Auguri per un felice 2019!

All’ultimo dell’anno (e quindi subito nel primo giorno dell’anno) non può mancare nell’ordine rigoroso:

  1. mutande rossemutande2. persone che ami a fianco
    IMG_5380 (3)3. sentire almeno telefonicamente chi vuoi sentire per tutto l’anno

4. pubblicare una parte del racconto che stai scrivendo (questo perché è sintomatico di continuare a scrivere per tutto l’anno)

5. non fare lavori di casa se non quelli strettamente necessari alla                               sopravvivenza

Intanto vi auguro a tutti UN FELICE 2019!

buon-anno-2019

Come sapete, stavo scrivendo Il mistero della donna pantera. Devo pubblicarne una parte… sono riuscita ad andare avanti anche se ora mi sono arenata in un punto cruciale del racconto.

IL MISTERO DELLA DONNA PANTERA

(se cliccate nella foto della pantera, questa vi rimanda al racconto nella parte precedente)


8QY3R (1)

CAP. 3 AVEDON

Era riuscito a raccogliere un po’ di uomini, in tutto una decina di cui poteva pienamente fidarsi.

Partiti all’alba, passando attraverso la foresta, erano arrivati alla capanna dove stavano Yoric e Eilen. Quando Avedon li vide, così vicini, cominciò a urlare contro Yoric.

– Lascia mia figlia o ti ammazzo!

– Padre!

Yoric allontanò bruscamente Eilen, non per paura ma per vedere in faccia chi osasse trattarlo in quel modo.

Si rivolse a Avedon brandendo la spada e con un passo felino gliela puntava direttamente sulla gola.

– Tu? Tu osi imporre ordini a me? Avedon! Tu, maledetto! Finalmente posso vedere chi ha distrutto la mia famiglia e ucciso mia madre. Posso ora vendicarla, tu osi venire qui dopo quello che ci hai fatto!

– Fermati Yoric!

Eilen tentò di rimettersi davanti a Yoric per fermarlo, ma era diventato una furia e con un gesto violento l’allontanò, buttandola a terra. Avedon corse subito in aiuto della figlia e prima che Yoric potesse reagire, gli si slanciò addosso con tutta la rabbia, buttandolo a terra e cadendo sopra di lui con l’intero peso del corpo. Ma Yoric era più giovane e forte e senza fatica lo rigirò, rimettendolo a terra e ponendosi sopra, così che l’altro non potesse reagire. I compagni di Avedon fecero per intromettersi nella lotta, ma Eilen li fermò, frapponendosi tra i due e gli uomini.

– Fermi! Lasciateli fare…

Yoric prese Avedon per il collo, con violenza.

– Maledetto! Ti ricordi di me? Di mia madre e di mio padre. Lo sai che mia madre è morta per colpa tua?

Avedon era diventato rosso paonazzo e comunque per la stretta alla gola non gli sarebbe uscita una parola dalla gola e non avrebbe in alcun modo potuto rispondere.

– Yoric, ti prego! urlò Eilen, rivolgendosi con sguardo implorante al ragazzo.

Yoric con sprezzo allentò la presa e lasciò andare l’uomo quasi agonizzante.

– Non meriti neanche la morte! Ti ci vuole più coraggio a vivere, maledetto! e dicendo queste parole si rimise in piedi, cercando di pulirsi le mani sui vestiti.

Eilen accorse subito in aiuto del padre, ma questi si era già messo seduto e la cacciava malamente con la mano.

– Padre, Yoric mi stava aiutando. Stamattina abbiamo trovato uccise in maniera violenta le due persone che per proteggermi dall’oscurità e dal freddo, mi hanno ospitata nella loro casa. Erano Magda e Milko.

Un lampo di orrore passò veloce negli occhi di Avedon. Non si era ancora ripreso dalla lotta con Yoric, aveva un profondo segno rosso attorno al collo e se lo toccava con le mani come per cercare un po’ di sollievo.

Magda e Milko, come avrebbe potuto dimenticare? Li aveva cacciati per non destare sospetti tra gli abitanti del villaggio. Doveva pure trovare qualche capro espiatorio che distogliesse l’attenzione dalla sua povera moglie. Si era sentito profondamente ingiusto quando li aveva attaccati, denigrandoli dinnanzi a tutti per la loro bassa statura come se fosse una colpa, un marchio della loro nefandezza.

