventare fredda, che non l’appagava, che comunque voleva riempire con una passione, anche adolescenziale. Riprendere il gioco dell’amore, ributtarsi a capofitto e scivolarci dentro per farsi avvolgere: come lo desiderava! Certe volte si pensava sciocca, diceva a se stessa: “Sei stupida, hai una bella famiglia, i figli che ti riempiono la vita, cosa vuoi di più?” “Voglio vivere, sì voglio vivere”, si rispondeva e annegava il desiderio nei libri d’amore, godendo di abbracci immaginari, di parole sussurrate, di carezze intimamente avventurose. Cominciava ad osservare il marito con attenzione: come mai non lo amava più? Si era esaurito un amore, lo guardava e coglieva una condivisione come tra vecchi amici, ma nulla di più. Si era assopito il desiderio. Roberto le scriveva piccole frasi d’amore, la incitava a riprendere gli studi, ad impegnarsi nell’attività politica e lei si sentiva più sicura di se stessa; con quell’amore addosso, era come indossare un vestito seducente.

Ma il gioco con il marito si stava facendo via via più pericoloso. Il marito la osservava nella sua trasformazione, coglieva in lei atteggiamenti femminili diversi. Sapeva che l’attrazione sessuale si esauriva nell’atto amoroso che consumavano come se fosse quotidiano bisogno fisico. La stava perdendo eppure non voleva fare di più di quello che era. Ad ogni modo, come avrebbe potuto lei trovare qualcuno che l’amasse più di lui? Ogni donna che incontrava la rapportava alla moglie e nel confronto risultava insignificante. Erano insieme da più di vent’anni, non avrebbe sopportato di perderla.

“Dove vai?”, le chiese quel giorno Giuseppe, con noncuranza.

“Dobbiamo andare a Milano per una riunione di partito; vado insieme al nostro segretario e poi dovremmo riportare quello che si è deciso in sede per decidere della linea di accordi da adottare alle prossime elezioni…”, Anna gli rispose, facendo finta di niente.

“Devi andare proprio tu? Ti rimborsano almeno il viaggio?”, insistette Giuseppe.

“Sì, non posso fare a meno, lo sai che mi vogliono candidare e puntano molto su di me; non ho ancora dato la mia disponibilità, però mi piace capire come funzionano questi accordi, non vorrei trovarmi in ingranaggi in cui non saprei come muovermi”

“Farà freddo a Milano, oggi la temperatura si è abbassata molto”, le disse Giuseppe dall’altra stanza, guardando fuori dalla finestra il tempo minaccioso e le nuvole nere che sembravano cariche di soffice neve desiderosa di dimostrare la propria avvenenza.

Fa freddo, puttana, dove vuoi andare con quello stronzo!, pensava Giuseppe, desiderando che morisse ora, in quel momento, mentre sapeva che stava dicendogli una schifosa bugia. Te la faccio vedere, mi tratti come uno scemo ma ti dimostro io chi è lo scemo…, pensava.

“Ciao, vado”, gli si parò davanti. “Mi dispiace per oggi, ma non tornerò tanto tardi. Allora ti arrangi tu con i bambini? Dentro il frigo ho preparato il sugo, prepari una pastasciutta e poi un po’ d’affettato, per una volta non moriranno anche se non mangiano tanto…”, e gli diede un bacetto sulla guancia. “E vai via così, con tutto questo profumo e mi baci come se fossi tuo figlio?” le disse con fare irritato.

Anna tornò indietro, cogliendo il rancore e sentendosi colpevole, avvicinandolo per dargli un bacio sulla bocca. Lui si scostò: “Vai, vai…mi arrangio io…”

Riprovò a baciarlo, ma si scostò ancora e allora Anna che non lo voleva pregare, se ne andò di corsa.

Avrebbe fatto tardi.

Giuseppe, dopo che Anna uscì, telefonò a sua madre: “Mamma, per piacere vai tu oggi pomeriggio a prendere a scuola i bambini. Io e Anna dobbiamo andare a fare un po’ di compere in giro per Natale”.

S’infilò il primo giubbotto che trovò e uscì, all’inseguimento di sua moglie. Sapeva comunque dove sarebbe andata: alla Stazione per prendere il treno per Milano. Le aveva trovato il biglietto, la sera prima, rovistando dentro la sua borsa e così aveva deciso di seguirli, i due piccioncini.

Sua moglie ci sarebbe andata con la corriera, e lui avrebbe guadagnato un po’ di tempo, andando con la macchina fino alla stazione. Trovò posto in un parcheggio vicino e di corsa acquistò un biglietto andata e ritorno per Milano. Il treno era in partenza e salì sul posto assegnato, sperando di non capitare nello stesso vagone di sua moglie. E poi li vide. I due piccioncini. Se la spassavano alla grande, gli stronzi.

Erano lì abbracciati, come se non si vedessero da anni.

Giuseppe ebbe una fitta al cuore: forse morirò o forse li uccido.

Era lì abbandonato sul sedile. Non si accorgeva…

(CONTINUA NEL…2010)