Guardò Yoric e vide lo splendore della giovinezza, la forza dei muscoli che si lasciavano intravvedere nelle vesti inconsistenti che lo ricoprivano. La sua bellezza emergeva nitida a confronto degli altri uomini. Gli occhi però, di un nero profondo, trasparivano la durezza della sofferenza. Si era odiato per quello che aveva fatto ai genitori di quel ragazzo, cacciati per evitare a sua moglie l’accusa di essere un mostro.

Guardò Eilen. In quel momento la figlia lo scrutava con apprensione, aveva la stessa pelle chiara di sua madre, gli stessi occhi felini… sentì una strana fitta al cuore. Si portò le mani al petto, sentiva che la morte stava arrivando, sua figlia… come sua madre, la stirpe non sarebbe mai finita e quei mostri, l’unico mostro era proprio la persona che amava più al mondo.

Un guizzo di paura passò veloce nei suoi occhi. Si contorsero le mani attorno al petto e stramazzò al suolo. Eilen capì subito che stava per morire e gli si lanciò vicino per soccorrerlo. Yoric rimaneva indifferente, mentre Eilen chiamava suo padre inutilmente per cercare di risvegliarlo. Le sembrava impossibile che potesse succedere proprio in quel momento. Anche gli altri si fecero intorno al corpo del loro capo. Guardarono con cattiveria Yoric, come se la colpa della tragedia fosse imputabile al combattimento con il giovane.

Eilen sollevò lo sguardo verso Yoric, sperando di trovare un minimo di pietas, ma gli occhi freddi e impassibili la ferirono profondamente, simile a una stilettata nel cuore.

Come poteva rimanere indifferente dinnanzi a suo padre? Possibile che l’odio fosse così forte in lui da non accorgersi della sua sofferenza?

Yoric era immobile. Dentro di lui si scatenava un inferno di sentimenti. Davanti c’era Eilen che avrebbe voluto abbracciare e difendere da quel dolore ma l’onore e il disprezzo per l’uomo che aveva distrutto la vita dei suoi genitori lo trattenevano.

Decise in quel momento che se ne sarebbe andato, per evitare qualsiasi comportamento o parola che potesse ferire la fanciulla.

Eilen ricacciò dentro le lacrime. Realizzò che avrebbe dovuto affrontare tutto da sola. Sarebbe diventata il capo di quegli uomini, doveva prendere in pugno la situazione prima che tutto le sfuggisse di mano.

Lo vide allontanarsi e quel disprezzo l’indusse a reagire.

– Prendete quell’uomo!

Yoric la udì, appena in tempo per rendersi conto di essere ormai accerchiato dagli uomini di Avedon, ormai al servizio di Eilen.

– Eilen! Tu sai che non c’entro con la morte di tuo padre. Vuoi essere come lui, imprigionare un innocente? Ieri sono morte due persone in questa casa e dovevamo cercare i colpevoli, te ne sei dimenticata?

– Yoric, lo so bene – lo sfidò Eilen – ma tu sei un ribelle che si è rivoltato contro mio padre. Lui è morto a causa tua e devi pagare per questo. Ti condurremo al villaggio e lì sarai giustiziato secondo la decisione dei nostri saggi. Così ho deciso.

Una decina di uomini si buttarono contro Yoric, che nonostante la resistenza, dovette presto arrendersi alla loro forza.

Fu condotto al villaggio a piedi.

Eilen era alla testa del corteo, in groppa al cavallo con sopra il corpo di suo padre. Quando arrivò tutti gli abitanti le si fecero intorno.

Le vesti strappate, i capelli scarmigliati ondeggiavano sopra di lei, e lasciavano guizzare dal pallore del viso, quasi spettrale, due occhi di fuoco. Sembrava una belva, più del cavallo che conduceva. Scese senza guardare nessuno. La sua amica Vania provò ad avvicinarsi tra la folla che l’attorniava. Si accorse del corpo del padre morto e del giovane uomo che, legato a una corda, veniva strattonato dagli uomini a cavallo che seguivano Eilen. Vania lo riconobbe senza esitazioni. Anche lei aveva giocato insieme a Yoric per molti anni, fino al momento in cui Avedon aveva cacciato lui e la sua famiglia lontano dal villaggio.

– Eilen, amica mia, come stai? Cosa ti è successo? Yoric, come mai è qui, e tuo padre, com’è morto?

Voleva abbracciarla ma si trattenne vedendo la situazione di disperazione che l’amica stava provando in quel momento.

– Chiamate i saggi! Voglio che si svolga subito il consiglio, dobbiamo decidere subito, perché ne va della vita di questo villaggio.

Scese da cavallo e si diresse senza guardare nessuno verso la sua casa. Si precipitò dentro togliendosi, quasi strappandoli con forza, i vestiti.

Li gettò lontano, sapevano di sangue, di umori, di morte. Si guardò allo specchio e quasi lanciò un urlo vedendo le pupille diventare quasi gialle dalla rabbia che la percorreva tutta. Come poteva Yoric trattarla in quel modo e aver agito così nei confronti di suo padre senza dimostrare alcuna sensibilità e sentimento di pietà?

Decise di farsi un bagno. Non poteva incontrare i saggi nel villaggio in quel modo, da belva selvaggia. Doveva calmarsi e decidere cosa fare.

Si lavò accuratamente con l’acqua calda che l’amica Vania le aveva portato. L’aveva subito raggiunta.

– Eilen, racconta, cosa ti è successo e perché Yoric?

– Vania, ti prego ora lasciami tranquilla, e quando mi sarò calmata ti prometto di raccontarti tutto.

– La voce che circola al villaggio è che tuo padre sia morto a causa di Yoric, durante un combattimento.

– No, Vania ti prego, non è proprio così… dopo ti spiegherò.

L’acqua calda cominciava a fare il suo effetto e i muscoli iniziavano a rilassarsi. Si lavò accuratamente i capelli. Non capiva come tra essi si fossero annidati grumi di sangue. E immagini a flash le passavano nella mente, le urla di Magda… non riusciva a capire. Un brivido di freddo l’attraversò. Lo estromise con forza dai suoi pensieri. Per questo si passò a lungo l’unguento profumato che sua madre usava abitualmente e che il padre le aveva consegnato.  Suo padre, ora come avrebbe fatto senza di lui? Come poteva essere la guida del villaggio e prendere il posto del padre? Si sentiva ancora troppo giovane per una così grande responsabilità. Ma non voleva deluderlo, sapeva che suo padre ci teneva a trasmettere alla figlia il suo comando.

(CONTINUA)

(racconto di Giulia Penzo ©) 

Papà, tra poco è Natale!

IMG_0250Polemica di questi giorni il presepio, quello con le statuine della Madonna, di Giuseppe e del Bambin Gesù. Secondo alcuni sarebbe ipocrita farlo, altri invece pensano sia tradizione e simbolo di cristianità.

I simboli sono potenti, lanciano messaggi fortemente semplificati, in grado di raggiungere tutti, bambini e adulti, quindi, ignorare la potenza del presepe e di quello che significa sarebbe da ipocriti. Eppure, come dare dell’ipocrita a chi intraprende un viaggio nella sua costruzione, in chi acquista, forgia materiale vario per addobbare il proprio Natale con la bellezza di un paesaggio che narra un viaggio religioso, attraverso vie impervie, per arrivare alla nascita di qualcosa che ci congiunge con il cielo?

Ipocrita allora è anche il velo bianco all’altare, la cura della salma, qualsiasi rituale abbellisca momenti significativi della vita umana e religiosa.

Per fare il presepe, in fondo, serve un uomo, una donna e il cielo stellato… il bambino, prima o poi, arriverà e quel giorno sarà Natale.

Lanciare messaggi provocatori ci fa riflettere e apprezzare qualcosa che magari sembra un vecchio soprammobile, una capanna decadente, ricca però di significati come quella che narro in questo mio breve racconto. Lo trovate anche nel mio profilo su Il mio libro.

 

PAPA’, TRA POCO E’ NATALE!

Da un po’ di giorni si trovavano al freddo, Maurizio e suo padre.

Gli aveva chiesto insistentemente il motivo dei termosifoni spenti in quei giorni di dicembre in cui, affacciandosi alla finestra, il vapore del respiro sul vetro lasciava strane scie e impronte. Era arrivato al punto di desiderare che facesse presto mattina per andare a scuola e godere insieme agli amici un po’ di tepore. Non aveva il coraggio di confidarsi con nessuno e si accontentava della felicità di stare insieme ai compagni di scuola.

Aveva chiesto di essere spostato proprio nel banco vicino al termosifone, quello odiato da tutti perché ad una certa ora il calore era così insopportabile che chiunque si sarebbe infastidito. Maurizio no, si beatificava delle goccioline di sudore che gli scorrevano sulla schiena, immagazzinando il calore che avrebbe poi irradiato per il resto della giornata.752308_141215_termosifone

Tutto era cominciato dopo quel maledetto giorno in cui aveva perso sua madre: se n’era andata via per sempre. L’aveva salutata una mattina, che doveva andare all’ospedale per una visita. Un bacio veloce sulla guancia, la mano fredda di sua madre: come poteva perdonarsi di non essere stato attento, di non averla abbracciata un’ultima volta!

Anzi, con fastidio, l’aveva scostata con la mano, quando aveva provato a raddrizzargli il ciuffo indomito davanti agli occhi. Una lacrima gli scivolò giù sul quaderno dove cercava un po’ di concentrazione per fare i compiti. La riviveva negli abbracci, nei dolci di cioccolato, nei caldi budini del pomeriggio e si arrabbiò perché non ricordava il colore degli occhi, ma lo sguardo intenso e il sorriso. Si alzò e andò a prendere la fotografia di sua madre, candida col velo sul capo e sorridente il giorno delle nozze con suo padre. Com’era bella! Gli occhi erano di color nocciola, come i suoi.

Sentì il morso della fame. Appoggiò con cura la foto e andò in cucina. Aprì il frigorifero ma come il solito non c’era nulla. Qualche bottiglia di latte, una confezione di uova. Se ci fosse stata la mamma!

Ormai il padre viveva nel suo mondo, non si curava di lui, non gli preparava la cena e non gli faceva trovare nulla da mangiare. Andava a lavorare in fabbrica e tornava distrutto dalla fatica; quando arrivava si buttava nel letto e non si sarebbe alzato fino alla mattina seguente. Guardò l’orologio, erano appena le dieci della sera, ma non avrebbe sopportato oltre di restare senza mangiare.

Aprì la dispensa: dentro c’era una scatola di passata di pomodoro e un po’ di pasta e decise di prepararsi la pastasciutta. Si era stupito della sua capacità di imparare in cucina attraverso i ricordi della vita con sua madre. Mettere a bollire l’acqua nella pentola, un’impresa la prima volta che aveva provato; poi lei che metteva il sugo nel pentolino e lo versava dentro il pentolone con la pasta e mescolava, mescolava…

Quando ebbe finito di mangiare si buttò così vestito sul letto e cominciò a pensare.

Doveva far qualcosa per cambiare quella situazione. Forse se avesse trovato un lavoro, con il padre avrebbe cominciato a parlare. Dal funerale avevano scambiato qualche parola, era un rimprovero, gli pareva, come se il padre lo accusasse: “Perché non sei morto tu, invece di tua madre?”

Sentì aprire la porta, suo padre era rientrato.

Si alzò per andargli incontro e salutarlo: «Papà, se vuoi c’è ancora un po’ di pastasciutta sulla pentola, te la scaldo un po’?»

Giuseppe sospirò: «Sì, certo, ho proprio fame, bravo Maurizio.»

Maurizio volò in cucina e cominciò a scaldare la spaghettata, ringraziando il cielo di aver sbagliato la dose della pasta e di averla lasciata nella pentola.

Preparò velocemente la tavola e vide suo padre arrivare e sedersi, proprio come un tempo.

Gli porse il piatto e si sedette accanto.

Giuseppe cominciò a mangiare avidamente: «Buona, davvero!», gli sorrise.

Maurizio sentì dentro di sé una felicità immensa e si fece coraggio.

«Papà, tra poco è Natale, sai cosa vorrei…», disse, abbassando gli occhi.

schiaffo-650.jpg_997313609Non lo vide arrivare. Il ceffone gli si stampò in pieno viso.

«Sei uno stupido! Hai il coraggio di pensare al Natale quando tua madre è morta da un mese?»

«Ma papà, domani…» gli rispose Maurizio, piangendo sommessamente per il dolore al viso e al cuore.

«Vai via, vattene, non hai rispetto», suo padre gli intimò quasi sibilando, alzandosi in piedi.

Maurizio si alzò, indietreggiando fino alla porta e poi oltre, fino in camera sua. Si sentiva come svuotato e si buttò sul letto. Pianse da solo così tanto che al mattino si ritrovò con gli occhi gonfi e con difficoltà si alzò per andare a scuola; doveva andarci, per salutare gli amici e scambiare gli auguri di Natale prima delle vacanze. Aveva sentito suo padre uscire la mattina presto, avrebbe voluto scusarsi e dirgli quanto era stato egoista, ma non aveva trovato la forza.

Si vestì svogliatamente e andò a scuola; la mattina trascorse veloce festeggiando con panettoni, bibite e i professori che pregustavano l’aria felice delle feste. All’una si ritrovò in piazza, preso da un’incredibile solitudine. Si mise a bighellonare per le strade, illuminate a festa, il rosso e l’oro che brillavano nelle case e nei monumenti, i negozi pieni di cose belle. “Mamma, perché?”, si chiedeva e quasi cresceva in lui un sentimento di accusa contro la madre che li aveva lasciati soli, anzi da solo.

A casa, intanto, Giuseppe si era fermato a contemplare il lavoro, ma iniziava a preoccuparsi, si stava facendo tardi. Guardò l’orologio: erano le otto della sera e Maurizio non era ancora arrivato. Ancora qualche minuto e poi sarebbe uscito per cercarlo.

Maledizione, perché l’ho trattato in quel modo? Dio, pensò, aiutami tu…

In quel momento, nel turbinio dei pensieri, sentì che qualcuno apriva la porta. Tirò un sospiro di sollievo e continuò il lavoro.

Maurizio entrò nella grande casa, lo avvolse qualcosa ancora di tiepido, un calore familiare. Un rumore proveniva dal salotto. Fece per andare diritto in camera ma passando per la stanza quello che vide lo fece restare senza parole.

Suo padre era chino sotto un piccolo alberello, quello che addobbavano ogni anno con gli stessi balocchi da quando era nato e stava preparando il tradizionale presepe.

Maurizio si fece coraggio e si chinò accanto al padre.

«Papà…»

«Scusa Maurizio per ieri sera», Giuseppe non aveva il coraggio di guardare il figlio negli occhi.

«Non preoccuparti, capisco papà, ti ho capito»

«Sì, lo so che sei un ragazzo in gamba», gli disse Giuseppe, mentre sistemava la mangiatoia dove la statuina del Gesù Bambino sarebbe apparsa alla mezzanotte.

«Ecco, guarda, ho finito!», e Giuseppe cinse con un braccio il figlio.

Maurizio guardò bene il presepe.

«Papà, manca…, manca la statuina della Madonnina…»

«No, Maurizio, non manca. Credo che stanotte scenderà anche lei. Sì, sono sicuro che stanotte la mamma scenderà insieme al Gesù bambino…»

Padre e figlio si abbracciarono stretti.

«Sì», ripeteva Giuseppe, «tra poco è Natale!»

natale-2013-drogbaster

(racconto di Giulia Penzo ©)

UN’ESTATE DIFFICILE

37704814_10216637907650602_5152372136991522816_nQuest’estate sta finendo. E’ stata un’estate difficile, qualcuno l’aveva previsto. In effetti, è stata un’estate in cui ho raggiunto obiettivi importanti, altri si profilano in arrivo, un po’ come nella foto qui pubblicata, scattata nell’Isola di Procida, L’isola di Arturo.

Quando si viaggia si ha molta sete, sete per il caldo, per il cammino. Si ha sete di conoscenza.

Procida è una meta affascinante per le storie che si incontrano e che l’isola ti racconta in ogni angolo. Merita un pensiero in questo post, post estate difficile. Vi devo consegnare il link ad un mio raccontino, pubblicato su Il mio libro della Feltrinelli. Il racconto si chiama Baci inaspettati ed è intimamente legato alla poesia che riporto qui sotto. Votatelo e condividetelo con gli amici e le amiche, se vi piace. Attualmente è tra i primi 100, un bel risultato!

 

Sete!

Sei acqua,

vino frizzante,

birra schiumosa,

chinotto e caffè.

Sei tutto ciò che disseta

e mi eccita.

E mi distrai.

In questo giorno assolato

manchi solo tu,

da bere in un sorso solo.

(© di Giulia Penzo)

1 CAP. La Chirurgia del cuore. 1.2 L’anestesia

La Chirurgia del cuore rappresenta per me un passaggio poetico fondamentale.  Chi ha paura di raggiungere se stessi fino nelle più strette e anguste vie dell’animo? Ognuno dovrebbe essere libero di scandagliare il fondo del proprio intimo e dei propri sentimenti senza il timore di essere giudicati. Ognuno fa i conti con se stesso. Ed io ne prendo atto.

images

L’anestetico

entra piano

e fluido nelle vene:

si rimane immobile

contro il tempo,

senza volontà

a bere l’attesa

della tua assenza.

Movimenti degli arti

impercettibili

ti fanno sentire viva.

Senti come,

senza certezza ormai,

anche a distanza

il nostro amore

avesse un senso,

forse qualche frenata,

nessun confine,

e come i tuoi baci

e gli abbracci

scivolassero piano

tra ferite e

l’incredibile felicità.

Ora l’anestetico

perde efficacia

lascia stordimento,

nessun rimpianto,

rimangono le ferite,

nessuna felicità,

latte da bere per consolazione,

carezze di altri,

abbracci pieni di pudore:

comunione di dolore.

In altre parole, il vuoto.

 

© di Giulia Penzo

 

P.S. disegno di Sergio Zaniboni, Diabolik & Eva Kant

Come mi guardi, amore.

Come sempre ribadisco che quanto scrivo non corrisponde a verità personali. Se scrivo d’amore non necessariamente sono innamorata. Se piango nella poesia, non necessariamente piango nella realtà. Se rido poeticamente, magari piango realmente. Le storie che scrivo non necessariamente le ho vissute o le sto vivendo. So che non dovrei specificarlo ma è una domanda ricorrente che deve essere ricorrentemente ribadita. D’altra parte è una responsabilità da blogger. D’altra parte fa parte della vita dare risposte…

Immagine correlata

 

Come mi guardi, amore.

Mi guardi come se fossi

solo per te

anima e corpo insieme.

Mi guardi come il bimbo

spalanca gli occhi

dinnanzi al giocattolo desiderato.

Mai vi fu stella o luna

più belle di me,

specchiate in uno sguardo.

Mi sento la chiave

dentro la serratura.

Tu fragile, io forte,

m’infilo sinuosa

per mostrarti la parte

più in ombra di me.

Ed è questo nero che ti attrae,

ed è questo buio che assapori

mentre la mia lingua ti assaggia.

 

(© di Giulia Penzo)

 

P.S. LA FOTO È TRATTA DAL WEB E NON HA ALCUNA ATTINENZA CON LA POESIA.

1 CAP. LA CHIRURGIA DEL CUORE: 1.1 Il dubbio

Citazione

Risultati immagini per il dubbio

1 CAP. LA CHIRURGIA DEL CUORE

1.1 IL DUBBIO

La chirurgia del cuore

prevede ulteriori passaggi:

il sangue,

che veloce scorre

sui tavoli,

gli scarti, i grumi,

tenuti bene in disparte.

Non c’è spazio

per altro.

Anche il ricordo

pure quello più inutile

viene ripulito

prima che affiori

ai margini.

Stavo bene tra le tue braccia?

Forse, non tanto,

mi rispondo.

S’insinua il dubbio.

Sublime ora l’effetto

della carne!

Rifilata dalla parte malata,

appare fresca

appetibile agli occhi poco allenati:

se ti avvicini

ne cogli l’odore malsano

degli umori in decomposizione.

È lì che trovi

tutte le mie lacrime.

(© di Giulia Penzo)

P.S. foto: Il Pensatore di Auguste Rodin

LA CHIRURGIA DEL CUORE

Risultati immagini per cono di carta
Dentro un cono di carta,

la chirurgia del cuore

tagliata con forbici,

ricomposta da colla.

Composizione fittizia,

un nastro di Möbius

a rincorrerci

nei destini inquieti

che ci portiamo appresso.

Indifferenza, repressione,

fingo di non vedere in te

quello che cerco.

Mi sento bambina e donna:

inconciliabili aspetti,

che corrono tra seduzioni

e dispetti,

e intanto ti perdo.

La chirurgia del cuore

include l’ultimo taglio

quello netto e pulito,

un taglio preciso

per suddividere il nastro

in due parti equidistanti

antistanti

che opposte corrono solitarie.

 

Risultati immagini per tutti i diritti riservati

(di Giulia Penzo)

 

 

P.S. la foto è di provenienza del web e non ha attinenza con il testo.

 

2 agosto 2017 – Nessuno tocchi Caino

orologio stazione BolognaOggi è il 2 agosto, un caldo impressionante, un caldo esplosivo come quello di Bologna quella mattina infernale del 2 agosto 1980, dove morirono 85 persone.

Ricordare la strage di Bologna si deve. Ogni anno. Perché la verità e la sua ricerca non ha limiti.

Mambro e Fioravanti furono condannati ma entrambi ora sono liberi.

Ha senso parlare di riabilitazione e di rieducazione per chi ha ucciso?

 

 

NESSUNO TOCCHI CAINO

Non m’importa dell’assassino.

Macchie rosse sul pavimento

lasciano tracce sbavate,

imperfetti disegni di morte.

Non m’importa

la contorsione linguistica

di chi nell’ordine

giustifica la pace sociale,

il fallimento della ragione,

il nichilismo educativo.

Sedativi e seduzioni sospingono

verso uscite precipitose,

vie di uscita senza sicurezza.

Si costruiscono prigioni

e s’innalzano mura

ma le persone cambiano

in un via vai di anfratti giudiziari.

Delle vittime accenniamo

particolari scabrosi.

Si osanna una maggiore severità,

altri inneggiano alla liberazione:

si abbattono le mura

e s’innalzano muri di silenzio.

In silenzio si piange.

La macchia rossa

si allarga sul pavimento

delineando costruzioni labirintiche.

La morale ci educa.

In fondo la cattiveria non esiste,

si insiste.

Nessuno tocchi Caino

perché egli ha già ucciso:

la macchia rossa viene lavata,

il segno sbiadito.

Eppure qualcosa rimane sul pavimento,

qualcuno esce dall’uscita di sicurezza.

Qualcosa rimane,

qualcuno esce.

Una cosa rimane.

 

(di Giulia Penzo, In poesia il merito non conta)

 

 

Nessuno a liberare San Servolo

Purtroppo ieri non sono riuscita ad andare alla Cerimonia di Premiazione  per ricevere l’attestato di merito per la mia poesia finalista al Premio Letterario R. Pironti – 2017  che si è svolta al  Museo Civico Archeologico “Biagio Greco” – Mondragone – Sabato 20 maggio 2017.

18486358_10211053594548487_6670397053464460746_n

 

 

 

 

 

Questa poesia nasce durante un viaggio in visita all’isola di San Servolo, isola veneziana che venne ad ospitare nel 1715 il primo manicomio. Adesso il manicomio non esiste più ma si può visitare il Museo e l’isola, che ora  accoglie  la succursale dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e dal 2012 è sede del Collegio Internazionale Ca’ Foscari.

 

Sulle dita ne ho contato uno

Certe volte mi chiedono, e questa volta me l’ha chiesto una persona a cui tengo molto, se le mie poesie parlano di me. Logico che rispondo di sì. Le mie poesie parlano di me, ma sono anche rielaborazioni di quello che vivo per renderle universalmente comprese. Quello che voglio comunicare non necessariamente l’ho vissuto nella vita reale, ma l’ho vissuto comunque  nel mio intimo, come emozione e per questo sento l’istinto naturale a condividerlo con l'”altro”. bianco_e_nero_1b

Lascio qui una mia poesia, proprio per rendere chiaro il concetto.

 

 

 

 

Sulla dita ne ho contato uno

Sulle dita ne ho contato uno.

Era un ti amo leggero

morto sulle tue labbra

ancor prima che raggiungesse le mie.

Era un ti amo fatto di pioggia,

la farfalla che ti era sfuggita,

la donna che ti aveva tradito.

Sulle dita ne ho contato uno.

Era il mio ti amo.

(di Giulia Penzo)

 

P.S. La foto è tratta dal web e non ha alcuna attinenza con la poesia.